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30 aprile 2005

Nascere da un uovo di cigno

di Lucio Angelini

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Uno dice: “Mi piacciono le fiabe di Andersen”, e tutti colgono il messaggio. Se, invece, dicesse: “Mi piacciono i romanzi di Andersen”, ecco che le orecchie dell’interlocutore si rizzerebbero di colpo. Romanzi? Quali romanzi?

Be’, i sei che, appunto, Andersen scrisse. Fu, anzi, proprio con un romanzo, che il figlio del calzolaio di Odense, trapiantatosi a Copenaghen all’età di 14 anni a mezzo di un’intrepida iniziativa personale (una sorta di “fuga” autorizzata dalla madre, previa adeguata consultazione di una veggente), cominciò a dare solidità al proprio nome: “L’improvvisatore”, di ambientazione italiana (Roma, Napoli, Venezia), pubblicato nel 1835.
L’anno dopo seguí O.T. (un titolo che agli internauti di oggi, e in particolare ai frequentatori di newsgroup, farà venire in mente, piú che il riformatorio di Odense, l’acrostico di Off Topic). Nel 1837, l’anno dopo ancora, uscí, infine, “Solo un violinista ambulante”, e il successo fu grande, in Danimarca e fuori, con particolare riferimento alla Germania, ma con altrettanto particolare esclusione dell’Italia, dove il romanzo, vai a capire perché, venne tradotto una sola volta, nel 1879 , e poi dimenticato.
Per il successo italiano, che a un’opera di cosí forte impatto non mancherà di certoJ, si sono dovuti aspettare nientemeno che il Bicentenario della Nascita dell’autore (2 aprile 2005), l’insistenza di chi scrive e il coraggio di Thomas Fazi.
Le succitate tre opere, veri romanzi d’antan, con tanto di coincidenze, avventure, melodramma, scavo dei personaggi, collocazione al confine tra romanticismo e realismo, costituiscono una sorta di trilogia dedicata alla rappresentazione della "vita in Italia" (un argomento prediletto da pittori e scrittori dal periodo romantico in poi) e della "vita in Danimarca ". Di altro tenore gli altri tre, usciti, rispettivamente, nel 1848 (“Le due baronesse”), nel 1857 (“Essere o non essere”) e nel 1870 (“Il fortunato Peer”).
A dire il vero, c’è chi considera un romanzo, anzi “il primo romanzo di Andersen” (uscí nel gennaio del 1829), anche lo stravagante arabesco letterario “Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829” [pubblicato in Italia nel 1987 con il titolo “Passeggiata nella notte di Capodanno”, Lubrina Editore, Bergamo, trad. a cura di Anna Cambieri], di cui ci piace riportare l’incipit:

“La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerí il pensiero peccaminoso di diventare scrittore…”

Bicentenario a parte, trovo davvero stimolante il repêchage di un romanzo della prima metà dell’800 cosí perfettamente archetipico, dopo la pletora di “immersioni totali nello sfascio/fascino dell’Occidente”, raccontate fino alla noia nelle opere letterarie degli ultimi anni (un nome e un nume fra tutti: David Forster Wallace).
Il fascino dei romanzi dell’Ottocento, e di questo in particolare, sta esattamente nel proporre storie in cui "tutto si tiene", ovvero in cui ogni dettaglio ha un proprio preciso posto all’interno di un’ORDINATA economia narrativa. Chi scrive un romanzo, infatti, può perseguire essenzialmente due scopi:

– mimare, attraverso la scrittura, campioni di realtà piú o meno rappresentativi/interpretativi della stessa;
– tentare di esorcizzare la realtà nel suo aspetto forse piú inquietante: l’apparente (o effettivo) DISORDINE con cui spesso essa risulta procedere. In tal caso la vita romanzesca finge solo apparentemente di rappresentare la vita vera, intendendo soprattutto consolarsene.

Chi non ha mai nutrito il sospetto che, nelle nostre vite, certi fatti accadano invano, o che certi incontri inizialmente esaltanti non lascino poi la traccia che si vorrebbe, o che certi faticosi sforzi finiscano in fumo, o che l’economia complessiva delle nostre vite risulti tutt’altro che ben congegnata e consequenziale? A volte si ha piuttosto l’impressione che la realtà sia una sorta di puzzle in cui nessun pezzo si incastri in nessun altro, o che il succedersi degli eventi si sbandi senza alcun disegno accettabile. In un romanzo ben architettato, invece, personaggi e oggetti hanno ruoli e funzioni precisissime. Si è mai letto, per esempio, un qualche giallo in cui il colpevole del delitto attorno a cui la narrazione ruota rimanga inidentificato? Tutto in ordine, invece, tutto perfettamente ricostruito e svelato. L’illuminante opera del detective assicura che nessun dettaglio può mai restare davvero ingiustificato.

Anche in “Solo un violinista ambulante” [ma il titolo scelto da Fazi editore è semplicemente ‘Il violinista’] tutto si tiene. Non ci sono centinaia di personaggi sottoposti a un’inarrestabile entropia, ma appena una manciata, e il destino li lega cosí saldamente tra loro che dovunque essi vadano, foss’anche in capo al mondo, tutti re-incontrano tutti, in una sorta di continuo carrambachesorpresa!, e sono condannati a interagire fino alla fine. Mica come nella vita vera (o in quella dei romanzi moderni), in cui la gente si passa accanto, ha qualche rarefatto scambio e poi tanti saluti, ognuno per la sua strada. In “Solo un violinista ambulante”, una volta che un bimbetto di pochi anni sia rimasto favorevolmente impressionato dalla nipotina del vicino di casa, l’amerà perdutamente per tutto il resto della sua vita. Senza contare che, in questo tipo di narrazioni, sani antidoti alla noia e alla lentezza del quotidiano, succedevano cose mica da poco: incendi di case, suicidi, assassini, fughe con cavallerizzi del circo, attacchi convulsivi, guarigioni miracolistiche…

Da un lato Andersen afferma (in una delle sue frequenti intrusioni come Voce Narrante) che in questa vita “si fanno delle conoscenze, si acquistano degli amici che si lasciano tra le lacrime, provando amarezza al pensiero di non doverli ritrovare mai piú” (cap. VI, parte II). Dall’altro, per i suoi personaggi, non c’è mai verso di potersi effettivamente separare dalle conoscenze via via acquisite. Hai voglia tu a cercare di liberarti dall’ossessione del passato! Ne sa qualcosa il giovane barone Otto Thostrup, il protagonista di O.T., perpetuamente in fuga dal proprio passato. Egli scoprirà solo nell’epilogo il vero significato delle lettere che reca tatuate su una spalla: O.T., che non stanno affatto per Otto Thostrup, ma per Odense Tugthus, la Prigione di Odense, dove egli era nato e vissuto da piccolissimo.
Andersen definí “Solo un violinista ambulante” un fiore spirituale sbocciato dalla terribile lotta che si svolgeva nel suo animo per la durezza delle circostanze contro cui la sua natura poetica era costretta a misurarsi. In questo senso il brutto anatroccolo della situazione, l’adolescente Christian che “il Dio del suono” aveva baciato nella culla, non diventerà mai uno splendido cigno, ma kun en spillemand, solo un musicista ambulante, non tanto per mancanza di genialità o talento, quanto per mancanza di “fortunate circostanze”.
“Talent is nothing, except in fortunate circumstances”, aveva scritto Andersen a Jonas Collin nel maggio 1835. E “Il violinista” ruota, appunto, intorno all’eterno, angosciosissimo problema del Genio Incompreso e di come eventualmente evitarne lo Spreco.

Il brutto anatroccolo insegna che non importa tanto nascere in un recinto d’anatre, quanto uscire da un uovo di cigno. “Solo un violinista ambulante” tende a dimostrare, invece, che nemmeno questo è sufficiente. Bisogna che il brutto cignino, ancorché nato in un recinto d’anatre, sappia poi spostarsi nel milieu giusto, o abbia la fortuna di incontrare qualcuno che l’apprezzi e lo valorizzi, perché possa davvero diventare un magnifico cigno. E soprattutto: “Bisogna che Dio lo voglia!”, altrimenti non ci sarà sforzo umano che possa impedire al piú talentuoso degli uomini di rimanere un semplice musicista di strada.

1) "Il violinista", traduzione a cura di Bruno Sperani (pseudonimo di Beatrice Speraz), fratelli Treves Editori, Milano 1879. Dario Borso in “Dalle carte di uno ancora in vita”, Morcelliana, Brescia 1999, giudica la traduzione addirittura “inservibile, come si può desumere dal titolo” (pag. 41), ma sicuramente esagera. Ci sono molte inessatezze, molti toscanismi (“Al foco! Al foco!”, “Codeste le son cose che…”, eccetera), soppressione di vari dettagli, ma la sostanza è rispettata.