Archive for giugno 2005

23 giugno 2005

                    IL PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE

 

Facciamo il nostro PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE da piccoli, quando, ascoltando una fiaba, ci identifichiamo nell’eroe che si allontana da casa in cerca di AVVENTURE e soprattutto – fuori dai simboli – IN CERCA di se stesso. L’eroe che PARTE si perde spesso in un BOSCO o in un’immensa e tenebrosa FORESTA, dove non manca di incontrare orchi, streghe, animali feroci, maghi, fate… Smarrirsi in una foresta irta di pericoli significa, infatti, abbandonare la sicurezza dell’infanzia e affrontare l’oscurità interiore, per cominciare a comprendere chi si voglia essere. L’immagine e la sensazione di essersi persi in una fitta e oscura foresta sono indimenticabili. I viaggi degli eroi delle fiabe sono viaggi all’interno della mente, nei territori dell’inconsapevolezza e dell’inconscio. Ma nelle fiabe le ansie INFORMI dei bambini (il loro bisogno di essere amati; la paura di essere abbandonati; i loro tentativi di restare aggrappati ai genitori anche quando venga il momento d’affrontare il mondo da soli…) prendono FORME comprensibili e LIBERATORIE. Per un bambino, infatti, le paure senza nome e senza volto che si porta dentro sono le più difficili da sopportare: meglio tradurgliele in creature ben precise, per quanto raccapriccianti, in modo che, attraverso dei processi di equivalenza simbolici, i suoi più feroci nemici interiori possano diventare, a seconda dell’età, il lupo cattivo, l’orco, il fantasma, il vampiro, il mostro, lo zombie e così via. Una volta trovata la via d’uscita dal bosco – ovvero la strada per diventare se stesso – l’eroe ne emerge con un’umanità più sviluppata. “Perduta l’innocenza dell’infanzia e affrontati i pericoli in agguato dentro se stessa e nel mondo” ci ricorda Bruno Bettelheim, “Cappuccetto Rosso viene estratta dal lupo e rinasce a un livello superiore d’esistenza, raggiungendo la saggezza che soltanto chi ‘nasce due volte’ può possedere.” I viaggi delle fiabe esprimono, in qualche modo, dei riti de passage. La morte metaforica di un’individualità vecchia e inadeguata serve a farla rinascere a un livello di esistenza superiore. Attraversando il bosco insieme all’eroe di una fiaba, un bambino impara che, se vuole diventare padrone del proprio destino e conquistare il regno di una personalità autonoma, è necessario che prima sopporti privazioni, pericoli, avversità impreviste, anche se spesso IMMERITATE.

                     Ci sono, nelle fiabe, due ingredienti importantissimi:

 1) le  peripezie (o prove da superare),

 

 2) il LIETO FINE (vittoria dell’eroe).

        

 I bambini hanno assolutamente bisogno di consolidare la propria capacità di speranza, di fortificare un automatismo che li spinga a considerare ogni batosta solo momentanea, accessoria, non pregiudizievole del successo finale, una sorta di inevitabile scotto da pagare, semmai, per averlo. Identificandosi nell’eroe di una fiaba, il bambino si allena da un lato a incassare (insieme a quello) tutta una serie di scacchi, dall’altro a considerarli irrilevanti ai fini del successo complessivo. Nelle fiabe nessuno si arrende al proprio destino e i brutti anatroccoli diventano regolarmente degli splendidi cigni. I personaggi delle fiabe vivono una vita intessuta di desideri che si realizzano ad onta di qualunque ostacolo di partenza o incidente di percorso (una famiglia  poverissima, un padre che li porta a perdere nel bosco, delle prove da superare… ). Finché si è piccoli, poco strutturati, si ha assolutamente bisogno di fare un bel pieno di fiducia. Poi, quando si è preso coraggio, si abbandonano le fiabe e si fa il gran salto nella realtà, ma, e qui sta il punto, ARMATI DI SPERANZA.

22 giugno 2005


MAMMA LI SARDI!!!

È NATA UNA STELLA O UNA STALLA?

Blogstella o blogstalla nascente? Presto leggenda anch’io del mio pianerottolo?
Sentite che cosa scrive di me il simpaticissimo Basile Pesaro Borgna (anche a nome del suo compagno Vincenzo Maria Ostuni) nei
commenti a "Le regole del condominio" (Lipperatura di ieri 21 giugno):

«Approfitto di questo blog per complimentarmi con Lucio Angelini, che seguo
da tempo come traduttore e come scrittore dell’infanzia (non "per"
l’infanzia, che sarebbe banale). Il blog non soddisfa ancora pienamente il
mio senso estetico un po’ "camp" – io e il mio compagno abbiamo una piccola
web agency, possiamo dare qualche consiglio, anche se nemmeno il nostro blog
è ancora allo stato ottimale, abbiamo poco tempo per lavorarci quanto
vorremmo, però quando lavoriamo per altri siti facciamo meglio, come questa
intro in flash:
http://www.movimentomosessualesardo.org/
Però ci piace molto come scrive Angelini, quel tono di sarcasmo lucido e
tagliente, molto bello il post su Simona Vinci che lascia il newsgruppo,
altro che il buonismo lipperiniano, tutto un colpo al cerchio e uno alla
botte, sembra sempre il comico di Foligno che c’era ieri sera al programma
di Lillo e Greg, che diceva: "Meglio Fuligno, ma certo anche Milano… ma
certo anche Torino… ma certo anche Roma". Sicuramente linkeremo il blog,
un’altra nota di controcanto rispetto al coro restaurativo che in rete copre
ogni voce dissenziente, come un muro del suono anzi, una muraglia di
nicknames. Noi ci firmiamo col nostro nome e cognome, e anche Angelini,
perché, come ripete Carla Benedetti: "Che ragione c’è di filtrare la nostra
identità? Non sarà questa una procedura imposta dai nuovi poteri? Sì, quelli
che producono questa bella orizzontalità in cui il mondo sta sguazzando
prima dell’apocalisse assicurata. Il nome è uno dei vincoli col mondo e con
la collettività. Perché la maggiranza dei bloggers è così contenta di
disfarsene?" (Carla Benedetti)
Un caro saluto ad Angelini, allora, e speriamo in uno scambio di link.»
Postato da Basile Borgna il 2005-06-21 14:07:30.0

Come non bastasse, tale ANO Nemo ha aggiunto:

«Proclamo quello di Angelini e quello dei gay cagliaritani i due blog più
DELIRANTI in lingua italiana. E’ appropriatissimo che si linkino tra loro, e
spero collaborino, d’ora in avanti.»
Postato da ano nemo il 2005-06-21 14:13:53.0

Poi, però, insieme alla verità, è venuto a galla anche un uomo che sostiene di rappresentarla:

«parliamo di angelini. un mito. ma che dico? un supermito. uno che è uscito
dal niusgruppo, ha rotto i coglioni a tutti via blog altrui, ha praticamente
indotto antonio moresco, tiziano scarpa e carla benedetti a lasciare Ni in
mano a una banda di barbari scrittori incazzati neri e sicuramente di
estrema destra (;-)); e ora, finalmente ha il suo ponte di comando, dal
quale guarda l’orizzonte internettico col suo sguardo a 475 gradi, con il
clap clap obbligatorio (lo pagano) di bart di monaco, l’uomo delle 400
stagioni del web, l’uomo claque alla coque, la coquette da grande slap in
procinto di vincere il grande slam, il bruno vespa del web. angelini è
l’urlo ginsberghiano di liberazione nazionale, è il tarzan interpretato da
raimondo vianello, è un apostrophe rosa sulla parola chiavo… angelini se
non ci fosse bisognerebbe inventarlo a fumetti, nei fantastici 4 farebbe il
quinto, quello che non si vede ma si sente (eccome si sente!), anzi si legge
(scemi chi). un grande glande del web. onore e causa al dott. angelini che
fa un po’ di casino in mezzo al revanscismo rebound del kaiser e del
bonhoff… roquentin sta ad angelini come la puzza da piedi sta al
roquefort. e insomma, angelini piace a tutti, grandi e piccini, trombatori
trombadori e ora pure gay(ssss) cagliaritani aprés pecoroni…»

Postato da l’uomo della verità il 2005-06-21 14:38:46.0

 

Sono certo che, dopo una giornata simile, Orietta Fatucci di Einaudi Ragazzi,
pentita di avermi trattato come una pezza da piedi, 
non tarderà a venirmi a raccattare con i guanti:-/

21 giugno 2005


A CIASCUNO IL SUO


BEVILACQUA


Non siamo i soli ad avere Bevilacqua. Ce l’hanno anche in America, benché in
versione femminile. Il nostro si chiama Alberto, la loro Carol. Alberto
Bevilacqua scrive soprattutto di e per sua madre. Carol DRINKWATER (sic!) di olio
d’oliva.
Fra i suoi titoli "The olive season", "The olive farm: a memoir of
life, love and olive oil in the south of France".

20 giugno 2005

      PRIVATE
TC  l 2 ""

 
SIMONA VINCI


È USCITA


DAL NIUSGRUPPO
TC  l 2 "          SIMONA VINCI È USCITA DAL NIUSGRUPPO"PRIVATE

     

  
Di recente nella blogosfera si è più volte disquisito di nick. Oggi, si sa, non c’è scrittore che non abbia un proprio blog (magari di rinforzo al libro appena uscito: vedi Perceber o l’atomico Pallavicini) e che non si lasci “amichevolmente” (a volte per suggerimento dell’editore) contattare via email da chiunque. Anni fa non era così. Gli amanti della lettura si frequentavano telematicamente soprattutto nei cosiddetti niusgruppi, peraltro ancora esistenti, e se qualche scrittore edito vi faceva capolino firmandosi con nome e cognome, il prestigio del niusgruppo ne usciva sicuramente rinforzato. Prendiamo il caso di Icl (It.cultura.libri). L’interessante di questo niusgruppo era che, fra i tanti appassionati di libri che lo bazzicavano, vi postava appunto – con brivido degli altri frequentatori – una nutrita rappresentanza di scrittori: Simona Vinci, Eraldo Baldini, Carlo Lucarelli, Giulio Mozzi e chissà quanti altri più o meno infingardamente celati dietro nick di comodo. Ebbene, nel marzo del 2001, a partire da una richiesta in sé abbastanza innocua, andò sviluppandosi una polemica di discreta veemenza intorno all’opportunità, da parte degli scrittori, di intervenire a viso scoperto o mascherato da nick. In poche ore il thread si infoltì di oltre un centinaio di risposte (tutte ancora perfettamente guglizzabili) di cui, in una sorta di gioco al COME ERAVAMO, mi piace adesso collazionare le più significative. Se da un lato il titolo “Simona Vinci è uscita dal niusgruppo” spoilerizza cinicamente la conclusione del dibattito, dall’altro non ne pregiudica i gravi interrogativi di fondo, fra i quali:
 

         SARÀ IL POST (PISTOLOTTO TELEMATICO) IL GENERE LETTERARIO PIÙ PRATICATO DEL FUTURO?

      

       Ma andiamo con ordine. Tale Massimo avviò il thread “Simona Vinci” ponendo la seguente stringata richiesta:

      

       Mi date un giudizio sincero e obiettivo sull’ultimo libro di Simona Vinci, per favore??? Grazie.

      

       Uno dei primi a sbilanciarsi in favore della scrittrice fu ERALDO BALDINI, che affermò:

      

       Sinceramente e oggettivamente, Simona è molto brava. Nel suo ultimo libro ha

     raffinato ulteriormente il linguaggio, le atmosfere, le suggestioni, e alcuni di quei  racconti sono davvero indimenticabili. E crescerà ancora (non di statura, quello non più, anche se lei lo vorrebbe…). Attendo che Simona mi risponda: ‘Senti chi parla!’. Controrisposta:  ‘Simò, io sono alto dentro. Ah, se tu vedessi una mia ecografia!’ EB

     

         Subito dopo si fece avanti KORK (aka Piero Ciampi):

      

       Prova a immaginare: stai leggendo e a poco a poco ti senti molle, invertebrato. Quando cominci a sentire che la spina dorsale e le costole sono ormai flaccide e impotenti, dalle parole del libro esce un braccio molto determinato che si ficca nella tua gola, ti afferra la caviglia da dentro e ti rivolta… sglap! … sei lì… il libro è dentro di te insieme ai tuoi occhi… e se riesci a guardarti in uno specchio ti vedi come una massa di roba pulsante e fetente, ricoperta di merda ma viva, vedi il sangue che gira attraverso i tuoi organi, appesi come ad un albero di natale a quell’essere informe che sai essere te stesso. ti fai schifo ma cominci a riconoscerti, vedi il cuore sgonfiarsi proprio nell’istante in cui il tuo cervello lo sente battere, vedi i fasci di nervi contrarsi al pensiero che ti sta nascendo in testa. ecco cosa ti fa: ti racconta da dentro. se tutto ciò sia sincero e oggettivo proprio non saprei. ciao.

      

    

       Poi ancora CARLO LUCARELLI:

      

       A me i suoi libri piacciono molto e non è un mistero. Non è una difesa d’ufficio, ho trovato “Dei bambini non si sa niente” un romanzo che riesce ad essere lirico e tremendo allo stesso tempo e ho trovato i racconti di ‘In tutti i sensi come l’amore’ scritti con grandissima cura e profondità.

      

       PIERO SORRENTINO fu il primo a manifestare diffidenza verso le opere della scrittrice, ma lo fece indirettamente, ovvero appoggiandosi a un Ipsedixit: 

      

       “Il gioco di specchi, l’emozione citata più che vissuta, una terribilità tutta di testa ci sembra prevalere anche nel romanzo ‘Dei bambini non si sa niente’, di quella Simona Vinci nata, come Galiazzo (Matteo, n.d.r.), nel 1970, e ‘cannibale’ di seconda istanza, cioè inclusa in ‘Anticorpi’ (antologia Einaudi, n.d.r.). Anche nelle pagine di questa scrittrice si avverte una scrittura narcisistica, che rafforza la generale impressione di concentrazione dell’io su di sé piuttosto che sul dolore rappresentato (il che non significa che ci si aspettasse necessariamente ‘pietà’: poteva anche essere lo scandalo dell’artista satanico). Insomma, siamo alla meticolosa, calligrafica ricostruzione di un dolore e di un male orecchiati, più che alla vibrazione, che alla rielaborazione autentica e sofferta nell’io dell’autore.” (Francesco Dragosei, "Letteratura e merci", Feltrinelli 1999)

      

          La sua citazione fece girare un cincinino le scatole a SIMONA VINCI:

       

       Caro Piero,

       mica volevo intervenire in questa discussione (l’argomento mi è troppo vicino perché io riesca a metterlo a fuoco in modo obbiettivo, potrei solo giustificarmi, e sarebbe del tutto inutile, a me e ai lettori); però, la trafila di stronzate in  bella forma (oddio, bella no. A me pare orrenda) che hai riportato citando tal Dragosei (mi scusi l’interessato, ma non so chi sia), ha dato un brivido in più alla mia serata solitaria. Volevo solo dirti che sono felice che NON siano parole tue! ;))) Buona notte.

       

       Quale non dovette essere la sorpresa di Simona nel trovare in Icl, il mattino dopo, l’attacco – questa volta diretto – di PAOLO BENEFORTI, scultore di Pistoia? 

      

       > Simona  Vinci scripsit:  > la trafila di stronzate

      

       brutta reazione. ancora di più dato che l’autore della rece non è chi ne ha postato un brano, e quindi manco può rispondere. che c’è? brutta giornata? mangiato pesante? Cmq piglio l’occasione per dire che invece, secondo me, questo pezzetto di recensione mette il dito proprio nelle piaghe peggiori dei tuoi lavori (il che spiega la reazione). Che i tuoi libri non mi dicano granché l’ho già detto più volte (e non per moralismo; anzi, mi pare di averli difesi da quel tipo di accusa qualche volta). Cmq ho letto – vaiassapettuperché – "Dei b. non si sa niente" e "In tutti i s. come l’a." (ehm, quest’ultimo non ce l’ho fatta a finirlo-irlo-irlo proprio tutto, confesso! -yawn-). La cosa peggiore che ci ho trovato, imho, è la pretenziosità, il mostrare continuamente, drammaticamente, enfaticamente di voler dire chissà che, senza poi riuscirci mai. Questo limite, questa montagna che partorisce topolini ciechi uno dopo l’altro, è tragicamente sottolineato dalla scelta stilistica: esprimersi con quello stile asciutto, essenziale, fatto di frasi brevi e lapidarie, senza maieppoimaicascasseilmondo un filo d’ironia o di leggerezza o di *umiltà*, questo crea un’intelaiatura dentro la quale non si può non aspettarsi di trovare fatti, cose, vicende o considerazioni un minimo non superficiali, un po’ intense; un arrosto degno di tanto fumo retorico, insomma. Cosa che disgraziatamente in questi libri non succede mai. Anzi, là dove potrebbero annidiarsi dei contenuti (nelle pieghe delle vicende, nei caratteri, nella scarnezza delle trame), proprio da là finiscono per saltar fuori solo banalità, retorica, luoghi comuni generazionali e non. E poi c’è l’altra caratteristica negativa (che, combinata con la suddetta, genera una miscela micidiale, ancorché talvolta soporifera): il voler sempre toccare fatti estremi, situazioni dolorosamente drammatiche e tragiche – con la ciliegina dell’immancabile descrizione splatter da B-horror di quart’ordine (ehm, da D-horror, quindi… ;-)) – senza riuscire a farlo in modo non artificioso e non falso. 

      

       E SIMONA di rimando:

       

          > che c’è? brutta giornata? mangiato pesante?

      

     Macché, io veramente mi ero divertita. Se dovessi prendermela tutte le volte, considerata la mole di recensioni che mi arrivano da ogni parte del globo (alcune buone, altre ottime, altre cattivelle e altre ancora orrende) mi sarei dovuta suicidare da un pezzo. Fa tutto parte del gioco. Un gioco bruttino, perché per me scrivere era un esercizio zen e adesso è diventato un gioco al massacro che mi rende infelice.

      

       > Cmq piglio l’occasione per dire che invece secondo me questo pezzetto di

     recensione mette il dito proprio nelle piaghe peggiori dei tuoi lavori (il

      che spiega la reazione).

      

     La mia reazione era divertita. Semplicemente perché trovo spesso ridicolo il tono tronfio e infarcito di frasi fatte che utilizza la gran parte dei critici letterari. (categoria per quel che mi riguarda totalmente inutile). Ci sono rimasta molto peggio a leggere le tue, di parole. Certo non perché non ti sia lecito pensarle, ma perché penso che a questa discussione non aggiungevano granché. La tua era solo voglia di punzecchiare, e di far male. Direttamente, a me. Non sono un superautore lontanissimo. Non sono incensata da critica e pubblico. Non vendo il mio fumo a milioni di persone. Me ne sto nella mia nicchia. E sono sempre pronta ad imparare. I miei limiti li vedo anch’io. Cosa credi? Sono qui e mi metto in discussione, già questo dovrebbe farti intendere che forse di ironia ne ho poca, ma di umiltà invece sì. Il tuo acume critico dovresti provare a indirizzarlo a quelli che non si mettono in discussione mai, e sono i più, anche dentro questo piccolo/sterminato spazio virtuale. La gente come te mi fa tanta tristezza. Te lo dico, caro Paolo, senza nessuna acrimonia. Lo giuro. Simona

       

         PAOLO BENEFORTI:

    

       Simona Vinci scripsit:

      

       > I miei limiti li vedo anch’io. Cosa credi? Sono qui e mi metto in discussione, già questo dovrebbe farti intendere che forse di ironia ne ho poca, ma di umiltà invece sì

      

     e allora di che ti stai a lamentare? qui si parla appunto di limiti e pregi

     degli autori e delle loro opere (per lo più, ehm). se vuoi leggere solo

     pareri adulatori ti conviene fondare it.fan.simonavinci (moderato): ce la puoi fare, guarda, non è difficile.

    

      

          Risposta di SIMONA:

    

     Io non discuto nulla di ciò che hai scritto sul mio lavoro.  Ne hai ogni diritto. Certe cose, tra quelle che hai sottolineato, le conosco bene e cerco di lavorarci sopra per quanto posso. Io discuto solo il modo. A volte, basta una piccola parola per riuscire a non ferire chi hai di fronte. E tu, quella piccola parola non riesci mai ad usarla.  Buona notte. S.

      

               Anche GIULIO MOZZI prese le distanze dalla reazione di Simona:

      

       > l’argomento mi è troppo vicino perché io riesca a metterlo a fuoco in modo obbiettivo, potrei solo giustificarmi, e sarebbe del tutto inutile, a me e ai lettori

      

     Secondo me sarebbe utile. Che cosa c’è di male nello spiegare le ragioni delle proprie scelte, se qualcuno te lo chiede? Bisogna dare adito al sospetto di non saperlo fare?

      

          > la trafila di stronzate in  bella forma (oddio, bella no. A me  pare orrenda) che hai riportato citando tal Dragosei (mi scusi l’interessato, ma non so chi sia), ha dato un brivido in più alla mia  serata solitaria

    

         Brutta e scortese retorica:  1) l’insulto ("stronzate"); 2) il ribaltamento dell’accusa ("in bella forma": e la critica di Dragosei è essenzialmente un’accusa di leziosità), 3) il tentativo di screditare un’opinione per mezzo della poca fama di chi l’ha espressa ("tal Dragosei", "non so chi sia").

    

          SIMONA a Giulio:

    

          Hai scritto: 

    

          > Secondo me sarebbe utile. Che cosa c’è di male nello spiegare le ragioni delle proprie scelte, se qualcuno te lo chiede? Bisogna dare adito al sospetto di non saperlo fare?

    

     Forse, Giulio, davvero non lo so fare. O forse, lo avrei fatto se qualcuno me lo avesse chiesto, ma così non è stato.  Un conto è rispondere a delle perplessità, un conto è giustificarsi quando qualcuno attacca il tuo lavoro.  Ha tutto il diritto di farlo, solo c’è modo e modo. E comunque non sono d’accordo con te che le proprie scelte, quando si scrive, si dipinge o  si produce un’opera d’arte con qualsiasi altro linguaggio vadano motivate. Vorrebbe dire che hai fallito, visto che dovrebbe essere l’opera stessa a parlare

    

       > Brutta e scortese retorica…

    

     Chiedo scusa. Però, come Dragosei pensa che io scrivo male, posso pensare anche io lo

     stesso di lui? Togliamo la parola ‘stronzate’.  Quella era solo la piccola ira del momento a parlare per me. Ciao.

    

        GIOVANNA

    

     simona vinci ha scritto:

    

      > A volte, basta una piccola parola per riuscire a non ferire chi hai di fronte.

    

     su questo niusgrup si fa molto male a fare del buonismo. è ridicolo.  a obiezioni chiare si risponda chiaramente. buttarla sul sentimentale è una sciocchezza. io sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi cosa vuol dire ‘accettare il dolore degli altri’.  che il tuo pensiero, simona, e di seguito la tua scrittura – o la tua scrittura e di sotto il tuo pensiero – manchi di spessore è un dubbio che viene – mi permetto perché di mestiere fai la scrittrice e non la parrucchiera, e hai una responsabilità pubblica rispetto a quello che scrivi. in fondo ti mantengo io, comprando i tuoi libri, ho il diritto di dirti che non mi piace quello che fai, e se mi sembra che te la prendi troppo comoda. lo faccio anche col mio parrucchiere per come mi taglia i capelli. senza metterlo in crisi, peraltro.

    

    

     RICCARDO MORI

    

     a mio avviso l’autore, quando partorisce, deve tagliare egli stesso il cordone ombelicale.

    

    

     P. BIANCHI a Riccardo:

    

     Non si può. L’autore è coinvolto, il libro è un pezzo di lui, non è possibile che mantenga il distacco, a meno che sia un bestsellerista mirante solo a limare il prodotto per ottimizzare cinicamente le vendite. L’autore è un marchio, trovarselo lì in carne e ossa a chiederti conto esplicitamente o implicitamente se ti piace la sua mercanzia è impossibile, troppo ingombrante, troppo imbarazzante. Mi vedo Lucarelli dire: “Ma allora io non posso partecipare alle vs (peraltro) cazzate? Qs. è limitativo della mia libertà.” Ebbene un po’ sì, d’altronde se frequenta diventa limitativo della libertà nostra, se lo lodi sembri leccaculo, se critichi il libro diventa automaticamente una critica alla persona, non se ne viene fuori se non tacendo, ma tacere in un mezzo fatto per parlare richiede una propensione all’ossimoro. Simona Vinci (anch’io non ho mai letto nulla, tranne quello che scrive qui: e qui mi sembra una gran tenerona) può presentarsi tranquillamente come SV in un niusgrup di computer o di giardinaggio, a discutere della soundblaster o di innesti di ciliegio. Non dovrebbe andare in un ng di lettori, che possono discutere dei suoi libri. Almeno non col suo nome, idem per Lucarelli, sono troppo ingombranti, devono fare come i preti nel bordello, travestirsi e spassarsela solo sotto mentite spoglie. Le critiche di Beneforti a me sembrano argomentate e suonano plausibili, se le avesse dette parlando di Ugo Foscolo non fregava niente a nessuno, cioè in tal caso il vero oggetto di valutazione sarebbe stato non il Foscolo né la oggettiva validità delle critiche ma solo la coerenza interna alle argomentazioni benefortiane, come accade in qualunque accademia letteraria. Invece parlando della Vinci tutti i guardoni si girano subito per vedere come la prende la Vinci, se tace è una snobba, se si incazza è una permalosa, se glissa è una cinica, per il fatto di esserci ha già perso, l’unica cosa sarebbe se rispondesse con una flammona telematica memorabile ma 1) questo le darebbe dei punti come polemista e non come romanziera 2) qualche stronzo di giornalista lurkone ne approfitterebbe per far colare un po’ di merda sui giornaletti. Non se ne esce, il difetto è a monte, l’autore è un marchio che deve stare al suo posto e cioè sulla copertina del libro, oppure nel niusgruppo "l’autore risponde". Qui deve venire sotto falso nome.

    

     ERALDO BALDINI al niusgruppo:

      

     P. Bianchi ha sollevato un problema serio, scrivendo che gli autori su un NG

     che parla di loro e dei loro libri sono "ingombranti, imbarazzanti". Sono insomma fuori luogo, a meno che non si scelgano uno pseudonimo con cui intervenire sotto mentite spoglie. Premetto che a me sembra una soluzione peggiore del male. Se l’autore ha  quella sorta di "responsabilità" a cui altri hanno accennato in precedenti post, ebbene, se la deve assumere a viso scoperto. Con uno pseudonimo potrebbe "guidare" di nascosto le discussioni, e questo sì che, a mio avviso sarebbe fuori luogo. A parte ciò, ripeto, il problema esiste. "Non se ne esce", ha scritto P. Bianchi, perché si attua un condizionamento nei confronti dei frequentatori del group. E allora, che fare? Io sono entrato da poco, sono entrato perché adoro i libri, perché lurkavo da tanto tempo e mi pareva più serio uscire dall’ombra. Di me e dei miei libri non si è parlato, per cui per fortuna non ho dovuto affrontare direttamente il problema; se succedesse, credo che interverrei solo se mi fossero posti esplicitamente dei quesiti. Ma penso che a questo punto chi frequenta il NG dovrebbe dire la sua. Se gli autori sono ingombranti, io non ho problema a farmi da parte. Vi seguirò in silenzio, come facevo prima, e non ve ne vorrò di certo, perché quanto dice P. Bianchi va preso in seria considerazione. Un caro saluto a tutti. Eraldo Baldini

    

    

       SIMONA a Eraldo:

      

       Gli autori non sono ingombranti per gli altri frequentatori del newsgroup. Il problema è tutto loro. E sta a loro decidere. Per quel che mi riguarda, io qua dentro mi sono divertita molto certe volte e altre mi sono incazzata. Ci sono persone che sento vicine e delle quali mi piace il modo di discutere, altre che trovo presuntuose ed arroganti; fin qui, tutto normale. È così dappertutto. E ognuno può dire quello che gli pare su chiunque. Il problema, come dicevo, è dell’Autore. Se un giorno sì e uno no c’è qualcuno che ti dice che ce l’hai piccolo, che non sai scopare, che ti puzza il fiato e che perdi i capelli, che sei obeso, antipatico e garrulo, (e anche se chi te lo dice lo fa in modo intelligente e argomentato) prima o poi ti incazzi o quantomeno ci resti male. È umano, no? O si pretende che gli scrittori siano dei santi, testa china e schiena scoperta pronta alle frustate? Oppure che siano lì tutti vogliosi di spiegarsi, giustificarsi e argomentare le loro operine? Oltretutto, uno che ha la superbia di scrivere dei libri (perché un po’ di superbia c’è in chiunque si esponga, in qualsiasi campo) è anche abbastanza narciso da non tollerare troppo a lungo di essere messo in discussione. Ce n’è già abbastanza altrove di rompipalle. È giusto che chi lo fa (cioè mettere in discussione chi gli pare e come gli pare) continui a farlo; per me, è giusto prendermi una vacanza. Baci a tutti. Specialmente ad alcuni.

    

    

       LUCIO ANGELINI

      

       Sospetto da sempre che pbianchi sia uno scrittore sotto mentite spoglie, e uno scrittore coi fiocchi, per giunta. Se poi non lo è (intendo se non ha ancora pubblicato), qualcuno dovrebbe assolutamente affrettarsi a ingaggiarlo. Ciò non toglie che la soluzione da lui additata (= intervenire sotto nick) non sia né migliore né peggiore di altre, nel senso che ognuno deve sentirsi libero di agire come crede. A me, personalmente, fa solo piacere trovare in Icl i post della Vinci, di Lucarelli eccetera. C’è, però, un rischio reale: chi bazzica i forum letterari ha spesso delle frustrazioni personali (ha un manoscritto nel cassetto e non ha trovato gli estimatori giusti, si sente molto più bravo della Tamaro e così via…) e può arrivare a sfogare la propria amarezza attaccando chi è stato più fortunato di lui.

              

           SIMONA VINCI

      

        "p. bianchi" wrote:

      

       > Simona Vinci può presentarsi tranquillamente come SV in un niusgrup di computer o di giardinaggio, a discutere della  soundblaster o di innesti di ciliegio. Non dovrebbe andare in un ng di lettori, che possono discutere dei suoi libri. Almeno non col suo nome,

     idem per Lucarelli, sono troppo ingombranti, devono fare come i preti nel  bordello, travestirsi e spassarsela solo sotto mentite spoglie. Non se ne esce, il difetto è a monte, l’autore è un marchio che deve stare al suo posto e cioè sulla copertina del libro, oppure nel niusgruppo "l’autore risponde". Qui deve venire sotto falso nome.

      

     Hai assolutamente ragione. Sono entrata qui con il mio nome semplicemente perché pensavo di poter essere un lettore come un altro, di poter parlare dei libri che leggo e di cogliere consigli e opinioni di altri.  Ho sbagliato. Ho peccato come sempre di ingenuità. Ogni atteggiamento di fronte a critiche o lodi, attacchi o difese, può essere scambiato per ciò che non è ed è comunque discutibile.  L’unica cosa che mi sento davvero di dire è che a me, di parlare o sentir parlare dei miei libri, non me ne frega un beato cacchio. Scrivo. Punto. A volte non scrivo. Faccio tante altre cose. Come tutti. E soprattutto leggo, come voi. Le mie giustificazioni, le mie scelte di scrittura, le mie insicurezze o la mie convinzioni in ciò che faccio, non le vengo a discutere qui come se questo fosse un gruppo di autoaiuto o uno studio di psicoanalisti associati specializzati nei problemi del linguaggio. Ci ho provato a fare il lettore qualunque. Non è possibile. Amen. Vorrà dire che farò più giri in bici e che telefonerò di più agli amici. Un abbraccio a tutti quelli con cui ho parlato in questi mesi. E non scannatevi troppo. Fa male alla salute.

    

    

       ENRICO BRIZZI (in realtà un troll)

      

       Cazzo, mi è venuta l’ispirazione per un nuovo best-seller: “Simona Vinci è uscita dal niusgruppo”!

      

    

         PIERSANDRO PALLAVICINI a P. Bianchi

    

     Insomma, secondo te, si deve parlare dell’opera e non dell’autore… oppure si può parlare anche dell’autore, ma solo se questo non c’è? O se ci sono degli autori possiamo parlare di altri autori ma non di quelli che ci frequentano perché se no… se no si fanno delle piaggerie? Se no questi autori rispondono e parlano dei propri libri? Se no invece si offendono perché qualcuno li tratta male a sproposito (Beneforti, Beneforti!)? O, addirittura, se ci sono "scrittori all’ascolto" c’è chi scrive delle cose su Cendrars, Isherwood o D’Arzo consapevole  dell’ascolto dello scrittore e allora, chissà, magari cerca di farsi notare, ingraziarselo di sponda, insultarlo di rimbalzo (capacità parassite in elettronica, effetti cooperativi in chimica)? Ma dico: e allora?!? E anche: sono pazzo a dire che a me diverte veder prender corpo questo tipo di "interazioni"? Che rendono un po’ spumeggiante un disastro di ng? Che mi interessa sentir parlare un autore dei propri libri e dei libri degli altri, e, forse più ancora, degli altri autori (che uno scrittore conosce, un lettore no). Mi interessa il sentimento che provano gli autori per i propri libri, i meccanismi di difesa che per le loro creature fanno scattare, i veli di autoironie (vere o false) che gli autori stendono, il limite fino al quale sono disposti a scendere a patti coi lettori (fino a dove sopportarne le piaggerie, fino a dove accettarne con garbo le critiche), le difese che mettono in atto per i loro "scrittori di riferimento", cosa leggono quando e perché…  Per morbosa curiosità, forse, ma non tanto verso le loro persone quanto verso la pratica della scrittura. Interessa solo me? Non so: credo che interessi molti…

    

    

     P. BIANCHI a Piersandro:

    

     Se l’autore non c’è si può dire tutto quello che si vuole sia di lui sia della sua opera (quella zoccola poetastra dell’aleramo), senza problema. Se l’autore c’è, anche attenendosi strettamente alle sue opere,  è come se stessimo facendo apprezzamenti su di lui come persona. E quando si va sul personale si rischiano sempre o la flamma, o il puci puci, o il roccolo conventicolare.

    

        > O se ci sono degli autori possiamo parlare di altri autori ma non di quelli che ci frequentano perché se no… Se no si fanno delle piaggerie?

    

     Esattamente, si fanno delle piaggerie. Spettacolo tipo la massaia che si bagna sotto perchè vede da vicino il signor Maic…

    

        > sono pazzo a dire che a me diverte veder prender corpo questo tipo di "interazioni"?

    

     Te lo appoggio senza meno. Perché quanto tu dici significa esattamente sfruttare i vantaggi del ng, dove le distanze sociali si azzerano e hobbisti elettronici dialogano col responsabile area PC della fu-Olivetti, e cose del genere. E un po’ insegni e un po’ impari, cose che magari sui giornali o sui libri non ci sono, ecc.  L’unico che qui aveva e ha le mani in pasta a livello editoriale e lanciava (sempre meno) sprazzi di visuale sull’editoria dal di dentro, dal suo osservatorio privilegiato, è l’utente per lo più noto come silvio. Che però ICL si guarda bene dal prenderla sul serio 🙂 Tolto lui, il grosso rischio è che in presenza dell’autore si instauri il meccanismo detto del fanzinaro brufoloso: il fanzinaro scodinzola e l’autore benevolmente si concede. Orrrroooore. Il ng che funziona (e in qs. senso funzionano soprattutto quelli tecnici) funziona producendo un travaso di competenze, offre un equilibrio dinamico fra chi chiede e chi spiega, oggi chiedo e domani spiego, che presuppone non l’uguaglianza ma l’equilibrio di ruoli fra i partecipanti. Chi chiede impara, chi spiega fa bella figura. Domani le parti si invertono. Qui no, in presenza dell’ A. i ruoli sono fissi. L’hobbista e l’ingegnere capo della Olivetti non sono uguali ma il loro dialogo può funzionare se condividono una comune passione per diciamo l’elettronica. Se al capo ingegnere scappa detto una volta di più la parola Olivetti, a un certo punto si innesca la spirale polemica in cui lui dopo interviene solo per dire quanto è buona la roba Olivetti, e la gente lo cimenta solo più per dire che la Olivetti fa schifo,  a quel punto l’equilibrio si rompe. L’esempio è reale, risale a 5-6 anni fa in un’area Fidonet ed è prevedibilmente finito che l’ing. Olivetti non si fece più vedere… [cut] La Vinci è un pretesto dei fanzinari per esercitare la propria scodinzolaggine e dell’uomo superiore per esibire la propria inimpressionabilità. È strumentalizzata. L’ingombrante presenza dell’autore catalizza questi atteggiamenti per il solo fatto di esserci. E siccome né l’uno né l’altro atteggiamento sono un bello spettacolo, non potendo ammazzare la folla, io propongo più economicamente di ammazzare l’idolo. Con te non c’è problema, da quando ho capito che i tuoi libri houellebecquianofili forse non mi sarebbero piaciuti, ho smesso di cercarli e fatto voto di non leggerli 🙂

    

    

     MEI

    

     Qualcuno che abbia voglia di contrattaccare i post di paolo, adottando gli stessi strumenti senza perdere di vista il vero soggetto: la scrittura?

    

     LUCIO ANGELINI a Mei:

    

     Non raccontiamoci palle: quelle di Paolo sono mere *impressioni* ("Ogni volta mi aspetto chissà che e poi la montagna partorisce puntualmente un topolino!") a cui chiunque può tranquillamente opporre: "Ogni volta NON mi aspetto pressoché niente e poi, di colpo, ecco che il topolino partorisce una montagna!… (vedi il finale di DBNSSN). Il solo fatto che una distratta domanda iniziale ("Chi mi dice qualcosa di S. Vinci?", Massimo) abbia prodotto oltre CENTO (100) risposte in poche ore la dice lunga sull’impatto narrativo della Vinci, che, come tutti gli outsider o personalità NON comuni, può piacere moltissimo ad alcuni e meno che poco ad altri. Dimostrare che i libri della Vinci (o persino le sculture di Paolo Beneforti) siano OGGETTIVAMENTE  belli o brutti è impossibile. Ma l’attenzione critica (nazionale e internazionale) suscitata, nel bene e nel male, dalla Nostra basta da sola a testimoniare del suo non comune ‘spessore’. Credo che il sogno segreto di ogni artista sia proprio quello di accendere divisioni e discussioni, piuttosto che quello di mettere d’accordo tutti quanti.

    

    

     IMPORTANTE SCRITTORE

    

     Salve, mi presento. Sono un importante scrittore in incognito, come forse il mio nick suggerisce. Dopo aver seguito con attenzione la polemica in atto, ho deciso di non mettervi a parte del mio vero nome e cognome per non contribuire ad alterare la spontaneità dei vostri comportamenti. Vi bastino le sacre auree di cui già appaiono circonfuse le figure di Lucarelli, Baldini & Company.  Non vorrei mai che il fanciullone Matteo Filippi, non sapendo bene come reagire, mi si mettesse a uggiolare/scondinzolare davanti prima ancora di aver letto i miei libri, o che l’intemerato/impavido Beneforti si sentisse indotto ad attaccare i miei capolavori solo per far vedere che – fosse dipeso da lui – col cavolo che avrei avuto successo! Desidero, inoltre, che P. Bianchi mantenga nei miei confronti lo stesso sangue freddo che se scoprisse di avere come vicina di pianerottolo Wanda Osiris, anzi no (è morta), facciamo Gina Lollobrigida, o la incrociasse davanti al cassonetto del condominio con in mano un prosaico sacchetto della spazzatura. Non aspettatevi, dunque, indizi di sorta sulla MIA personale produzione letteraria. Il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà.

    

    

      SILVIO

    

      "Importante Scrittore" ha scritto:

    

       > Non aspettatevi indizi di sorta sulla MIA personale produzione letteraria. Il mio mistero  è chiuso in me, il nome mio nessun sapra’.

    

     E a me che ‘mme ne ‘mporta, come aggiungerebbe Renato Carosone (consiglio la sua recente autobiografia, scritta con Federico Vacalebre). Saluti  silvio

    

———————-

 

     N.B. I passi citati sono autentici, come anche i personaggi estrapolati/strappolati dalla rete.

    

      PRIVATE
TC  l 2 ""

      PRIVATE
      

19 giugno 2005

UN REGALINO

AL MILLESIMO VISITATORE


Se il millesimo visitatore di questo blog appena nato mi segnalerà il proprio indirizzo in email (lucioangelini@infinito.it) gli manderò un regalino librario per posta:-/

[L’archivio segnala anche gennaio e aprile, ma ho iniziato a dedicarmi al blog con assiduità solo a giugno]

18 giugno 2005

POOR COLOMBATI!

Non dev’essere stato piacevole, per l’autore di PERCEBER, leggere sul Corriere
di ieri l’opinione di Giorgio De Rienzo: "Uno scrittore può abolire ogni regola,
accumulare – come accade con Colombati – spezzoni di storie e anche magari abbandonarle al
loro destino, mescolare stravaganze e variazioni di linguaggio, sovrapporre
moduli espressivi, creare una struttura in cui la direttiva principale
diventi quella di una continua divagazione. Ma allora perché Colombati sente
il bisogno di sorreggere la sua anarchia espressiva da una «mappa»
precostituita di orientamento per il lettore e da una serie di note che
giustificano il caos a posteriori? La realtà è che l’autore, creato un
vuoto, si sente autorizzato a vomitarvi dentro liberi pensieri sparsi, a
esibire la sua cultura (cioè mettere insieme brani di canzonette e pillole
di cosmologia, fatti di cronaca e scampoli del Talmud, svelte diagnosi
psichiatriche e coriandoli di filosofia), con una scrittura torrenziale
generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne
creare uno originale. Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore
che questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e
vanità pseudo culturali".

E povero anche Giulio Mozzi, suo talent-scout, che proprio ieri compiva 45 anni
(vedi www.vibrissebollettino.net).
Speriamo che l’abbia presa a sua volta con svelte diagnosi psichiatriche e qualche coriandolo di filosofia:-)

P.S. Una cosa che mi sono sempre chiesto è perché Giulio Mozzi, che si è sempre definito scrittore di ***racconti*** (il racconto, come è noto, è una forma bonsai di romanzo, ovvero un romanzo di poche pagine), come editor si lasci impressionare soprattutto dagli scrittori-fiume, rutilanti e roboanti, dalle cinquecento pagine in su a opera, per intenderci (Avoledo, Colombati ecc.).
Insomma lui ce l’ha piccolo (il fiato narrativo), ma dagli altri lo vuole grosso:-/

17 giugno 2005

UN VERO BUGIARDO
 
 
Nel 1990 tradussi per Mondadori "This boy’s life", di Tobias Wolff. Uscì con il titolo italiano "Memorie di un impostore" e purtroppo NON divenne un best-seller.
Nel 2003 mi suonarono alla porta e – sorpresa! – il postino mi consegnò tre copie di "Un vero bugiardo" (Vita di un ragazzo nell’America degli anni ’50), edizioni Einaudi-Stile libero. Autore, libro e traduttore erano rimasti gli stessi, solo l’editore era cambiato. Mi augurai che, in tale nuova veste, il romanzo potesse ottenere il successo che meritava, anche se a me, naturalmente, non sarebbe venuto in tasca un centesimo. Il traduttore, come è noto, è pagato una volta sola, un tot a cartella: che il libro venda cinquanta copie o un milione di copie, per lui è la stessa cosa… sul piano economico. Non così su quello affettivo. Se ha amato il libro, infatti, gli fa davvero piacere che siano in molti a leggerlo. Nel caso di questo romanzo, purtroppo, nemmeno al secondo tentativo di distribuzione si è avuta la risposta sperata, anche se il libro è ancora in libreria. Sarei un vero bugiardo se dicessi che non mi auguro un improvviso guizzo di interesse per questa magnifica opera di Tobias Wolff:-)

17 giugno 2005

ATOMICO


DANDY (3)


[PER LEGGERE LE PUNTATE PRECEDENTI CLICCARE SU ARCHIVIO/GIUGNO]

Mentre andavo avanti con la lettura, è uscita in Vibrissebollettino.net la meticolosa rece di Badimona (Bartolomeo Di Monaco), che come critico è senz’altro più serio e affidabile di me. Come dire: diffidate di queste mie noterelle e confidate piuttosto nelle sue. Io, purtroppo, tendo a stancarmi di ***quasi tutti*** i libri che pur comincio con le migliori intenzioni (compreso il pipernesco ‘Con le peggiori intenzioni’). Dopo il primo centinaio di pagine – salvo casi eccezionali – cedo alla tentazione di saltare dapprima qualche periodo, poi delle mezze pagine, poi delle intere pagine e così via, sempre più impaziente di correre verso il  finale e passare ad altro. Confesso che la storia di questo dandy  un po’ ridicolo (che pensa di assomigliare a Des Esseintes solo perché veste Ermenegildo Zegna e aborrisce i papillon con l’elastico… i PAPILLON? ma per piacere!) mi ha preso abbastanza poco. Ho ritrovato  ingredienti e situazioni già utilizzate nel romanzo precedente (‘Nostra Madre che Sarai nei Cieli’): il doppio voltaggio sessuale del protagonista, le triangolazioni amorose marito-moglie-negrone di turno, il mito per tutto ciò che è grosso e turgido (con particolare riferimento a capezzoli e cazzi: per Pallavicini, evidentemente, "SIZE DOES MATTER!": qui un negrone ce l’ha di 24 centimetri), la mania della filodiffusione, la vita perennemente scandita da sottofondi musicali ***come nei film*** (se poi si tratta di un bootleg dei Mott the Hoople è festa grande!), eccetera.
Il tentativo di inserire la vicenda in un contesto storico più ampio ed emozionante (scontri Libia-Usa, Chernobyl) mi è parso abbastanza inane a sua volta ("Gli stronzi Stati Uniti d’America, poi, avevano attaccato", "Le reazioni del libico Culatton Supremo e dei pazzi sovietici e peggio ancora dei cinesi…", "mentre Craxi lasciava il campo a una reazione proterva del vecchio De Mita"… eccetera).
La tanto attesa suora menzionata nella puntata n.1 ha uno sviluppo narrativo deludente: si chiama addirittura Consy, quasi come la Sconsy di Anna Maria Barbera, e semplicemente si dedica al recupero dei tossicodipendenti (fra i quali, tanto per movimentare un po’ la vicenda, il figlio del prof. Sormani, boss di Nuvolani all’università).
Certo, Pallavicini scrive bene [salvo qualche passaggio sconcertante del tipo: "Mi ero ripetutamente masturbato fantasticando di accoppiarmi con GIOVANI neri, bianchi, asiatici, ***di sesso sia maschile che femminile*** "(p. 227)] e molte pagine appassionano. Interessante, per esempio, è il montaggio della vicenda, con salti indietro e in avanti nel tempo (ma il suo 2009 non è molto diverso dal 2005: la gente continua imperterrita a emailarsi, la filodiffusione a mandare "una musica pop italiana, struggente e anni ’60, scelta dall’impiegato in time sharing audioleso e maleducato" e l’unica vera ***novità da premio Nobel*** è proprio quella inventata da Nuvolani: un computer molecolare o Chemputer).
Voto complessivo: 6 ½
 
P.S. Questa recensione mi attirerà l’odio degli scrittori: Jadelin Mabiala Gangbo, Raul Montanari, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Dario Voltolini; degli editor Gabriella D’Ina e Alberto Rollo, degli scienziati Luigi Fabbrizzi, Jean-Pierre Sauvage e Jean-Marie Lehn; dei musicisti Dimitri from Paris, Bryan Ferry e Stephane Puompougnac, oltre che di Christian Patrick Mbondo e di Manola Dettori, moglie di Pallavicini, che li ringrazia in una pagina a sé (la 325) per aver contribuito – consapevolmente o inconsapevolmente – alla costruzione del suo romanzo. E naturalmente di Pallavicini stesso:-)

16 giugno 2005


POOR ANDERSEN!

«Danish companies are lining up to use H.C. Andersen to sell their
products. Scholars accuse foundation of abusing the famed storyteller´s
name.

H.C Andersen Wine. H.C. Andersen Beer. H.C. Andersen Perfume. Danish
consumers can hardly miss the 200-year jubilee of their beloved fairytale
author in 2005, as every imaginable kind of consumer product is launched
in his name.

The H.C. Andersen 2005 Foundation, established to raise awareness about
the jubilee in Denmark as well as abroad, says companies are queuing up to
market products under their label.

"We´re signing up new Danish companies all the time," Camilla Jensen, a
public relations project leader for the foundation told daily newspaper
Jyllands-Posten. "Firms see the enormous exposure of H.C. Andersen on the
market – also for tourists – as a chance to sell their products."

But scholars engaged with the author´s works are not as exhilarated at the
thought of H.C. Andersen umbrellas, watches and toys.
"The commercialization of Andersen isn´t a new phenomenon, but is has
escalated recently," said Johan de Mylius, leader of the Southern Danish
University´s H.C. Andersen Center. "A lot of people want a piece of the
cake. Not only do private businesses want to exploit his name, Denmark
itself is supposed to make money on it. H.C. Andersen has been turned into
a big brand or trademark which we are encouraged to use."

Mylius said this year´s big jubilee celebration focused more on exploiting
H.C. Andersen´s advertisement potential rather than celebrating the life
and work of a great author.

"The cultural aspect has been completely overshadowed by the concept of
marketing," he said. "Of course, genius will always have mercantile
effects, but putting them first is way out of line."

Lars Seeberg, secretary general of the H.C. Andersen 2005 Foundation, said
he did not agree with Mylius´ perception.
"If the only thing we did was about products, that would be bad," he said.
"But our budget is primarily aimed at artistic, cultural and educational
projects. We cooperate with the companies we want to be connected to and
have a global reach."
Seeberg said the companies helped the foundation to draw attention to the
jubilee, as well as funding a project meant to fight illiteracy in the
world.

But Mylius said commercial attempts to turn H.C. Andersen into a trademark
could damage his legacy in years to come.
"The problem is that they openly say that H.C. Andersen is a trademark,"
he said. "You wouldn´t say that about Shakespeare or Mozart. But for some
reason you are allowed to say that about Andersen. The negative effect
could be that people get so tired of hearing his name that nobody wants to
read or study his work in the future.»

da
http://www.cphpost.dk/get/85967.html

15 giugno 2005