Archive for luglio 2005

7 luglio 2005

Annunci

7 luglio 2005

7 luglio 2005

6 luglio 2005

 BUSH NEL PAESE DI H.C.  ANDERSEN

Stop Bush

Another world is needed

Wednesday, July 6th, George W. Bush, president of the United States, visits Copenhagen. Danish prime minister Anders Fogh has invited him, because "they talk so well together".

But what they talk about is war – privatisations – big business deciding still more – all of it benefits only a privileged minority.

We want to use this opportunity to say that:

Bush is not welcome

– and his world order is unwanted

Protest rally
Wednesday, July 6th at 2pm

at the US Embassy
Dag Hammarskjölds Allé 24 (near Østerport train-station)
march to Christiansborg (arrival 3.45 pm)
with music and speeches

The demonstrationen is peaceful and for people of all ages and from all backgrounds. It’s for:

Anyone who has a score to settle with Bush’s world order

Read more about the demonstrationen, speakers and other activities (in Danish, sorry!).

Transport has been arranged from Odense, Svendborg, Ribe/Esbjerg/Kolding, Århus/Horsens/Fredericia and Aalborg.

StopBush.dk

StopBush.dk has local mobilisation groups all over Copenhagen and beyond – please help us build the protests.

Mail: info@stopbush.dk

Please contact Helge Bo Jensen (phone +45-51893491) or Jørn Andersen (phone +45-40300210) for more information.

 

Brug plakaterne!

Støt StopBush.dk

Det koster mange penge at organisere demonstration, lave plakater, løbesedler osv. – vi budgetterer med over 100.000 kr.

Du kan støtte ved at:

1. Få organisationer og bevægelser du er med i / tæt på til at anbefale demonstrationen.

2. Få organisationer til at støtte økonomisk eller selv støtte. Alle bidrag er meget velkomne. Se konto-oplysninger.

3. Være aktiv med at opreklamere demonstrationen, så alle – i din omgangskreds, din skole eller arbejdsplads, din by eller bydel – får at vide, at demonstartionen finder sted, og at vi har brug for dem til at gøre protesten stor og synlig.
Gå evt. med i en af de mange lokalgrupper.


Senest opdateret 3.7.05v

6 luglio 2005


Foto di Dean Fidelman

 

Dedicato al mio visitatore Alberto Giorgi:-)  

Tutti attraversiamo la fase caratterizzata da un fortissimo bisogno di dipendenza (dalla madre, dalle cure parentali, eccetera). Poi, lentamente, ci avviamo verso l’autonomia e quell’antico bisogno sopravvive in forme solo sopite e attenuate (dipendenza da una donna, da un personaggio idealizzato, dal lavoro eccetera).  In alcuni casi, però, l’antico bisogno di dipendenza si trasforma  in un vero e proprio BISOGNO DI PENDENZA e allora non resta che avviarsi  per piani inclinati, appunto pendenti, con lo sguardo rivolto alle cime:-)  

"Il Giornale" non è esattamente il mio giornale, ma nel n. 161 dell’1.7.2005 è apparso un interessante articolo di Erri De Luca che copio-incollo:

     http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=11778

                                Negli abissi della montagna 

 

 Si muore maledettamente presto in montagna, come in tanti altri accidenti, ma con un malincuore in  più. Perché si va a salire verso la preferita geografia e ci si affida, in cerca di accoglienza o di passaggio. Cadere per proprio errore e per forza maggiore è imbattersi in un tradimento. Si muore in montagna lasciando a chi resta il pensiero che quello era il miglior posto in cui perdere tutto. Ogni alpinista sottoscrive con se stesso una clausola di preferenza: consegnarsi lassù anziché in un letto di ospedale, in un groviglio di rottami su una strada, giù da un cantiere o, se soldato, di uranio impoverito. Ogni alpinista mette nel conto l’incidente, una volta per tutte poi non ci pensa più. La montagna si affaccia presto nei racconti dei popoli. I Greci e i Tibetani fissarono lassù dimore ai loro dèi, negandosi il diritto di andarli a disturbare,mapure con intento di separazione. La nostra scrittura sacra mischia di più l’alto e il  basso, è volentieri alpinistica: l’Ararat su cui poggia il bastimento di Noè, il monte Moria dove Abramo sguaina il coltello sulla gola del figlio, il Sinai di Mosè, il Monte di Dio a Gerusalemme. La montagna si è accampata per tempo all’orizzonte, le salite prendono posto nei sogni. Quello di Giacobbe a Bet El è una scala da terra fino al cielo, già un desiderio di ascensioni. In quel sogno salgono e scendono solamente gli angeli, ma un uomo intanto sta a guardare e impara. Ho incontrato qualche scalatore di Himalaya. Non parlano di pericoli, raccontano difficoltà. Una tempesta in alta quota, fulmini a scroscio, calarsi per difesa in un crepaccio lasciando lontane le piccozze che possono attirare le scariche; resistere nella fessura di ghiaccio per ore, poi essere costretti a uscire sotto la tempesta che non smette, per evitare la notte e il gelo nel crepaccio. Un passaggio difficile di roccia sopra gli ottomila metri senza  aiuto di ossigeno: gli ultimi metri del canale terminale del Lhotse sulla via degli Svizzeri, sotto i piedi duemila metri di parete e di vuoto: parlano di difficoltà gli alpinisti, non di  pericoli. Cosa trascina così lontano da valle, dai bordi accoglienti della vita elettrica e a motore? C’è dentro la specie umana il granello di pepe di andare a esplorare, a frugare i deserti della terra emersa. Quando le mappe furono complete, cominciò l’alpinismo. Lassù c’era posto senza traccia di uomo. E ci sono ancora più di cento cime sopra i settemila metri non ancora raggiunte. Hans Kammerlander, che ha scalato tredici dei quattordici giganti sopra gli ottomila metri, non ha voluto chiudere la serie. Questo atto di rinuncia è per me il più profondo omaggio alla natura schiacciante di quelle quote. È un atto di umiltà che si prolunga, ogni anno che passa lui rinuncia. Ma non è solo il granello di pepe di trovarsi nelle vastità più alte del pianeta. C’è in un alpinista il desiderio di staccarsi da mura e rimettersi nella corrente  dei viaggi a piedi con la casa in spalle. Tornare nomadi, accamparsi ogni sera in una tappa diversa. Si restringono i bisogni al necessario minimo, comprese le parole che sono tutte utili a un dafarsi. Si scioglie neve su un fornello a gas per procurarsi acqua, si scava una piazzola per piantare una tenda, ancorarla robusta contro il vento. E ancora, alpinismo è arte della fuga. A valle si celebrano le cime raggiunte, non quelle mancate, forzati a rinunciare da ostacoli improvvisi, minacce scatenate da vento, nebbia, fulmini, valanghe. Allora l’alpinista deve ammettere in tempo la partita persa, anche se sta a un tiro di sasso dalla cima e mettere ogni forza per tornare indietro. L’alpinismo è spesso più avventuroso e micidiale in discesa.
L’uomo di montagna deve allora essere stratega ed eseguire l’arte della fuga, una ritirata in ordine perfetto perché non sia una rotta precipitosa, sbaragliata. Infine c’è il carato della bellezza che si rivela a forza di aumentare di quota, forzare l’orizzonte. Allora di notte le stelle stanno intorno e addosso, non solo sul soffitto. In cerca del carato di bellezza si avviano su pendii scoscesi, su pareti a strapiombo i volontari della scala di Giacobbe, che fanno le veci terrene degli angeli del sogno, salendo e scendendo gli infiniti gradini, sbucando al di là delle nuvole.  

L’articolo di Erri De Luca, scrittore con la passione dell’alpinismo e ottimo climber, è ospitato con il titolo «Ma in montagna vince l’arte della fuga» nel nuovo numero della rivista ‘Vita e pensiero’ in edicola e in libreria da lunedì 4 luglio. 

Dal newsgroup it.sport.montagna copio-incollo, infine, un commento di Luca Signorelli: 

 "Erri De Luca non è certo fra i miei scrittori preferiti, ma questo articolo, nonostante la dubbia provenienza:-), è apprezzabile. Interessante la vaga  toccata contro una certa  antropomorfizzazione ‘in positivo’ delle montagne e della natura in generale: è strano come molta gente tenda a non ricordarsi che le montagne non sono né "buone" né "cattive", ma cieche e indifferenti, e che del nostro amore (fortunatamente) non sanno che farsene.

 

6 luglio 2005

 

 Anni fa, in un attacco di romanticismo post-moderno, scrissi la seguente poesia:

IL BACIO

 

E finalmente
i palpitanti orli
delle fessure
d’ingresso
dei loro
tubi
digerenti
aderirono
saldamente
nella luce
purpurea
del crepuscolo
 

 UN PAIO DI GIORNI FA, IL 4 LUGLIO 2005,  HO TROVATO SULL’AUTOREVOLE "IL GAZZETTINO" UN ARTICOLO CHE AGGIUNGE SCIENTIFICITA’ ALLA MIA STRUGGENTE INTUIZIONE.

http://www.gazzettino.it/VisualizzaArticolo.php3?Codice=2490260&Luogo=Main&Data=2005-07-04&Pagina=5&Hilights=Il+bacio

FRANCIA Uscito il primo manuale su tutto quello che c’è da sapere sull’incontro di due bocche, scienza, storia e geografia comprese

Il bacio? Sentimento, 27 muscoli e milioni di germi

Parigi

Altro che apostrofo rosa tra le parole «t’amo», come declamava Cyrano de Bergerac! Altro che «sublime ebbrezza di una bocca zuccherina», come recitava Paul Verlaine! Quando si bacia, quando una bocca si unisce ad un’altra, si mettono più o meno in movimento – dipende dalla passione, dalla intensità, dalla concentrazione – 27 muscoli, di cui 17 sono quelli della lingua, 9 milligrammi d’acqua, 0,18 di sostanze organiche, 0,7 di materie grasse, 0,45 di sale, centinaia di batteri e milioni di germi.

Chi bacia? Quando, come, dove, perché? E cosa succede al corpo di chi bacia o a quello di chi si bacia? È un libro di un professore di fil osofia, esperto di letterature comparate, Alain Montandon, appena uscito in Francia – «Le baiser. Le corps au bord des levres» – che cerca di ricostruire origini, storia e storie, luoghi e geografie del bacio , di tutti i baci.

Non è un trattato, ma un libretto agil e, leggero, di 122 pagine – l’autore ha già scritto una "Poetica dei luoghi" – attento a scoprire modi o curiosità del bacio nella letteratura etnografica e nella letteratura tout court. Ma non solo letteratura: il bacio è indagato, analizzato attraverso l’antropologia, la psicologia, la fil osofia, la religione, la storia dell’arte.

Perché – dice Montandon – è una psicanalisi semplificata quella che fa risalire il bacio al ricordo delle poppate dal seno materno. Così lo spessore simbolico del bacio oltrepassa la sua dimensione sensoriale, sensuale o sessuale, e sfida ogni interpretazione. Il bacio è messaggio senza parole – e dunque dai mil le significati contraddittori – è linguaggio, espressione del corpo e, naturalmente, dell’anima: trasfusione di anima, di anime, scambio di soffi, respiri, di vita, di vite. Ogni bacio – sottolinea Montandon – è «un mondo da esplorare». Si bacia il sacro – un altare, una statua, una tomba – si bacia per salutare, per rendere omaggio, per tradire, per perdonare e naturalmente per manifestare tenerezza ed amore. Ma quando si vende il proprio corpo per fare l’amore non si bacia.

C’è una cronologia dei baci: il primo, che non ha eguali e che non si scorda mai, l’ultimo, che in realtà non esiste. E una geografia: sotto la pioggia, sulla spiaggia, sul marciapiede di una stazione, in un atrio. Da qualche parte del mondo si baciano le ciglia, da un’altra il naso, ci si bacia all’europea.

Ci sono i baci mai ricevuti, sognati, quelli inviati – per cartolina, per e-mail , o soffiando sulla mano – e che non si è mai sicuri che giungano a destinazione. Perché – diceva Franz Kafka – «sulla strada li bevono i fantasmi».

5 luglio 2005

A integrazione dell’articolo di ieri sulla Via Francigena, riprendo da:


       L’Unità  di venerdi’ 13 maggio 2005


      la testimonianza di


  Stefania Scateni

 

 

Un’infiltrata  

tra i pellegrini

————————————

(Camminare serve a vivere?  L’esperienza spirituale e corporale e

il racconto del pellegrinaggio sulla Francigena, antica via medioevale

che univa il Mare del Nord alla tomba di San Pietro insieme ai fedeli

e all’equipe di un programma RAI).

 

C’è una scena nel terzo episodio di "Ritorno al futuro" nella quale

Doc, malato d’amore, parla del futuro ai cow-boy.

Lui, scienziato scaraventato nell’Ottocento per via di un incidente

alla sua macchina del tempo, racconta ai vaccari seduti davanti al

loro bicchiere di whisky di com’è (come sarà) la vita cent’anni più

avanti.

Tra le mirabilia descritte da Doc l’unica che suscita l’ilarità del

pubblico è l’automobile.

Ridicolo pensare che l’uomo non camminerà più perché per spostarsi

ci saranno delle macchine costruite appositamente.

E ancora più ridicola la spiegazione che Doc dà agli attoniti cowboy:

"Nel futuro gli esseri umani cammineranno e correranno -per

divertimento-".

Della naturalezza e necessità del camminare ci siamo scordati da un

pezzo, in effetti, Roland Barthes lo diceva meglio: "Camminare è

forse, mitologicamente, il gesto più comune, e quindi più umano".

Credo che sia stato anche per cercare quella naturalezza che ho

accettato l’invito di RadioTre a percorrere a piedi un tratto della

Via Francigena per una trasmissione dedicata ai pellegrinaggi (andrà

in onda ancora per qualche giorno: oggi alle 18,00, domani alle 19,50

e alle 18 e domenica alle 10,50).

Trasmissione che l’anno scorso ha ripercorso la via di Santiago de

Compostela e quest’anno, invece, ha scelto un’antichissima strada che

collegava il Mare del Nord alla tomba di San Pietro.

Riscoprire la naturalezza del camminare (riscoperta che, per chi ha

avuto la fortuna come me di crescere quasi in campagna, si accompagna

spesso anche al ricordo) è anche scoperta di una spiritualità alla

portata di tutti perché viene dai piedi e dal respiro e rende il

camminare sinonimo di meditazione.

Partito da Novalesa il 3 aprile, il programma ha impegnato ogni

settimana due conduttori-camminatori che hanno percorso un tratto di

strada e raccontato via radio la loro esperienza.

A "intellettuali" e giornalisti, compreso il direttore di RadioTre

Sergio Valzania, che è anche l’ideatore del programma, il compito di

fare ogni giorno una radiocronaca di quarantacinque minuti del loro

cammino.

La tappa che ho percorso insieme al collega Gigi Riva dell’Espresso,

penultima delle sei settimane dell’intero cammino, ci ha portati da

Buonconvento, in Toscana, a Montefiascone, nel Lazio: centocinquanta

chilometri a piedi in sette giorni percorsi per valli e monti, su

sentieri di campagna e qualche tratto di asfalto, immersi nei colori e

negli odori della terra e del cielo.

Abbiamo camminato dalle cinque alle sei ore al giorno, da paese a

paese, ogni tappa un luogo diverso e un letto diverso.

E abbiamo visto tutti i verdi e i marroni della campagna senese,

falchi, poiane e farfalle, chiese che aveva visitato prima di noi

Carlo Magno, rocche dove si era riposata santa Caterina, castelli

"finti" e "veri", compreso quello del bandito "gentile" Ghino di

Tacco; abbiamo guadato piccoli fiumi, attraversato distese e distese

di vigneti, disceso le rocce calcaree formate dalle acque solforose

delle sorgenti termali, valicato passi, percorso sentieri in boschi

da favola, ritrovato resti umani della seconda guerra mondiale,

calpestato il basolato romano della Cassia antica, visitato borghi

medioevali, piccoli cimiteri e chiese che nascondevano tesori.

Ci ha assistito uno staff eccezionale, che ha reso possibile il

cammino, composto da Chiara Galli, Giovanna Savignano e Maurizio

Lepri.

"Di tutto quello che ho imparato sulla Via Francigena" – mi ha detto

Gigi una volta tornato a Roma – una frase mi e’ tornata molto spesso

in mente: "Si può".

Si può camminare per centocinquanta chilometri, si può decidere di

andare al ritmo del passo dell’uomo, si può prendere del tempo per

sé, staccare, e rendersi conto, al ritorno, di non aver perso niente.

Penso al nostro lavoro di giornalisti, alla velocità che ci assilla.

Ma dove ci porta tutta questa velocità?

È il prendere tempo che rende possibile vedere e capire quello che

ci succede e non è un caso che ora il giornalismo abbia ceduto il

passo nel raccontare la realtà alle arti.

Penso al cinema, per esempio, alla sua natura documentaria e alla sua

lentezza di realizzazione rispetto a quella di un giornale".

Pellegrini laici su una strada calpestata nei secoli da migliaia e

migliaia di pellegrini credenti, Gigi e io eravamo senza rosario né

coltello né "baculum" (il bastone del pellegrino) e, quindi, vicini

ad essere dei perfetti imbecilli (Gigi non me ne vorrà perché sa che

"imbecille" vuol dire -senza baculum-), almeno per quello che riguarda

le questioni religiose.

Ma le vie del signore sono infinite. O meglio, lo sono le vie dello

spirito e dei piedi.

Infinite quasi come i diverticoli della Francigena, che non è

strettamente una -strada- ma un sistema viario con molte alternative

e varianti, – anche se un’ipotetica unitarietà può essere desunta

dal diario di viaggio dell’arcivescovo di Canterbury Sigerico che,

nel 990, di ritorno da Roma, annotò le 79 tappe del suo cammino verso

Canterbury in un percorso preciso anche nella descrizione dei punti

di sosta.

La Francigena comunque rimane un’ipotesi più che una strada:

nonostante Sigerico, non c’è un tracciato sicuro, nei secoli il

percorso è stato spostato più a est o più a ovest per motivi

geopolitici, lo stesso percorso cambiava a seconda delle stagioni, e

di recente molti tratti sono stati oscurati e soppiantati da campi

coltivati, costruzioni o asfalto.

Per questo siamo sempre stati accompagnati da guide.

Guide della Giovane Montagna che "cercavano" la Francigena mentre noi

la "fissavamo", come due "Pollicini" del terzo millennio, in una carta

virtuale attraverso il GPS, un’apparecchiatura elettronica che grazie

al satellite segna la strada.

Mai avevo camminato su un’ipotesi (mai un’ipotesi mi aveva fatto

venire le vesciche) e mai avevo contribuito a segnare una strada.

Un onore che comporta anche enormi responsabilità, come mi ha

spiegato il geografo e filosofo Franco Farinelli che legge in questa

operazione la fine definitiva della modernità – di una cultura

costruita sullo spazio, sul concetto di confine e su parametri di

vicinanza e lontananza ormai obsoleti – e l’ingresso in una cultura

ancora tutta da costruire.

Camminare è prendere il proprio tempo, procedere al ritmo del respiro

e delle gambe, conquistare la lentezza giusta per vivere, guardare e

metabolizzare ciò che ci circonda e ci succede.

Camminare, insomma, non e’ solo una metafora del tempo ma anche una

metafora del vivere.

La nostra guida diceva spesso, per rincuorarci nei momenti di fatica,

che al terzo giorno di cammino cambia anche la nostra mentalità.

A dire la verità, per prima e’ cambiata la mia "corporeità": le gambe

procedevano autonomamente come se fossero dotate di cervello, passo

dopo passo, lunghe falcate in salita, più corte in discesa.

Mi hanno detto che faccio il contrario di quello che si fa di solito,

perché in genere si accorcia il passo in salita e si allunga in

discesa.

Dev’essere per via delle radici contadine che mi hanno lasciato in

eredità testa dura e resistenza..

Al terzo giorno di cammino (avevamo già percorso una settantina di

chilometri) ho sognato di camminare senza vestiti e Gigi mi toglieva

dall’imbarazzo in cui mi trovavo rassicurandomi che andava tutto bene.

È stato così, con un sogno, che ho cominciato a capire quello che

stavamo facendo e che ci stava succedendo.

Ci stavamo asciugando: nonostante i panorami splendidi che scorrevano

davanti agli occhi come film al -ralenty-, la fatica e il dolore dei

muscoli, le storie fantastiche (e vere) di re, sante, briganti e

cavalieri che le guide ci raccontavano, il camminare toglieva a

poco a poco qualcosa dai nostri corpi e dalle nostre menti.

Ci spogliava, come scriveva il viaggiatore Nicolas Bouvier.

Spogliati del sovrappiù che ci carichiamo nel quotidiano, frenetico,

del lavoro, dei tempi e dei valori che gli impegni e la civiltà ci

impongono e che spesso adottiamo in maniera automatica, diventa più

chiaro cosa siamo e quali sono le gerarchie della vita.

Si semplificano i valori.

Diventa chiaro cosa è importante per noi, diventa diretto e intenso

anche il rapporto con gli altri.

E diventa chiaro quello che dicono i cristiani, che il tempio è il

corpo, e quel che fanno i buddisti, pregare camminando.

Abbandonando le riflessioni spirituali, lo dico in un altro modo:

diventa chiaro che il tempo naturale di un essere umano non coincide

con il tempo della -civiltà-, che prendere il proprio tempo camminando

al ritmo del respiro ci permette di sentire il proprio tempo e che

sentire il proprio tempo è vivere nel mondo.

Semplificare la vita, vuol dire rinunciare al superfluo, pensare

positivo: il pellegrinaggio è anche uguaglianza e accoglienza

dell’altro, non c’e’ niente da perdere a incontrare "l’altro", non ci

sono beni, territori ne’ merci da difendere.

Non c’è consumismo né tecnologia (a parte il GPS), non c’è casta

né denaro.

Camminare una settimana sulla Via Francigena è stato come camminare

sulla Luna e guardare il mondo da lontano. Eppure non mi sono mai

sentita cosi’ dentro al mondo come sulla Via Francigena.

Mi viene in mente ancora un film di cassetta.  Si intitola "Tutte le

manie di Bob" e uno dei protagonisti è Bill Murray che interpreta il

Bob del titolo, paziente multifobico e rompiscatole di Leo Marvin un

celebre psicoanalista (l’attore è Richard Dreyfuss).

Marvin è tronfio, pieno di sé, ambizioso e un po’ antipatico, ma ha

un consiglio da dare a Bob: "passi di bimbo", raccomanda, un passo

alla volta e la paura passo dopo passo se ne va.

E’ incredibile come si possa avere delle epifanie anche nelle

scemenze americane.

 

4 luglio 2005

Susanna Tamaro 

ed Enea Fiorentini  

sulla Via Francigena. 

Copio incollo da www.viafrancigena.com 

 «La Via Francigena che da Canterbury portava a Roma è un itinerario della storia, una via maestra percorsa in passato da migliaia di pellegrini in viaggio per Roma. Fu soprattutto all’inizio del secondo millenio che l’Europa fu percorsa da una moltitudine di anime "alla ricerca della Perduta Patria Celeste". Questa via attesta infatti l’importanza del pellegrinaggio in epoca medioevale: esso doveva compiersi prevalentemente a piedi (per ragioni penitenziali) con un percorso di 20-25 kilometri al giorno e portava in sé un fondamentale aspetto devozionale: il pellegrinaggio ai Luoghi Santi della religione cristiana. È noto come tre fossero i poli di attrazione per questa umanità in cammino: innanzitutto Roma, luogo del martirio dei Santi Pietro e Paolo; Santiago de Compostela, dove l’apostolo San Giacomo aveva scelto di riposare in pace e naturalmente Gerusalemme in Terra Santa. Il pellegrino inoltre non viaggiava isolato ma in gruppo e portava le insegne del pellegrinaggio (la conchiglia per Santiago de Compostela, la croce per Gerusalemme, la chiave per San Pietro a Roma). Va detto che queste vie di pellegrinaggio erano allo stesso tempo vie di intensi scambi e commerci e che le stesse venivano percorse dagli eserciti nei loro spostamenti.»

Dal 3 aprile al 14 maggio di quest’anno Radio 3 ha dedicato collegamenti quotidiani ai gruppi di camminatori che la percorrevano a piedi. Conduttrice della seconda settimana è stata Susanna Tamaro, che ha dichiarato:

"Ho sempre amato camminare e affrontare le cose in modo estremamente lento. Vivo sul percorso della Via Francigena, al confine tra il Lazio e l’Umbria e nel 2000 ho visto passare davanti a casa mia moltissime persone che andavano a piedi a Roma, per il Giubileo.  Per anni, inutilmente, ho cercato un amico che mi accompagnasse nell’avventura così adesso, che mi si è offerta l’occasione, non me la lascio certo scappare.”  

 L’annuncio della Tamaro (insieme a dei consigli su

come farsi pubblicare il primo libro) è qui:

http://www.susannatamaro.it/esclusive/main.html

Il 10 di aprile 2005 prenderò parte a una tappa di una settimana del cammino della Via Francigena, insieme a Alessandro Cannavò per Radiotre, Rai. www.laviafrancigena.rai.it Vi relazionerò ogni sera alle 18 dai microfoni di Radiotre Rai. Sto facendo le valigie. Sono piuttosto perplessa sulle mie possibilità di sopravvivenza, visto il mio scarso anzi nullo allenamento nella marcia. Vi terrò aggiornata sul mio stato di usura, tutti i pomeriggi dalle 18 alle 18.45, dai microfoni di Radiotre. Spero di farcela.”

Il mio amico Enea Fiorentini, grande alpinista, grande camminatore e scrittore (co-autore di una delle guide della Via Francigena, “Il sentiero del pellegrino”, a cura della Giovane Montagna), era uno degli accompagnatori dei giornalisti RAI sulla Via Francigena, dal confine italo-francese (dall’abbazia di Novalesa nei pressi del valico del Moncenisio, in Alta Valle di Susa – Piemonte, a Roma), per un percorso di oltre 800 km lungo i sentieri storici della Via Francigena di Sigerico

Gli ho scritto per chiedergli se avesse conosciuto la Tamaro. Mi ha risposto:

“Ciao Lucio,

purtroppo non ho fatto in tempo a conoscere Susanna Tamaro, poiché camminava con il giornalista Alessandro Cannavò in un tratto del percorso francigeno (tra Emilia-Romagna e Toscana) dove non ero io la guida ma un amico del CAI di Sarzana. Ho conosciuto invece David Riondino a Roma, in Piazza San Pietro in Vaticano, lo scorso 14 maggio, alla fine della camminata, in occasione della cerimonia finale. Un tipo simpatico, all’apparenza scorbutico, ma poi molto alla mano. Nel percorso che ho guidato io ho conosciuto Stefania Scateni (giornalista de L’unita’) e Gigi Riva (giornalista dell’Espresso), due simpatici giornalisti con i quali ho fatto circa 150 km in 7 giorni, poi loro hanno ceduto il passo a Sergio Valzania (Direttore di RAI-Radio2 e di RAI-Radio3) e a Lorenzo Sganzini (Direttore di Radio2 della Radio Svizzera Italiana), con i quali ho proseguito il cammino fino a Roma.  In totale io ho camminato per circa 300 km (11 tappe su 40). Molte altre guide (anche di altre associazioni) si sono precedentemente alternate aiutando altri giornalisti (questi sono stati in totale 12) in un cammino durato 6 settimane (dal 3 aprile al 14 maggio 2005) per circa 800 km a piedi.
Ogni giorno i 2 giornalisti raccontavano le loro sensazioni, in diretta sulle frequenze di Radio3, dalle ore 18 alle 18,45 in una radiocronaca giornaliera. Foto e cronache sono  tuttora contenute sul sito RAI-Radio3, all’indirizzo:

http://www.radio.rai.it/radio3/laviafrancigena/

Queste radiocronache verranno replicate, sempre su Radio3, dal 23 luglio al 14 agosto 2005, a partire dalle ore 10,50, in ogni sabato e domenica mattina.  Sto cercando di scrivere la Cronaca di questa camminata del 2005 con i giornalisti RAI, così  complessa (una vera avventura), per le molte associazioni coinvolte insieme con la GM. Le sezioni GM di Pinerolo e di Torino sono state coinvolte nella revisione
dei percorsi in Piemonte (attraverso la Val di Susa, partendo dall’abbazia di Novalesa)  e poi nella guida delle loro 4 tappe, mentre noi della GM di Roma siamo stati coinvolti nella verifica e poi nella guida sulle nostre 13 tappe finali da Siena a Roma, accompagnando non solo i giornalisti RAI e i loro amici ma anche un folto gruppo di amici e soci GM (di Venezia, Modena, Roma) che variava giornalmente tra le 25 e 35 presenze. Parlare di noi non è semplice, parlare del coinvolgimento di altri (guide, giornalisti, partecipanti vari, ecc..) e’ arduo… :-)) Ma piano piano riuscirò a confezionare qualcosa, per ricordare questo evento. Forse, finalmente, sta per uscire (previsione 5 luglio ’05) la nostra nuova guida francigena: "I Sentieri lungo la Via Francigena, da Siena a Roma" che illustra – con testi, mappe, foto, informazioni varie-, oltre alle tappe del percorso di Sigerico, anche molte altre interessanti varianti laziali. Mi chiedi di inviarti qualcosa di scritto sulla "Via Francigena". Non saprei fare una scelta! Se dai un’occhiata sul mio sito, nella sezione "Aggiornamenti su attivita’ francigena", all’indirizzo:
<!–[if !supportLineBreakNewLine]–>
<!–[endif]–>

http://www.eneafiorentini.it/ifranagg/ifranagg.html 

troverai pagine e pagine scritte  sull’argomento. Le cose più belle, per me, sono le "cronache" delle varie camminate che abbiamo continuato a fare sui vari tratti della "nostra" Via dal 1999 ad oggi. Alcune di queste "cronache" sono state scritte da me, altre da soci di altre sezioni GM, ma tutte hanno trovato posto in questa sezione del mio sito, corredate da molte foto, per dare un segno di continuita’ ad un lontano progetto, ad una speranza di valorizzazione di un importante itinerario storico-culturale italiano. La cronaca della camminata del 2004 (alla quale hai partecipato anche tu) e’ stata scritta da Bruno Romanelli (sez. GM di Venezia), ma anch’essa e’ pubblicata sul mio sito. Molti brani di testo e molte foto, che ho inserito per completare il testo di Bruno, sono miei. Un’altra bella "cronaca", scritta a quattro mani (mie e di Giuliano Borgianelli Spina) descrive le vicende relative alle camminate in Toscana nel 2003, in Valdinievole e in Valdelsa. Di questa cronaca esistono due versioni: una seriosa e una piu’ divertente, tradotta da Giuliano in un "ipotetico" linguaggio dei pellegrini medioevali. Se dai un’occhiata a queste pagine sicuramente ti divertirai. L’indirizzo della versione "medievale" è:

http://www.eneafiorentini.it/ifranagg/ifranagC2.html

Tra le pagine della sezione citata, c’e’ un poema di vago sapore mitologico,
una vera poesia scritta in dialetto romanesco dal nostro poeta-filiosofo-camminatore: Giuliano Borgianelli Spina che si diletta e ci diletta in questo tipo di racconti che prendono lo spunto, spesso, da fatti realmenti accaduti durante le nostre escursioni.
Il "poema" si chiama: "La Ballata della Scrofa Falisca" e prende lo spunto proprio da eventi capitatici nella camminata sulla Via Amerina del 2000. Con noi c’era un folto gruppo di camminatori, tra cui veneziani, modenesi, piemontesi, ecc.. e stavamo  inaugurando un percorso nuovo in una zona di forre selvagge a nord di Roma..
Sono convinto che la "Ballata" meriti  di essere conosciuta. La puoi leggere (e divertirti) sulla pagina del mio sito, nella stessa sezione su indicata, all’indirizzo:

http://www.eneafiorentini.it/ifranagg/ifrabafa.html

Insomma, trova un po’ di pazienza, dai un’occhiata a questi testi e poi fammi sapere….!!
Al di fuori delle "Cronache" francigene, ho scritto qualche altra cosa…  Un contributo per il gruppo di Ufficiali degli alpini, ex-allievi della SMAlp (Scuola Militare Alpina di Aosta) in occasione del 40° anniversario del nostro 40° Corso AUC, che presto vedrà la luce in un libretto fuori commercio.  Ma anche molti racconti, che parlano di montagne o che hanno come sfondo le stesse o ambienti naturali. Questi li puoi trovare  nell’apposita sezione: "I miei racconti", all’indirizzo:

http://www.eneafiorentini.it/iracc/gen_irac.html

Alcuni di questi sono già stati pubblicati su alcuni siti "online", altri solo sul mio. Di questi, non ti saprei indicare quello che preferisco poiché ognuno mi ricorda momenti particolari. Forse per l’ultimo racconto, dal titolo: "Libro di Vetta", ho una certa predilezione poiche’ l’ho scritto un po’ per salutare il Gran Sasso e le sue vette, alla vigilia di lasciarlo (dopo 30 anni di assidua frequentazione) per fare ritorno in Valle d’Aosta. Questo racconto presenta un interessante link ad un archivio di frasi e citazioni, ricavati dai vari libri di vetta recuperati dalla cima piu’ alta del Corno Grande (la Vetta Occidentale m.2912 slm). Il recupero, la sostituzione e la gestione dei libri di vetta di questa cima sono curati dalla GM di Roma. Questo racconto, un po’ curioso, si trova all’indirizzo:

http://www.eneafiorentini.it/iracc/irac_vetta.html

Spero di averti stuzzicato un po’ la curiosita’… :-))

A presto!  Un saluto da Enea

 

 

3 luglio 2005


FALORNI

VERSUS

CELATI

Oggi, tornando dal Lido in vaporetto, ho iniziato il libro di Celati sul finto popolo dei Gamuna. Devo confessare che, di tanto in tanto, ho provato la sensazione di stare leggendo delle autentiche baggianate, solo a tratti divertenti. Invece stasera ho potuto finalmente vedere un film che attendevo da mesi: "La storia del cammello che piange", ambientato in un luogo reale, il deserto del Gobi in Mongolia. Mi ha emozionato molto di più e mi affretto a copia-incollare l’intervista al regista reperibile qui:

Titolo: Luigi Falorni presenta La storia del cammello che piange
URL: http://cinema.castlerock.it/interviste.php/id=1257

[L’intervistatore è Massimo Borriello, la data dell’intervista il 23 maggio 2005]

Arriva questa settimana nelle sale italiane La storia del cammello che piange, il fortunato documentario realizzato da Byambasuren Davaa e Luigi Falorni come film di fine corso alla Scuola di Cinema di Monaco che ha conquistato il pubblico di tutto il mondo ed è arrivato a un passo dall’Oscar. Girato nel Deserto del Gobi, il lavoro dell’esordiente coppia mongolo-italiana apre una finestra su una cultura lontana per parlarci di sentimenti universali come amore e solidarietà attraverso la storia di un cammello che rifiuta il proprio figlio e di una famiglia di nomadi che lotta per tenerli uniti.

Falorni, com’è nata l’idea di questo documentario?

Quando eravamo insieme alla Scuola di Cinema di Monaco, Byambasuren mi parlava spesso della sua terra, la Mongolia, e un giorno mi ha raccontato di questo rituale del risveglio, attraverso la musica, dell’istinto materno del cammello che rifiuta suo figlio, una cosa che mi ha entusiasmato per la sua particolarità, ma al tempo stesso per la sua portata universale. La sua lettura è la stessa in tutto il mondo, perché ci sono elementi di base che vanno oltre la singola cultura: il rifiuto, l’abbandono, la perdita dell’amore e il suo ritrovamento.

Non sarà stato facile trovarsi nel posto giusto al momento giusto per filmare un simile evento.

Il film ha rischiato di saltare più volte perché abbiamo incontrato grandi difficoltà. Siamo arrivati in Mongolia a marzo, ma abbiamo dovuto rimandare le riprese per due settimane perché non arrivavano i soldi della produzione. Come se non bastasse ci siamo ritrovati in balia di tempeste di neve e venti che soffiano alla velocità di 150 km/h. Quando abbiamo raggiunto l’accampamento della famiglia molti cammelli avevano già partorito. Siamo stati anche sul punto di mollare perché non riuscivamo a filmare quello che ci eravamo preposti e le cose sembravano andare a rotoli, ma poi la fortuna ci ha aiutato e il film è stato realizzato. Abbiamo scelto una famiglia che aveva tanti cammelli e abbiamo avuto modo di assistere a tante nascite, perché i cammelli partoriscono tutti nell’arco di un mese in primavera, e quello che vediamo nel film è stato proprio l’ultimo parto.

Siete partiti quindi per la Mongolia con un’idea ben precisa sul film che volevate realizzare.

L’idea di fondo era incontrare questa famiglia e capire anche insieme a loro che film fare. All’inizio avevamo una sorta di semi-sceneggiatura, poi abbiamo fatto una ricerca per raccogliere ulteriori informazioni e capire se questa storia che avevamo scritto poteva essere effettivamente realizzare. Devo dire che questa famiglia si è subito entusiasmata tantissimo al progetto e ci ha dato tutto l’appoggio possibile.

Cosa l’ha affascinata di questa famiglia?

Sono persone incredibili perché non mollano mai e il rimedio che propongono per ogni problema è la solidarietà, l’unione, l’essere pronti l’uno per l’altro, per chi si trova in difficoltà, sia esso un essere umano o un cammello. Questo forse è stato il fattore determinante che ha fatto sì che molte delle persone che hanno visto il film provassero una grande nostalgia per un tempo passato. Oggi siamo più individualisti e l’individualismo portato all’estremo ti lascia soli.

Nel film si parla anche di civilizzazione e degli effetti che questa ha sulle popolazioni nomadi, soprattutto sulle generazioni più piccole. Un passaggio obbligato?

Era impossibile fare questo film senza rapportarlo al presente, ma la nostra intenzione non era puntare il dito contro la civilizzazione. La città, per i bambini nati e cresciuti nel deserto, è un po’ come Disneyland, piena di giochi come la televisione, le motociclette, i videogames e i gelati. La mia sensazione è che quella dei nomadi sia comunque una cultura forte, non facilmente occupabile, che sopravviverà nonostante televisione e motociclette. Certo ora il bisnonno, che prima raccontava le storie, con l’arrivo della tv ha perso il suo lavoro!

Perché i documentari sono tornati così di moda al cinema?

E’ cambiato il modo di farli. Ormai i documentari si stanno avvicinando sempre più alla fiction. In tutti quelli che finiscono nelle sale c’è uno sforzo di raggiungere una narrazione attraverso i meccanismi della fiction, come suspense e dramma, per venire incontro alle esigenze del pubblico. Molti fra i documentari più belli sono opere prime, in cui spesso i registi parlano della propria famiglia, del proprio passato, e per questo non riescono più a ripetersi. Penso, per esempio, a Una storia americana di Andrew Jarecki. In America il boom del documentario si deve al fatto che nell’era Bush la realtà delle cose è così distorta che le persone sperano, attraverso i documentari, di capirci un po’ di più di come va il mondo.

2 luglio 2005


Gianni Celati


vince il


Supercampiello





Shakespeare, nel IV atto de “La Tempesta”, fa dire a Prospero: "Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata dal sonno". Pedro Calderon de la Barca, in “La vita è sogno” fa trasportare il principe Sigismondo (addormentato) dalla torre in cui è prigioniero alla corte di re Basilio, suo padre, che vuole metterlo alla prova. Sempre nel sonno lo fa poi ricondurre al luogo da cui era stato prelevato, dove Sigismondo crederà di aver sognato tutto. Poiché, tuttavia, il sogno gli apparirà verosimile quanto la realtà a cui è tornato, ne dedurrà che anche questa sia mera illusione: "La vita non è che un sogno dal quale ci si risveglia con la morte."

Il tema di ‘Fata morgana’ di Gianni Celati, vincitore del prossimo Supercampiello (così leggo nella mia sfera di cristallo:-) ), è un viaggio nell‘ignoto paese dei Gamuna, che, shakesperiani pure loro,  considerano la vita da svegli come ‘la grande allucinazione del mondo’; mentre, quando dormono, hanno la sensazione di entrare in una dimensione meno ingannevole, molto più reale. 

Nell’incontro con il pubblico al Future Centre di Venezia, Celati ha confessato di aver scritto “Fata Morgana” ben 19 anni fa, ma di averlo considerato “maturo per la pubblicazione” solo di recente. Ha aggiunto, anzi, di averlo capito fino in fondo quando lo ha riletto nelle bozze di stampa. L’intervistatore Renato Pestriniero ha esordito dicendo: “So che lei insegna letteratura anglo-american… ". E Celati: “Errato, non insegno più”. “Sì, ma lei, professore… ". E Celati: “Non sono più professore, ma solo ex-professore”. “Be’, allora non so come chiamarla”. Risposta: “Mi chiamo Gianni Celati”, eccetera. Poi, prendendo la parola, il vincitore del prossimo Supercampiello ha ricordato di essere affascinato da sempre dai libri di viaggio, soprattutto se fantastici, di averne tradotti molti, per esempio Gulliver, di aver desunto la concezione della vita come illusione da suo padre, di aver sempre pensato che la letteratura non serva tanto a far esprimere gli autori, quanto ad aiutare gli uomini a studiare la vita. Si è dichiarato appassionato di fantascienza, il cui futuro – assicura – starà soprattutto nell’indagare il nostro spazio interiore, più che l’outer space. A differenza della narrativa tradizionale, che funziona in base al meccanismo dell’identificazione del lettore con i personaggi, la fantascienza sfrutta il meccanismo contrario, quello dello straniamento, in base al quale il lettore deve prendere soprattutto atto dell’estraneità/ difformità di un personaggio rispetto a se stesso. Nella sua produzione narrativa, come nella sua attività di lettore e traduttore, il suo interesse ricorrente è sempre stato “l’avventura alla scoperta dell’altro, il distacco comico dal mondo delle certezze e delle percezioni ordinarie”.

P.S. Quando gli ho porto una copia del libro per l’autografo, visto che esitava dopo aver scritto "Lucio", gli ho suggerito di aggiungere "a non lucendo". E così ha fatto:-)