Archive for ottobre 2005

22 ottobre 2005

CERCO SCRITTORE

Il 7 marzo 2004 la signora Nisco6 aprì in it.cultura.libri il thread ‘Cerco scrittore’: 

 

«Mi piacerebbe scrivere un libro su mio figlio morto a 17 anni per un tumore!! Naturalmente non saprei da che parte incominciare, ci sarebbe qualcuno in grado di aiutarmi? È una cosa insensata volere immortalare in un libro la breve vita di un figlio? Ma d’altronde cosa c’è di giusto e di sensato in tutto quello che gli è successo??»

 

Mio commento (nick LUCANGEL):

 

Mi piacerebbe scrivere un libro su mio figlio morto a 17 anni per un
tumore!!

Con tutto il rispetto per il tuo dolore, mi sembra un’idea demenziale commissionare ad altri l’espressione di sentimenti che solo tu hai potuto provare. Ancora più demenziale quella di trasformare l’esperienza in un’opera di valore letterario, in mancanza di qualsivoglia talento in tal senso.

 
>
È una cosa insensata volere immortalare in un libro la breve vita di un figlio?

Un libro, oggi, non IMMORTALA proprio nessuno (escono oltre 60.000 nuovi titoli l’anno). Dura lo spazio di un mattino e il più delle volte scompare senza lasciare traccia. Costruisci, piuttosto, un album di fotografie e di ricordi ***per te*** e per quanti l’hanno conosciuto. 

 

RISPOSTA della signora Nisco6: 

 

> Con tutto il rispetto per il tuo dolore, mi sembra un’idea demenziale commissionare ad altri l’espressione di sentimenti che solo tu hai potuto provare.

Se volevi scoraggiarmi, ci sei riuscito in pieno. Tuttavia, non ho ritenuto "dementi" quelli che lo hanno fatto, raccontando il loro personale dolore per la perdita e considerando che non è la storia a essere importante bensì il messaggio che vuole trasmettere. Giuliano era un ragazzo "speciale" (forse per ogni mamma il proprio figlio lo è ). Era bravo, buono, intelligente, studioso, responsabile, ma soprattutto era un ragazzo con  un’immensa voglia di vivere. Ma speciale forse lo è diventato quando si è ammalato, e con lui speciali tutti quei bambini e ragazzi che hanno provato il calvario di una così devastante malattia che li ha portati inesorabilmente a vivere consapevolmente e lucidamente la fine della loro ormai fragile vita. E siccome è stato un eroe un’ “Opera letteraria” la meriterebbe, ma conoscendolo bene, si accontenterebbe di molto meno!
Comunque grazie lo stesso per la tua opinione.

 

DI NUOVO IO (LUCANGEL) 

 

> Tuttavia, non ho ritenuto "dementi" quelli che lo hanno fatto 

Chi può negare il valore di ‘Cronaca familiare‘ di Pratolini (anche nella trasposizione cinematografica di Zurlini), o di ‘Pianto antico‘ del Carducci? Demenziale, secondo me, è l’idea di ricorrere a un ghost-writer. Quanto alla ‘morte per tumore’ o per Aids o per qualsiavoglia altra malattia, è un ingrediente già ampiamente sfruttato in letteratura e nel cinema (‘Love story’, ‘Anonimo Veneziano’…)

>  tutti quei bambini e ragazzi che hanno provato il calvario di una così devastante malattia che li ha portati inesorabilmente a vivere consapevolmente e lucidamente la fine della loro ormai fragile vita.

Certo, ma perché volerne fare A TUTTI I COSTI dei personaggi anche letterari?

 

ALESSANDRO MAIUCCHI A NISCO6 

 

> Se volevi scoraggiarmi, ci sei riuscito in pieno.

Non devi scoraggiarti. Spetta solo a te decidere come commemorare al meglio la vita di tuo figlio. Se per validi motivi tuoi ritieni che sarebbe giusto farlo attraverso un libro, e persino che questo libro debba scriverlo un altro, fallo e basta. Fai tesoro dei consigli che ti vengono offerti su questo gruppo, al quale hai fatto bene a rivolgerti, ma senza lasciarti scoraggiare al punto da rinunciare al tuo progetto. Considerali semplici consigli tecnici.

> un’Opera letteraria" la meriterebbe, ma, conoscendolo bene, si accontenterebbe di molto meno!

Io nel tempo libero scrivo. Mio padre è morto (tumore al pancreas, ancora oggi il peggiore) quando avevo 18 anni, ora ne ho 37. La sorella di una mia amica, che ho visto praticamente nascere, è morta a 13 anni per la stessa malattia. Questo per dirti che mi rendo conto di cosa parli, e so di non arrivare a comprendere un decimo di quello che provi e spero di non doverlo provare mai. Detto questo, a mio avviso dovresti scrivere tu, con le tue forze, senza aiuti esterni. In questo modo curerai te stessa scendendo a patti con quello che è successo. Quando lo avrai fatto, e se ancora ne sarai convinta, contatta un editor e chiedi cosa ne pensa. Solo a quel punto – eventualmente – scenderà in campo uno che scrive per vivere, che renderà fruibile ciò che tu avrai scritto. Quanto all’insensibile Lucangel, a Roma si dice ‘Speriamo che quando il  Male mio e’ vecchio, il male tuo e’ giovane…’. A te dico: ti sono vicino. Sfoga la tua rabbia e il tuo dolore, perché altrimenti ti devasteranno dentro. Sfogarsi scrivendo lo ritengo un’ottima cura. Se ti serve un aiuto letterario o umano, scrivimi.

 

LUCANGEL A MAIUCCHI

 
> Quanto all’insensibile Lucangel 

Ci avrei giurato che qualche cretino in malafede non avrebbe tardato a deprecare la mia mancanza di ipocrisia. Ho ben chiarito (vai a rileggere) di essere sensibile, sì, al suo dolore, ma non alla sua pretesa di trasformarlo a tutti i costi in opera letteraria  (cito le parole di Nisco: “pur non sapendo nemmeno da che parte incominciare”). Invece di ASSOLDARE un ghost-writer (ad esempio l’inedito Maiucchi), Nisco6 farebbe meglio  – chessò io? – a destinare una somma a favore di un bambino povero, o di un ente di ricerca per la cura dei tumori …

 

ANNA LAMBERTI BOCCONI A LUCANGEL

> Ci avrei giurato che qualche cretino in malafede non avrebbe tardato a deprecare la mia mancanza di ipocrisia. 

 

Ma chi sei tu per dire cosa farebbe o non farebbe meglio a fare una persona? E che razza di moralismo fai mettendo in maiuscolo la parola "assoldare"? Poi: non si tratta di creare a tutti i costi un’ "opera letteraria", ma di dare voce scritta e sensibile a un ricordo, di mettere Su carta il ritratto di una persona. Nisco6 invece dimostra umiltà come valore e purezza d’animo, riconoscendo che vorrebbe un libro su suo figlio, ma non sa scriverlo, e chiedendo aiuto; la pretenziosità sta da
ben altre parti. Poi non mi piace la sfumatura di sufficienza in quel "l’inedito Maiucchi". Abbiamo gente "edita" che non vale una cicca, gente inedita molto sensibile e brava, gente edita che non va in giro a vantarsene e quindi non è nota e la si può scambiare per inedita. In sostanza: "cretino in malafede" puoi dirlo a tuo nonno. Per il resto ciao

 

LUCANGEL AD ANNA LAMBERTI BOCCONI

> di mettere su carta il ritratto di una persona. 

Veramente Nisco6 ha usato il verbo "IMMORTALARE": comprensibile, nel suo stato, il desiderio di prendersi una rivincita (l’***immortalità*** del personaggio letterario contro la brevità dell’esistenza del personaggio reale), ma oggettivamente non assecondabile:-/

> Nisco6 invece dimostra umiltà come valore e purezza d’animo, riconoscendo che vorrebbe un libro su suo figlio, ma non sa scriverlo, e chiedendo aiuto; 


Nisco6 è perfettamente in grado di scrivere un quaderno di ricordi, se l’uso dev’essere quello dello sfogo personale. Se il suo obiettivo, invece, è l’immortalità, è liberissima di illudersi che potrà perseguirla assoldando uno scrittore, ma anch’io di farle capire che non sarebbe la strada giusta. Perché, poi, un libro, e non un quadro o una scultura? Potrebbe più agevolmente rivolgersi a un ritrattista, o a uno scultore (Beneforti?), a mio avviso:-/

> Poi non mi piace la sfumatura di sufficienza in quel "l’inedito Maiucchi".

Se la pretesa è quella dell’immortalità, un autore inedito rende ancora più difficoltoso il perseguimento dell’obiettivo. Dopo il CERCO AUTORE, Nisco6 si vedrebbe ineluttabilmente costretta a un nuovo appello: CERCO EDITORE, a meno che non fosse  disposta a ricorrere – anche in quel caso – a un editore A PAGAMENTO. Ma dalla padella – ahimè – cadrebbe nella brace: più che l’immortalità gli editori a pagamento, infatti, assicurano lauti introiti a se stessi e nessuna circolazione delle opere stampate.

> In sostanza: "cretino in malafede" puoi dirlo a tuo nonno. 

A mio nonno? E perché poverino? Insensibile!!!  

 

MAIUCCHI A LUCANGEL

> Ci avrei giurato che qualche cretino in malafede non avrebbe tardato a  deprecare la mia mancanza di ipocrisia. 


Non sono cretino né in malafede. Tu sei poco sensibile.
     

LUCANGEL A MAIUCCHI

> Tu sei poco sensibile.

Oh, come hai ragione. Se solo avessi avuto un briciolo di sensibilità, non avrei dovuto esitare ad esclamare: "Signora Nisco6, che bell’idea! L’Italia è piena di pennivendoli (benché curiosamente deserta di lettori), smaniosi di cogliere qualunque pretesto pur di esibire i propri muscoli letterari. Gli editori a pagamento, poi, sono già tutti schierati in tua attesa. Volendo, ci sarebbero anche delle sensibilissime maghe (tipo quelle segnalate a Striscialanotizia), capaci di metterti in comunicazione diretta con il tuo sfortunato figliolo. Non lesinare i milioni, dunque: l’immortalità non ha prezzo!!!

NISCO6

Prima di tutto volevo ringraziare tutti voi per l’interessamento al mio problema. Durante tutto questo mio percorso di sofferenza oltre ad  immergermi nella lettura di libri e saggi relativi al dolore, ho dato libero
sfogo scrivendo appunto, cercando di esprimere a parole quello che oso
definire la "vera tragedia della mia vita". E se dicono che scrivere (lo sostiene anche il mio psicologo) sia terapeutico, non mi basta perché io sento il bisogno di realizzare concretamente qualcosa per lui, per Giuliano che ha dato molto in questa vita e non ha preso niente. Scrive SALVATORE NATOLI: 
“A UN EROE”

«Ciò che è più alto nel dolore è il pudore. Il pudore inteso come segno di dignità. Non è per nulla facile infatti nascondere la propria sofferenza: quando è forte segna, incide e si vede. Quando non è di grande entità, perché la si veda occorre in qualche modo dichiararla, quando è potente invece non la si può nascondere: il dissimularlo esige dunque una capacità non comune di contegno e per questo è indice di virtù. E lo è principalmente per due ragioni: il rispetto di sé e la pietà per gli altri. Chi soffre celando il dolore deve trarne da sé il massimo di energia: nel darsi contegno riesce a preservare la sua forma, quella stessa che il dolore disfa in uno con la vita. Il contegno gli permette di mantenerla integra almeno all’esterno. Il pudore, così considerato, non è dunque forza esibita, ma eroismo silenzioso:quello di chi vuole, fino a che può, tenere in mano le redini della vita e non essere vittima del "patetismo compassionevole", quello di coloro che passano accanto e dicono "poveretto" più con il  sollievo di essersela scampata che per un sentimento di pietà per chi soffre. A questi sguardi non bisognerebbe mai esporsi, perché il farlo rende più deboli. Il pudore è dunque di mantenersi, di durare,è un modo nobile di proseguire. Ma il pudore scaturisce anche da un sentimento di pietà verso gli altri, e soprattutto quelli che ci amano e a cui si vuole bene. Si vuole nascondere la sofferenza ai loro occhi per evitare che essi soffrano con noi,non li si vuole coinvolgere nella propria pena. Anche se l’eroismo non è, ne può mai essere vanità: è certo coraggio, resistenza, ma insieme consapevolezza dell’avere bisogno. Ma a chi rivolgersi, a chi svelare la propria sofferenza? A quegli stessi a cui la si vorrebbe nascondere e che tuttavia sono coloro che più la possono considerare e accogliere, capire e condividere. Ma costoro, verosimilmente, il dolore lo hanno già conosciuto e tacciono per non mettere a disagio chi soffre…»

 Ecco, è così che mio figlio ha vissuto il suo dolore (solo 17 anni) e Salvatore Natoli scrivendo questo sul dolore sembra che lo abbia conosciuto. Capisci, Lucangel, perché trovo riduttivo l’album fotografico? D’altronde non tutti hanno la capacità di costruire e strutturare adeguatamente una storia, cosa del resto non semplice. E poi sei così sicuro che molti libri non abbiano dietro un oscuro ghost-writer?
  

 

LUCANGEL A NISCO6

Cara Nisco6, credo che ***l’esperienza dell’ingiustizia***, nelle sue varie forme e dosi (e a te, indubbiamente, è stata riservata la più crudele), sia il momento clou delle nostre esistenze. Come i personaggi dei romanzi, possiamo uscirne migliorati o peggiorati, in ogni caso mai più gli stessi di prima. Consolati pensando che il bene che hai voluto a Giuliano, glielo hai voluto PER SEMPRE. Lo diceva, in qualche modo, anche il prof. Panikkar ieri pomeriggio ad Architettura. Forse, ripeto, la soluzione migliore è fare qualcosa per altri bambini in suo nome. Tre quarti dei bambini del mondo è alla fame. Nessuno di loro ha chiesto di nascere. Ti abbraccio. 

SERGIO GARUFI

> Consolati pensando che il bene che hai voluto a Giuliano, glielo hai voluto PER SEMPRE.

c’era quel biglietto lasciato da mary vetsera, la donna di rodolfo d’asburgo (il figlio dell’imperatrice Sissi), scritto poco prima di togliersi la vita assieme al suo uomo (il doppio suicidio di mayerling), che diceva: "è bello poter dire a qualcuno ti amerò sempre, e sapere che è vero" 

 

> Lo diceva, in qualche modo, anche il prof. Panikkar ieri

panikkar è un grande

JOE 

 

> È una cosa insensata volere immortalare in un libro la breve vita di un figlio?

Secondo gli psicoterapeuti, il fatto di voler render omaggio nel tempo ad un caro scomparso è naturale e persino salutare. Detto questo, non formalizzerei troppo sul significato del termine ‘immortalare’ come inteso da te. Spetta a te trovare il modo migliore per celebrare tuo figlio nella tua memoria, se non in quella degli altri.  Se tu non l’avessi già fatto, mi permetto di raccomandarti la lettura del  libro ‘L’elaborazione del lutto‘, di Ursula Markham, Oscar Mondadori, 1997. È un libretto poco voluminoso, dalla scrittura semplice e concisa, che si legge in un soffio. A mio parere un’ottima lettura consigliabile proprio a tutti, e non solo a scopo terapeutico o preventivo.  Ti segnalo in particolare l’ultimo capitolo in cui viene fornita una spiegazione sul bisogno di celebrare la vita della persona scomparsa, ed alcuni suggerimenti sul come farlo. Cito dall’edizione in mio possesso (1997):

"… prima di fare qualsiasi cosa, fermatevi a chiedervi perché sentite il bisogno di commemorare la vita che non c’è più. Scoprirete probabilmente due motivi: il primo è quello di rendere più sopportabile la perdita per voi stessi; il secondo di fare qualche cosa per la persona che è morta. Non c’è nulla di sbagliato in quello che alcuni potrebbero considerare l’aspetto ‘egoista’ di questa circostanza. La morte è avvenuta, voi avete perso una persona che amavate. Perché non dovreste provare a rendere la perdita più facile da accettare? E la commemorazione sarà più appagante – e il miglior tributo alla persona morta – se avviene nel modo che le sarebbe piaciuto e come lei avrebbe voluto. Qui di seguito troverete qualche suggerimento su come celebrare e ricordare una vita, ma sono sicura che ne troverete altri per conto vostro… " (p. 121)

I suggerimenti indicati di seguito non riguardano esplicitamente lo scrivere. In un altro capitolo, però, si parla proprio della possibilità di lenire il dolore scrivendo, specie se tale dolore fosse acutizzato da eventuali sensazioni di rimpianto:

"Se c’è qualcosa che vorreste aver detto o non detto, fatto o non fatto, provate a scrivere una lettera alla persona morta. La lettera può essere corta o lunga, dipende da come vi sentite in quel momento. Non è obbligatorio scriverla tutta in una volta; a volte è meglio scriverla poco alla volta, nell’arco di più giorni. L’importante è che, mentre la scrivete, siate sinceri fino in fondo e diciate tutto quello che avete nel cuore. In ogni caso, non farete del male a nessuno (…). Risulterà, invece, molto terapeutico per voi, e talvolta vi sorprenderete di vedere i vostri scritti
su un foglio…"
(pp. 51-52).

Aggiungo di mio che nel tuo caso, invece di scrivere alla persona defunta, potresti forse scrivere della persona defunta a qualcuno che stimi in modo particolare e che non ha avuto modo di conoscerla. Non è detto che poi tu la lettera debba imbucarla per forza. Potresti addirittura anche scrivere a qualcun altro che non c’è più.  Resto a disposizione per altre citazioni dal libro se ve ne fosse bisogno. Sincere condoglianze, Joe
 

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21 ottobre 2005

 

 

 

 

 

 

PICCOLI EDITORI

A MANTOVA 

 Si è molto parlato, in questi giorni, di piccoli editori (vibrisse, lipperatura eccetera). Quale non è stata la mia sorpresa, ieri, andando al cinema controvoglia, nell’imbattermi nelle vicende di un piccolo editore milanese in trasferta a Mantova nei giorni del festival della letteratura?

Ebbene sì, lo confesso, ho visto MONAMOUR, il nuovo film di Tinto Brass. Avevo giurato di soprassedere per sempre, poi sono passati a chiamarmi degli amici e mi sono lasciato trascinare all’anteprima veneziana della nuova opera del regista sedicente grande escluso dall’ultima mostra del cinema di Venezia. Il film, ovviamente, è il solito susseguirsi di patinate immagini di fiche, cazzi e culi fino alla noia. Il culo, dice Brass, è lo specchio dell’anima. “Galeotto – ha spiegato il regista – è stato il Palazzo Te con gli affreschi di Giulio Romano. La loro sensualità pagana mi metteva a mio agio". È appunto in questo palazzo che Marta, la moglie del piccolo editore, interpretata dalla uzbeca Anna Jimskaya, incontra Leon da cui si lascia prendere davanti e di dietro, mentre il povero marito è occupato a seguire i suoi autori negli incontri del festival della letteratura.

Mi vergogno tantissimo di aver visto questo film, ma ormai è successo. “MONAMOUR”, come è noto, è la crasi fra mona (fica in veneziano) e amour. Sola cosa divertente è l’uso, nella colonna sonora, del vecchio hit di Craig McLachlan  “Mona”, il cui rtornello fa, tanto per cambiare: 

         Hey Mona/ Ooh Mona/Hey Mona/Ooh Mona”

Fra le battute più pregnanti del film:

 

"LE DONNE, DAGLI UOMINI, VOGLIONO ESSERE PRESE, NON COMPRESE!" 

          Da evitare accuratamente:- )

20 ottobre 2005

'The Tiger and the Snow'

"LA TIGRE

E LA NEVE"

Ah, se diventare maturi e adulti significasse imparare a dire la verità! Se non altro – nel nostro piccolo – sapremmo qualcosa su Ustica, Piazza Fontana, le bombe di Bologna e via dicendo. Il burattino Pinocchio, per esempio, è un personaggio rivoluzionario proprio perché impara a dire la verità, NON perché diventa ubbidiente (l’ubbidienza non è quasi mai una virtù). Per questo non mi era piaciuto granché il ‘Pinocchio’ di Benigni del 2002, in cui il Roberto nazionale sottolineava soprattutto il passaggio all’obbedienza, anziché l’altro aspetto. Senza contare che trovavo faticoso accettare la convenzione di un bambino – per giunta di legno – con  la faccia, il fisico e le movenze di un cinquantenne. Insomma Benigni, reduce da un Oscar, secondo me avrebbe dovuto giocare con maggiore coraggio sulla trasformazione del burattino bugiardo in un bambino che impara a dire la ***VERITA’***,  più che a essere obbediente.   

Ancora più melenso, secondo me, è questo “La tigre e la neve”, di cui Mariarosa Mancuso del ‘Foglio’[NOTA BENE: scelgo di proposito una recensione di destra, benché personalmente io sia di sinistra, proprio perché i critici di sinistra, a mio avviso, in questa occasione si sono dimostrati eccessivamente riguardosi nei confronti di Benigni]  ha scritto:

«Formula che vince non si cambia. Dopo il flop di Pinocchio (troppo vecchio il burattino, troppo stucchevole la Fata Turchina, troppo gialla la parrucca di Geppetto, troppo crudele la trama di Collodi per un regista buonista) Roberto Benigni rifà “La vita è bella”. Se pubblico e critica ci sono cascati una volta, la trappola può funzionare ancora. Basta trovare un’altra sciagura, condirla di speranza e di poesia, metterci l’amore che muove il sole e le altre stelle (più i due stagionati piccioncini: Nicoletta Braschi e consorte non smetteranno di sbaciucchiarsi fino all’età del pannolone e del riporto). Zuccherare abbondantemente e passare all’incasso. La sciagura che fa da sfondo al nuovo Benignimovie è l’Iraq… [cut]…  La vita è bella anche in Iraq, oltre che nei campi di concentramento nazisti. Basta un verso, e già tutti si sentono meglio. Basta una rima, e i bimbi già sorridono. Basta un sonetto, e i litiganti si placano. Un poema intero, e la pace trionfa. Noi sciocchi e poveri di spirito pensavamo invece che la poesia venisse dopo il cibo, l’acqua, i vestiti puliti, le medicine e magari le elezioni. Noi sciocchi e poveri di spirito pensavamo inoltre che la poesia non fosse esattamente sinonimo di “parole in libertà” o di “cuoricini che battono forte forte”. Sbagliavamo anche su questo. A sentire Benigni, “la nuda poesia” (ma non era la filosofia che se ne andava in giro povera e spogliata?) provoca strani effetti. Per esempio, mostra “in un granello di sabbia un’esplosione di vita”. Il poeta, da parte sua, è uno che si incanta “a vedere un sasso per venti minuti”. Insomma, qualcosa a metà tra l’imbambolamento e l’allucinazione. I poeti risponderanno per conto loro (e sarebbe questo il momento, per tutelare la categoria)… »

Confesso che mi sento un po’ come Claudio Barabba di News Settimanale, che nel n. 21 del 12 ottobre 2005 ha scritto:

 A differenza dei ‘falchi’, antipatizzanti anche per motivi ideologici (Panorama la settimana scorsa ha raccolto un bel mucchietto di stroncature preventive), sono dispiaciuto e spero di sbagliarmi (altri magari si commuoveranno)… 

 per aggiungere subito dopo:

… ma La tigre e la neve mi sembra un racconto inerte, retorico e ostentato nel suo inno alla gioia di esistere. E come se Benigni, dopo il trionfo della Vita è bella e le ripetute letture del Paradiso di Dante, volesse amare tutti e da tutti volesse essere amato. Così nel suo Iraq da presepio tutti sono buoni, i soldati americani (se fanno paura con le armi spianate, è solo per inesperienza) e gli abitanti di Baghdad, con gli angelici dottori in testa. La storia, scandita dall’affannosa ricerca delle medicine per salvare la povera addormentata scorre lenta e prevedibile, salvo una piccola (lieta e rassicurante) sorpresa nel finale. C’è la guerra certo, ma sembra che non ci siano conflitti, tensioni, corpi o anime straziate. In questo magma zuccherato, persino un tragico suicidio perde di senso e d’intensità. L’ottimismo invade anche l’aldilà. «Sono contento di essere nato. Mi piace così tanto esserci: sono sicuro che anche quando sarò morto mi ricorderò di quando ero vivo», mormora Attilio con un luminoso sorriso davanti a un cielo magicamente stellato, annullando con un colpo di spugna l’angoscioso dolore degli spettri condannati all’eterno rimpianto. Senza ritmo e senza frenesia come regista, Benigni purtroppo è un protagonista pietrificato, una maschera inespressiva. Soltanto quando si dimentica di questo presente da letterato missionario e libera senza paura la perduta comicità da folle burattino senza fili (nel già citato balletto fra le mine e nella fermata buffa al posto di blocco), l’attore ci fa intuire che le sue elettriche virtù non sono scomparse, che volendo potrebbero risorgere lampeggiando. Il momento comunque resta difficile e pericoloso.”

 E Natalia Aspesi su la Repubblica:

Pensando probabilmente al mercato degli Stati Uniti, i soldati americani, a parte una sola azione di rastrellamento incruento, appaiono dei bonaccioni che difendono l’ospedale e che se non abbassano le armi davanti a un italiano, lo fanno per un poeta.” 

E a voi il film è piaciuto? Vi siete commossi? Non l’avete trovato stucchevole, furbino e tediosetto?

19 ottobre 2005
  
Ian McEwan 
 
(foto da: http://www.spiegel.de/img/0,1020,494723,00.jpg)
FEDERICO PLATANIA 
                HA LETTO PER NOI
                        “SABATO”
                              di  McEWAN
                    (ma non sa se gli è piaciuto).
    
“Vabbe’, io McEwan lo leggo comunque. Anche l’altro giorno, in libreria, mentre spiccavo la copia di "Sabato" dallo scaffale ho borbottato "questo libro sarà una cazzata", però non ce la facevo a non comprarlo, magari solo per il gusto di proseguire una collezione. Mi avevano spiazzato (anche) quelle indiscrezioni sulla trama, con quei riferimenti all’11 settembre, il terrorismo islamico, eccetera. Pensavo, dopo poche pagine, di trovarmi intrappolato in una trama di politica internazionale, teorie sulle psicosi di massa e scene ambientate in bunker sotteranei in Siria o tra i corridoi dei Palazzi del Potere. Un romanzo alla DeLillo, insomma, e il problema è che a me i romanzi alla DeLillo piacciono solo se li scrive DeLillo.Con tutti quei minuziosi riferimenti all’attualità (ci sono alcune righe in cui viene nominato anche Veltroni sindaco di Roma che inaugura la Domus Aurea) temevo di trovarmi tra le mani un instant book scritto per cavalcare l’onda di quello che alcuni definiscono "scontro di civiltà". E c’è da dire che in questo "Sabato" – per la prima volta (almeno nei romanzi, se non erro) – McEwan si abbandona a una narrazione al presente che lo accomuna non senza rischi alla prosa dei giornalisti di cronaca quando cercano di restituirci una generalmente inefficace (e comunque non richiesta) ricostruzione degli ultimi istanti precedenti la tragedia di turno. Ma McEwan non è un giornalista, è un bravo scrittore. E ce lo dimostra quando si imbarca nella descrizione di una partita di squash o di un intervento di neurochirurgia. E tu sei lì che pur capendo una parola su cinque non stacchi il naso dalle pagine. "Sabato", dunque. Titolo loffio se non fosse che il sabato in cui si svolge la vicenda è anche il sabato della vita del protagonista affacciato sulla domenica della sua vecchiaia, della pensione, dei figli che se ne vanno da casa, dei genitori da seppellire. Che il romanzo si svolga tutto in una giornata potrebbe far scattare similitudini del tutto inopportune con "quel" romanzo lì. Restandosene con i piedi per terra, invece, non si può non notare che gli episodi salienti della storia si svolgono tutti nella dimensione familiare, lavorativa, domestica. Il protagonista, insomma, come accade spesso, molto spesso ai protagonisti di McEwan, se la deve vedere soprattutto con il suo microcosmo. Le grandi questioni internazionali ci sono, ma è nel momento in cui sfondano la placenta dell’esistenza del personaggio che cominciano a produrre effetti narrativi. Al cliché dell’uomo che viene sottratto alla quotidianità per essere risucchiato da vicende più grandi di lui, McEwan contrappone l’uomo (un altro cliché, probabilmente, non dico di no) che risucchia nella sua esistenza il significato di scenari globali. Come dite? Non si capisce se alla fine ‘sto romanzo mi sia piaciuto o no? Boh, non lo so neanche io. Ma tanto io McEwan lo leggo comunque.

                                                                        (Federico Platania) 

http://www.samuelbeckett.it 

N.B. La recensione è apparsa anche in it.cultura.libri

18 ottobre 2005

   

Illustr. da http://www.surlalunefairytales.com/illustrations/sevendwarfs/images/newell_dwarfs1.jpg

 

SETTENANO A ME?

SETTENANO SARÀ LEI!!! 

 

Copio-incollo da

http://www.thesun.co.uk/article/0,,2-2005480080,00.html 

 

PANTOS of Snow White And The Seven Dwarfs are being censored — to outlaw the word DWARF.

A shocked village drama group sent off for a script and found Dopey and his pals — played by kids — had to be called “gnomes” instead.

Ray Lionet, 73, of the Coxheath Players in Kent, said the ban was to avoid offending short people. He said: “It’s madness.

———————————————————————–

In pratica, i soliti cazzutissimi paladini della “political correctness” hanno preteso la sostituzione della parola “nano” con “gnomo” in “Biancaneve e i sette nani” per non offendere, appunto, i nani. Giusto ieri citavo la delicata poesia di Benigni sul nostro “gnomo” politico:- ) 

Per chi avesse difficoltà a capire “Dopey and his pals”, allego utile tabella con i nomi dei sette nani in varie lingue. Dopey è Cucciolo. 

The names of the seven dwarfs in ten languages  

English

 

 

German (Deutsch)

 

 

Danish (Dansk)

 

 

Swedish (Svenska)

 

 

Norwegian (Norsk)

 

 

Italian (Italiano)

 

 

Portuguese

 

 

French (Français)

 

 

Finnish (Suomi)

 

 

Hungarian

 

 

Doc

 

 

Chef

 

 

Brille

 

 

Kloker

 

 

Brille

 

 

Dotto

 

 

Mestre

 

 

Prof

 

 

Viisas

 

 

Tudor

 

 

Grumpy

 

 

Brummbär

 

 

Gnavpot

 

 

Butter

 

 

Sinnataggen

 

 

Brontolo

 

 

Zangado

 

 

Grincheux

 

 

Jörö

 

 

Morgó

 

 

Happy

 

 

Glücklich

 

 

Lystig

 

 

Glader

 

 

Lystig

 

 

Gongolo

 

 

Feliz

 

 

Joyeux

 

 

Lystikäs

 

 

Vidor

 

 

Sleepy

 

 

Schlafmütz

 

 

Søvnig

 

 

Trötter

 

 

Søvnig

 

 

Pisolo

 

 

Soneca

 

 

Dormeur

 

 

Unelias

 

 

Szundi

 

 

Bashful

 

 

Pimpel

 

 

Flovmand

 

 

Blyger

 

 

Blygen

 

 

Mammolo

 

 

Dengoso

 

 

Timide

 

 

Ujo

 

 

Szende

 

 

Sneezy

 

 

Hatschi

 

 

Prosit

 

 

Prosit

 

 

Prosit

 

 

Eolo

 

 

Teimoso / Atchim

 

 

Atchoum

 

 

Nuhanenä

 

 

Hapci

 

 

Dopey

 

 

Seppl

 

 

Dumpe

 

 

Toker

 

 

Dopey / Minsten ??

 

 

Cucciolo

 

 

Dunga

 

 

Simplet

 

 

Vilkas

 

 

Kuka

 

 

 Da  http://home.swipnet.se/~w-10744/disneyania_e/dwarfnames.htm  

Già che ci sono, rubo dalla rete anche l’articolo "Morte dei sette nani": una megera moralista, convinta che Biancaneve se la faccia con tutti e sette i nani, decide di porre fine alla scandalosa situazione. Spalleggiata da due robusti uomini, si reca alla casa e vi fa irruzione. I sette nani, pardon, gnomi, vengono uccisi e i loro corpi bruciati nel gardino di fronte alla casa, cui viene appiccato fuoco. Nulla si sa della fine di Biancaneve.

The Death of the Seven Dwarfs

Ernst Ludwig Rochholz

On a high plain between Brugg and Waldshut, near the Black Forest, seven dwarfs lived together in a small house. Late one evening an attractive young peasant girl, who was lost and hungry, approached them and requested shelter for the night. The dwarfs had only seven beds, and they fell to arguing with one another, for each one wanted to give up his bed for the girl. Finally the oldest one took the girl into his bed.

Before they could fall asleep a peasant woman appeared before their house, knocked on the door, and asked to be let inside. The girl got up immediately and told the woman that the dwarfs had only seven beds, and that there was no room there for anyone else. With this the woman became very angry and accused the girl of being a slut, thinking that she was cohabiting with all seven men. Threatening to make a quick end to such evil business, she went away in a rage.

That same night she returned with two men, whom she had brought up from the bank of the Rhine. Together they broke into the house and killed the seven dwarfs. They buried the bodies outside in the garden and burned the house to the ground. No one knows what became of the girl.

da http://www.pitt.edu/~dash/dwarfs.html

17 ottobre 2005

  

***
"Se quella notte, per divin consiglio,
la Donna Rosa concependo Silvio
avesse dato a un uomo di Milano
invece della topa il deretano
l’avrebbe preso in culo quella sera
sol Donna Rosa e non l’Italia Intera."
                                                  
                                     (Roberto Benigni)

 

 

LETTERA A EDGAR ALLAN POE

15 ottobre 2005

 

Edgar Allan Poe

(da http://www.biografiasyvidas.com/biografia/p/fotos/poe.jpg )

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Il 7 ottobre scorso ricorreva il centocinquantase(ie)nario (???) della morte di Edgar Allan Poe. Vi propino la lettera che lessi pubblicamente all’Ateneo Veneto qui a Venezia nell’ottobre 1999, in occasione del Poe Memorial da me ideato e appoggiato dal  Comune. Gli scrittori di oggi sono un po’ tutti figli di papà Edgar, o per lo meno “anche” di papà Edgar. La lettera non è una novità. In rete la si trova anche altrove. Non voglio far incazzare Wu Ming 1, che non crede all’esistenza dei genii, ma E.A. Poe, secondo me, apparteneva proprio a quella razza lì.

 

LETTERA A

 

EDGAR ALLAN POE  

 

Venezia, 7 ottobre 1999

 

Caro Edgar,

sono molto contento che il Comune di Venezia abbia appoggiato l’idea di un Poe Memorial. A centocinquant’anni dalla tua morte non c’è più chi disconosca l’eccellenza del tuo coraggio e dei tuoi esiti letterari, o la paternità dei generi a cui desti vita (fra i tanti, il poliziesco). E tuttavia, apprendendo del più agghiacciante di tutti i racconti, ovvero la storia della tua vita, non c’è nemmeno, credo,  chi possa  darsi ragione del fatto che  tu abbia dovuto pagare con tanta sofferenza, tanta incomprensione, tanta solitudine, tanta atroce miseria materiale l’espressione del tuo genio.

Ho sempre vissuto con un profondo senso di ingiustizia il fatto che certi immensi talenti (il commercio delle cui opere muove montagne di miliardi DOPO la loro morte), siano stati condannati in vita agli stenti più mortificanti. Ed è sorprendente constatare come nemmeno i più penosi sacrifici o difficoltà riescano a distogliere chi si sente, suo malgrado, vocato o, si potrebbe dire, condannato all’espressione, dal mettere su carta o su tela o su marmo o su qualunque altro supporto il frutto del proprio talento.

Per Baudelaire tu sei addirittura un santo del martirologio delle lettere. “Voi tutti che avete aspirato all’infinito”, dice, “pregate per Poe che vede e che sa: intercederà per voi.”

Quando, per fare un esempio, dopo penosissimi anni di indigenza e malattia, nel 1847 morì tua moglie, l’adorata Virginia a cui dedicasti l’accorata “Ulalume”, in casa tua non c’era nemmeno un lenzuolo in cui avvolgerne le povere spoglie. Dovette provvedervi la signora Shew, un’amica di famiglia.

Il funerale si svolse in un giorno desolato e tetro, sotto un cielo pesantemente cinerino. Tu fosti costretto a indossare il vecchio mantello militare, utilizzato, nei giorni delle più aspre tribolazioni, per coprire il letto di Virginia dopo che le poche coperte rimaste erano state vendute. Rimpiangevi la tua perduta “Lenore”. La tua esistenza proseguì solitaria e amara. Di rado ti spingevi oltre il recinto della casetta di Fordham, immersa nel lutto. Spesso sedevi sotto un vecchio ciliegio a osservare i movimenti degli uccelli. La delicata attenzione con cui curavi le dalie e gli altri fiori del giardino era assolutamente in contrasto con il carattere tetro e grottesco dei tuoi racconti. Ti eri affezionato a una gatta, Catarina, che spesso, dall’alto della tua spalla, approvava con fusa compiacenti – almeno lei! – il tuo lavoro letterario.

Nel maggio del 1849 scrivesti a Helen Richmond (la tua “Annie”): “Sono pieno di oscuri presentimenti. Niente mi rallegra o conforta. La mia vita mi appare una landa desolata. Il futuro un vuoto angoscioso”.  La mattina del 27 settembre partisti da Richmond per Baltimora in battello. Che cosa sia avvenuto di preciso durante i sette giorni seguenti non lo sappiamo. Nessun Auguste Dupin, il geniale investigatore da te creato, potrà mai spiegarcelo. Il 3 ottobre 1849 Baltimora, terza città degli Stati Uniti, era in piena campagna elettorale. Si votava per mandare un rappresentante dello stato del Maryland al Congresso. La lotta fra i partiti democratico e repubblicano era senza quartiere. La città pullulava di ladri, borsaioli, scrocconi d’ogni specie. La macchina politica era ancora piuttosto rozza, non c’erano schede elettorali, né elenchi di votanti: bastava presentarsi a un seggio e giurare, in presenza di testimoni degni di fede, di non avere ancora fatto il proprio dovere di cittadini. Gruppi di procacciatori di voti sequestravano forestieri, contadini, persone sole per ingozzarle di alcol nelle miserabili bettole che fiorivano, proprio a tale scopo, attorno ai vari seggi, e le portavano in giro da un seggio elettorale all’altro, facendole votare a ripetizione per questo o quel candidato. Fatta loro smaltire la sbronza in un locale buio, le gettavano poi in strada. Il 3 ottobre tu fosti trovato a terra, privo di sensi, in un rigagnolo presso High Street, da un tipografo del Baltimore Sun. Eri probabilmente incappato in una di queste bande organizzate di agenti elettorali. Il tipografo corse a chiamare il dottor Snodgrass, l’unico nome che riuscì a farsi biascicare da quel mucchio di stracci che eri. Il dottore ti trovò “non lavato, gli occhi torvi e gonfi, senza giacca né cravatta, il davanti della camicia stazzonato e sudicio”. Eri in uno stato di ebetismo assoluto. Ricoverato d’urgenza al Washington Hospital alle cinque del pomeriggio, rimanesti senza conoscenza sino alle tre del mattino successivo, ma nemmeno allora riuscisti a spiegare quel che ti era accaduto. Sopravvivesti fino alla domenica. Ti sentivi tremendamente abbattuto, ti accusavi di avere sprecato le tue facoltà. Forse ti pareva di scendere nel Maelström, di naufragare in mari lontani. La notte di sabato cedette alla mattina di domenica 7 ottobre. Alle tre ti accasciasti. Due ore dopo movesti il capo e dicesti: “Il Signore aiuti la mia povera anima!”, e spirasti. La morte aveva affrancato il tuo spirito spossato. Non più di dieci persone seguirono la tua bara. Le tue spoglie vennero inumate nel cimitero presbiteriano di Baltimora, quasi di nascosto. Sulla tomba venne posto un blocco di arenaria senza nome. Vi appariva solo il numero 80. Nient’altro. Due giorni dopo uscì sulla “New York Tribune” a firma apocrifa (Ludwig) l’articolo tristemente famoso del reverendo Rufus Griswold: “Edgar Poe è morto… questa notizia sorprenderà molti, ma pochi ne rimarranno addolorati”. “Non esiste dunque in America” protestò Baudelaire, “una norma che vieti ai cani l’ingresso nei cimiteri?”.

Tu, il più grande poeta americano dell’Ottocento, avresti dovuto aspettare ben ventisei anni prima che i letterati del tuo paese si ricordassero di te e ti erigessero una tomba più decorosa. E quando, finalmente, lo fecero durante il Poe Memorial del novembre 1875, fu di un francese, il poeta Mallarmé, il sonetto più commosso, e di un inglese, Swinburne, la lettera più vibrante.

Scrisse Mallarmé: “Turbati e importunati dai tanti misteri insolubili emananti per l’eternità dal BUCO DI TERRA dove da più di un quarto di secolo giacciono le spoglie abbandonate di Poe, gli americani l’hanno pensata bella: con la scusa di onorarlo con un troppo ritardato e inutile monumento funebre, hanno SIGILLATO la sua tomba con una pietra immensa, informe, pesante, deprecatoria, quasi a voler ben serrare il luogo da cui egli potrebbe esalare verso il cielo come una pestilenza, a giusta rivendicazione di un’esistenza di poeta da tutti rifiutata.”

Nemmeno il monumento funebre eretto nel 1875 pareva degno di te. A quasi cent’anni di distanza dalla morte di Poe, ecco la tua sepoltura nella descrizione che ne fece Emilio Cecchi nel 1940: “La tomba è all’incrocio delle vie Greene e Fayette: un cippo di marmo col capitello a grondaia, con sopra scolpita la cetra, fogliami di acanto e il medaglione di un ritratto ridicolo. Quando, a due o tre metri di distanza, i pesanti carrozzoni tranviari frenano e cigolano sulla discesa di via Fayette, LE OSSA DI POE SALTELLANO DENTRO LA FOSSA E IL TESCHIO BATTE I DENTI. Un grandioso cartello arancone e vermiglio sovrasta il cimiterino devastato, e lo infastidisce col riflesso dei colori stridenti. È la pubblicità di certi panini, soffici e lievemente indolciti, che vanno benissimo per colazione e col tè.”

La tua morte era avvenuta nel decennio precedente la guerra civile americana. I nordisti puritani avrebbero identificato la vittoria militare col trionfo dei loro forti principi morali sui vizi del dissoluto Sud. Tu, scrittore del Sud, cantore dei vinti e dei viziosi, andavi dunque cancellato definitivamente dalle tavole della letteratura per la salvezza morale dell’umanità. I cronisti letterari inglesi e scozzesi, in un’ondata di fanatismo morale, arrivarono persino a rimproverare a Griswold di non avere detto abbastanza contro quel “paria delle lettere, quello scellerato di marca, quel mendicante, quel vagabondo”. Così scrisse il cronista della “Rivista di Edinburgo” nel 1858, che concluse il suo pezzo con queste parole: “Il più profondo abisso dell’imbecillità morale non era mai stato raggiunto prima che Poe apparisse per servire da avvertimento ai tempi futuri”.

  Noi, che apparteniamo a quei tempi futuri, intendiamo esprimerti il nostro piccolo grazie, qui da Venezia, nel centocinquantenario della tua morte. Grazie, Edgar, per aver frugato con tanto coraggio e spregiudicatezza nei sotterranei della nostra psiche, fra le angosce e le paure che insidiano l’instabile compattezza della ragione umana. Grazie per i tuoi STRAORDINARI versi, per i tuoi STRAORDINARI racconti, per aver tenuto duro, in nome della Letteratura e della Bellezza, in mezzo a incomprensioni e difficoltà che avrebbero distrutto chiunque.”

 

                                                                   Lucio Angelini

                  Copyright Edizioni Libri Molto Speciali 1999

14 ottobre 2005

  

(Anche VIBRISSE di Giulio Mozzi ha abbracciato l’iniziativa di Alberto Giorgi)

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VAI ALBERTO!!!  

 

L’altro ieri Alberto Giorgi nel suo blog

http://www.albertogiorgi.blogs.com/ 

ha annunciato un’iniziativa che vale la pena diffondere: naturalmente è meglio che inviate direttamente a lui commenti e adesioni.

 

mercoledì, 12 ottobre 2005  

L’Idea si trasforma in Iniziativa 

Siamo partiti da questo post ( e relativi commenti) nel quale viene esposta un’idea.
Ora possiamo illustrare l’Iniziativa. 

Di seguito potete leggere la bozza, ripeto bozza, di Manifesto. Sono graditissimi commenti, integrazioni e critiche; se non vi basta lo spazio commenti mandatemi una mail, io le raccoglierò e le pubblicherò in un post.

Bisogna ancora decidere il nome dell’Iniziativa. Deve essere una frase breve e concisa, un claim, che possa essere integrato nel logo. Ci pensate voi? Si dai… 

Bene, ora potete procedere  con la lettura della bozza…  

Bozza di Manifesto dell’Iniziativa

Finalità dell’Iniziativa
Fornire ai lettori le informazioni necessarie per orientarsi tra gli scrittori esordienti e tra le case editrici di piccole dimensioni allo scopo di favorirne la crescita e la diffusione.

Da quali considerazioni nasce questa Iniziativa
Il mercato del libro è dominato dalle grandi case editrici che, per comprensibili ragioni economiche, privilegiano l’autore già conosciuto, garante di grossi volumi di vendita (e della vendita di grossi volumi).
Viceversa, all’autore esordiente viene data raramente la possibilità di far conoscere le proprie opere: le grandi realtà editoriali, di norma, non accettano manoscritti se non espressamente richiesti.
L’entità potenzialmente in grado di far emergere nuovi autori è la casa editrice medio-piccola che, un pò per vocazione e un pò per necessità, si rivolge agli autori esordienti. Apparentemente tutto bene. I problemi iniziano ora: la piccola casa editrice non ha la forza ne per distribuire adeguatamente un volume, ne per promuoverlo sul mercato. Perchè?
A parte le ovvie considerazioni sul budget, una parte della colpa ce la dobbiamo addossare anche noi lettori. A questo punto alcuni di voi sbufferanno, convinti del contrario, cioè che sia il mercato a guidare le scelte dei lettori.
D’accordo, questo succede e non possiamo nasconderlo. Però dobbiamo anche riconoscere che quando vengono diffuse adeguate informazioni, la gente le usa. Quali informazioni?
Le nuove uscite delle piccole case editrici, le critiche positive o negative sulla qualità del loro prodotto, le recensioni. Paradossalmente anche l’esistenza stessa della casa editrice. Teniamo conto di un altro fenomeno: il lettore medio è diffidente.
Si tratta di un comportamento “naturale” che si esplica in tutti i mercati di stampo consumista, dalla letteratura alla musica, dal cibo alle medicine e via elencando.
La qualità di un prodotto non pubblicizzato può essere elevata?
In giro nessuno parla di questo prodotto. Sarà scadente?
Provo a prenderne uno. Ho sfiga e fa schifo. Mi si rafforza l’idea che un prodotto “minore” debba per forza essere di cattiva qualità.
Queste sono le dinamiche da correggere

Esiste un canale informativo che può essere determinante per questa Iniziativa: la Rete ovviamente.
Nella fattispecie le decine, centinaia, di blog e di siti che si occupano, anche solo parzialmente, di letteratura, di recensioni e di fare girare le notizie del settore.

Come fare? 

Sono un Blog/Sito 

  1. Supporto questa Iniziativa esponendo il logo in home page e linkandolo ad una pagina comune che ne spiega le motivazioni e le finalità.  
  2. Leggo libri di autori esordienti o emergenti, editi da piccole case editrici, e ne pubblico la recensione, anche sintetica, anche solo un giudizio. 
  3. Esorto altri blog/siti ad aderire all’Iniziativa.  

Sono una casa editrice medio/piccola 

  1. Aderisco all’Iniziativa mandando una mail al sito che coordina l’Iniziativa.  
  2. Visito i siti/blog che appoggiano l’Iniziativa, scelgo quelli che ritengo più adatti al mio piano editoriale e mando loro qualche volume in uscita.  
  3. Mando al sito che coordina l’Iniziativa le informazioni sull’attività della mia casa editrice (news, presentazioni, uscite, articoli comparsi sulla stampa)

Sono un lettore 

  1. Navigo sui blog/siti che aderiscono all’Iniziativa e leggo le recensioni/segnalazioni  
  2. Acquisto i volumi che più mi ispirano, a seconda della mia possibilità economiche. 
  3. Non trovo il volume? Li faccio ordinare dal libraio, li compro direttamente dalla casa editrice oppure mi rivolgo a rivenditori su internet. Insomma, me lo procuro. Questo è un punto importante, non devo mollare, quel volume devo averlo. 
  4. Consiglio o regalo uno di questi libri agli amici.  
  5. Mi appassiono all’Iniziativa e apro un blog/sito. 
  6. Non ho tempo di gestire un blog/sito ma posto le mie recensioni/segnalazioni. 
  7. Ho già fatto abbastanza nei primi 3 punti.

Sono una libreria 

  1. Cerco di accontentare chi mi chiede questo tipo di libri. 
  2. Espongo il logo dell’Iniziativa in vetrina (opzionale 🙂 ) 


Strumenti

Chiaroscuro attrezzerà un’area web sulla quale si potranno reperire:
 

  1. il manifesto dell’Iniziativa. 
  2. i loghi per il web e per la stampa in vari formati. 
  3. una pagina con la lista aggiornata di tutti i siti/blog non commerciali che aderiscono all’Iniziativa. 
  4. una pagina con la lista aggiornata di tutte le case editrici che aderiscono all’Iniziativa. 
  5. una pagina con la lista aggiornata di tutte le librerie (anche online) che aderiscono all’Iniziativa. 
  6. una pagina con la lista aggiornata di tutti i lettori che aderiscono all’Iniziativa. 
  7. una pagina con la lista aggiornata di tutti i lettori che aderiscono all’Iniziativa e che pubblicano sui NG.

Per comparire nelle liste bisognerà mandare una mail a Chiaroscuro quando vi darò il via.

Per il futuro

Se l’Iniziativa riuscirà a diffondersi e a prosperare si potrà pensare di aprire un sito dedicato, di ampliare gli strumenti a disposizione (forum, blog aggregator…), di creare un comitato di gestione dell’Iniziativa e via discorrendo.

Nota importante

Questa Iniziativa non desidera che si boicottino le grandi case editrici ma vuole solo riequilibrare una situazione che attualmente danneggia tutti, in primis la cultura italiana. Se l’Iniziativa avrà successo anche la casa editrice di dimensioni medie o grandi potrà trarre beneficio dalla nascita di nuovi e apprezzati autori italiani.

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Sulle potenzialità della rete, copio-incollo un post fresco di nottata di Wu Ming1 apparso in Lipperatura:

"La rete non è solo i blog, né basta aprire un blog e scrivere di libri per dire che si sta facendo buon uso della rete.

Non si può dire che la rete sposta "poco" se non se ne sono comprese appieno le potenzialità e possibilità. Ad esempio, io continuo a non capire come mai autori ed editori italiani non adottino il copyleft (come principio e come prassi), benché l’esempio nostro, di Girolamo De Michele, di Cory Doctorow e svariati altri autori abbiano dimostrato che il download gratuito fa vendere di più. Oltre a essere eticamente giusto, è grande ed efficacissima guerriglia-marketing.

La maggior parte degli operatori culturali italiani (editori, scrittori etc.) che hanno fama di essere "presenti" in rete e sui blog sta usando la rete e i blog al 5% delle loro attuali possibilità. Noi stessi, con tutto lo sbattimento, non siamo oltre il 30-40%. Dobbiamo ancora imparare a usare al meglio gli rss, sul sito abbiamo ancora tantissime pagine "fossili" da aggiornare, siamo ancora al palo per quanto riguarda il video, aggiorniamo troppo di rado la sezione audio, la newsletter in portoghese è poco più di una serie di annunci relativi al sito etc.

Se non si capisce questa cosa, se non si parte da questo dato di fatto, non ha senso nessun discorso su cultura e rete. La rete ha una sua specificità. Non si può ritenere un uso adeguato della rete aprire siti o blog che hanno gli stessi difetti e le stesse rigidità delle riviste letterarie su carta."

13 ottobre 2005

 

 

 ASPETTANDO IL NOBEL   

Proprio oggi dovrebbero comunicarmi, con una fastidiosa settimana di ritardo, se anche per quest’anno sono stato escluso dal premio Nobel per la Letteratura, malgrado il mio GGG (“Grande, Grosso e Giuggiolone”, EL edizioni) abbia reso penoso e risibile, al confronto, il GGG di Roald Dahl. Da un lato non mi faccio illusioni: so per certo che, dopo “L’incredibile storia della Fata Fatuccia e della Strega Forestana”, Orietta Fatucci di Einaudi Ragazzi e Margherita Forestan (allora editor di Mondadori Ragazzi), fecero un paio di telefonate definitive in Svezia ai miei danni, dall’altro la speranza non è mai morta e quindi attendo con un certo nervosismo la notizia… Ma bando alle chiacchiere e lasciate che, intanto, vi copi-incolli da 

http://www.corriere.it/speciali/ignobel/ignobel.shtml

 

la pagina sui premi IgNobel già assegnati. Vi evidenzio, in particolare, quello all’autore della sveglietta che cammina per la casa e si nasconde sotto il letto: semplicemente GENIALE!!!  

Assegnati gli ironici riconoscimenti per le ricerche più improbabili 

Premi igNobel, quando la scienza fa ridere

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2005/10_Ottobre/07/ignobel.shtml 

 

Dall’università americana di Harvard 

Assegnati gli IgNobel, i premi da ridere

Studi sulla defecazione dei pinguini, sui testicoli artificiali per cani castrati, su attività cerebrale di cavallette che guardano Star Wars

CAMBRIDGE (Usa) – Gli «Ignobili», i premi Nobel (IgNobel, in inglese) per i peggiori, i più assurdi e i più inutili studi scientifici dell’anno, sono stati assegnati per il 2005 dal’università americana di Harvard, una delle più prestigiose istituzioni accademiche degli Stati Uniti.

 

Il premio per la medicina è stato assegnato all’americano Gregg Miller per uno studio sui testicoli artificiali destinati ai cani maschi castrati e depressi. Sono disponibili in tre misure e li ha chiamati «neuticles».

Per la dinamica dei fluidi premiati due professori tedeschi (Victor Meyer-Rochow e Jozsef Gall) dell’università finlandese di Oulu che hanno studiato le pressioni prodotte durante la defecazione dei pinguini.

IgNobel per la pace a due britannici dell’università di Newcastle per una ricerca sull’attività cerebrale di una cavalletta mentre guarda brani tratti dal film «Guerre stellari».

Per la biologia premiato un gruppo che ha analizzato gli odori emessi da 131 specie di rane sottoposte a condizioni di stress.

Fisica: uno studio di lunga durata iniziato nel 1927. Uno blocco di catrame è stato congelato e viene fatto colare lentamente (una goccia ogni nove anni) attraverso un imbuto. È uno studio australiano.

 

Per l’economia il premio è andato a una giovane studentessa del Mit di Boston, Gauri Nanda, che ha inventato una sveglia infernale, che quando suona cade per terra e si nasconde sotto il letto se si cerca di spegnere la suoneria. E non smette di suonare finché non ci si alza per cercarla e… probailmente fracassarla contro un muro.

Apprezzato ma senza un vero vincitore il premio per la letteratura. È stato assegnato a quel gruppo di nigeriani che ha spedito milioni di email intasando le caselle di posta elettronica di mezzo mondo con una truffa elettronica.

Notevole anche il premio per la chimica. Due studiosi dell’università del Minnesota hanno risolto un dubbio secolare che angustiava l’umanità: si nuota più velocemente in acqua o nello sciroppo?

IgNobel per la nutrizione al giapponese Yoshiro Nakamata che ha fotografato e realizzato un’analisi retrospettiva ogni pasto che ha consumato negli ultimi 34 anni.

Il fatto è che questi studi sono tutti veri e pubblicati in organi di stampa scientifici internazionali. E sono diventati famosi: quanti invece continuano nell’ombra ad arricchire i curriculum di fantasiosi specialisti?

07 ottobre 2005

 

12 ottobre 2005

    HOARDING

Scrissi il 15 gennaio 2001 su it.cultura.libri  [adoro antologizzarmi:- )]

"Il prof. Randy Frost, docente del Massachusset, ha studiato per primo il cosiddetto ‘hoarding‘, ovvero le persone (hoarders) che accumulano in casa così tanto materiale da fare difficoltà a viverci. L’accumulo, ovviamente, va distinto dalla collezione. L’hoarder accumula oggetti senza più riuscire a disfarsene, per una sorta di paura di perdere le cose o di scegliere. Ebbene, io sto accumulando tanti di quei libri in casa da non saper più dove metterli. E tuttavia non oso liberarmi di nessuno di essi. Che sia un hoarder anch’io? Vittima anch’io della cultura dell’eccesso e dell’abbondanza? Dove trovare la forza di buttar via un po’ di libri? "

 

E il 4 luglio 2002

 

"Sono sempre più deciso a semplificarmi la vita. Ho eliminato i pesci rossi (finiti nella grande vasca del giardino di un’amica), sto eliminando piante su piante (il terrazzo era ormai una giungla) e adesso vorrei cominciare a eliminare un po’ di libri (molti di quelli che mi intasano gli scaffali sono assolutamente PRESCINDIBILI), portandone fuori di casa uno al giorno e abbandonandolo da qualche parte (un muretto, una panchina…). Insomma vorrei diventare una sorta di anti-LucaConti. Non il piacere e l’ossessione dell’accumulo, ma il sollievo del rilascio, finalmente. Un giorno, poi, forse sposerò Madonna Povertà."  

 

Rispose, lo stesso giorno, la mitica MARIA STROFA:

"Il libro comincia a vibrare, le sue pagine sono in fibrillazione, come se volessero sfogliarsi da sole; poi… ecco… il libro si apre… e si capovolge a mo’ di tettuccio, spicca il volo come una rondine, vola, vola, vola, e infine… oh… infine… si posa dolcemente sul capo di petulia [petulia = iciellina particolarmente assidua nella lettura, n.d.r.].  ‘Finalmente a casa!’, dice il libro."  

              

Ma il 5 luglio tale Strangedays propose un altro finale: 

 

> … infine… si posa dolcemente sul capo di petulia.

personalmente avrei preferito un finale meno poetico e più Poe,  qualcosa tipo… "il libro finisce dolcemente – aperto con le pagine scritte rivolte verso l’altro -, tra i piedi del suicidando che stava giusto cercando un rialzo per arrivare a infilare la testa nel cappio appena preparato. Sale sul tomo, infila la testa nel canapo e compie un passo indietro. Appena i piedi smettono di toccare le pagine, si sente un rumore interno di ossa spezzate all’altezza del collo. In un lampo ha il ripensamento tipico dei suicidi, determinato forse dall’istinto di conservazione. Forse non è troppo tardi. Prova ad allungare un piede e a rimetterlo sul libro, ma questo, sospinto dalla stessa brezza che lo aveva portato sotto i suoi piedi, si sposta beffardamente di pochi centimetri. Sono quelli che bastano. La testa non più sostenuta è adesso pendula in avanti. L’ultima immagine che vedono i suoi occhi è quella del libro aperto sul racconto Il Gatto Nero di E.A. Poe. Un’ultima macabra speranza prima della morte."

A proposito, devo precisare che, da ALLORA, sono riuscito a liberare la casa di appena una ventina di volumetti:-(