Archive for dicembre 2005

31 dicembre 2005

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(immagine da http://www.rhip.utexas.edu/pictures/ev17-end-full.gif 

CHE NE DITE DI QUESTO EXPLICIT?  

Voglio dedicare l’ultimo post dell’anno a uno scrittore di Fano, Luciano Anselmi, di cui ero molto amico. Morì nel 1996. Tra i suoi libri, quello che mi ricapita più spesso in mano è “Un viaggio”, sua terza opera narrativa dopo “Niente sulla piazza” e “Gramignano”. Ve ne propongo l’EXPLICIT:  

Prima che le tenebre scendano su di te (io lo so: un giorno, all’inizio della primavera, una cornacchia si poserà sull’ulivo e fisserà il suo sguardo all’ovest, donde vengono le tempeste invernali) fatti forza, raduna tutte le tue memorie, la fotografia di tuo padre morto, e va: deciditi per quella strada ch’è la sola che possa salvarti; te lo dico io che sono tua madre; poche cose essenziali bastano a un uomo per intraprendere un viaggio. Sospirò un poco e aggiunse:

                                   FINE
(1966-1967)

Luciano Anselmi, Un viaggio, Cappelli Editore, 1969

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30 dicembre 2005

PER ME CHE SONO NULLITA’

Una canzone di Don Backy che – vai a capire perché! – mi piaceva all’inizio della sua carriera era "L’ombra nel sole". Il testo, non esattamente abissale, iniziava così:

"L’ombra nel sole
ti porterà
un po’ di me
in un sogno d’or."

Il cantautore, poi, conobbe il successo ma, col girar della ruota della fortuna, lo perse. Per riacciuffarlo le provò tutte, per esempio posò nudo davanti al Colosseo, spiegando:

"… Rispondo al perché di quel gesto con una domanda: ‘Che fare quando senti di poter ancora dare molto e non riuscire a farlo perché lobby e potere non ti introducono nella loro sfera d’interessi negandoti le occasioni, e relegandoti a vivere un ruolo vissuto 30/40 anni prima?’ E’ per provocazione – quindi – che un giorno ho posato nudo di fronte al Colosseo, elevato a simbolo (Ave Caesar morituri te salutant ecc. ecc.). Lo feci scientemente per far parlare di me, visto che i soli argomenti artistici – per alcuni – non servono più."

Il successo non tornò comunque. Don Backy non si arrese e partecipò a un’edizione de "La Talpa", ma fu subito eliminato. Il successo, nuovamente, NON tornò. Adesso ne ha pensata un’altra. Non avendo ancora AN scelto l’inno per la convention di Fini del prossimo febbraio, Don Backy ha ritirato fuori dalla manica il suo vecchio asso "L’immensità", "canzone che sembra fatta apposta per scaldare la platea di Fini. Verrei volentieri a cantarla per voi…” (Così la Repubblica del 28.12.05).

Però c’è quella strofa che dice “Un giorno troverò un po’ d’amore anche per me, per me che sono nullità nell’immensità”…

Nullità nell’immensità? Vogliamo scherzare?

A quelli della destra rischia di sembrare decisamente riduttivo, soprattutto a chi ha ancora nell’orecchio esortazioni quali:

"Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in terra, in cielo, in mare!
E’ la parola d’ordine
d’una suprema volontà!
Vincere! Vincere! Vincere!
Ad ogni costo, nessun ci fermerà!"

Altro che nullità!

Si potrebbe suggerire a Don Backy, così ansioso di fare da testimonial ad An, la seguente variazione:

“AN è solo IMMENSITÀ/nessun la fermerà!" 

29 dicembre 2005

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(Andersen ritoccato per Carmillaonline) 

 

FERRO E ACCIAIO:

L’ARTISTA SOFFRE, ECCOME!!!

 

(checché ne dicano a Bologna:- ) ) 

 

Il mal di denti fu un supplizio che accompagnò Andersen per tutto il corso della sua vita. Per lui, anzi, il mal di denti diventò addirittura simbolico di ciò che soffriva come artista. Nella FIABA ‘Zia Maldidenti’ i due dolori vengono esplicitamente associati: 

   “La zia Mille è stata ed è l’amica che ha mostrato più comprensione verso i miei spasimi poetici, e quelli del mal di denti: soffro infatti di tutti e due”, dichiara nel secondo paragrafo del racconto il giovane protagonista, uno studente con il vizietto della scrittura. “ ‘Butta giù sulla carta i tuoi pensieri, – mi diceva – e riponili nel cassetto della scrivania; così faceva Jean-Paul, e lui è diventato un gran poeta, che a me veramente non piace molto, perché non appassiona. Tu devi appassionare, ci riuscirai!’” 

       Altri consigli di zia Mille:  

“Basta che tu butti giù sulla carta quello che dici, e non sarai da meno di Dickens. A me sembra, anzi, che tu sia molto più interessante! Tu dipingi quando parli! A sentirti descrivere la tua casa, par di vederla! C’è da rabbrividire! Ma continua la tua opera! Poni in quel che hai descritto qualche essere vivente, delle creature adorabili, meglio di tutto se infelici!

  

Qualche riga più giù, lo studente racconta:

  

La notte seguente mi svegliai tra il desiderio e il pianto; dovevo e volevo diventare il grande poeta che la zia presentiva e vedeva in me; ebbi una vera crisi di spasimi poetici. Vi sono però spasimi peggiori, quelli del mal di denti, e io ne ero oppresso e prostrato: mi contorcevo come un verme, col sacchetto delle erbe aromatiche e l’impiastro sulla guancia.”

  

In una notte di tempesta, infine, il MAL DI DENTI si materializza in Sua Terribilità Satania infernalis, che dice allo sbigottito studente:

  

“Ebbene, tu dunque sei poeta. Ci penserò io a farti salire per tutta la gamma poetica del dolore! Ti metterò in corpo FERRO E ACCIAIO, non lascerò stare un solo nervo!” 

 

E anche: 

 

“Ti insegnerò io a far versi! A gran poeta, gran mal di denti, a piccolo poeta, piccolo mal di denti!

  

Lo studente supplica la creatura di andarsene e di non tornare mai più. Ma Sua Terribilità lo ammonisce: 

 

Se rinuncerai a essere poeta, a metter versi su carta, su lavagna o su qualsiasi altro materiale adatto a scriverci su: allora ti lascerò in pace, ma se ti metterai a far poesie ritornerò!” 

 

Lo studente capisce l’antifona:

Te lo giuro! Basta che non ti veda e che non ti senta mai più!”

 

Invano, perché la creatura incalza:

 

Mi vedrai sì, ma più in carne, sotto l’aspetto di una persona che ti è più cara di me. Mi vedrai sotto forma della zia Mille, e allora ti dirò: ‘Mio caro ragazzo! Tu sei un gran poeta, forse il più grande che abbiamo!’. Ma credi a me, se comincerai a scriver poesie ci penserò io a metterle in musica, a suonartele sulla chiostra dei denti! Caro ragazzo, ricordati di me quando vedrai la zia Mille!”

 

Il mattino dopo, infatti, la zia Mille compare puntualmente per tentarlo: 

 

“Scommetto che non hai scritto nulla ieri sera, dopo che ci siamo dati la buona notte! Magari lo avessi fatto! Tu sei il mio poeta, lo diventerai!” 

 

Lo studente crede di vederla sorridere sardonicamente e non sa più se si tratti della zia Mille vera, quella che gli vuole tanto bene, o della terribile creatura che l’ha tormentato nottetempo…

 

     N.B. I passi citati sono tratti da “Fiabe”, di Hans Christian Andersen, trad. di Alda Manghi e Marcella Rinaldi, Einaudi, Torino 1992.

28 dicembre 2005

(Fano, fontana della Fortuna)

Ed eccomi a Fano, ombelico del mondo, per un paio di giorni. Fano, città romana, prende il nome da un antico tempio dedicato alla dea Fortuna (FANUM FORTUNAE) "forse inizialmente solo un piccolo sacello a ricordo della famosa battaglia del Metauro che nell’anno 207 a.C. vide sbaragliato dalle legioni romane l’esercito del cartaginese Asdrubale, intorno al quale si sarebbe poi sviluppato l’abitato: all’inizio non più di un conciliabulum là dove la consolare Flaminia – aperta nel 222 a.C. -, ormai prossima al mare, volgeva a nord in direzione di Rimini". La statuetta della Fortuna nella fontana della piazza è fasulla. Quella vera (be’, solo della fine del Seicento) è al museo. Ma se si mettono le dita nell’acqua della fontana, il 2006 non potrà che essere fantastico. Il Teatro, invece, per cambiare un po’, si chiama Teatro della Fortuna… 

Per altre notizie storiche: http://www.comune.fano.ps.it/pagina.asp?pag=782

In più a Fano c’è la mia mamma:-) sempre pronta a farmi i cappelletti. Ecco la ricetta:

CAPPELLETTI IN BRODO ALLA FANESE

Il segreto è nell’impasto: 1/3 di carne di vitello magro, 1/3 di magro di maiale, 1/3 di carne di petto di pollo. Cuocere il tutto con burro, sale. Fare a pezzi, macinare e impastare con abbondante parmigiano grattugiato (100 grammi ogni kilo di impasto), + noce moscata + un niente di buccia di limone + 2 uova intere ogni kilo di carne usata. A parte si sarà preparata la sfoglia (1 uovo ogni etto di farina). Ritagliare la sfoglia a cerchietti con apposito strumento o anche con un semplice bicchierino rovesciato. Mettere al centro di ogni dischetto una porzione di impasto e chiuderlo in forma di piccolo cappello (cappelletto). Il brodo in cui cuocere i cappelletti, naturalmente, dovrà essere *buono*, non di dado:-/

27 dicembre 2005

VALERIO EVANGELISTI

 IL COLLARE DI FUOCO

“Pare che gli Stati Uniti stiano per proteggere San Marino. Quando un grosso paese si mette a proteggerne uno piccolo, regolarmente non si tratta che di guai. La loro protezione è un collare di fuoco.” (Justo Sierra). Questa la citazione che giustifica il titolo dell’ultima fatica di Evangelisti. Va subito detto che se, da un lato, l’opera è piuttosto ponderosa, dall’altro la si legge come un romanzo. Anzi, è un romanzo. Siamo nel settembre del 1859. Marion Saltstreet Gillespie (non si sa se antenata di Dizzy) fatica a convivere con i quattro schiavi negri al suo servizio. Ma ancora più repellenti trova i messicani che si ostinano a vivere a Brownsville (“a truly international city located in a semi-tropical paradise where two cultures meet to create a unique land of exotic sounds, flavors, history and natural beauty found nowhere else in the U.S.”: così in www.brownsville.org ). Per quanto disgustosi, i suddetti messicani chiamano il Texas “Tejas” da tempi non sospetti, ovvero fin da prima della sua indipendenza e annessione agli Stati Uniti. Ma veniamo al dunque. Benché siano le quattro inoltrate del mattino, Marion non dorme. È preoccupata? Macché. Sta solo intrattenendo sul divano un certo William Robertson Henry, detto “Big Bill”, che le sta succhionando i seni. Big Bill è ormai sul punto di sfilarsi i pantaloni, quando – fanculo! – si odono degli spari. Subito il romanzo si movimenta. La dissoluta vedova è costretta a far rientrare di colpo nelle coppe del busto le proprie protuberanti esuberanze, o esuberanti protuberanze, che è lo stesso, mentre dalla quarta di copertina Valerio Evangelisti assiste  basito alla scena [impressionante la foto a tutta pagina, che ben ne coglie l’espressione di severa condanna]. Ma vediamo che cosa sta succedendo giù in strada. Si inneggia, ebbene sì, per giunta in spagnolo, alla “república méxicana” e a tale Chino Cortina, un possidente messicano dei paraggi con il vizietto della politica. L’uomo, infatti, si è da poco messo alla testa di una rivolta contro le discriminazioni a cui sono sottoposti i suoi connazionali. 

La vedova Marion decide di svegliare “quei poltroni dei negri” affinché sbarrino le porte, ma è in malafede: i quattro sono perfettamente svegli e hanno già barricato motu proprio porte e finestre, anzi, la stanno aspettando in piedi alla base delle scale al piano di sotto. Sono solo quattro, si diceva: un uomo anziano, due donne grasse e una ragazza di diciott’anni. Ma c’era stato un tempo, ci avverte il Narratore, in cui la Gillespie aveva posseduto una quindicina di schiavi, tutti in buone condizioni fisiche e con i denti sani. Allora suo marito era in vita e anche un piccolo appezzamento rendeva bene, non come adesso! (Si confronti Bob Dylan: “The Times They Are A-changin’”).  

L’interruptus Henry recupera il cinturone con la massiccia Walther e lo allaccia alla vita. Raccoglie la giacca posata sull’orlo di una poltrona e per prudenza ne stacca la stella di latta racchiusa in un cerchio dei Rangers del Texas, quindi la ripone al sicuro nella tasca dei pantaloni, dove ha già nascosto la foto di sua moglie Consolación.  

I testicoli non svuotati gli facevano un male del diavolo”, ci informa Evangelisti. Ma ancora più male gli faranno (mettendosi a girare all’impazzata) quando, abbandonata la casa, Big Bill scoprirà che Brownsville è percorsa da una cinquantina di invasori invasati che gridano: “¡Mueran los gringos! ¡Libertad para el Tejas!”. Insomma non si tratta dei soliti banditi o di uno schiamazzo di ubriachi. L’operazione ha tutta l’aria di essere un atto politico. Da cosa, naturalmente, nasce cosa e la vicenda si dilata fino ad abbracciare la lotta di Benito Juárez contro Massimiliano d’Austria, la dittatura di Porfirio Díaz, la modernizzazione forzata del paese, le rivolte contadine, le stragi e le deportazioni di indigeni. Poi, arrivata al 1890, si arresta di colpo. Filo conduttore, come si sarà facilmente intuito (in caso contrario ce lo ricorda il risvolto di copertina), è il rapporto contraddittorio, di odio e amore, tra Messico e Stati Uniti. Il romanzo si chiude con una serie di istantanee su degli universitari intenzionati a fare la rivoluzione, tutti malinconicamente arrestati all’alba. “La rivoluzione? Non sarete certo voi intellettuali che la farete!”, sospira il peone Tepepa, con lo stesso tono con cui un visitatore del blog “Unità di crisi” si rivolgerebbe a Babsy Jones, Roquentin & Company. In quello stesso istante Porfirio Diaz sta concionando in piazza: “Il paese si è da tempo avviato sulla via [non bada alle ripetizioni, il Porfirio] della laboriosità e del progresso. Si tratta solo di completare l’opera, uniti e solidali sotto la bandiera della patria. Garantirò con mano ferma l’ordine necessario. Di una cosa potete stare certi: l’epoca delle violenze e delle rivolte con oggi si chiude per sempre. Inizia per il Messico una nuova era: quella del benessere e della vera libertà”. Sembra un discorso di Cofferati ai bolognesi. Ma proprio un altro bolognese, Franco Berardi detto Bifo, ne trarrà spunto per un disincantato opuscoletto subito ripreso da Evangelisti in www.carmillaonline.com  

26 dicembre 2005


(Il gomito di Antonio Bois, di Blogdiscount.org)

da http://static.flickr.com/3/2403165_0d5d509e45_m.jpg

 

Cazzo, quelli di Blogdiscount non mi hanno dato neanche un premio Blog-Aworse, con tutta la fatica che ho fatto a cazzeggiare quotidianamente, sia come conduttore di questo blog (dal lontano giugno scorso a oggi), sia come commentatore di altri blog (Lipperatura, Nazione Indiana, Vibrisse Bollettino eccetera) da ancora più tempo. Sentite, per esempio, a chi hanno dato il premio “peggior commentatore di lit-blog”: 

 

Premio Peggior commentatore da lit-blog:

 Wu Ming 1
perché ha sempre la ragione in tasca, c’ha gli scagnozzi che scendono dalla montagna in caso di flame e sputa commenti ex cathedra lunghi anche tre schermate.
  

Nominati dalla giuria:
Giuseppe Iannozzi
perché ci ficca sempre le sue preferenze in materia di letteratura e di sesso (e ne azzeccasse una che fosse una)

 Georgia Mada
Perché gEorgia con la E
 

[Meno male che Roberto Bui – ormai – sa perfettamente quanto Madre Natura (e in particolar modo il gabbiano Larus Ridibundus)  sia indifferente ad ogni affaccendarsi degli umani blogger.] 

E il premio “teoria della Lipperatura”? 

Premio speciale Teoria della Lipperatura:

 Roquentin
Per essere il miglior specialista della nuova disciplina che si spera rimanga confinata nel risibile raggio della lit-blogosfera
 

Vediamo il Premio Peggior commentatore di Blogdiscount

 

Ataru
per esserci stato sempre fedele, attraverso tutte le liti, i flame storici e i cambi di dominio, commentando sempre, immancabile, nonostante gli si risponda una volta su mille

 

Nominati dalla giuria:
Paolo Beneforti
per le domande vispe, sempre acute ed intelligenti che pone agli autori del blog
Kekule
il nostro primo commentatore, e c’è ancora e non ha perso un colpo, solo una persona davvero malvagia può arrivare a tanto

 

[Certo, Pavlov Beneforti è il classico commentatore che si è fatto da sé, dopo anni di dura gavetta in it.cultura.libri (dove ripete con la meccanicità del cagnetto suo omonimo: “Impara a quotare, impara a quotare, impara a quotare…”)] 

 

Però, che invidia!

 

Non mi resta che consolarmi interiorizzando l’Ungaretti più natalizio:

 

Non ho voglia 

Di tuffarmi 

In un gomitolo

Di calli*      [*così le strade a Venezia, N.d.A.].

Ho tanto

Rosicume

Sulle spalle. 

Lasciatemi così 

Come un 

Blogger

Posato

In un 

Angolo

E dimenticato. 

25 dicembre 2005

************

REBUS

DI NATALE

(6+2+5+8)

************

con aiutino (la seconda e la terza ve le dico io) 

 

Au

 

 

da Lucio

  

(il cognome nell’immagine) 

 

P.S. Azz. Ho un dubbio atletico. Forse il plurale di guru non è guri…  

————————————————-

L’mmagine dei piccoli angeli (o angelini) è tratta da

http://www.elyblu.it/07-317.jpg

24 dicembre 2005

FASSINO PRECISINO 

 

(“RILASSARSI LO RENDE NERVOSO”) 

 

Non posso non rubare (ehm… copia-incollare) dal blog di Daniele Luttazzi (www.danieleluttazzi.it ) questo spassoso “ritratto al telefono” di Piero Fassino:  

“28 giugno, ore 16,10.
Anna Fassino telefona a Della Valle.
Anna: ” Piero passa ore a tagliare buoni sconto dalle riviste, poi li usa per comprare dozzine di cose che non ci servono e si vanta di aver risparmiato 4 euro! (…) Quando si rompe qualcosa, lo mette da parte per i “ricambi”, non si sa mai. La cantina è un cimitero di elettrodomestici rotti. Tv, radio, frigo, lavatrici, tostapane. (… ) In cucina è sempre lì a dirmi:-Aspetta. Lascia che ti mostri come si fa.– Se sto sbucciando un’arancia o sbattendo delle uova, lui deve mostrarmi che ha un modo migliore. Più efficiente. Più facile. Mi fa infuriare. Rilava piatti che ho già lavato, riorganizza scaffali che ho già ordinato, riempie cassetti che ho già vuotato. Una volta ho spostato una caffettiera per avere più spazio per cucinare. Cinque minuti dopo, l’aveva già rimessa al suo posto. (…) Al momento del dolce, devo scucchiaiare il gelato dalla terrina in modo che la superficie resti orizzontale, niente buche o collinette. (…) Mi prepara la lista della spesa ogni mattina. Poi la firma con le sue iniziali. PF. Come se altrimenti non sapessi chi l’ha scritta. (… ) Deve verificare tutto quello che dico. Mi chiede:-Il latte è finito?- Rispondo di sì. Ma lui guarda lo stesso nel frigo. Dico che sta piovendo, va a vedere alla finestra se è vero. Mi chiede cosa sto cucinando, ma non gli basta che glielo dica. Guarda nella pentola. (…) Non riesce a rilassarsi. E’ sempre lì a scrocchiarsi le nocche, tamburellare con le dita, giocherellare coi pollici, piegare le ginocchia, rigirarsi l’anello, aggiustare la cravatta. Non sta fermo un attimo, neppure nel sonno. Rilassarsi lo rende nervoso. E se gli faccio un complimento, scoppia a piangere.”

(seguono altri  pseudo-rodariani “Ritratti al telefono” non meno divertenti).

23 dicembre 2005

     

 

IL PARALIPOMENO DEI WU MING 

 

Il racconto si apre con una ferma condanna dell’antropocentrismo (= Crede forse l’uomo che tutto ciò che esiste sia a sua disposizione? Stolto!). Seguono 1) una breve annotazione sull’indifferenza della natura verso le inani pretese umane (si confronti il motivo leopardiano della natura matrigna, che tutto affatica e spegne “indefatigata”); 2) una breve scheda sul gabbiano Larus ridibundus. Tale uccello, si precisa, vive nell’America settentrionale… Non lo si nomina, dunque, a caso, ma affinché – sulle sue ali – il lettore possa volare prima nello spazio (baia di Boston), poi indietro nel tempo (primavera inoltrata del 1775). Boston è assediata e tira la cinghia, ma il gabbiano Ridibundus sghignazza sornione, tanto sa che, a differenza degli assediati, non avrà nessuna difficoltà a “mettere insieme pranzo e cena”. [Che lo possino!]. Ma veniamo al Chi-Dove-Quando-Come-Perché. La situazione è presto detta: l’esercito di Sua Maestà Giorgio III [Attenzione, svista ortografica! Va eliminato il cerchietto alto dopo III!] deve affrontare i bostoniani ribelli, stanchi di vessazioni, smaniosi di autonomia e incazzati neri contro il Parlamento che impone balzelli da tremila miglia di distanza, fa gli interessi degli indiani e pare voglia addirittura liberare gli schiavi negri.

Al grido di “Tutti a Boston!”, un’accozzaglia di straccioni  si raduna da ogni dove a dar man forte ai ribelli. Tale esercito, pur variegato nell’aspetto e nell’equipaggiamento, è in compenso unitario negli intenti, tanto che il Narratore [di qui in avanti: N.] si pone la domanda assiale, ancorché retorica, del testo: “Forse che il cane, pur avendo quattro zampe, si muove in quattro diverse direzioni?”. Dopo alcune divagazioni geografico-paesaggistiche sulla baia di Boston, il N. passa a evidenziare lo sconforto dei georgiani. Nel loro immaginario i ribelli addirittura “mangiano i bambini” (un po’ come i comunisti di un paio di secoli dopo). Dalla madrepatria, per fortuna, arrivano i rinforzi. In men che non si dica i bostoniani erigono un fortilizio sulla collina chiamata – benché priva di bunker – di Bunker, probabilmente dal cognome del proprietario. Il tempo di una fugace considerazione sul fucile – “arma la cui azione parte dall’Aldiqua, ma si conclude metafisicamente nell’Aldilà”- e subito il N. addita al lettore da un lato la trasandatezza del look degli uomini del colonnello Prescott,  orribilmente sudici e  refrattari a ogni “infemminamento” (certo, fra loro circola anche qualche puttana, ma le condizioni complessive delle loro mutande non ne risultano affatto migliorate, semmai peggiorate), dall’altro l’impeccabile nettezza della loro bandiera rosso-bianco-blu. Negli accampamenti inglesi, per contro, non mancano lavandaie, sartine e cuoche, ma  la bandiera – si è tentati di supporre per ragioni chiasmiche – dovrebbe essere come minimo bucherellata e spruzzata di sugo.

Visto che i cannoni delle navi non possono essere inclinati verso l’alto, l’assalto ai ribelli della collina parte in manual mode. Il N. non si perita, a questo punto, di devolvere l’8 per mille della sua pietas anche alla sfiga delle giubbe rosse (“un quarto di globo lontani da casa per quattro scellini alla settimana, nessuna certezza del futuro”… un po’ come i giovani precari di oggi, per intenderci; si confronti, inoltre, Giuseppe Giusti, “Sant’Ambrogio”: “Costor, dicea tra me, re pauroso,/schiavi gli spinge per tenerci schiavi;/gli spinge di Croazia e di Boemme,/come mandre a svernar nelle maremme.”), dopodiché ce le mostra (le giubbe rosse) nell’intrepidezza dell’azione. I primi due attacchi vengono neghittosamente respinti. Al terzo assalto, purtroppo, “sbocciano fiori di sangue”. E tuttavia per la perfida Albione  si tratta della classica vittoria di Pirro. Da un lato ha vinto, dall’altro ha incassato (= messo in cassa da morto) ben 226 cadaveri contro i 140 del nemico. Agli alti ufficiali inglesi non resta che mugugnare: “Non è più tempo di scaramucce. Occorre procedere a una vera guerra”. Ed è così che “il male entra come un ago e s’allarga come un tronco di quercia”. Giorgio III si guarderà bene dal fare troppo lo schizzinoso nell’arruolare nuove soldataglie ad hoc. Ingaggerà, anzi, senza batter ciglio le peggiori canaglie d’Europa, pur di tenersi stretta l’America. Epperò noi sappiamo dai nostri studi matti e disperatissimi (= i nostri sudati Bignami) come andò a finire:- /  

 

Tutto ciò in “BREED’S HILL, 17 giugno 1775”, 1° paralipomeno non alla Batracomiomachia, bensì al nuovo futuro romanzo dei Wu Ming. Leggibile nel loro sito, scaricabile, copyleftabile eccetera come strenna natalizia da metà dicembre 2005.

22 dicembre 2005

LETTERATURA DI GENERE   

I LIBBRI DE’ PAURA  

Vi *****PERPLIME***** [verbo fighissimo – da perplimere – lanciato da Corrado Guzzanti, come ricorda l’Accademia della Crusca qui: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4409&ctg_id=44 ] l’attuale dibattito sulla letteratura di genere? Siete convinti che essa debba sapersi reinventare continuamente, se vuole sopravvivere?  

Ebbene, avete ragione. Prendiamo i libbri de’ paura, per esempio. Possibile che ci si debba fossilizzare sul solito, striminzito, ripetitivo, arci-sfruttato repertorio di appena una mezza dozzina di paure? Mai nessuno che si occupi, che so io?, di CATASTASIOFOBIA (paura di cadere dal letto)…  

Scrittori di libbri de paura, NON ABBIATE PAURA: sbrigliate la fantasia, fate vedere chi siete! Visitate:

http://www.ojohaven.com/fun/phobias.html

oppure 

http://www.madvero.it/articoli/paurefobieedintorni.asp  

e provate a lavorare su qualche paura nuova. Eccone alcune:

PAURE  

ablutofobia paura di fare il bagno
acluofobia paura del buio
acusticofobia paura del rumore
acrofobiapaura dei luoghi elevati
agorafobia paura degli spazi aperti
ailurofobia paura dei gatti
alectorofobia paura dei polli
allodoxafobia paura delle opinioni degli altri
amatofobia paura della polvere
androfobia paura degli uomini
anemofobia paura del vento
apifobia paura delle api
aracnofobia paura dei ragni
aurofobia paura dell’oro
automisofobia paura di essere sporchi
aviofobia paura di volare
bhacillofobia paura dei microbi
bibliofobia paura dei libri
bufonofobia paura dei rospi
carcinofobia paura di ammalarsi di cancro
catisofobia paura di sedersi
chemofobia paura dei composti chimici
chinofobia paura della neve
colerofobia paura della collera
crometofobia paura dei soldi
cromofobia paura dei colori
cibofobia paura del cibo
cinetofobia paura del movimento
cinofobia paura dei cani
claustrofobia paura degli spazi chiusi
climacofobia paura delle scale
coprofobia paura delle feci
coulrofobia paura dei clown
ciclofobia paura della bicicletta
decidofobia paura nel prendere decisioni
dendrofobia paura degli alberi
dentofobia (o odontofobia) paura del dentista
dermatofobia paura delle lesioni della pelle
didascaleinofobia paura della scuola
dichefobia paura della giustizia
dipsofobia paura di bere
disabiliofobia paura di spogliarsi di fronte a qualcuno
dromofobia paura dei mezzi di locomozione
dismorfofobia paura di non avere un aspetto normale
ecclesiofobia paura delle chiese
eisoptrofobia paura degli specchi o di vedervisi riflessi
electrofobia paura dell’elettricità
eleuterofobia paura della libertà
eliofobia paura del sole
emetofobia paura del vomito
emofobia paura del sangue
enofobia paura del vino
entomofobia paura degli insetti
equinofobia paura dei cavalli
eremofobia paura della solitudine
ergofobia paura del lavoro
ereutofobia (o eritrofobia) paura di arrossire
erpetofobia paura dei rettili
eufobia paura di sentire buone notizie
falacrofobia paura di diventare calvo
farmacofobia paura delle medicine
filofobia paura di innamorarsi
fobofobia paura delle fobie
fonofobia paura dei rumori
frigofobia paura del freddo
gamofobia paura del matrimonio
gefirofobia paura nell’attraversare i ponti
glossofobia paura di parlare in pubblico
gimnofobia paura della nudità
ginofobia paura delle donne
iatrofobia paura del medico
idrofobia paura dell’acqua
ittiofobia paura dei pesci
keraunofobia paura dei tuoni
leucofobia paura del colore bianco
mastigofobia (o rabdofobia) paura delle punizioni
melofobia paura della musica
menofobia paura delle mestruazioni
micofobia paura dei funghi
musofobia paura dei topi
necrofobia paura della morte
nefofobia paura delle nubi
neofobia paura delle novità
nictofobia paura della notte
nosocomefobia paura degli ospedali
odinofobia paura del dolore
ofidiofobia paura dei serpenti
oicofobia paura della casa
ombrofobia paura della pioggia
ommetafobia paura degli occhi
omofobia paura dell’omosessualità
ornitofobia paura degli uccelli
pagofobia paura del ghiaccio
papafobia paura del papa
papirofobia paura della carta
parassitofobia paura dei parassiti
patofobia paura delle malattie
pedofobia paura dei bambini
pirofobia paura del fuoco
plutofobia paura della ricchezza
radiofobia paura delle radiazioni
sciofobia paura delle ombre
scolecifobia paura dei vermi
scotomafobia paura di diventare ciechi
scriptofobia paura di scrivere in pubblico
selenofobia paura della luna
sfecsofobia paura delle vespe
siderodromofobia paura dei viaggi in treno
siderofobia paura delle stelle
staurofobia paura dei crocifissi
stenofobia paura degli spazi stretti
simmetrofobia paura della simmetria
tacofobia paura della velocità
tafofobia paura dell’essere sotterrato vivo
tecnofobia paura della tecnologia
talassofobia paura del mare
tanatofobia paura della morte o di morire
termofobia paura del caldo
tossifobia paura di essere avvelenati
triscaidecafobia paura del numero 14
tripanofobia paura delle iniezioni
tropofobia paura del muoversi, del cambiare luogo
uranofobia paura del cielo
urofobia paura dell’urina
vaccinofobia paura delle vaccinazioni
venustrafobia paura delle belle donne

verbofobia paura delle parole
xantofobia paura del colore giallo
xenofobia paura degli stranieri
zoofobia paura degli animali