Archive for gennaio 2006

31 gennaio 2006

Letture n.623 gennaio 2006 - Copertina  

Fulvio Panzeri segnala le più importanti novità librarie in arrivo nel corso del 2006 qui:

 

http://www.stpauls.it/letture/0601let/0601le06.htm 

 

Ne scelgo un paio a caso:- )

“A novant’anni dalla morte di Henry James, Fazi Editore propone in prima edizione assoluta al pubblico italiano The Outcry, un’effervescente commedia sull’incontro-scontro tra il denaro e il dinamismo tipici degli americani e l’arte e le buone maniere europee, temi che hanno costituito il nucleo centrale di tutta la sua opera e che lo hanno reso uno degli scrittori più prestigiosi del XX secolo ancora attuali.

E sempre Fazi, dopo Il violinista, presenta un altro romanzo di Hans Christian Andersen, O.T. un romanzo danese, una storia che si avvale di un magistrale tratteggio dei paesaggi e delle atmosfere danesi, in cui i personaggi si muovono alla ricerca di una identità perduta, ma fortemente desiderata. 

A proposito di Andersen, da qualche giorno è uscita la quarta puntata del romanzo “IL FANTASMA DI ANDERSEN” qui: http://www.carmillaonline.com/   

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 4a puntata  

di Lucio Angelini [I ricordi di Andersen non sono inventati da L.A., ma tratti di peso dalla sua stessa autobiografia.]   

Posted in Carmilla on line on Gennaio 27, 2006 12:59 AM 

 

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 3a puntata 

Posted in Carmilla on line on Gennaio 13, 2006 03:34 AM 

 

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 2a puntata

 Posted in Carmilla on line on Dicembre 21, 2005 08:30 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 1a puntata

 Posted in Carmilla on line on Dicembre 12, 2005 12:54 AM

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Gli editori interessati possono avanzare le loro proposte indecenti:- )

30 gennaio 2006

Munich
di Steven Spielberg
 
Ho visto "Munich", il nuovo film di Spielberg, definito dal regista "una preghiera per la pace", ma non ho ancora deciso se mi sia piaciuto davvero e se mi sia effettivamente sembrato una preghiera. «Il peggior nemico non è né palestinese né israeliano. Il peggior nemico è l’intolleranza che regna in quella regione», ha dichiarato Spielberg. Alcuni protagonisti della sua storia si pongono domande del tipo: "Chi stiamo uccidendo esattamente? Si può trovare una giustificazione? Questo fermerà il terrore?". Negli Stati Uniti il film ha suscitato reazioni opposte: Ehud Danoch, console d’Israele a Los Angeles, ha definito il regista "presuntuoso". Gli ex dirigenti del Mossad hanno sentenziato che la ricostruzione contenuta nella pellicola è "improbabile". Su posizioni diametralmente opposte il "Time"‘, che ha intervistato il regista e dedicato a "Munich" la copertina ("È un capolavoro"), il "New York Times" e l’ex inviato speciale di Clinton in Medio Oriente, Dennis Ross. Divisi anche gli arabi residenti in America. Un film scomodo, che sembra non sia piaciuto alle alte sfere di Hollywood.

Attingo al blog "Camillo" di Christian Rocca:

 

«La politica giusta, ha detto Spielberg a Time, dovrebbe essere quella del dialogo. L’editorialista del New York Times David Brooks ha scritto che “Munich” è un “nuovo tipo di film anti guerra” e, in questo, innovativo, sofisticato e intelligente, “ma, quando diventa politico, Spielberg deve distorcere la realtà per farla adattare ai suoi preconcetti. In primo luogo, scegliendo una storia ambientata nel 1972, Spielberg consente a se stesso di ignorare il veleno che permea il medio oriente: il radicalismo islamico. Nel medio oriente di Spielberg non ci sono né Hamas né Jihad islamico. Non c’è alcun fervente antisemita, nessun negazionista dell’Olocausto come l’attuale presidente dell’Iran, nessuno zelota che vuole sterminare gli israeliani. Soprattutto non c’è il male. E questo è il centro della favola di Spielberg. Nella sua rappresentazione della realtà non ci sono persone così dedicate a un’ideologia assassina e quindi impermeabili al tipo di compromesso e di dialogo in cui Spielberg nutre una gran fiducia. Non ammettendo l’esistenza del male, come esiste realmente, Spielberg racconta una realtà sbagliata. Comprensibilmente non vuole rappresentare i terroristi palestinesi come i cattivi dei cartoni, ma non li ritrae per niente”. Secondo Brooks, l’agente israeliano che nel film si pone i dubbi sulla missione e sul sionismo è l’immagine americana di ciò che un eroe israeliano dovrebbe essere, ma i veri combattenti israeliani tendono a essere più duri perché invece sono a conoscenza dell’ideologia sterminatrice dei loro nemici. Brooks conclude sostenendo che “nel medio oriente di Spielberg l’unico modo di ottenere la pace è rinunciare alla violenza, ma nel medio oriente reale l’unico modo di ottenere la pace è attraverso una vittoria militare sui fanatici accompagnata da compromessi tra gli elementi ragionevoli delle due parti”.»

(da http://www.ilfoglio.it/uploads/camillo/munich.html)

Sentiamo, inoltre, che cosa ne dicit ipse, ovvero il Mereghetti:- )

 
"Il film di Spielberg potrebbe sembrare a prima vista un film molto semplice e diretto: racconta l’operazione di ritorsione organizzata dal governo israeliano (presieduto da Golda Meir) e dal Mossad per rispondere con la medesima logica all’attentato compiuto da Settembre Nero durante le Olimpiadi di Monaco del 1972, che avevano portato alla morte di 11 atleti israeliani. Per vendicare quegli undici morti Tel Aviv decise di eliminare undici responsabili della resistenza palestinese coinvolti in azioni terroristiche e incaricò un gruppo sotto copertura di cinque uomini di portarlo a compimento.
Ma la chiarezza che si chiede a un film di ricostruzione storica finisce quasi subito per confondersi e ingarbugliarsi dietro le scelte stilistiche e narrative volute dal regista e soprattutto dietro il richiamo all’oggi che l’inquadratura nel finale delle Torri Gemelle non può far passare inosservata. Diversamente dal passato e dai film che affrontavano temi dichiaratamente storici, come Schindler’s List, Amistad o Salvate il soldato Ryan, lo scopo di Spielberg qui non sembra essere (solo) la sollecitazione della memoria dello spettatore, a cui sottoporre un momento del suo passato che forse ha dimenticato, ma piuttosto essere lo spunto di una riflessione che sappia trarre una lezione per l’oggi.
Da una parte, infatti, Spielberg “smonta” la ricostruzione dell’attentato di Settembre Nero in tanti piccoli episodi che usa durante la ricostruzione della ritorsione, come a voler continuamente ricordare allo spettatore le ragioni di quella stessa ritorsione, lo spunto che le ha dato inizio e la giustifica. Ottenendo così il risultato di ribadire una diversità “cronologica” se non proprio ontologica delle due violenze, quella palestinese e quella israeliana: durante tutto il film non si può mai dimenticare che c’è una violenza che viene prima e una che viene dopo, che una è la causa e una è l’effetto (anche se poi la violenza “effetto” sarà a sua volta causa di altre reazioni violente da parte dei palestinesi).
Dall’altra parte, il film porta i componenti del commando a interrogarsi sul senso delle proprie azioni, ma poi si ferma a un livello individual-psicologico che limita la portata dell’autocritica (sempre che si possa chiamare così) ai soli membri del commando e non arriva mai a interrogare i reali responsabili politici e morali dell’operazione (e quanti, anche oggi, predicano e difendono la medesima politica). Perché Golda Meir si vede quando decide di dare inizio alla rappresaglia ma poi sparisce dal film? E ancora: seguendo le azioni di Avner, il responsabile israeliano del gruppo sotto copertura che dopo sette assassini decide di abbandonare la missione e “rifugiarsi” a New York, verrebbe come da pensare che la ragione che ha fermato quella missione ritorsiva non sia tanto una qualche riflessione sul suo valore, sull’utilità o l’inutilità di mettere praticare la legge del taglione nei confronti del palestinesi (che pure affronta, anche se in maniera piuttosto superficiale), ma piuttosto il richiamo irrinunciabile della sacralità della famiglia (che nel cinema di Spielberg si rivela sempre di più come l’unico vero movente delle azioni umane e come la realtà da difendere a ogni costo).
Lo sottolinea la scena più discutibile (e più brutta) del film, quella con Avner e sua moglie che fanno l’amore mentre nella testa di lui si accavallano le immagini del momento più tragico dell’attentato di Monaco, quando all’aeroporto i terroristi uccisero gli atleti palestinesi. A questo punto il film ha ormai perso la sua forza e la sua “chiarezza”. Confonde tutte le strade percorse fino allora per non arrivare a nessuna vera conclusione. Un po’ come il suo protagonista, che cerca riparo lontano da chi lo aveva armato, così il film abdica a portare fino in fondo la sua riflessione morale sull’uso della violenza, dopo aver rinunciato da tempo a percorrere solo la strada del film d’azione o della ricostruzione storica. Lasciando nello spettatore che non sia preventivamente schierato per una parte o per l’altra l’impressione che Spielberg non abbia il coraggio di trarre tutte le conseguenze che quella storia gli imporrebbe di trarre e che, come una specie di struzzo, finisca per nascondere anche lui la testa sotto la sabbia. (Paolo Mereghetti, Corriere della Sera)
——–
A Mereghetti si può obiettare che sì, certo, la sacralità della famiglia è un tema importante in Spielberg ( fin dai tempi di ET "Telefono casa…"), ma sempre di più insieme a quello della "sicurezza del futuro", ovvero della possibilità di allevare i propri figli in un paese in cui non si rischi di saltare in aria ad ogni piè sospinto…:-/

28 gennaio 2006

(Goffredo Fofi)                                

"LA GRANDE ZIA"

 

(Goffredo Fofi a Venezia)

 

Come ogni anno alla fondazione Cini di Venezia si è tenuto il seminario di perfezionamento della Scuola per Librai “Umberto e Elisabetta Mauri”. Alla giornata conclusiva partecipa, in genere, TUTTA L’EDITORIA ITALIANA e così è stato anche quest’anno, a parte qualche defezione dovuta all’inclemenza del tempo. Alle 9.00 Angelo Tantazzi ha iniziato le sue “Anticipazioni sul futuro”, improntate a un cauto ottimismo. Seguivano due interventi di assoluto rilievo: quello di Goffredo Fofi sulla scuola, definita “la grande zia”, e quello d Tullio De Mauro “Se un giorno di primavera un governante…”, di cui dirò domani. Dopo un coffee break è stata la volta di Maria Nadotti in conversazione con Layla Chaouni (editrice marocchina), Ying Hong (scrittrice cinese) e Dubravka Ugresic (scrittrice croata). Tediosissima la Nadotti, che, con le sue ormai datate e lunari domande sulla “scrittura al femminile” (“Chi scrive per chi?”) sembrava Gigi Marzullo. Ricca colazione alle 13 nel refettorio della fondazione e infine la lectio magistralis di ROGER CHARTIER “Leggere. I modi insospettabili per entrare in un libro”. 

 

Sintetizzo, per oggi, l’intervento di Fofi. Ha subito chiarito che, secondo l’insegnamento di Franco Fortini,  anche lui sente la necessità di “parlare di corda a casa dell’impiccato”. Prendendo spunto da un misterioso messaggino telefonico senza firma arrivatogli il giorno prima (“È nata Rosa”), si è domandato: “In che mondo è venuta a cadere la nostra Rosa? Che cosa l’aspetta? Chi la educherà alla democrazia e alla pace? Chi l’aiuterà a crescere, facendole scoprire la bellezza del mondo e il campo delle sue potenzialità, ma anche – cercando di non truffarla – aiutandola a difendersi dalle aggressioni del mondo, tra le quali possiamo oggi considerare in tutta tranquillità anche la scuola, i giornali e la televisione, le mille forme della pubblicità diretta e indiretta in cui si manipola e si indirizza la volontà dei singoli illudendoli di ragionare con la propria testa quando invece li si costringe a ragionare con la testa di chi comanda e chi vende?”

Il nostro, ha affermato Fofi, è un mondo minacciato dall’avidità (e dall’invisibilità o capacità mimetica dei pochi che guidano l’economia e la scienza, oscuro connubio che produce le massime trasformazioni nei confronti del futuro) e dalla irresponsabilità nei confronti del futuro. Per aiutare Rosa tornano ancora necessari due o tre discorsi un tantino "vetero" sui quali si può e si deve discutere. Arte ed educazione devono tornare ad assumere un valore centrale per l’esperienza umana dei “sopravissuti” alle mutazioni imposte dal potere, e il libro per bambini è o deve essere considerato come una forma d’arte. La nostra pedagogia ha vissuto una grande stagione nei vent’anni tra il 1943 e il 1963, sperimentando nuovi metodi tesi allo sviluppo di una cosciente autonomia del bambino e del ragazzo, alla sua possibilità di diventare un individuo completo e pensante, libero e consapevole, in grado di contribuire con i suoi personali modi e talenti a una società democratica, aperta, solidale con gli umili e con gli ultimi. Questa pedagogia è stata sconfitta ed è oggi dimenticata e tradita dai professori che si dichiarano pedagogisti: è diventata “scienza della formazione”, un’arte burocratizzata nelle tecniche e trasformata in mestiere dentro un mercato. Oggi non è più la scuola a educare i nostri figli, ma cento altre agenzie e luoghi: le scuole di danza e di teatro, i divertimenti, gli amici, i media spettacolarizzati, le risse televisive, le discoteche, gli stadi, le interviste con i ricchi e famosi, gli stilisti e via di seguito. La scuola funziona semmai come il luogo di una socializzazione secondaria, che non assolve bene nemmeno ai compiti dell’apprendimento fondamentale…L’editoria per ragazzi è occupata da una quantità di opere brutte, leziose, che si imitano l’un l’altra, e che si inquadrano in pochi generi ripetitivi che imitano perlopiù quelli adulti e accettano il nuovo nelle forme dell’interattivo, del fantasy più schizoide o insulso, di uno pseudo mimetismo del linguaggio che gli autori credono tipico degli adolescenti e di dieci altre banali variazioni. Fantasy e detection dominano il campo del “non realistico”, i modi del serial televisivo realistico dominano quello del “realistico”. Le case editrici propongono dozzine di sciocchezze in infinite copie e varianti…

Una volta, secondo Peter Bichsel, c’erano al mondo “più zie che lettori”, perché erano le zie a regalare i libri ai bambini per le prime comunioni, per i compleanni, per le promozioni scolastiche. E poiché sceglievano i libri secondo i propri gusti ne risultava che i bambini si disgustavano dei libri e il numero dei lettori non poteva certo aumentare. Oggi non è più così, le zie sembrano contare di meno, ma contano sempre di più i gusti di altre “zie” non meno ottuse delle prime e certamente più prepotenti e saccenti, le e gli insegnanti di scuola, i redattori e redattrici di case editrici e collane specializzate, i tanti che lavorano agli adattamenti cinematografici di libri di successo e ai gadget che a loro volta ne derivano… Il numero dei lettori è cresciuto, ma  non la qualità di ciò che essi leggono, e contemporaneamente è cresciuto anche il numero delle zie, che rischiano di diventare, orwellianamente, televisivamente, una sola onnipossente “GRANDE ZIA”… Dobbiamo difendere Rosa e i suoi fratelli e sorelle dal Grande Fratello e anche dalla Grande Zia, praticare e pretendere il rispetto della loro fantasia, della possibilità che potrebbero avere di diventare migliori di noi, “più felici più autonomi più saggi più sapienti più giusti di noi”.  

(Immagine da http://www.rivistaorigine.it/fofi.jpg ) 

27 gennaio 2006

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           IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI        

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Uffa, già mi infliggevo quasi quotidianamente una nevrotica scorsa a una mezza dozzina di blog e adesso scopro che da oggi, per motivi di par condicio (= per non far torto agli indiani dissidenti rispetto a quelli più pacioccosi), mi toccherà visitarne anche un altro, nuovo di zecca. Ma andiamo con ordine. 

1) Dall’11 al 14 dicembre del 1817 Giacomo Leopardi fu turbato dalla presenza in casa di una cugina del padre, l’ospite Geltrude Cassi. Si invaghì senza speranza di lei e le dedicò la poesia “Il primo amore”. Ecco l’incipit:  

“Tornami a mente il dì che la battaglia

D’amor sentii la prima volta, e dissi:

Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!” 

 

Ne parlò anche nel Diario:

 

Io cominciando a sentire l’impero della bellezza, da più d’un anno desiderava di parlare e conversare, come tutti fanno, con donne avvenenti, delle quali un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi pareva cosa stranissima e meravigliosamente dolce e lusinghiera; e questo desiderio della mia forzata solitudine era stato vanissimo fin qui. Ma la sera dell’ultimo Giovedì, arrivò in casa nostra, aspettata con piacere da me, né conosciuta mai, ma creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio, una Signora Pesarese nostra parente più tosto lontana… ” 

 

2) Passarono circa 186 anni e arrivò il luglio 2003. Un gruppo di intellettuali capeggiato dalla triade Moresco-Scarpa-Benedetti si invaghì non già di una novella Geltrude (eccheccassi!), bensì dell’idea di creare un blog collettivo (www.nazioneindiana.com ), in cui ciascun collaboratore potesse pubblicare autonomamente ciò che voleva senza passare attraverso alcun filtro redazionale e alcun tipo di mediazione. Avrebbe precisato, in seguito, Antonio Moresco:

 

L’idea era di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno, cioè di un movimento unico che tenesse indissolubilmente uniti dentro di sé sia il conflitto delle idee e l’aspirazione all’apertura di spazi che l’amore per l’oggetto e la cosa in sé, sia la responsabilità intellettuale radicale che l’incandescenza, l’intransigenza e l’integrità artistica e di conoscenza.”

 

3) Il sito ebbe successo, ma meno di un biennio dopo, per l’esattezza il 27 maggio 2005, Antonio Moresco improvvisamente esclamò: Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!”. Aggrottò la fronte e aggiunse: 

 

Bisogna prendere atto che solo una parte di N.I. è disposta a esporsi e a condurre certe battaglie, mentre un’altra ha evidentemente aspirazioni diverse e un’altra ancora, di fronte ai passaggi più impegnativi e quando si tratta di allungare il passo, non partecipa e non dà segni di vita.”(da http://www.nazioneindiana.com/archives/001283.html#more ). 

 

Abbandonò deluso Nazione Indiana e trascinò con sé un manipolo di duri e puri. 

 

4) Veniamo adesso al corrente gennaio 2006. Moresco e i suoi fedelissimi, assaliti dal ricordo del PRIMO AMORE (l’idea di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno e bla bla bla) provano acute fitte di nostalgia (“Oh come viva in mezzo alle tenebre sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi la contemplavan sotto alle palpebre!”, sospirano unanimi). Sopraffatti, fondano il sito www.ilprimoamore.com 

 

Ne dà notizia Gian Paolo Serino nel quotidiano “Il giornale” di ieri:  

 

“Hanno perso le piume, ma non certo lo spirito da guerrieri. Sono i ‘dissidenti’ di Nazione Indiana, il blog letterario che per anni è stato tra i punti di riferimento della discussione culturale italiana su Internet. Loro, che chiameremo per comodità i ‘dissidenti’, per la scelta di dividersi dalla Nazione hanno suscitato un autentico vespaio e non solo sul Web: il popolo dei bloggers è caduto per giorni in fibrillazione, mentre alcune terze pagine hanno colto l’occasione per dimostrare come la letteratura su Internet non possa lasciare tracce visibili. La risposta dei dieci ‘dissidenti’ – tra i quali la critica letteraria Carla Benedetti, gli scrittori Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Dario Voltolini e il fotografo ed editore Giovanni Giovanetti – è l’apertura di un nuovo sito internet che sarà visibile da oggi: http://www.ilprimoamore.com. Sin dal nome e dalla grafica, espliciti rimandi alle cantiche leopardiane, gli ex indiani vogliono ribadire la necessità di uno spazio che non si limiti al virtuale ma che persegua «una coerenza che in Nazione Indiana spesso si perdeva». 

«Più che incoerenza – sottolinea Tiziano Scarpa – si sentiva mancanza di radicalità e la sensazione di comportamenti ambigui e troppo cautelati. Nessun pregiudizio contro Nazione Indiana, che da questa querelle rimbalzata di blog in blog ha trovato nuova linfa e nuovi validi collaboratori, ma soltanto la nascita di un nuovo sito che, nelle intenzioni, vuole esprimere posizioni più radicali».

Dichiara Antonio Moresco:

«Per quanto mi riguarda, vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l’erme torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi i nostri padri antichi. Or fatta inerme, nuda la fronte e nudo il petto mostra, ahimè, la patria mia!»

«I navigatori di Internet – spiega invece Giovanetti – da oggi troveranno la nostra prima azione dimostrativa: firmare l’appello per la riapertura del processo sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Questo il primo atto di un sito internet che non funzionerà come un blog: non si accetteranno commenti diretti, ma si pubblicheranno senza censura tutti gli interventi pervenuti via mail. Questo per chiarire come per i “dissidenti” di Nazione Indiana l’ascia di guerra sia nuovamente dissotterrata.»

Dell’indirizzo email, ovviamente, nessuna traccia:- )

 

26 gennaio 2006

QUANDO MOBY DICK VOMITA LA GAMBA DI ACHAB

Panta Rei. Tutto scorre. Tutto si trasforma.  Dal male nasce il bene. Dal bene il male. Moby Dick divora la gamba di Achab. Una famiglia australiana trova un vomito di balena… 

Dai quotidiani di ieri:

"Una famiglia australiana ha scoperto su una spiaggia una quantità eccezionale di vomito di balena, il cui valore può superare i 600 mila euro. La sostanza, conosciuta come ambra grigia, è molto ricercata dai produttori di profumi. I 14,75 chili di escrezione di capodoglio sono stati trovati dalla famiglia mentre passeggiava lungo una spiaggia sulla costa occidentale dello Stato. Rimasti sorpresi dall’aspetto della sostanza, simile a "’cera", hanno chiesto informazioni ad esperti che ne hanno scoperto la natura."

(immagine da: http://www.mathematicianspictures.com/authorspictures/posters350w/THUMB_300W_26_JPEG_MEL1.JPG

Per associazione di idee mi è tornato in mente un vecchio post di Sergio Garufi, che recupero da Google/Groups (31 agosto 1999) e riproduco:

***Qualche anno fa apparve per i tipi di Baldini e Castoldi un documentatissimo libro dal titolo "Era una notte buia e tempestosa…", nel quale i due
curatori elencavano, analizzavano e catalogavano 1430 incipit di romanzi famosi. L’inizio di un romanzo è importante per molti versi….è importante perchè è un segnale di narratività, che ci rivela o ci nasconde le sue finalità (finzione o realtà, racconto fantastico o saggio storico?), ed è importante per una motivazione estetica, perchè deve prenderti, deve darti il ritmo, il respiro di tutta l’opera. Garcìa Marquez dichiarò in un’intervista che la stesura della frase iniziale di "Cent’anni di solitudine" gli prese moltissimo tempo, perchè si trattava "di trovare il tono…il materiale lo avevo tutto, perchè esisteva, anche il metodo lo avevo inquadrato, ma mi mancava il tono: quando lo trovai, Cent’anni di solitudine divenne un romanzo".
E difatti, l’inizio è irresistibile, una prolessi che informa di sé tutta l’opera e che definisce la struttura ciclica del romanzo, così come notava Cesare Segre. Nella prefazione al sopracitato libro sugli inizi, Umberto Eco si augura che venga scritto pure un elenco dei finali dei romanzi…anche i finali sono importanti, e spesso un finale memorabile riesce a riscattare un andamento tentennante. Se non l’avete ancora capito, vi sto invitando a postare i finali più memorabili, non solamente in senso positivo, dei romanzi che avete letto. A me vengono in mente quello cinematografico del "Viaggio al termine della notte", con il rimorchiatore che si allontana sul fiume,  e con l’ultima frase bellissima e tautologica ("e che non se ne parli più"), quello struggente di "Danubio" di Claudio Magris, che usa un verso di Biagio Marin con lo stesso ritmo che aveva la sua prosa saggistica in quel momento ("Fa che la morte mia, Signor, la sia como ‘l score de un fiume in t’el mar grando"). Ma anche il finale sorprendentemente fantasy de "Le particelle elementari", con l’ultima frase che non significa niente e vuol dir tutto ("Questo libro è dedicato all’uomo"); o ancora il finale noir apocalittico di provincia de "L’avvocata delle vertigini", il bel romanzo del brizzolato esordiente Piero Meldini (a proposito, proprio nessuno che l’abbia letto?), e per ultimo il finale ironico-ciclico di "Vita standard di un venditore provvisorio di collant" di Aldo Busi, dove una battuta stupida smorza una tensione che sembrava preludere a un omicidio, e tutto ricomincia con l’ennesimo lunedì. Insomma, resto in attesa di conoscere i vostri finali memorabili, e non è detto che non si possa in seguito raccoglierli in volume e catalogarli con ICL come curatore…***

Tale Giò gli rispose il 2 sett 1999:

***Il finale di "Il ventre di Parigi" e’ di quelli che restano in mente. Il protagonista viene fatto arrestare da una sua parente ricca e assai "per bene", che vuole semplicemente garantirsi il proprio quieto vivere. Il finale e’ tagliente e dà senso a tutto il romanzo: "Che canaglie quelli per bene!"

Ma è rara probabilmente un’accoppiata incipit/finale efficace come quella di Moby Dick, dove inizio e fine, ambedue memorabili, sono incentrati
sull’io narrante: "Chiamatemi Ismaele" // "Era la bordeggiante Rachele che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano."***

Adesso la famiglia australiana ha trovato un nuovo explicit al capolavoro di Melville:- ).

25 gennaio 2006

 

"LO ZIO COSO" 

Varie e numerose le manifestazioni programmate dal Comune di Venezia per celebrare il Giorno della memoria 2006: http://www.comune.venezia.it/news_home/news.php?id=366 . Fra gli eventi promossi dal Coordinamento cittadino vi è stata la presentazione, lunedì pomeriggio, allo spazio eventi della libreria Mondadori di Venezia, del libro di Bianca Schlesinger
‘Con i lupi alle spalle’ (Edizioni dell’Arco 2005). 

Ieri pomeriggio, invece, è stata la volta del fiorentino Alessandro Schweb che, intervistato dal giornalista Sergio Frigo, si è effuso sul suo recente e tragicomico “Lo zio Coso”. Alessandro Schweb è il vero nome di Giga Melik , colonna portante della rivista satirica “Il male” di qualche anno fa. Il romanzo affronta satiricamente argomenti come il revisionismo e il negazionismo, e fa ridere a denti stretti su temi attualissimi. Ecco l’argomento: 

“Viaggiando su un treno diretto in Ungheria per far visita a uno zio miticamente scampato alle persecuzioni naziste, Melik apprende che la Seconda guerra mondiale non c’è mai stata. Glielo spiega il  dottor Oscar, un veterinario che prende posto di fronte a lui nello scompartimento, sedendosi sul sedile che viaggia in direzione contraria al senso di marcia del treno. È proprio da qui che si dipartono i due binari opposti e paralleli che legano le vicende narrate. Quello antistorico del veterinario nazista che procede a ritroso cancellando e ricomponendo la realtà e quello dei ricordi del protagonista ebreo, che si protende tra passato e presente avanzando per accumulo di memorie familiari vivide, eppure indefinite. Quando il treno è ormai già entrato nella campagna ungherese, Melik riceve una bastonata sulla testa. E a questo punto, oltre alle verità storiche anche i vocaboli per raccontarle scompaiono dalla sua mente confusa. Si ride tanto e si ride amaro seguendo le acrobazie revisioniste di Oscar: dalla immensa rappresentazione scenica che sarebbe stato il bombardamento su Londra, con migliaia di insuperabili attori nella parte delle vittime alla inesistente guerra lampo di Danzica, che sarebbe stata il frutto fantasioso di una disputa cabalistica tra due studenti del seminario di Cracovia. Meno male che il treno dei ricordi e della speranza non arriverà mai a destinazione dallo zio Coso ungherese… “ 

(da http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?idlibro=1497&titolo=LO+ZIO+COSO 

Ed ecco alcuni giudizi: 

 

"Non so come sia possibile scrivere un romanzo straordinario in cui convivono il Pinocchio di Collodi, il Candido di Voltaire, il Come risolvere la questione della fame in Irlanda di Swift e i racconti dei fratelli Singer. È riuscito ad Alessandro Schwed nel romanzo Lo zio Coso."
Fabrizia Ramondino, L’Espresso

"Esilarante, tagliente e mai concluso viaggio attorno al problema dell’identità."
Pier Mario Fasanotti, Panorama

"… un’epopea buffa e a volte struggente, densa di pagine irresistibili e di altre che fa male anche solo a leggerle."
Elena Loewenthal, Tuttolibri

"… un libro che, miracolosamente, sa accordare le note d’una straordinaria levità alla musica più cupa e sorda del secolo che è appena trascorso."
Massimo Onofri, La Nuova Sardegna

"… segno di una fantasia che si rifà alla narrazione yiddish, alle favole dello shtetl, a quella commistione tra farsa, malinconia e romanticismo che è una delle cifre più riconoscibili della cultura ebraica europea… Il romanzo… è una sorpresa, uno scarto. In ogni caso un’invenzione."
Edmondo Berselli, la Repubblica

 

Schweb ha confessato di aver impiegato sette anni a scrivere il libro. Alla fine della presentazione un signore del pubblico gli ha chiesto se, secondo lui, non sarebbe il caso di istituire, accanto alla giornata della memoria, ormai così “istituzionalizzata, strumentalizzata e, tutto sommato, retorica”, anche una giornata dell’oblio, tesa a far dimenticare odi e rancori del passato. Schwed ha dichiarato di non poter rispondere, avendo già dimenticato la domanda:-) 

Nel sito www.shalom.it, e precisamente qui: http://www.shalom.it/modules.php?name=AvantGo&op=ReadStory&sid=609  c’è un interessante articolo che inizia: 

“Da un po’ di tempo non riesco più a ridere di gusto per testi e spettacoli ‘umoristici’, perché smaschero troppo facilmente le tecniche usate per stimolare il sorriso; sono stato quindi felice di leggere il libro ‘Lo Zio Coso’, opera di uno dei migliori autori di satira italiani, con il quale avevo lavorato anni fa. Ma quando ho iniziato a scorrere le prime pagine mi è apparso subito chiaro che il libro era scritto da due persone diverse: quella che – professionalmente parlando – conosco piuttosto bene, ed un’altra che avevo incontrato, di rado ma con piacere, nei pochi momenti in cui si esce dalla frenesia lavorativa e ci si ferma a chiacchierare e a riflettere su tutto, un po’ come quando da ragazzi in campeggio si cerca di capire il mondo e la vita… il convivere delle due personalità nella stessa scatola cranica, ha fatto in modo che, in questo suo libro, ad ogni capitolo divertentissimo di Giga si alternasse un capitolo di profonda riflessione di Alessandro con picchi di alta poesia. Ciò non significa che il ritmo di lettura ne risenta, anzi: in un continuo crescendo, fino al colpo di scena finale, si viene trascinati in un turbinìo di sensazioni che – dal riso al pianto – tocca tutta la gamma prevista in letteratura.”

24 gennaio 2006

LA RIVOLTA DI PESCHE

Peaches Geldof si ribella, basta con i nomi ridicoli ai figli delle celebrità.

"Il primo nome è la prima operazione di immagine/marketing/definizione di sé che i genitori fanno sui figli, e farla strana è come investire in azioni ad alto rischio. Tenere presente. Copiare con cautela i nomi dei figli di celebrità, se proprio piacciono molto. Ricordare che — specie in caso di figlia femmina — il nome copiato andrà di moda solo per un breve periodo, la poveretta sarà sempre anagraficamente identificabile, non potrà mai calarsi gli anni. Consultare molte persone e desistere se viene giudicato ridicolo. E poi valutare le incongruenze: spesso i genitori dei Keanu e delle Swami hanno cani di nome Betta e Ugo. Nel dubbio, optare per i nomi dei cani." (Maria Laura Rodotà, 23 gennaio 2006,qui: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2006/01_Gennaio/23/_rodo_.shtml )

La ribellione di Pesche Geldof mi ha spinto a chiedermi, per associazione di idee: "Chissà quanti personaggi letterari, se potessero, si rivolterebbero contro i propri autori?"

Facendomi un esame di coscienza, non ho potuto non pensare ai tre protagonisti del mio GGG, ovvero: "Grande, Grosso e Giuggiolone", dove Grande, Grosso e Giuggiolone sono – appunto – i nomi dei tre poverini:- ) 

Fra i personaggi storici, invece, ho subito rivolto un pensiero commosso e solidale a CASTRUCCIO CASTRACANE. Che dire, infine, dei vari Azzo degli Azzoni nella famiglia dei conti Azzoni Avogadro?

23 gennaio 2006

 

 

 

Scrivevo mesi addietro (nei giorni della mostra del cinema di Venezia):

 

sabato, settembre 10, 2005

EVVIVA, HANNO VINTO

I COW-GAY

DI ANG LEE!

(Brokeback Mountain

è il Wuthering Heights

dei nostri tempi)

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E il 29 settembre 2005 (vedi archivio): 

TORNANO IN CARTACEO I COWGAY DEL WYOMING 

LOVE IS A FORCE OF NATURE

Ecco che mi ritocca parlare di quel furbone un po’ snob, ma indubbiamente abile, di Alessandro Dalai, mio ex vicino di casa qui a Venezia nel secolo scorso e adesso a capo della possente Baldini Castoldi Dalai editore di Milano. Nel 1999 aveva pubblicato una raccolta di racconti di E. Annie Proulx: "GENTE DEL WYOMING". Ebbene, adesso gli è venuta l’idea di estrapolarne uno a caso:- ), per l’esattezza quello da cui è stato tratto il clamoroso Brokeback Mountain, vincitore del Leone d’Oro alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Dalai ne ha fatto uno smilzo, elegante volumetto a sé, da far circolare in concomitanza con l’uscita della versione italiana del film. In copertina, naturalmente, i due cowgay di Ang Lee.

Il racconto, benché stampato grosso, è di appena 47 pagine (da pag. 5 a pag. 52). Alla scena clou si arriva quasi subito, ovvero a pag. 14:

"Vieni qui sotto. Il sacco a pelo è grande abbastanza”, disse Jack con voce irritata, impastata di sonno. Era grande abbastanza, caldo abbastanza, e di lì a poco approfondirono notevolmente la loro amicizia. Ennis andava a tutto gas su tutte le strade, che si trattasse di sudarsela o di spassarsela, e non volle saperne quando Jack gli prese la mano sinistra portandosela sull’uccello eretto. Ennis strappò via la mano come se avesse toccato il fuoco, si sollevò sulle ginocchia, slacciò la cintura, si abbassò i calzoni, mise Jack a quattro zampe e, con l’aiuto dei fluidi suoi e di un po’ di saliva, gli andò dentro, cosa mai fatta prima ma non occorreva un manuale di istruzioni. Se la fecero in silenzio salvo per qualche ansito e il soffocato ‘sto partendo’ di Jack, poi fuori, giù, a dormire… "

E poco più giù:

"Non parlarono mai della cosa, lasciavano che accadesse… salvo una volta che Ennis disse: “Mica sono  un finocchio” e Jack subito: “Neanch’io. Mai capitato prima. Riguarda solo noi.”(La traduzione è di Mariapaola Dèttore).

Be’, a distanza di mesi sono tornato a vedere il film nella versione italiana. Il giudizio resta immutato: si tratta di una grande ed emblematica storia d’amore, che coinvolge non tanto due uomini, quanto due solitudini.

Scrisse Roberto Pugliese sul Gazzettino del 3 settembre 2005 (art. "Ang Lee sfida le regole"): "Accade che due giovani mandriani, incontratisi per caso alla ricerca di lavoro e costretti all’isolamento e alla promiscuità  nella custodia del gregge, s’innamorino perdutamente l’uno dell’altro. Una passione ‘oggettiva’, e oggettivizzata dal taglio immediatamente neoromantico, lirico, nauralistico del regista; che si guarda bene dal fare un film di "militanza" gay (i due protagonisti non lo sono, in senso stretto), ma vuol fare invece un puro, semplice e disarmato FILM D’AMORE… ma il taiwanese Lee sfida le regole, sociali e cinematografiche, del rude mondo di mandriani, cowboy e rodei…"; Natalia Aspesi in Repubblica del 3 settembre ("Jack e Ennis, due cowboy in cerca delle parole per dirlo"): "Ennis e Jack sono INCONSAPEVOLI di cosa li spinga uno verso l’altro… non conoscono le parole per dirlo, per dirselo, per avere finalmente il coraggio di essere liberi di vivere COME NON OSANO NEPPURE SOGNARE". E il regista Ang Lee: "Ognuno di noi nasconde una Brokeback Mountain da qualche parte dentro di sé" (cito a memoria).

21 gennaio 2006

  

IO E PATRICIA 

Fra le oltre 100 opere letterarie da me tradotte c’è anche una Patricia Cornwell d’annata, quella di “Oggetti di reato”, il primo dei suoi libri a essere pubblicato in Italia (Mondadori, 1992). Il genere a cui la Cornwell deve la sua fama è il cosiddetto “poliziesco medico legale” (l’eroina della serie è Kay Scarpetta, di professione – appunto -, medico legale). 

La traduzione di quel libro ebbe su di me due effetti:

 

1) mi mise addosso una voglia pazza di andare in vacanza a Key West;

 2) mi fece balenare nella mente la domanda: “Perché non provi anche tu a scrivere un giallo, se non medico legale, almeno medico?”.

 Dopo aver riflettuto a lungo partorii il seguente titolo:  

"SANGUE!!! (nelle urine)”  

 

(Lo spunto mi venne da un problemino di una zia)

 

Poco dopo anche la soluzione del caso:  

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(spoiler) 

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… un caso di ematuria risolto con una settimana di antibiotici (la colpevole era una semplice cistite):-/.

Non andai oltre, naturalmente.

20 gennaio 2006

UNITED COLORS OF BENETTON : 

IL TRIANGOLO ROSA

Ieri pomeriggio alle 18.00 alla libreria Mondadori di Venezia Lorenzo Benadusi e Jean Le Bitoux, intervistati dal giornalista francese François Caunac di Radio Transculture, hanno messo a confronto le loro ricerche sulla persecuzione degli omosessuali sotto i regimi fascisti e nazisti e ricordato la tragedia dei "triangoli rosa" nei campi di concentramento, una pagina della storia dimenticata e persino negata. Per chi non ne fosse a conoscenza, si ricorda che ogni prigioniero rinchiuso nei campi aveva un simbolo che designava la ragione per cui era stato internato: triangolo verde per i criminali comuni, , triangolo rosso per i prigionieri politici, la stella di Davide formata da due triangoli gialli sovrapposti per gli ebrei, il triangolo nero – o marrone – per le popolazioni Rom e Sinti e per le persone devianti in generale, un triangolo color porpora per i Testimoni di Geova. Gli omosessuali morti nei campi di concentramento furono alcune decine di migliaia. Molti di più quelli incriminati e processati in applicazione del paragrafo 175. Il triangolo rosa rovesciato (ovvero con la punta in su) è stato anche utilizzato da Act Up (una delle più note organizzazioni di lotta all’Aids).

Nella sua introduzione Franca Bimbi (parlamentare della Margherita, docente di sociologia all’università di Padova, assessore del comune di Venezia per le Politiche partecipative e dell’accoglienza, le Politiche giovanili, il Centro pace, la Cittadinanza delle donne, la Cultura delle differenze) ha ricordato come si esista in quanto si ha memoria e come tale memoria valga anche per le esperienze e le rappresentazioni di sé che gli omosessuali hanno dato nel tempo. Lorenzo Benadusi è autore de “Il nemico dell’uomo nuovo. L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista”, Feltrinelli

"L’ideologia fascista [recita la scheda] affermava il primato assoluto dello stato totalitario e corporativo, della nazione organizzata gerarchicamente in vista di una politica di potenza e di conquista. In questa visione il mito dell’’uomo nuovo’ occupa un posto fondamentale: l’italiano fascista non doveva avere nulla in comune con l’italiano del passato, il quale era il prodotto di un lungo periodo di decadenza politica, militare e morale. L’italiano imbelle, cioè borghese e liberale, o antifascista, cioè traditore della patria, andava cancellato per lasciare il posto all’italiano virile, capace di combattere per la nazione e lo stato fascisti. Questo progetto di rivoluzione antropologica coinvolse il partito, lo stato, la cultura e tutte le organizzazioni del regime. La storia dell’omosessualità sotto il fascismo è importante proprio per l’enfasi posta dal regime sulla virilità come caratteristica dell’uomo nuovo. L’omosessuale infatti rappresenta il negativo del modello fascista di virilità."

Si veda anche:

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazioneomo.htm 

Benadusi ha comunque ricordato la maggiore indulgenza mostrata verso l’omosessuale attivo rispetto a quello effeminato o passivo. Ha citato in proposito il caso del pittore e incisore Ottone Rosai (squadrista, dotato di modi virili e fisico da granatiere) decisamente meno osteggiato dello stravagante pittore De Pisis, oggetto di ostracismo da parte della società civile. La politica fascista tese non solo alla repressione (attraverso confino, carcere e manicomio) dell’omosessualità, ma soprattutto all’occultamento di tale repressione.

Jean Le Bitoux presentava per la prima volta in Italia il suo lavoro di ricerca sulle radici e sulle infrastrutture sociali e culturali dell’odio e del pregiudizio, radicate e ossessive nel corpo dell’Europa e culminate negli anni dell’occupazione e del collaborazionismo francese. Un saggio rigoroso, che ricostruisce retroscena, scelte politiche e legislative, nel tentativo di riportare alla memoria una tragedia troppo spesso rimossa. In Italia l’editore Manni ha pubblicato nel 2003 il suo libro "Il triangolo rosa. La memoria rimossa delle persecuzioni omosessuali". 

  

Il libro è recensito da Stefano Bolognini qui: http://www.culturagay.it/cg/recensione.php?id=10239  

Una esaustiva trattazione dell’argomento è ripresa qui: http://www.olokaustos.org/argomenti/homosex/index.htm 

Il nazismo aveva un suo preciso progetto: l’uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. L’omosessualità era, pertanto, vista come il sabotaggio alla crescita della nazione tedesca. Non erano tanto questioni di morale borghese quanto problemi di ideologia a rendere nazismo e omosessualità incompatibili.

Come ho più volte suggerito, se in epoche e regimi durante i quali si incoraggia la natalità (= produzione della cosiddetta "carne da cannone"), i comportamenti omosessuali sono aspramente combattuti come "antisociali", forse un giorno, quando gli abitanti della terra avranno raggiunto un insopportabile numero di miliardi, non si esiterà a varare campagne di segno contrario, volte a favorire la diffusione dell’omosessualità quale utile strumento per contenere l’incremento demografico:-/