Archive for giugno 2006

NON NE HO LA PIU’ SQUALLIDA IDEA

30 giugno 2006
Non ne ho la più squallida idea 
"Prima di tutto voglio fare una postilla"(1):
Da un lato ci sono gli opinionisti di professione, dall’altro le opinioni della gente comune che, qualche volta, finiscono nella rubrica delle lettere dei giornali. L’11 marzo scorso, per esempio, nella pagina di Galimberti su D (allegato a La Repubblica) apparve la seguente lettera di tale Ezio Pelino, Sulmona:
 
"Gradirei molto che lei si esprimesse in merito alle considerazioni che le sottopongo. L’impianto della religione cristiana si basa sull’assunto del peccato originale: la colpa del capostipite ricade su tutta la progenie per l’eternità. Il figlio di Dio si fa carne per assumere su di sé il peccato d’Adamo e riscattare sulla croce l’umanità. Così la dottrina. Oggi, se qalcuno pensasse di colpevolizzare non dico i pronipoti, ma i figli per colpe del padre, sarebbe preso per pazzo e se quel qualcuno fosse lo Stato si griderebbe alla più spietata e arbitraria delle tirannie. Nella cultura morale e giuridica moderna, infatti, la responsabilità è personale, individuale. Solo nelle culture arcaiche la responsabilità è tribale, razziale, ricade sulla comunità, finché la memoria dura. Pertanto è inimmaginabile e insostenibile per l’uomo moderno il peccato originale. Dio non può essere più vendicativo del più vendicativo degli uomini. Non è difficile concludere che la teoria del peccato originale non è mai stata "in mente Dei", ma è stata concepita dagli uomini in ragione della loro cultura storicamente, anzi preistoricamente datata, e della loro terrorizzata vsione della divinità."
 
Rispose l’opinionista Umberto Galimberti:
 
"Di fronte al dolore, alla sofferenza e al male della terra che risulta difficile giustificare, l’umanità ha sempre pensato di essere decaduta: da una condizione paradisiaca nella versione giudaico-crisiana, da un’età dell’oro dove non c’erano pene e dolori in altre tradizioni, da una condizione celeste dove l’anima viveva non imprigionata nei limiti del corpo nella tradizione filosofica inaugurata da Platone. Ma solo nella tradizione giudaico-cristiana questa caduta, ipotizzata per giustificare il dolore e le pene di questa terra, viene connessa a una ‘colpa’ che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In tale vsione il dolore è ‘castigo‘ e a un tempo ‘evento purificatore’. Come tale concorre alla redenzione e alla salvezza. In tale prospettiva il dolore non è costitutivo dell’esistenza, ma della colpa dell’esistenza e insieme mezzo del suo riscatto. Per la cultura greca il dolore non è la conseguenza di una colpa, ma è il ‘costitutivo dell’esistenza’, di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie. Accolta la caducità dell’esistenza, occorre poi imparare a vivere tutta l’espansione della vita e tutto il suo contrarsi, perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione mitica o religiosa può modificare. Se la sofferenza, come vuole il cristianesimo, è la conseguenza di una colpa suscettibile di redenzione, questa terra e l’esistenza che su questa terra si compie sono vissute come un transito. Il futuro atteso lenisce la crudeltà del dolore, perché chi oggi soffre domani sarà liberato… [cut] A differenza di quella cristiana, la cultura greca non ama il dolore [‘pegno di salvezza’], perché ama la vita e tutto quanto può concorrere ad accrescerla e a potenziarla. Ma, a differenza di noi moderni, con misura, perché senza misura ogni virtù degenera. La virtù non ha per il greco il significato della mortificazione e del sacrificio, ma, come la virtus latina, è la capacità di eccellere, di essere migliore, per cui non si dà virtù senza lotta. La lotta non si ingaggia solo con il nemico, ma anche con lo stato di bisogno, con la necessità, a cui occorre far fronte, con la sorte che, se infausta, è minacciosa. Per cui la virtù è la capacità di dominare il caso, di imprimere alla cattiva sorte una svolta positiva.. [cut] Perché la virtù, qui intesa come forza e coraggio di vivere al di là delle avversità, sia efficace, è necessaria la misura, senza la quale anche la forza e il coraggio di vivere vanno incontro alla sconfitta, perché l’uomo che vuole andare oltre il proprio limite decide anche la sua fine. Quando diviene tracotante la sua forza volge in debolezza, la sua felicità in sciagura. Per questo la virtù chiede all’uomo di essere attento al suo limite, perché l’uomo non può diventare immortale come un dio, ma con il modello immortale del dio deve restare in tensione, per generare, come dice Dante, virtù e conoscenza… "
Alquanto disincatata anche la riflessione di Corrado Guzzanti attraverso il personaggio di QUELO, un "messia" in camicia e cravatta su cui indossa un accappatoio bianco, che si presentava al pubblico televisivo dicendo (con accento vagamente foggiano) «Volevo dire al mondo e a tutti gli amici di Intennett che c’è grossa grisi, c’è molto egoismo, c’è molta violenza; qua non sappiamo più quando stiamo andando su questa tera, qua non sappiamo più dove stiamo faciendo: ti chiedi il come mai, ti chiedi il quasi quasi, dov’è la risposta? La risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te, solo che è sbajjata.».
Da segnalare, in merito, il post di Roquentin sul mito di SISIFO in www.vibrissebollettino.net di ieri.
C’è, infine, chi – richiesto di pronunciarsi sugli stessi inquietanti temi di Quelo, Galimberti, Roquentin, Pelino e chissà quanti altri ("Chi siamo?", "Da dove veniamo?", "Dove stiamo andando?", "Che senso ha la vita?", "Che senso ha il dolore?"), – se la cava con un distratto: "Non ne ho la più squallida idea":- )
Stefano Bartezzaghi ha appunto raccolto in un recente libro un divertente campionario di "frasi matte da legare", con ambulanze che viaggiano a sirene spietate, arance spezzate a favore di, anelli impestati di diamanti e automobili fuorisede con il salvasterzo…
(1) La frase "Prima di tutto voglio fare una postilla" è tratta dal volume di Bartezzaghi.

CHI NON SI FERMA E’ PERDUTO

29 giugno 2006
Proseguono al Telecom Future Centre di Venezia gli appuntamenti del ciclo "Vizi o Virtù", in cui Philippe Daverio e i suoi ospiti cercano di capire se regga ancora la tradizionale distinzione tra vizi e virtù oppure se i nuovi tempi non ci costringano a riconsiderarla. Qui il calendario delgi incontri: http://www.telecomfuturecentre.it/eventi/calendario.pdf
 
Ieri 28 giugno, alle 18.00, toccava all’OZIO (padre dei vizi? vizio che è padre dell’arte? eccetera).
Erano presenti Maria Luisa Agnese (direttore del Corriere della Sera Magazine), Chiara Boni (stilista forentina), Chicco Testa (Presidente Roma Metropolitane), e Luigi Bacialli (il direttore de "Il Gazzettino").

Philippe Daverio, bloccato dal traffico, è arrivato con un forte ritardo sbuffando: "Se verrà aggiunta anche un’altra sola automobile sulle strade, sarà la fine per tutti!". Fino a quel momento lo aveva sostituito nell’opera di coordinamento Maria Luisa Agnese, che, dopo il rituale riferimento all’otium e al negotium romani,  si è scagliata non tanto contro l’ozio in sé, quanto contro l’ormai stucchevole e abbondantissima manualistica che lo riguarda (un esempio fra tutti, "OZIO CREATIVO", di Domenico De Masi). 
Enrico "Chicco" Testa ha citato i vari "Elogio dell’ozio" di Bertrand Russell, "Diritto all’ozio" di Paul Lafargue + Seneca ("De otio") + Stevenson ("L’ozio richiede una forte identità personale… "), "La misura del mondo" di Kehlmann Daniel eccetera. Un tempo, ha detto, l’umanità era divisa in due categorie: quella di chi era costretto a lavorare per vivere e quella di chi poteva permettersi di oziare (la classe colta:- ) ). Poi, nell’Ottocento, la classe operaia, forse ispirandosi all’esempio di Dio stesso che dopo 6 giorni di fatiche si riposò, prese a rivendicare il diritto all’ozio, al tempo libero, alla "dimanche". Per ozio intendeva appunto la possibilità di riempire il proprio tempo di quello che voleva, libera da costrizioni e possibilmente anche dal bisogno. Oggi più che mai, ha aggiunto Testa, è diventato importantissimo trovare il modo e il tempo di "deconnettersi" dalla filza degli impegni che ci stressano, dai frenetici ritmi di vita e dai bombardamenti mediatici a cui siamo sottoposti, per poter finalmente "rielaborare" in santa pace quanto via via accumulato senza tregua e senza pause… "A volte", ha aggiunto, "io stesso ho la sensazione di avere in testa un sacco di cose che vorrebbero uscire, ma che non ho il tempo di tirar fuori". Ma solo nella situazione di ozio possono nascere, paradossalmente, le idee più originali e proficue… Epperò l’ozio migliore non è quello solitario, bensì quello conviviale, in cui ci si rilassa e si sta allegri insieme agli amici. Uno slogan? "Guadagnare di più per poter lavorare di meno"…
Anche la stilista fiorentina CHIARA BONI ha sintetizzato la propria posizione in uno slogan (di sapore prettamente toscano): "NON vivere per lavorare, MA lavorare per vivere!". Non bisogna farsi travolgere dai ritmi lavorativi, ma si deve imparare a gestire il proprio tempo libero, recuperando la capacità di distendersi, di lasciar fluire i pensieri, di assaporare colori, profumi e dettagli, di essere in pace con se stessi e di conseguenza anche più simpatici e disponibili verso gli altri.
Luigi Bacialli, direttore del Gazzettino, ha evidenziato che "per oziare ci vuole denaro", perché le vacanze costano e il tempo non va sprecato. L’ozio inteso come pura perdita di tempo è pericoloso, può davvero diventare il  padre dei vizi. Per essere rigenerante, l’ozio non deve essere passivo (= lasciarsi passare il tempo addosso, magari imbambolati davanti al televisore), ma attivo, tradursi per esempio in pratica sportiva, faticosa sì, ma salutare… Epperò, si  è chiesto in tono semiserio, come si fa a rilassarsi se si hanno un cane, una moglie, dei figli, un lavoro? Imparare a oziare è difficile…
Chiara Boni gli ha risposto di avere due bastardini meravigliosi (Lampone e Bisonte), ma di non avere affatto la sensazione di sprecare il proprio tempo quando gioca con loro.  Quanto ai soldi, ha aggiunto, "ci sono persone ricchissime che NON SANNO OZIARE, almeno non in maniera creativa…"
Testa ha ripreso la parola per significare che bisogna distinguere non solo fra ozii e ozii, ma anche fra lavori e lavori. Secondo un noto stereotipo, due particolari settori professionali non costerebbero alcuna fatica: il giornalismo e la politica:- ), ma proprio lui, che ha sperimentato e abbandonato vari incarichi politici (comunali e parlamentari) può affermare a gran voce che la politica è moooolto faticosa: si passano interminabili ore a fare avanti e indietro nei corridoi del Transatlantico in attesa di essere chiamati in aula al momento di  votare (esprimendo un semplice "sì" o un semplice "no") una certa proposta di legge. La politica, semmai, è un perfetto esempio di FATICA SENZA LAVORO:- )
Daverio ha completato il quadro affermando che si possono avere idee geniali su come fare i soldi solo se non si lavora. Ha poi portato l’esempio del cacciatore e del pescatore che, apparentemente immobili, scattano al momento giusto per catturare la preda. Certo, anche secondo lui ci sono vari tipi di ozio: quello vissuto con un senso di colpa, quello assaporato con un senso di premio e via discorrendo…
E’ stato a quel punto che il pubblico si è reso conto di aver dedicato due ore del proprio prezioso tempo all’ozioso ascolto di oziose chiacchiere sull’ozio, per cui si è levato in piedi e ha concitatamente raggiunto – nel cortile – l’agognato tavolo dei drink:- )

IL FANTASMA DI ANDERSEN

28 giugno 2006
In attesa che Valerio & Giuseppe riprendano gli instalment de "IL FANTASMA DI ANDERSEN" su www.carmillaonline.com , ne anticipo qui l’8° puntata.
— 
Cap. XX
“Da bambino, a Odense, quando andavo a teatro a seguire le rappresentazioni in tedesco, avevo visto ‘Le fanciulle del Danubio’, un’opera comica di Ferdinand Knauer, e il pubblico acclamava ogni volta l’attrice principale, a cui andavano gli onori e gli omaggi. Ai miei occhi, lei era la creatura piú fortunata della terra. Anni dopo, quando ero all’Università, mi recai un giorno in visita all’ospedale di Odense, e in una stanza abitata da povere vedove, dove, come all’ospizio, tutto l’arredamento consisteva in un letto vicino all’altro, con un armadietto, una sedia e un tavolo, vidi appeso sopra uno dei giacigli un ritratto femminile in una cornice dorata: l’ ‘Emilia Galotti’, di Lessing, che sfoglia una rosa. Ma la figura contrastava singolarmente con tutta la povertà circostante. ‘Chi rappresenta?’, chiesi. ‘Oh’, mi rispose una delle vecchie, ‘quello è il viso di madama tedesca’ e vidi una piccola donna, sottile e delicata, con le guance raggrinzite e vestita di un abito di seta liso, che un tempo era stato nero. Era la cantante famosa, che avevo vista nella parte di ‘Donauweibchen’ e che tutti applaudivano. Mi fece un’impressione indimenticabile e spesso mi tornò in mente. A Napoli, poi, avevo sentito la Malibran, la cui voce e recitazione superavano tutto quanto avevo udito, ma il mio pensiero non si staccava dalla povera cantante dell’ospizio di Odense. Entrambe le figure si fusero nel personaggio di Annunziata del romanzo che stavo scrivendo e di cui l’Italia ero lo sfondo: ‘L’improvvisatore’. Il libro uscí nel 1835 e venne tradotto in tedesco con il titolo ‘Giovinezza e sogni di un poeta italiano’. Lo portai anche al principe Cristiano, il futuro Cristiano VIII. In Inghilterra fu tradotto da Mary Howitt. Dopo appena due mesi da ‘L’improvvisatore’, sempre nel 1835 apparve il mio primo fascicolo di fiabe, che, almeno all’inizio, ricevette accoglienze tutt’altro che incoraggianti. Alcuni si lagnarono che fossi regredito a un genere cosí infantile. Laddove mi aspettavo elogi e complimenti per la nuova direzione impressa alla mia attività letteraria, ricevetti soltanto biasimo. Diversi miei amici, al cui giudizio tenevo assai, mi consigliarono caldamente di abbandonare il campo delle fiabe, adducendo che me ne mancava il necessario talento, e che non era un genere adatto alla nostra epoca. Altri suggerirono che, se proprio volevo cimentarmi in quel settore, avrei fatto bene a studiare prima i modelli francesi. La rivista letteraria ‘Dannora’, redatta e diretta da J.N. Höst, pubblicò una recensione che mi afflisse non poco. Diceva, infatti: ”Queste fiabe potranno divertire i piccini, ma è talmente improbabile che essi ne siano edificati, che chi scrive non può assolutamente garantire l’innocuità di una simile letteratura. Nessuno vorrà sostenere, infatti, che nel bambino si affini il senso delle convenienze a leggere di una principessa che nel sonno si reca cavalcando un cane da un soldato che la bacia. Quanto a La principessa sul pisello, essa appare non solo indelicata, ma addirittura sconveniente, in quanto il bambino può derivarne la falsa idea che una dama di cosí alto lignaggio debba essere cosí ridicolmente insofferente’. Il critico terminava augurandosi che l’autore non sprecasse altro tempo a scrivere fiabe per bambin."
“Stento a credere a quello che mi dici! Proprio tu, Hans Christian Andersen!”
“Ci rimasi davvero male, lo confesso. Le fiabe continuavano a presentarsi alla mia mente con tale vivacità che non potei rinunciare a scriverne di nuove, ma per lunghi anni fui apprezzato piú all’estero che in patria. In compenso, durante il regno di Federico VI, venne disposta per me una sovvenzione annuale di ben 200 Specie e mi sentii comunque pieno di gioia e di gratitudine. Non dovevo piú, come spesso in passato, scrivere per sostentarmi. Avevo un appoggio sicuro in caso di malattia, e dipendevo in minor grado dagli uomini che mi circondavano. Cominciava un nuovo capitolo della mia vita, la mia vera gioventú, giacché fin allora era stata soltanto una lotta contro i marosi che mi sommergevano. Realizzai il ‘Libro illustrato senza illustrazioni’, che ebbe una diffusione incredibile. Nel 1840 intrapresi un nuovo viaggio in Italia, di dove intendevo proseguire per la Grecia e la Turchia. A Norimberga vidi per la prima volta i dagherrotipi. Quando mi dissero che il ritratto sarebbe stato pronto in dieci minuti, mi sembrò una stregoneria, benché quell’arte fosse solo agli inizi, e ancora ben lontana dal punto a cui sarebbe arrivata in seguito. Il dagherrotipo e la ferrovia, le due nuove meraviglie dell’epoca, costituirono da sole un eccellente profitto del viaggio. Volai in treno fino a Monaco, dove rividi amici e conoscenti. Il 19 dicembre ero a Roma. Venne un terremoto, il Tevere inondò le strade, dove si andava in barca, e molti morirono per la febbre. In pochi giorni il principe Borghese perse la moglie e tre figli. Proseguii per Napoli, torturato dal mal di denti e dalla febbre. Sfuggii alla morte solo grazie a un tempestivo salasso, a cui fui sottoposto dal mio gentile ospite napoletano. Il 15 marzo partii per la Grecia su una nave da guerra francese, la ‘Leonidas’. Mi fermai ad Atene un intero mese, festeggiando il mio compleanno sull’Acropoli. Poi fu la volta di Costantinopoli, con le sue stupende moschee e il Serraglio fluttuante nella luce del sole. Ah, che vista meravigliosa!”
 
 
Cap. XXI
 
“Al ritorno in Danimarca, passai da Odense durante la fiera di San Canuto. Fuori Slagelse, la cittadina dei miei studi, feci un incontro che mi commosse profondamente. Da alunno in quella scuola avevo visto ogni sera il degno pastore Bastholm fare con la moglie la stessa passeggiata: dal cancelletto del loro giardino, su per il sentiero che passava per un campo di grano, e poi a casa per la via maestra. Ora, trascorsi molti anni, tornavo dalla Grecia e dalla Turchia, e passando per la strada vidi la vecchia coppia fare lo stesso tragitto per il campo di grano. Mi commossi straordinariamente. Di anno in anno avevano percorso il loro sentiero, mentre io avevo spaziato cosí lontano! Questo evidente contrasto mi occupò la mente in maniera singolare.”
“Avevi ormai avuto successo con le fiabe?”
“Sí, per mia fortuna. Proprio esse, infatti, in Danimarca, a poco a poco, avevano finito per essere poste incondizionatamente al di sopra di qualunque altra mia composizione. Nel mio primo fascicolo di fiabe, come ti ho detto, avevo ripreso, benché con stile mio, le vecchie storie udite da bambino: il tono in cui mi risuonavano nella memoria mi era parso il piú naturale, ma temendo che i critici colti potessero condannarlo, le avevo intitolate ‘Fiabe raccontate ai bambini’, per fornire al lettore una precisa prospettiva. In realtà le avevo sempre ritenute adatte tanto ai bambini che ai grandi. Il primo fascicolo si era concluso con una fiaba di mia invenzione, ‘I fiori della piccola Ida’, che aveva sollevato minori critiche delle altre. Il barlume di approvazione con cui era stata accolta proprio quella fiaba mi aveva incoraggiato a scriverne altre, e l’anno seguente era uscito un nuovo fascicoletto, poi un altro ancora, contenente la piú lunga delle mie fiabe originali, cioè ‘La sirenetta’. Questa fiaba aveva avuto un tale successo che era diventata presto una consuetudine porre un mio libro di fiabe sotto l’albero di Natale. Il signor Phister e la signorina Iörgensen tentarono anche di leggerle a teatro, il che era una novità e un motivo di varietà in confronto ai soliti numeri di declamazione già uditi fino alla noia. Uno dei piú influenti critici tedeschi si dichiarò addirittura entusiasta dell’idea, aggiungendo che il pubblico danese doveva essere molto colto e raffinato per godere in tal modo del contenuto senza alcun apparato scenico. Non potevo desiderare di piú, ma mi impaurii. Temevo di non poter piú meritare un’accoglienza altrettanto lusinghiera con nuove opere. Nel 1844 terminai la fiaba drammatica ‘Il fiore della felicità’, con la quale mi ero proposto di dimostrare che la felicità umana non sta nella gloria immortale dell’artista, e neppure nello splendore della corona, ma là dove ci si accontenta di poco, e si ama, e si è riamati."
Qui le altre puntate:

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 7a puntata

Posted in Carmilla on line on Aprile 27, 2006 06:27 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 6a puntata

Posted in Carmilla on line on Marzo 21, 2006 01:49 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 5a puntata

Posted in Carmilla on line on Febbraio 23, 2006 12:44 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 4a puntata

Posted in Carmilla on line on Gennaio 27, 2006 12:59 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 3a puntata

Posted in Carmilla on line on Gennaio 13, 2006 03:34 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 2a puntata

Posted in Carmilla on line on Dicembre 21, 2005 08:30 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN – 1a puntata

Posted in Carmilla on line on Dicembre 12, 2005 12:54 AM

FORSE QUESTA VOLTA DIVENTO FAMOSO

27 giugno 2006

 Come ho più volte raccontato, negli anni Novanta del secolo scorso diventai ufficialmete scrittore per ragazzi con la pubblicazione della raccolta "Quella bruttacattiva della mamma!", Emme edizioni, subito tradotta in francese col titolo "Méchante maman" (ed. Père Castor-Flammarion). Seguirono altri titoli (con El-Emme-Einaudi Ragazzi, Loescher, Panini Ragazzi… ). Un brutto giorno, però, il sogno si infranse. Un banale incidente diplomatico pose fine alla mia carriera letteraria.

"Maddai", mi dissi, "non è possibile! Gli editori sono tanti, milioni di milioni…. come le stelle di Negroni… varrà ben la qualità!"
Invece niente. Non ci fu più verso di risalire la china. Qualcuno (la Grande Vecchia, la Grande Sorella?) mi aveva sbarrato per sempre l’accesso all’editoria italiana (sospetto persino un comunicato segreto dell’Aie a tutti gli editori in ascolto:-)). Insomma il Lucio Angelini scrittore cessò di esistere (siete editori? provate a pubblicarmi, se non ci credete!!!) e al suo posto nacquero – per un prismatico incanto – tanti altri Angelini: l’appassionato di montagna, il cazzeggiatore telematico eccetera.
 
Il secolo finì, il secondo millennio pure, iniziò il terzo millennio, arrivò il 2006… ma niente, nessun raggio di sole arrivava a scaldare il desolato coperchio della mia bara letteraria. Qualcuno dei giovani autori conosciuti in rete tentò invano di darmi una mano. Nessun generoso sforzo amico poté far nulla contro la demoniaca sentenza emessa nei miei confronti…
 
                                   finché
proprio ieri
 
S
P
O
I
L
E
R
 
ebbene sì
proprio ieri
improvvisamente
mi vedo
arrivare
nella mail box
una curiosa
proposta…
La leggo.
La rileggo.
Non credo
ai miei occhi…
Mi domando
se sia
sveglio
o non
piuttosto
immerso
in un sogno.
Per farla breve…
eccovela:
 
"Carissimo amico,

Ti piacerebbe fare un provino per un film hard ?

Io sono Beatrice Binelli e sono l’incaricata per conto della casa di produzione LuxFilm s.r.l di roma per fare la selezione di nuovi volti per il nostro parco attori.

Cerchiamo ragazzi disinibiti che siano maschi e siano disposti ad incontrare bellissime ragazze con le quali giocare davanti alla telecamere sperando di trovare nuovi divi del mondo hard.

Se sei interessato a questa stupenda opportunità collegati al nostro sito e iscriviti alle selezioni.

Riceverai una mail di conferma con l’appuntamento il luogo e la data.

Ricordati che dovrai incontrare Kimberly Jackson, la splendida attrice hard, con la quale fare sesso davanti alle telecamere, le pellicole non saranno rese pubbliche e prima di effettuare il provino, in forma del tutto gratuita, sigleremo un accordo di riservatezza che tutela la privacy.

Che aspetti? Il mondo dell’hard aspetta di vedere la tua performance."

"Accidenti!", esclamo tra me. "E chi se lo aspettava? Chi se lo aspettava che il mondo dell’hard stesse ASPETTANDO di vedere la mia performance?"

Poi un dubbio:

"Che mi abbiano scambiato per Vittorio Emanuele di Savoia, noto sessuomane?"

"Ma no. Ma no", mi rassicuro subito dopo. "Vogliono proprio me!"

Capite, dunque? 

NON TUTTO E’ PERDUTO!!!

Se saprò OSARE, se non mi mostrerò pusillanime, se troverò il coraggio di cogliere la nuova STUPENDA OPPORTUNITA’ che la vita mi offre… forse la FAMA e la GLORIA potrebbero arridermi ancora, baciarmi ancora, accarezzarmi ancora… 

… che importa se in un ambito totalmente DIVERSO da quello nel quale avevo concentrato i miei sforzi?

Dopo la dolorosa esperienza con ORIETTA FATUCCI di EL-Emme-Einaudi Ragazzi – sarà dunque BEATRICE (Binelli) la mia nuova & mistica SCALA AL PARADISO???

 

(Lucio Angelini e Beatrice Binelli salgono al settimo cielo)
[L’immagine erotica in alto è tratta da http://www.lasplash.com/artman/uploads/untitled_003.jpg]

PICCOLA LETTERA NOBILE

26 giugno 2006

Roberto Saviano
"Piccola storia ignobile" titolava Loredana Lipperini nel suo blog il 22 giugno scorso il pezzo in cui ricordava:
"Sull’ultimo Nandropausa, Wu Ming 3 e Wu Ming 2 recensiscono Gomorra e Wu Ming 1 scrive un lungo intervento sul libro nel quale, fra l’altro, dice:
“adesso c’è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest’ora se io non, e va riconosciuto che c’è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio”.

 
Al che Tiziano Scarpa, persona – a quanto ne so io – assolutamente generosa (a me, per esempio, regalò di slancio, ovvero senza alcun tipo di calcolo o tornaconto, una magnifica ‘Introduzione’ al mio "Una volta c’era", peraltro mai uscito) in www.ilprimoamore.com si è sentito in dovere di precisare:
"Le falsificazioni di Wu Ming 1
Tiziano Scarpa

Nella sua recensione a Gomorra, Wu Ming 1 mi mette in bocca cose da lui inventate. Mi fa dire a Roberto Saviano: "e chissà dove saresti a quest’ora se io non, e va riconosciuto che c’è un gruppo di persone che". Wu Ming 1 definisce il mio articolo  "solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio".

Questa distorsione delle mie parole è stata ripetuta in rete da alcune persone a cui fa comodo stravolgere la verità."

 
Anche Sergio Garufi – sempre felice di esibire la sua amatissima metafora del pitale e della vestaglia, è intervenuto nella querelle:
"Oh, finalmente si è istituito un criterio oggettivo per stabilire una volta per tutte il valore di un’opera letteraria! Decenni, che dico? secoli di battaglie di canoni hanno ora trovato la soluzione insperata: vince chi ha più "attitudine di combattimento di sogno"!
1° Saviano, perché s’è beccato una coltellata,
2° WM per la testa di verro mozzata, 3° ex aequo Carla Benedetti e Giuseppe Genna, per le cause giudiziarie che attentavano alla loro libertà e al loro patrimonio (Pedullà e Scientology). Tutto il resto non conta, e fa niente se chi fa il rivoluzionario sul web è lo stesso che su carta fa cascare dal sonno, coi suoi moralismi in vestaglia e pitale; e fa niente se il più implacabile denunciatore della pavidità altrui quasi sempre è il pavido frustrato, che proietta sull’interlocutore le proprie manchevolezze. L’importante, per un vero scrittore, è non mettere mai piede in quei luoghi da imboscati che sono le biblioteche! Al fine di sottrarsi alla naïveté che per destino li reclama, l’unica è ostentare qualche pezza d’appoggio del proprio "impegno". Sevizie, fratture o querele, meglio se proclamate con gran soccorso di attrezzeria retorica e un registro gnomico e vittimista. Eccolo qui, il trionfo dell’etica e il turibolo dell’estetica!
Scritto da: sergio garufi | 23/06/06 a 03:48  (commenti all’articolo della Lippa)
Francesco Sasso di http://www.bloggers.it/retroguardia/ ha girato a boomerang le accuse di WM1 (persona, a quanto ne so, assolutamente generosa:-) ):
Io mi domando: perché wm1, autore che apprezzo, sente la necessità, dopo aver espresso una possibile interpretazione del testo – fondamentale che ci siano più punti di vista su un oggetto narrativo, e quello di wm1 è interessante – di dire:
“Saviano è un giapster storico, uno dei primi settanta che, nel gennaio 2000, ricevette il numero 0 della newsletter. Tra di noi c’era stato qualche botta-e-risposta via mail, ma era la prima volta che ci sentivamo a voce – e finora è rimasta l’unica.
Non ci siamo mai incontrati di persona.
Non gli ho mai dato consigli di scrittura: manco sapevo che stesse scrivendo un libro.
Non ho mosso mai leve (quali?) per farlo andare in tv o in qualunque altro posto.
Non ho un briciolo di merito per quel che ha fatto lui.
Lo scrivo a scanso di equivoci, visto che adesso c’è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest’ora se io non, e va riconosciuto che c’è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio.
Stavo dicendo: l’ho chiamato e gli ho spiegato la mia teoria sull’io narrante. Mi ha confermato che è vera, aggiungendo esempi.”
Perché queste righe? Erano necessarie al suo discorso? Con “ un gruppo di persone che”, a chi si riferiva? Con le battutine su leve per la tv etc, a chi si riferiva? (domande false/ingenue le mie). Queste righe sono estranee al discorso, non necessarie. E’ un di più, tanto per polemizzare.
Questa “piccola storia ignobile”, se storia ignobile è, ha avuto il suo big bang sulle pagine di Nandropausa. Si poteva sorvolato sulla “fiera delle vanità” se non si voleva una “Storia Ignobile”.
Questa “storia ignobile” è anche figlia di Wm1. Perché scandalizzarsi se Scarpa si incazza?
Peccato! Wm1, condanni “l’esibizionismo sconcio”, e ci sei cascato dentro. Hai esibito un Roberto giapster, per esempio. Peccato, lo dico da lettore di wu ming.
Ha ragione Lello Voce. L’autore avrebbe preferito un’accesa polemica sui contenuti di Gomorra.
Roberto nelle dediche ai suoi lettori scrive:
“sperando il libro possa contagiarti”.
Scritto da: Francesco Sasso | 24/06/06 a 11:19 " (commenti a Lipperatura)
Andrea Inglese ha scritto un commento interessante:
Non ho apprezzato la lettera aperta di Scarpa che mi è sembrata molto "paternalistica" e pero’ mi è servita per capire gli errori da non fare scrivendo di "Gomorra". Ecco cosa non dire: 1) Conosco Saviano di persona, è mio amico o ci ho giocato a bocce; 2) “Gomorra” si che è un bel libro, altro che le intervistine di Aldo Nove, i romanzetti di Scarpa, i romanzini dei Wu Ming, ecc.
Semplifico un po’ ma il succo è questo. E spero che ritorneremo al più presto a parlare sopratutto di Gomorra/strumento ottico/visione dell’Italia/mondo.

L’APRES-MIDI D’UN BLOGGER

24 giugno 2006

Come è noto, il pomeriggio di un blogger può essere molto più angoscioso di quello di un fauno. Se lo spirto guerrier entro gli rugge, il tapino comincia a chiedersi: "Cazzo, e domani di che cazzo parlo nel mio cazzo di blog?"

Ci fu, nell’Ottocento, un antesignano dei futuri blogger (soleva nascondersi dietro il nick Jacopo Ortis ed era un patito della forma epistolare) che, arrivato a sera, spesso era talmente esasperato da sbottare:

"Forse perché della fatal quiete
tu sei l’imago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.                   

Vagar mi fai co’ miei pensieri su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme           

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace,
dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge."

Ma torniamo a bomba. Il nostro blogger, – vi dicevo – se a corto di idee, inizia a girellare nervosamente per la rete, a sfogliare i quotidiani, ad aggrapparsi all’attualità, a guardare di sottecchi la pila di libri in sonnolenta attesa di essere letti; si domanda se sia il caso di attaccare, chessò io?, il duo Scarpa-Benedetti o non piuttosto quei gran sboroni dei Wu Ming:- ) finché, verso l’una di notte, magari gli si accende in testa una lampadinetta…

A me, a dire il vero, l’ideuzza per il post di oggi è venuta fin dalla tarda mattinata di ieri. L’ho trovata su it.cultura.libri, un newsgroup che, malgrado la sua aria tristemente decotta, continuo a visitare di quando in quando per semplici motivi di affetto: fu proprio lì, infatti, che – alla fine del secolo scorso – mossi i miei primi, incerti passi telematici:-)

Ecco, dunque, il post ivi apparso alle 12.10 del 23 giugno 2006:

"Ciao a tutti. Siamo un gruppo di giovani scrittori di Venezia e invitiamo gli amanti della lettura a visitare il nostro sito, www.auteditori.it. Stanchi di elemosinare opportunità alle case editrici, abbiamo deciso di pubblicarceli da soli i nostri libri: sono testi di poesia e narrativa, per lo più illustrati, scritti come pensiamo si debba scrivere al giorno d’oggi. Nel sito potete leggere degli estratti dei libri in vendita (costano solo 3,50 euro e li potete comprare in contrassegno o con PayPal) e scaricarvi gratis un bel po’ di libri che abbiamo pubblicato negli anni scorsi, oltre ad alcuni inediti. Ciao e… Get Aut Now!"

Vado sul loro sito e resto colpito da un titolo:

"SKATE OR DIE!"

così presentato:

 "questa è la storia di quando ho cominciato a skateare, più di mezza vita fa, nel 1989, quando Thrashin’ – Corsa al massacro veicolava sogni adolescenziali e la scena skate nel Veneto era appena nata. l’ho scritta perché, come diceva il Leopardi, “la rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico”, e se fosse stato anche lui uno skater avrebbe sicuramente aggiunto che ricordare le prime skateate è una figata pazzesca che ci sta troppo dentro di cattiveria! (Roby “hosoi” Cesaro")

Non ho potuto che rispondere:

"Bravi tati. Quasi quasi vi pubblicizzo nel mio blog. Anch’io veneziano. Auguroni."

E loro, alle 17,53:

"Be’, che dire: grazie Lucio. Dopo metà luglio andrà online la sezione "extra" che conterrà un sacco di materiale appunto extra da scaricare (testi, audioletture, illustrazioni, etc.) e ovviamente link a siti amici. Saremo lieti di cambiare il favore! ciao"

P.S. Confesso che – nel lontano 1989 – distratto da altri eventi epocali come la caduta del muro di Berlino, le proteste studentesche in piazza Tianammen a Pechino, l’uscita della prima puntata de "I Simpsons" sul canale televisivo Fox, il concerto dei Pink Floyd a Venezia eccetera, a tutto badai tranne che alla nascita in Veneto di una rubizza, paffutella e frignante SCENA SKATE. E voi?????

DAVID GILMOUR DI NUOVO A VENEZIA

23 giugno 2006

15 Luglio 1989
Una piattaforma galleggiante ormeggiata davanti a Piazza San Marco fu teatro di uno show dei Pink Floyd di soli 90 minuti, trasmesso in oltre venti Paesi per una stima complessiva di 100 milioni di spettatori.

Agosto 2006

SARANNO le cornici di Piazza Santa Croce a Firenze (2 agosto) e Piazza San Marco a Venezia (4 e 5 agosto) ad ospitare i concerti di David Gilmour. La chitarra e voce dei mitici Pink Floyd si esibirà in una serie di concerti "open-air" che seguono il trionfale tour europeo e americano. I musicisti della band sono Richard Wright, tastiere e voce; Phil Manzanera, chitarra e voce; Dick Parry, sassofono; Jon Carin, tastiere, chitarra e voce; Guy Pratt basso e voce – Steve Distanislao, percussioni e voce. I biglietti sono già in vendita.

Giugno 1999

Le mitiche:- ) edizioni Libri Molto Speciali pubblicano il volume:

"Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia", di Anonimo Veneziano (VEDI ARCHIVIO, 2005, luglio):

"Si tratta di un ‘collage’ di frammenti di oltre settanta autori, il cui ‘incollatore’ si è trincerato dietro l’anonimato per pudore… Ecco la trama. Due fratelli seguono vocazioni contrapposte, all’autodistruzione attraverso la droga il primo, all’impegno per il bene comune il secondo che, sospinto da un’improvvisa voglia di cambiare il mondo, decide di cominciare a fare qualcosa nel vicino, adoperandosi per le sorti della propria città (Venezia): una risoluzione che matura nei giorni del famoso concerto dei Pink Floyd (luglio 1989) a Venezia, ricostruiti con meticolosa precisione. È il primo romanzo-Arlecchino della letteratura italiana, ottenuto, ripeto, per circa il 90% cucendo assieme (ma senza che si vedano le suture)  "ritagli" di stoffa letteraria di oltre settanta autori."

"… I primi, da Napoli e da Roma, erano cominciati ad affluire all’alba, ma già dalla sera precedente c’era chi aveva preso un posto in prima fila in piazza San Marco, proprio di fronte al mastodontico palco sulla laguna, distendendo il sacco a pelo. Erano soprattutto tedeschi, francesi e inglesi, la maggior parte dei quali venuti con i venti voli Charter organizzati per l’occasione in vari paesi europei. Dalle 8 in poi, dalla stazione ferroviaria a San Marco, era stata un’unica, ininterrotta colonna di giovani in marcia attraverso due direttrici: Rialto e la Strada Nova. Verso le 10 era giunta una telefonata allarmata dalla questura di Roma. Ai colleghi di Venezia la Polfer aveva comunicato che erano partiti due treni, uno affollato di ottomila persone, l’altro di cinquemila, tutte dirette nella città lagunare. I primi grattacapi per l’ordine pubblico li avevano già dati alla Stazione Termini, tanto che le forze dell’ordine erano dovute intervenire con piccole cariche per impedire vandalismi. Il questore Musarra e il capo di gabinetto Cesare Porta, che coordinavano gli oltre mille agenti e carabinieri in servizio, avevano inviato alcuni plotoni della Celere ad accogliere i fan romani più turbolenti, che così erano stati scortati fino in piazza San Marco. Col viso tirato e le radio ricetrasmittenti schiacciate fra le dita, gli agenti avevano cercato di opporsi a ogni intemperanza della folla. Alla stazione, nel frattempo, treni provenienti da Bologna e da Milano avevano continuato a scaricare migliaia di persone. Già a mezzogiorno l’ufficio stampa del ompartimento delle ferrovie dello Stato diffuse una nota per sconsigliare vivamente chiunque di mettersi in viaggio verso la città lagunare. A Mestre, la stazione che precede quella di Venezia, tutti coloro che avevano dovuto abbandonare le automobili ai lati delle strade o in parcheggi di fortuna, davano l’assalto ai treni. Piazza San Marco, verso mezzogiorno e mezzo, si era trasformata in una sorta di spiaggia. Migliaia di persone accalcate una accanto all’altra si erano sdraiate sui masegni e si erano spogliate, rimanendo in costume da bagno. "I me par foghe, i me par foghe", strillava un vecchietto veneziano cercando di aprirsi faticosamente un varco tra quei corpi distesi. Alle 13 la Piazzetta che dà sul Bacino era ormai completamente intasata e paralizzata. Il megapalco incombeva sull’acqua con tutte le sue elettroniche mostruosità. (A Costante tornò in mente lo sfogo marinettiamo su VENEZIA PASSATISTA: "Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata… Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi. Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture.") Alle 14.30 la Commissione provinciale per i pubblici spettacoli rimise in forse il concerto, perché mancavano sia le transenne sulla riva del Bacino di San Marco, sia quelle per la creazione dei corridoi necessari al passaggio dei soccorritori e delle forze dell’ordine. Si creò un clima di drammatica attesa. Per le 15.30 la delicata bomboniera di piazza San Marco era ultrasatura, ma la gente continuava ad arrivare da tutte le parti. Una muraglia umana di giovani si era assiepata sull’intera riva fino all’Arsenale, abbarbicandosi su ogni sporgenza che permettesse di superare gli ostacoli alla vista, approfittando di ogni mpalcatura, pontone di vaporetti, cornicione di porta. Presto iniziò l’assalto ai monumenti. Una ventina di spericolati si arrampicò su per le impalcature del Palazzo delle Prigioni Vecchie in restauro, subito imitata da una nuova ventina. Altri salirono sulla copertura del dirimpettaio imbarcadero della Paglia, altri ancora sull’impalcatura prospiciente l’ingresso della Biblioteca Marciana. Molti occuparono le rive, i pontili, le gradinate, finendo con i piedi in acqua. Le forze di polizia invocarono disperatamente rinforzi da Mestre e da Padova. Alle 16 giunse l’annuncio che i carabinieri chiamati da Mestre erano rimasti anch’essi intrappolati sul ponte della Libertà. Nella Piazza martellata dal sole la folla assetata si stava disidratando. Frattanto, squadre di commandos anti-Pink Floyd attaccavano sui muri della città manifesti listati a lutto annuncianti la "morte del Redentore". Tra il popolo del rock, con le mani nei capelli, si aggirava incredulo, in compagnia del pittore Emilio Vedova, il filosofo Massimo Cacciari. ("Difficilmente potrò dimenticare il senso di frustrazione e di vergogna che ho provato oggi nella mia città", dichiarò più tardi a un giornalista. "È impossibile concepire un uso più distorto, più selvaggiamente ignorante e irresponsabile di un grande centro storico ridotto a indifferente contenitore per manifestazioni di grandi masse."). Alle 16.30 non c’era ancora il permesso per il concerto. La commissione di vigilanza aveva rilevato che non erano state poste in atto tutte le misure di sicurezza. Tra Prefettura e Comune lo scambio dei messaggi si fece frenetico: nessuno pareva disposto ad assumersi una responsabilità che avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili. Ma impedire il concerto, a quel punto, avrebbe rappresentato un rischio insostenibile per l’ordine pubblico. Il sindaco Casellati rimise la decisione al prefetto: valutasse lui se preminenti ragioni di ordine pubblico ne imponevano o meno lo svolgimento. Il prefetto si consultò con i più stretti collaboratori. Parlò al telefono con il questore e ricevette l’assicurazione che con l’ausilio delle forze dell’ordine sarebbero state sistemate le transenne. Anche gli organizzatori erano pronti all’installazione delle barriere, ma attendevano polizia e carabinieri per creare un varco tra la folla dei giovani. Alle 19 l’alloggio del Sansovino, sotto il campanile, appariva letteralmente coperto di giovani che si erano abbarbicati sulle statue, sistemandosi come meglio avevano potuto: non un centimetro di marmo era più visibile. Altri prodi riuscirono, di lì a poco, a conquistare l’interno del campanile, insinuandosi per la finestrella più bassa… "

(Immagine da:http://album.foto.alice.it )

COPPIE DELLO STESSO SESSO

22 giugno 2006

 
Il giurista FRANCESCO BILOTTA sulle "NUOVE CONVIVENZE" 
(COLLAGE dall’articolo "La famiglia omosessuale e la sua tutela giuridica: riflessioni su ‘Le nuove convivenze tra discipline straniere e diritto interno’ di Matteo Bonini Baraldi", in corso di pubblicazione sulla rivista giuridica specializzata ‘FAMILIA‘, Giuffrè editore.
Continuare ad etichettare il matrimonio come un istituto “ontologicamente” eterosessuale avrà probabilmente un senso da un punto di vista sociologico o antropologico, ma sotto il profilo strettamente giuridico non si riesce a cogliere la necessità di una tale caratterizzazione. Se due uomini o due donne si amano, e intendono vivere tutta la vita insieme, lo fanno non per un capriccio, o per un atteggiamento deviante, o peggio eversivo nei confronti del sistema, ma perché sono nati con un orientamento sessuale che li porta a scegliere come partner una persona del proprio sesso. Gli omosessuali questo lo sanno già – tanto da rivendicare attenzione da parte del diritto nei confronti del loro modo di essere – ma il resto della società lo ignora e tramite un riconoscimento del legame di coppia omosessuale se ne accorgerebbe. Superati gli ostacoli ideologici, l’intero corpo sociale imparererebbe a convivere con quella realtà che prima non conosceva e, rassicurato di fronte al nuovo, sarebbe capace di andare oltre, fino a concedere la piena equiparazione sul piano giuridico, data la complessità e significatività degli interessi e dei bisogni umani che stanno alla base dell’esigenza di riconoscimento del rapporto familiare fra persone dello stesso sesso (dalla tutela dell’abitazione alle successioni ereditarie, dalla cura del partner in caso di malattia alle prestazioni sociali, dal trattamento fiscale a quello in materia di immigrazione, ed altri ancora).

Si pensi al caso di un cittadino italiano che contragga matrimonio con un cittadino olandese in Olanda. Se quest’ultimo si trasferisse in Italia e volesse sposarsi non potrebbe farlo, perché in virtù della sua legge nazionale non potrebbe contrarre un nuovo matrimonio, mentre il nostro concittadino – considerando inesistente per il nostro ordinamento quel negozio giuridico – potrebbe tranquillamente convolare a nuove nozze. Il risultato sembra alquanto paradossale soprattutto se si guarda al fenomeno dal punto di vista dell’ordinamento comunitario, dove – tendenzialmente – la comune cittadinanza europea dovrebbe generare un’uniformità di diritti e di doveri a prescindere dalla cittadinanza o dal luogo di residenza. E invece, ci troviamo in una situazione surreale, per cui ciò che viene considerato discriminatorio in Belgio, Germania, Francia e nella quasi totalità dei paesi comunitari, non lo è in Italia. Come è possibile per un giurista continuare a fantasticare un mondo in cui non esistano (o se esistono non si facciano vedere) le coppie di persone dello stesso sesso? L’equiparazione giuridica tra le coppie dello stesso sesso e quelle di sesso diverso soddisfa un’esigenza di giustizia e di rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento (tra i quali, oltre all’eguaglianza, spicca certamente quello del rispetto dei diritti inviolabili della persona, nel cui novero rientra tanto il diritto all’autodeterminazione, tanto il diritto alla realizzazione personale).
Per dirla con le efficaci parole di Stefano Rodotà: «Per continuare a discriminare gli omosessuali, si è obbligati a violare principi generali di eguaglianza, di riconoscimento dell’altro», così in Premessa, in E. Menzione, Manuale dei diritti degli omosessuali”, La libreria di Babilonia, 1996 (nuova edizione Enola, 2000), 6.

Se estendere alle coppie omosessuali il matrimonio tout court appare la strada meno irta di complicazioni, omissioni, dimenticanze, e per questo motivo anche la più semplice dal punto di vista dell’elaborazione normativa, qualche buon argomento a sostegno del PaCS si impone comunque. Una forma di registrazione della coppia omosessuale rende evidente una realtà, la fa emergere dal silenzio, dal buio in cui l’ipocrisia l’aveva costretta. Quando la coppia omosessuale viene riconosciuta formalmente è più facile che cada un tabù, consistente nel disconoscere che agli atti omosessuali – per dirla con Foucault – si accompagna un’identità omosessuale. Certo, una volta istituita la figura della registered partnership o del Pacs, sarebbe necessario assicurarsi che le disposizioni dell’ordinamento che si riferiscono, specie quelle al diritto pubblico, siano modificate in modo da comprendere anche il partner registrato. In caso contrario, ad esempio per quanto concerne la pensione di reversibilità o il ricongiungimento familiare, sarebbe agevole escludere dal beneficio quanti non possano dimostrare di essere coniugati.
Bisogna abbandonare definitivamente la concezione ottocentesca dell’omosessualità come devianza e soprattutto rinunciare alla visione del fenomeno come un insieme di atti erotici tra persone dello stesso sesso. L’omosessualità va piuttosto concepita come una condizione caratterizzante la vita di una persona nella sua interezza e perciò incidente anche sulle sue relazioni affettive. Quando la novità antropologica costituita dalla relazione affettiva, stabile e continuativa tra due persone dello stesso sesso cesserà di essere tale per noi italiani, i giuristi nostrani saranno costretti a prendere posizione sul tema, esprimendosi favorevolmente. Insomma, è solo una questione di tempo… (Francesco Bilotta)

CAPOTE, “INCONTRO D’ESTATE”

21 giugno 2006
(Il giovane Truman Capote)
 
La quasi 18enne Grady Mc Neil, ex maschiaccio con i capelli corti e le ginocchia sbucciate, è un mistero per sua madre. Perché diavolo vorrà mai restare a New York in piena estate? Solo perché non ha mai passato un’estate in città? Eppure "niente risolleva il morale come una bella traversata estiva" (fino a Cannes). Sua sorella Apple (Mela), otto anni più di lei, è molto meno misteriosa ma anche molto meno carina di lei. Peter Bell è il migliore e forse l’unico amico di Grady: "Con lui Grady si rilassava come in un bagno caldo e sicuro". Ma anche Peter la rimprovera: "Come puoi dire di no all’Europa, McNeil?"
 
"In una via secondaria di Broadway… c’era un parcheggio scoperto, in cui Grady aveva cominciato a lasciare la macchina ogni volta che scendeva in città. A un certo punto, in aprile, il parcheggio aveva assunto un ragazzo nuovo. Si chiamava Clyde Manzer" (p. 26) Il giovane parcheggiatore è sui ventitré anni, né bello né brutto, molto più abbronzato della media, capelli neri e ricci che gli stanno in testa "come un aderente berretto d’agnello persiano". Con lui, a pag. 46, Grady farà all’amore, anche se "era sempre stata consapevole che lui non poteva essere cucito nella trama concreta del suo futuro. Anzi, forse era proprio per questo che aveva scelto di innamorarsi di lui: quella storia doveva essere il fuoco dell’anno prima, destinato a riflettersi sulla neve che presto sarebbe caduta".
 
A pag 64 Grady dice a Peter che non le è nemmeno venuto in mente di domandarsi se sposerà Clyde, perché pensa che questo genere di cose riguardi la gente adulta: "Il matrimonio era una cosa che poteva verificarsi solo molto più avanti, quando sarebbe cominciata la vita grigia e seria, perché per lei, ne era assolutamente sicura, la vita vera non era ancora iniziata; in quel momento, invece, vedendosi triste e pallida nello specchio, si rese conto che era già cominciata da un pezzo".
 
"Grady non era mai rimasta a New York in piena estate, e quindi non conosceva quelle sere in cui il caldo afoso apre il cranio alla città esponendone alla vista il cervello bianchiccio e il cuore di terminazioni nervose sfrigolanti come i fili metallici di una lampadina" (p. 73)
 
"Quando arrivò a casa telefonò ad Apple per dirle che dopotutto non sarebbe andata a East Hampton. Andò, invece, in macchina con Clyde fino a Red Bank, nel New Jersey, dove si sposarono verso le due del mattino."
 
"Tutto andrebbe avanti lo stesso, queste onde, queste rose marittime che spargono sulla sabbia i loro petali seccati dal sole; se io morissi tutto ciò andrebbe avanti lo stesso: e la cosa le dava fastidio… Tutte le mattine, subito dopo colazione, Grady si preparava il pranzo al sacco e andava a nasconderi tra le dune, finché il sole non s’inginocchiava al livello del mare e la sabbia non diventava fredda." (p. 102)
– 
"… era stata dal dottor Angus Bell, un cugino di Peter che esercitava a Southapton. Dopo di che si era resa conto di avere intuito la verità molto prima che la cosa fosse effettivamente possibile – visto che era incinta di sei settimane." (p.103)
Nella scena finale Peter Bell e Clyde Manzer sono seduti insieme nel sedile posteriore della macchina di Grady. La faccia di Peter è coperta di sangue. Clyde gliele ha suonate di santa ragione. Al volante c’è l’amico Gump, che ha messo a disposizione di tutti il suo involto contenente una dozzina di mozziconi di sigaretta: "Sono solo mezze canne, ma ci terranno svegli", aveva detto. Grady è "strafatta".
 
 
"C’era della gioia nei colpi stordenti sferrati dai pugni di Clyde, e mentre l’auto sgommava lungo la Terza Avenue, schivava i pilastri della sopraelevata e ignorava il rosso dei semafori, lei [Grady] li fissò in silenzio come un uccello intontito dal continuo sbattere contro muri e finestre. Perché quando monta il panico la mente si aggroviglia come il cavo di srotolamento di un paracadute, e allora si continua a precipitare. L’auto svoltò a destra sulla Cinquantanovesima e sbandò sul Queensboro Bridge; sovrastando le rauche sirene del traffico fluviale, in un mattino che per lui non avrebbe fatto cambiare il cielo, Gump gridò: "Dannazione, così ci ammazzi!" senza riuscire a staccare le mani di Grady dal volante, e lei disse: "Lo so". [Fine] 

CAPOTE, “SUMMER CROSSING”

20 giugno 2006
 
"Truman Capote nasce il 30 settembre 1924, a New Orleans, col nome di Truman Steckfus Persons. I suoi primi anni sono segnati da una vita famigliare disordinata: dapprima viene affidato alla famiglia della madre che vive a Monroeville, in Alabama; poi il padre finisce in prigione per frode; infine i suoi genitori divorziano e danno avvio a un’aspra battaglia legale per l’affidamento. Il ragazzo va a vivere a New York con la madre e il suo secondo marito, un uomo d’affari cubano del quale assume il nome. Nei primi anni Quaranta il giovane Capote lavora come apprendista presso il ‘New Yorker’, ma viene licenziato per avere involontariamente offeso il poeta Robert Frost. Poco più che ventenne pubblica alcuni racconti su ‘Harper’s Bazaar’, ma a imporlo come scrittore è il primo romanzo, Altre voci, altre stanze (1948): una storia gotica sull’ambiguità descritta da Capote come ‘un tentativo di esorcizzare i demoni’. Con il romanzo breve L’arpa d’erba (1951), dalla fantasia più rassicurante, rivivono gli anni dell’Alabama e si consolida la sua precocissima fama…"  (da "Truman Capote, una biografia", nel paratesto del romanzo "Incontro d’estate", Garzanti, maggio 2006).
 
"Il manoscritto di Summer Crossing è costituito da quattro quaderni scritti a inchiostro, con numerosissime correzioni autografe di Capote. Al manoscritto vanno poi aggiunte 62 pagine di note. Manoscritto e note fanno parte dei Truman Capote Papers custoditi presso la Sezione manoscritti e archivi del reparto Discipline classiche e scienze sociali della Public Library di New York. La maggior parte dei documenti ivi conservati sono stati donati dalla Fondazione Capote alla Public Library nel 1985; la biblioteca stessa ha realizzato poi altre acquisizioni per integrare la collezione, comprando fra l’altro il manoscritto di Summer Crossing…" ( da "I Truman Capote Papers della Public Library di New York", nel paratesto del romanzo Incontro d’estate)
 
"Un’altra, molto più difficile [decisione], mi si presentò tra la fine del 2004 e i primi mesi del 2005. Nell’autunno del 2004 ricevetti da Sotheby’s di New York una lettera con la quale mi si informava che un lotto di oggetti appartenuti a Capote, fra cui i manoscritti di alcune opere pubblicate, molte lettere, fotografie e quello che sembrava essere un romanzo inedito, era stato affidato alla celebre casa d’aste per la vendita. Nessuno di noi sospettava dell’esistenza di quei documenti. Sotheby’s affermava che una persona di cui non poteva fare il nome si era presentata da loro dicendo che un suo zio aveva lavorato come custode di un appartamento in cui Truman aveva abitato verso il 1950. L’anonimo sosteneva che a un certo punto Truman se n’era andato e poi aveva deciso di non tornare a prendere le sue cose, dando istruzioni al sovrintendente dell’edificio di mettere tutto fuori sul marciapiede per la nettezza urbana. Secondo questa storia, il custode dell’appartamento era venuto a saperlo e, pensando che fosse un peccato mandare al macero quel prezioso materiale, aveva deciso di tenerlo per sé. Poi, quasi cinquant’anni dopo, quel signore era morto, e il parente entrato in possesso del materiale aveva deciso di metterlo in vendita. Capii subito che Sotheby’s avrebbe voluto che io, in quanto fiduciario della Truman Capote Literary Trust, non solo autenticassi il materiale ma dessi il beneplacito alla vendita. Mi mandarono un elenco completo dei documenti, alcuni con fotografia allegata: c’era anche la foto di qualche pagina di un testo inedito, scritto su un quaderno da scuola di quelli che usava Truman… [cut] Lessi il manoscritto con molta eccitazione e un po’ di paura. Ricordavo che probabilmente Truman non aveva intenzione di pubblicarlo, ma al tempo stesso speravo che il romanzo avrebbe fatto luce sulla produzione letteraria del giovane Capote precedente la composizione del suo primo cult, Altre voci, altre stanze… [cut] pur non essendo un’opera rifinita, il romanzo riflette pienamente la nascita di una voce letteraria originale e di un autore di stupefacente abilità… " (dalla Postfazione di  Alan U. Schwartz a Incontro d’estate, ottobre 2005).
 
(continua)