Archive for aprile 2007

QUANDO WU MING 1 DECISE DI FARE “AL SCRITOR”

11 aprile 2007
 
(Roberto Bui dei Wu Ming)

Ero lì che chiacchieravo con Iannozzi nei commenti al mio stesso post "Donne, du du du, in cerca di guai" e gli stavo spiegando che non si trattava di una lunga citazione da Manituana, come aveva capito lui, ma solo di un affettuoso collage sul ruolo della donna nel romanzo.  "Potevi dirlo!", fa Iannozzi. E io:
"Scusa, Iannox, se davvero i Wu Ming scrivessero testi inconsequenziali come questo, ci sarebbe da preoccuparsi. Per fortuna come artigiani conoscono perfettamente il loro mestiere, anche se a volte scelgono argomenti per me – ripeto, solo per me! – un po’ tediosi… "
"Ma tu il romanzo l’hai letto per intero o ti sei solo divertito a fare il collage?"
"L’ho letto per intero, ovviamente", rispondo con una punta di fastidio.
Poi mi lascio scappare di bocca la confidenza:
"Ma aspetto sempre il giorno in cui i Wu Ming, anziché fingere di parlare dell’America per parlare, in realtà, di Bologna, invertiranno la rotta e si metteranno a parlare di Bologna per parlare, in realtà, dell’America."
È a quel punto che un grumo di elettroni di passaggio nell’aere si materializza in Roberto Bui, uno dei cinque Senzanome, e mi fa:
"Sappi che con Bologna abbiamo azzerato i rapporti da diversi anni. Non credo proprio che in ‘Manituana‘ ci sia qualcosa che abbia a che fare anche solo remotamente con quella città."
"Maddai", reagisco. "Che fai? Te metti a iannozzà pure tu? Bologna sta per il Vicino. L’America per il Lontano. Ovvio che non alludevo a Bologna in sé e per sé."
E il grumo di elettroni:
"Ma è questo il punto: Bologna, ormai, a me sta per il lontano… "
"Vabbè, allora facciamo Ostellato e non se ne parli più."
"Per la precisione Dogato. Una frazione".
"Okay. Sai da sempre che a me i grandi affreschi epico-storici interessano relativamente. Non credo che abbiate me come target. Sono felicissimo del successo del libro, che è costruito con grande abilità. Per i miei gusti, però, ‘bello senz’anima’. Sono sicuro che quando scriverai di Dogato, tu DA SOLO, riuscirai a commuovermi e a farmi traboccare di gratitudine come mi è successo qualche giorno fa per Patrick Berhault (vedi mio post del 2 aprile)."
Roberto Bui ci pensa un attimo e butta là con nonchalance:
"Qualcosa c’è già qui:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/wm1_su_battiato.htm ", poi si dissolve.
Vado a controllare e leggo:

"Una domenica dell’81. Ho undici anni. Pomeriggio sfibrato, in tivù un tizio magro. Un tizio magro col naso adunco. Si chiama Battiato, mai visto prima. La trasmissione è Discoring, in onda all’interno di Domenica in. Il pezzo s’intitola Bandiera bianca, Battiato canta: ‘Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare / quei programmi demenziali con tribune elettorali’. Canta il ritornello in un megafono: ‘Sul ponte sventola bandiera bianca’. Riconosco la citazione, il morbo infuria, il pan ci manca. Stava in un libro di scuola di mio padre, di quelli accatastati nel garage. È brutto, Battiato, ed è quasi uno shock. Mai vista una pop star davvero brutta, che se ne frega d’esser brutta, nessun compromesso, nessun tentativo di limitare il danno. Battiato è il primo concerto rock della mia vita. Non il primo show dal vivo di un personaggio famoso: due o tre anni prima ho visto i Gatti di Vicolo Miracoli alla Festa de l’Unità di Denore. Facevano ridere, ma meno che in televisione. L’anno dopo il Pci di Denore ha chiamato una grossa orchestra di liscio e il padre del mio amico Benny ha commentato: – Stavolta a ghè d’la zént seria, mina di can e di gat! Certo, ho visto suonare le orchestre, sempre alle feste del Partito. Le feste de l’Unità sono parte della mia bildung: dieci giorni ogni estate a quella di Dogato, il mio paesello. Mio padre gestisce lo stand della ‘pesca’. È un gioco a premi con in palio ninnoli, piccoli elettrodomestici, gadget elettronici che diventeranno modernariato. Battiato arriva a Ferrara che è all’apice della scalata, anzi, forse ha iniziato a perdere momentum, mi sovviene che sono incazzato, io e Marco Massari siamo incazzati, Bella ‘mbriana di Pino Daniele ha scalzato Battiato dal primo posto. Sì, la settimana è quella. Pino Daniele non ci piace per niente…[cut]… Festa de l’Unità provinciale. La location è il parco del ‘Montagnone’. In realtà è una collinetta di quattordici metri. Sono qui coi miei ma non c’è mio fratello, non ricordo come mai. Con noi ci sono i Massari, amici di famiglia: Mauro, Marinella e il figlio Marco, che ha la mia età. Trentamila persone, mai viste tante schiene, e teste, e paia di gambe. A mia madre il concerto non interessa, vuole sedersi a ‘veder passare la gente’. Le piace guardare la gente che passa, le è sempre piaciuto, figurarsi stasera. A Dogato, poco più di mille abitanti, se ti metti alla finestra vedi passare sempre le stesse facce. Qui c’è il mondo. Noialtri vogliamo proseguire verso il palco, ma è tutto intasato. Non sono abituato, cerco di andare avanti e dico: – Con permesso… permesso… permesso… – Permesso un cazzo! – mi risponde un tale, di schiena… Nell’82 esce L’arca di Noè. Di nuovo sette canzoni. I giornali parlano di un tale Tommaso Tramonti che ha spedito a Battiato due testi. Due testi per posta. A Battiato sono piaciuti, ne ha tratto due canzoni dell’album, L’esodo e Clamori. Non mi paiono granché, come lyrics. ‘Ciuffi di isotopi in mano / passeggio tra le particelle dei miei atomi’ e altra roba del genere, tipo: ‘Incrostati di particelle / piene di minuscoli computer / mangiando farfalle giapponesi…’ Però questo Tramonti diventa la pietra di paragone: se ci è riuscito lui, posso riuscirci pure io. Il suo esempio mi fa venir voglia di scrivere. Da quel momento, quando mi chiederanno: – Ti sa vot far finì la scòla? – risponderò sempre: – Al scritor."

SCIPPO AI VENEZIANI

10 aprile 2007

(Venezia, Punta della Dogana)

Gentile direttore del Gazzettino,

da ormai troppi anni i veneziani sono stati SCIPPATI di una delle più belle passeggiate del mondo: il percorso triangolare dalle Zattere a Punta della Dogana (bloccata da eterni lavori in corso) con successivo passaggio davanti alla Basilica della Salute, al Museo Guggenheim, e ritorno alle Zattere virando a sinistra appena prima del ponte dell’Accademia. Ci voleva tanto a lasciare un passaggio pedonale largo anche solo un metro per permettere ai veneziani di doppiare capo Punta della Dogana, anziché costringerli a fare marcia indietro davanti allo sbarramento dei tavolacci del finto restauro? Mi auguro che, con l’assegnazione a Pinault dell’area, ci venga presto restituito il maltolto. Ricordo che ho già protestato più volte in proposito, su questo stesso giornale, con mail distanziate tra loro di interi ANNI, senza che nulla cambiasse. Cordiali saluti

(Lucio Angelini)

VENEZIA IN FONDO AL MARE

9 aprile 2007

dinosaurs

"Gli esperti dell’Onu sul clima lanciano l’allarme Venezia: se non si interverrà in tempo la città rischia di scomparire nel giro di pochi decenni. «Nonostante gli sforzi per contenere l’innalzamento del livello delle acque, la situazione è sempre più critica – ha spiegato il climatologo argentino Osvaldo Canziani, vice presidente del gruppo di esperti dell’Onu – nei prossimi decenni- nel nord del Mediterraneo le piogge aumenteranno dal 10 al 20% e l’acqua della laguna continuerà inesorabilmente a salire». A quel punto, il problema delle dighe mobili non si porrà neppure."
(Il Gazzettino,  SABATO 7 APRILE)
Mi consolo pensando che la mansarda da me appena acquistata al Lido di Venezia è al quarto piano:- )
[Immagine da www.atmos.washington.edu/…/modern_options.html

MILVA RICANTA BRECHT

7 aprile 2007

Qualcuno mi ha avvisato della tappa padovana, unica regionale, di "Milva canta Brecht" (nuova edizione) alle 18.00 del 4 aprile scorso, mentre dal centro storico di Venezia mi stavo imbarcando per il Lido. Un bel dietro-front, una corsa alla stazione di Santa Lucia, un salto sul primo treno per Padova (appena una mezz’oretta il viaggio) ed eccomi, alle 21.00, pronto a godermi una delle mie artiste preferite, comodamente seduto in poltrona al teatro Pio X.  [Per la cronaca, queste le prossime date: San Marino (15 aprile), Bari (dal 18 al 23 al teatro Piccinini).]

Così il pieghevole:

"Artista amatissima da Giorgio Strehler, grande interprete e ‘ambasciatrice’ dell’opera brechtiana in Italia e nel mondo, Milva torna a ‘cantare Brecht’ in una impaginazione registica che, come afferma Cristina Pezzoli, si pone il problema di un ‘aggiornamento a Brecht rispetto al presente’. Diviso in tre sezioni, le ballate, la guerra, le figure femminili, lo spettacolo intesse parole e musica, e, in un gioco di rimandi iconografici all’oggi, fa ‘reagire’ il pensiero brechtiano con la complessità del mondo contemporaneo, in un processo di ricontestualizzazione capace di metterne in luce attualità e anacronismi. "


In sintesi: spettacolo eccellente, Milva grandissima, voce ancora robusta malgrado i 67 anni [altro che "TRANSENNATA MILVA", come titolava scherzosamente un noto settimanale satirico tempo fa!] forza interpretativa di prim’ordine. Non ci credete? Ve lo faccio confermare da quattro quotidiani:

"MILVA CANTA BRECHT"

"Quando sale sul palco dello Strehler, la chioma fiammeggiante e gli abiti maschili, è subito brivido. Milva, animale da palcoscenico sensuale e fiero, con quella voce che non assomiglia a nessun’altra, roca e vellutata, capace di danzare sulle note e di vibrare là dove meno te lo aspetti, ancora una volta ha incantato il pubblico regalandogli il suo personalissimo Brecht. O meglio, il Brecht suo e di Giorgio Strehler, il primo a capire che per cantare il mondo del drammaturgo tedesco lei era perfetta. Da allora, e per nostra fortuna, Milva non ha più abbandonato Brecht. I suoi compagni di avventura ora sono la regista Cristina Pezzoli, che inserisce immagini della Cecenia, del Kossovo, dell’Iraq a ricordarci che i soprusi, la guerra e il potere contro cui scagliava Brecht non sono oggi poi tanto diversi, e quattro ottimi musicisti (Marco Albonetti, Federico Ulivi, Bruno Paletto e Vicky Schaetzinger). Il nume tutelare resta Strehler (ricordato anche in un video delle prove dell’Opera da tre soldi), ma a dare tutto, a buttarsi senza rete e a tirare fuori l’anima più politica e feroce di Brecht, c’è lei. Con tutto il bagaglio di un’esperienza costruita con ostinazione negli anni e il fascino di una personalità che non cede ai capricci delle mode. Ci sono le ballate come la Canzone dell’agiatezza e la splendida Canzone dei marinai, ma ci sono anche le ninne nanne, struggentissime, e soprattutto le superbe figure femminili brechtiane. La puttana ebrea Maria Sanders perseguitata dai nazisti, che Milva canta nascosta dalla spessa cortina dei suoi capelli rossi, o le indimenticabili donne perdute di Bilbao Song o di Surabaja Johnny. Milva canta Brecht non è solo una straordinaria prova interpretativa. E’un mondo intero che si spalanca." (© La Repubblica )

"Milva dei miracoli. Con la sua voce e la sua energia ha soffiato nuova vita nel superbo repertorio brechtiano. Ieri in prima allo Strehler, per il recital Milva canta Brecht ha scaricato colate di suono caldo nel freddo, rigido ritmo della musica di Weill e Eisler. Ma che musica! Sono sembrate, così, potenti e sarcastiche le ballate morali di Brecht (di cui ricorre il cinquantenario della morte il prossimo anno) anche grazie alla fresca regia di Cristina Pezzoli che ha vestito e svestito più volte “la rossa”: dal doppiopetto grigio con cui la cantante berlsuconeggia tra lanci di euro, ai pantaloni rincalzati dell’assassino lattante Apfelböck, alla bucolica camicia con gilet per cantare il ricordi di un amore sotto una nuvola bianca. Ogni brano è un vero pezzo di teatro, senza risparmio di mezzi: anche l’autoironia, la camminata buffa, la bellezza del viso camuffata da occhialini e fazzoletti alla Mutter Courage. Efficaci, ma forse un po’ ingenui e soprattutto già visti, i video delle guerre di ieri e di oggi, con le parole di Brecht a sfregiarle tutte con la poesia e i songs, settant’anni prima, per la loro violenza stupida. “Chi ha occhi per vedere ha già capito che cosa accadrà”, canta la Ballata di Maria Sanders. Dieci con lode all’interpretazione di una Mila scarmigliata e in camicia da notte. La seconda parte, quella che si concentra sul “Brecht delle puttane sante”, è iniziata con una sorpresa: un filmato girato negli anni Cinquanta con Giorgio Strehler, che alle prove, canta la “Moritat di Mackie Messer”, dall’Opera da tre soldi messa in scena dal regista triestino alla presenza dell’autore: irresistibile per fascino. E’ in questa parte del recital che, accompagnata da quattro musicisti (Vicky Schaetzinger al piano, Poletto alla fisarmonica, Ulivi al banjo, Albonetti ai sax) sfidati con mosse “panteresche” salendo in piedi sul pianoforte o mimando una danza con il sassofonista, Milva ha definitivamente sedotto il pubblico, In giacca da smoking, poi tolta con mossa da strip, abito di tulle nero e lamé anni Venti/Trenta, calze velate sulle lunghissime gambe, si è buttata a capofitto nella “Ballata del magnaccia” o in “Bilbao Song”, tutte Brecht-Weill, scatenando applausi e urla di brava, fino a sciogliersi d’amore e rabbia in “Surabaya Johnny”. (© Corriere della Sera )

"Eccola. Milva la rossa è tornata e con lei è tornata la donna e la diva, la sua generosità e la sua bravura ancora una volta impegnate nella circumnavigazione del “continente Brecht”. Alle soglie del inquantenario della morte del grande autore tedesco, lei guarda al maestro di sempre perché un artista ha bistogno di confrontarsi con se stesso, con il suo cammino e Brecht sicuramente rappresenta per lei un momento irrinunciabile, un’iniezione di energia pura, un modo di guardare alla realtà sempre dubitando, senza certezze assolute. Eccola, dunque, con tutta la sua passione civile, con il suo cuore progressista. E’ Milva e non potrebbe essere diversamente: già nell’entrata in scena, nella lunga falcata con cui percorre il grande palcoscenico del Teatro Strehler di Milano, c’è l’unghiata della pantera, tutta la sua storia. E’ Milva uguale ma diversa, inaspettata per certi aspetti, guidata dall’intelligente regia di Cristina Pezzoli che accentua questo risvolto, questa novità mostrandocene altri percorsi possibili anche se la sua voce, la sua strepitosa bravura nel recitarcantando, fanno parte del nostro Dna e anche di quello dei moltissimi spettatori che affollano il teatro dove sarà in scena con Milva canta Brecht fino a domenica.  Arriva vestita da ragazzo, i capelli raccolti, giacca e cravatta e scarpe piatte: è la Milva “politica” che canta la mortificazione della povertà e l’arroganza così “berlusconiana” di chi ha denaro e lo sbatte in faccia a tutti in La ballata dell’agiatezza. Che, attraverso le parole e la musica di BB, ma soprattutto di Kurt Weill e di Hans Eisler, getta uno sguardo sugli orrori di un sonno della ragione che genera mostri e che si mescola inaspettatamente alla poesia della memoria, al ricordi di un bacio, al passaggio di una nuvola nel cielo. La seconda Milva è una madre in lungo e casto camicione che, mentre scorrono su di uno schermo-sipario le immagini terribili della strage di Beslan, canta ninne nanne cercando di tenere accesa a tutti i costi la luce dell’amore della sua semplice candela. Ma è anche Maria Sanders prostituta per ebrei con i lunghi, mitici capelli rossi sciolti sulle spalle, un fiume di calore che scende in platea e riscalda i cuori. E’ la Milva pacifista contro tutte le guerre e tutti gli abusi di potere che canta l’egoismo colpevole di chi se ne frega degli altri  e non vede la violenza attorno a sé. Intanto passano sullo schermo alcuni fotogrammi delle prove dell’Opera da tre soldi messa in scena da Giorgio Strehler nel 1973 di cui è stata protagonista, che ci rimandano un’immagine di provocatoria energia: non un’operazione nostalgia, semmai un ricordo di chi ha guidato l’artista al suo incontro con Brecht; un punto di partenza irrinunciabile, ma per andare avanti. Accompagnata da Vicky Schaetzinger (piano), Bruno Paletto (fisarmonica), Federico Ulivi (chitarra), accarezzata e provocata del sax soprano di Marco Albonetti, Milva ci presenta tre volti di una stessa donna. Così nell’abito da sera, dà vita a una galleria di donne protagoniste di tanti songs indimenticabili: la Jenny dell’Opera da tre soldi; la ragazza da balera di Bilbao Song; la straordinaria canzone della giovane puttana di Eisler; Mandelay e i suoi bordelli; la donna da marciapiede di Surabaja Johnny… Scattano gli applausi, i bis, i fiori, i sorrisi,i ringraziamenti, mentre un fan di Francoforte le consegna un suo regalo. Milva è anche una donna che si batte perché le cose cambino. Chissà forse le piacerebbe, fra qualche mese, cantare per le strade quel suo antico, magnifico Ça ira. Anche noi lo speriamo. (© L’Unità )

"Milva canta Brecht . Nel cinquantenario della morte. Ricordando Strehler. Con la regia, appassionata, di Cristina Pezzol, Accompagnata da un quartetto eccezionale (la Schaetzinger al piano, Albonetti, Ulivi e Paletto), che si discosta dalla timbratura tipica delle musiche di Weill ma attualizzandola. Strehler è in cartellone come traduttore dei song e in video come cantante. Milva? La leggenda vocale intatta, accenti popolari e raffinati, plebee e sognanti, un recitare che abbraccia la musica, la maturità che scolpisce ogni figura: in una parola magnifica. Anche per una sua personale “distanziazione” da Brecht (quello degli astratti furori dell’impegno) che si colora di ironia, ammicca con eleganza all’attualità. Con incursioni, prima, in un repertorio meno noto (“La ballata dell’agiatezza” che chi vuole dedicherà a Berlusconi, o la “Ninna nanna” su immagini della strage degli innocenti di Beslan), e poi con la riproposta dei grandi motivi intorno – trionfo confermato – a “Surabaja Johnny”. Perché Brecht, ancora, l’aveva detto Strehler nell’ultimo recital del ’96: perché seppe vedere molto avanti nella società del benessere; delle guerre ideologiche, del fallimento di molte utopie. E oggi – come mostra la regia della Pezzoli, con immagini metaforiche mai propagandistiche – perché stiamo aspettando la fine della guerra fra sfruttatori e sfruttati. Potete non andare a vedere “Milva canta Brecht”, ma in tal caso starete dalla parte degli indifferenti. (© Il Giorno )"

UNA NUVOLA PROFETICA

6 aprile 2007

Il 9 novembre scorso dedicai un post a "La nuvola. La profezia", ovvero a un beneaugurante passo tratto da "Nenio" di Eugenio De Medio. L’autore scoperto da www.vibrisselibri.net sta adesso cercando di ricavarne un book-trailer per il suo sito www.nenio.org. Manca ancora la parte audio, ma intanto guardate com’è carina la formazione della nuvola: cliccate sull’immagine qui sopra.

Segnalo, inoltre, la recensione di Arturo Fabra qui:

http://www.paginatre.it/online/?p=245#more-245

P.S. Cosa aspetta Einaudi Stile Libero ad allungare le mani sui diritti del romanzo?

DONNE, DU DU DU, IN CERCA DI GUAI…

5 aprile 2007

(Scarlett O’ Hara in "Manituana" dei Wu Ming)

«Le donne strillavano e inveivano. Grida di donne. Le donne del campo li vessavano con calci, pugni e lanci di pietre. Le donne lo finirono a bastonate. Le donne lo presero a calci prima di pugnalarlo a morte. Molly, da sola, teneva testa ai guerrieri. Uomini e donne sguazzavano in pozzanghere d’alcol. La moglie scese le scale con in braccio un fucile. Susanna gli servì il pranzo. Margaret sputò nel fuoco. Tua moglie potrà farti una giacca per l’inverno. Donne nere cucinavano cibo, inseguivano bambini, sgobbavano bucato. La donna proseguì l’arringa. Le donne punteggiarono il discorso con cenni d’approvazione. Mary era di nuovo incinta. "Zucchero Fornaciari?", chiese la serva. Judith dedicò al padre uno sguardo luminoso. La levatrice si inginocchiò sul pavimento. La partoriente era accasciata su una seggiola. Intorno alla sedia, le donne offrivano brodo di pollo e rum. Mary era sdraiata nel sangue. Nuda, immobile, il taglio che squarciava la pancia. Guy estrasse l’amuleto che la strega gli aveva venduto. Esther celava una forza singolare e primitiva. Per essere una donna minuta zia Nancy aveva una presa forte. Una donna deforme avanzò nella sala. "Anche le nostre donne sono ottime trasportatrici", commentò Joseph. Di lui si prendeva cura Betty, detta "la Mangiona". Ellie non aveva un braccio, ma in compenso la natura le aveva donato due minne spaventose. Trombone aveva ribaltato la gonna sopra la testa di Culona, le aveva infilato la fava e la sbatteva da dietro. Le mignotte, Culona più di tutte, scricciavano come aquile. La Regina, ormai prossima al parto, aveva scelto una veste rosa. Il manicomio di Santa Maria di Betlemme. La donna scoppiò a piangere. La donna continuava a piangere. La donna riprese a piangere. Spaventata dal suo stesso sangue, Esther si era nascosta nella legnaia. Fu allora che Betty capì la parte che aveva in commedia… quelle porcate con le minne che arrazzavano tanto i poldi rattusi. Palparsele, muoverle, scrollarle, portarle alla bocca e passarci sopra la lingua, le solite sguanate. Nerchie di tutte le fogge e misure, staccate dalle figure dei loro padroni, rette da granfie giganti, questo vedeva. Lei s’era sborsata le minne, le aveva apparecchiate sul davanzo e s’era messa a sgolare un’aria porca, di quelle che le senti e hai già voglia di ficcare. Susanna si affrettò a portare cibo caldo. Mi chiamo Esther Johnson, figlia di Mary, nipote di William. Questa è la terra dove sono nata, questa è la mia gente. Esther scese dai bastioni con gli occhi che bruciavano per aver scrutato l’orizzonte tutto il giorno. Molly guidò il convoglio verso Fort Niagara. Quando Donna della Terra sognò per la prima volta, fertili campi nacquero da quel corpo rigoglioso. Una nuvola da occidente prese diverse forme per compiacerla, finché non divenne un giovane uomo. Donna della Terra si innamorò all’istante e desiderò avere l’uomo nuvola dentro di sé. Anche le altre donne chiesero figli e mariti. Nessuna scelse di dare la morte. "Come va la guerra?" chiese Molly. Esther si avvinghiò a lui, respirando il suo respiro. Son qui, respiro il tuo respiro, son l’edera legata al tuo cuor. Non c’è saccheggio senza stupro. I cadaveri delle donne sembravano vuoti manichini. Esther pensò alla vita che l’attendeva e al mondo nuovo che avrebbero costruito, nel Giardino al centro dell’Acqua. Le Mille Isole. Manituana. "I’ll think of it all tomorrow, at Manituana", si disse.  "I can stand it then… After all, tomorrow is another day."»

INFANZIA DI UN ANGELO

4 aprile 2007

(Paul Klee, Angelus Novus)
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Accennavo giorni fa alla raccolta pro Sarajevo "Nuvole a colazione", pubblicata da Panini Ragazzi nel 1995. Il mio contributo al libro si intitolava "Infanzia di un angelo" (da non intendersi, si badi bene, come "Infanzia di Angelini"). Ebbene, proprio ieri il racconto è stato riesumato per la TERZA PAGINA di www.latribunaonline.net (cliccare sull’immagine centrale della homepage per sfogliare il giornale). Già che è resuscitato, lo riproduco anche qui:
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INFANZIA DI UN ANGELO
di Lucio Angelini
 
Dopo essere stato petrolio, lepre, felce, Anselmo si era incarnato adesso in un delizioso bambino dagli occhi viola, al centro di una moltitudine di messaggi che parevano emanare contemporaneamente da tutti gli oggetti e da tutte le persone verso di lui. Questo, almeno per un po’, gli fece confusione. Non era facile isolare uno alla volta gli elementi di quelle sue percezioni globali, per metterli in opposizione o farli concordare con altre percezioni dello stesso ordine.
Un giorno vide un triangolo rosso e un quadrato rosso e capì che cos’era il rosso. Un altro giorno vide un bambino nero e un bambino giallo, e capì che cos’era un bambino.
Un venerdì gridò forte, batté forte, saltò forte, lanciò forte la palla e capì che cosa volesse dire forte.
Poco a poco capì che, nel mondo, c’erano delle cose forti, dure, pesanti, calde, grandi, lontane, alte… e altre deboli, molli, leggere, fredde, piccole, vicine, basse, sottili, lente. Era un mondo fatto di più e di meno, di destra e di sinistra, di dentro e di fuori. Ma che fatica organizzare lo sfarfallio delle qualità delle cose!
C’erano uomini grandi e piccoli: il suo babbo era enorme, la mamma gli arrivava alla cinta, ma a sua volta lui arrivava alle ginocchia della mamma. E avevano una macchina che andava veloce, ma che poteva anche rallentare e fermarsi, se lui chiedeva di fare la pipì.
Potevano scegliere di andare verso il mare o verso le colline, da soli o invitando anche la cugina Clementina.
Clementina sapeva quanto lui che tra avere una caramella e non averla c’è una bella differenza: una caramella era ben diversa da niente caramelle, zero caramelle. Un giorno parlarono, appunto, dello zero. Clementina gli confessò che, per lei, lo zero assomigliava al silenzio, all’assenza di rumori, o al buio, in cui non si vedeva più niente.
 
Quando arrivarono in spiaggia, si divertirono a riempire di acqua di mare o di sabbia le bottiglie vuote dell’aranciata.
“Guarda, è piena!”, si dicevano, oppure: “Adesso è vuota”, o anche: “È quasi piena”. Dalla luce e dal silenzio potevano sbocciare infiniti rumori e colori. E se volevano muoversi, dopo aver giocato alle belle statuine (Anselmo, a dire la verità, detestava stare assolutamente immobile) potevano camminare, correre, saltellare, arrampicarsi, per poi fermarsi di nuovo. Potevano girare la testa senza coinvolgere il resto del corpo, agitare i piedi senza muovere le ginocchia, roteare gli occhi tenendo ferma la testa. Se si stendevano sulla sabbia, vedevano le loro pance abbassarsi ed alzarsi, ma lasciavano che si sbizzarrissero liberamente, senza comandarle. Sentivano l’aria entrare dalle narici, scendere nella gola, scivolare giù… giù… sempre più giù, nel petto e nei polmoni.
 
Quando fu un po’ più grande, Anselmo prese a seguire una serie televisiva su un orfanello piovuto da un pianeta lontanissimo, a forma di barattolone variopinto. Il piccino disponeva di armi micidiali: missili perforanti, tuoni spaziali, boomerang elettronici, lame rotanti, disintegratori paralleli, senza contare un’alabarda spaziale e un doppio maglio anch’esso perforante. Il personaggio gli piaceva, ma non lo sbalordiva. Soprattutto, lo seccava ritrovarlo nei libri, nelle figurine, nei pupazzi, nei quaderni, nel diario, nelle gomme americane, nelle penne, nel temperamatite, sui cuscini, nelle lenzuola, nei panini, nei biscotti, nelle patatine fritte, nei puzzle, nei giochi, nei dischi.
I suoi genitori, le sue zie, gli amici che invitava alle feste di compleanno gli regalavano un sacco di giocattoli.
Giocando, anche Anselmo si trasformava ogni volta, inesorabilmente, nell’oggetto con cui era alle prese, fosse un’automobile o un aereo o un missile.
Le favole tradizionali lo avevano già stancato. Che gusto c’era, per esempio, a svegliare con un bacio una ragazza addormentata? A lui la cosa aveva fatto anche un po’ schifo, quando l’aveva sentita raccontare per la prima volta.
 
L’infanzia stava ormai per finire.
Anselmo aveva capito da un pezzo che si poteva volere e non volere, accettare e rifiutare.
Dopo le elementari, passò alle medie.
Studiò che Alessandro Magno aveva fondato la città di Alessandria, Romolo quella di Roma.
 
Ormai nella magia non credeva più. C’era questa realtà, adesso, intorno a lui. Se la sentiva colare addosso: gli colava dagli scherzi crudeli di certi compagni malevoli, dalla televisione, dai giornali, dai discorsi della gente.
Non capiva perché mezzo mondo fosse in guerra. Perché lui fosse pulito e lustro, col giubbottino alla moda, mantenuto e accudito dai suoi genitori, e gli zingarelli all’angolo delle strade sporchi e laceri, costretti a raggranellare loro i soldi per mantenere gli adulti, mica gli adulti per mantenere loro. La professoressa di lettere diceva che “diverso è bello”, che le culture “hanno pari dignità”: be’, a lui, francamente, una cultura fatta di adulti-che-sfruttano-i-bambini, di bambini-che-mantengono-gli-adulti pareva solo diversa, non necessariamente anche bella.
Il telegiornale vomitava notizie di violenze sconvolgenti: bambini gettati nei cassonetti, schiavizzati, trascurati, violati, abbandonati, disamati.
 
Alessandro Magno aveva fondato la città di Alessandria? Romolo quella di Roma?
Be’, perché no? Forse, da grande, avrebbe potuto fondare anche lui una città: Anselmia, la città dei ragazzi, in cui avrebbe accolto tutti i bambini maltrattati e senz’amore, perché vi trovassero amicizia e protezione.
Sarebbe stata una città bellissima, disposta attorno a un grande giardino rotondo, difesa da mura altissime: un incredibile laboratorio in cui sperimentare forme di convivenza “diverse e belle”.
L’egoismo, l’invidia, la prepotenza avrebbero continuato ad assediarla, minacciandola coi loro sinistri arieti. Non sarebbe stato semplice, probabilmente, respingerne gli assalti. Ma ci avrebbe provato.
Certo… sì, era ancora piccolo, doveva studiare molto, prepararsi, accumulare competenze, sviluppare e migliorare il progetto curandolo in tutti i suoi dettagli, renderlo concreto, nitido, il meno fumoso possibile, farlo uscire dall’indeterminatezza.
Ma si sentiva sorretto da una grande vitalità, da una grande energia positiva, anche se non capiva bene di dove gli provenisse.
Un giorno gli venne addirittura il sospetto di essere un angelo, una di quelle creature meravigliose inviate quaggiù a dare una mano agli uomini, immemori esse stesse della propria natura.
Ma si vergognò di quella fantasia.
Forse era solo un gran presuntuoso, un fanfarone.
Non per questo, però, avrebbe gettato la spugna o si sarebbe arreso, rinunciando al suo sogno.
Immagine da http://www.musee-renaissance.fr/images/pages/bitmaps/Putto%20Duknovic%2020002.JPG

LA CASA DI NENIO

3 aprile 2007

Mo’ pure Nenio s’è fatto er sito. Questo il link:

www.nenio.org 

Fra le curiosità: le "prove di copertina" (quella sopra riportata è dello stesso Eugenio De Medio), le foto dei gatti con cui il Nostro divide la casa e la vita, il dizionarietto dei termini abruzzesi utilizzati nel romanzo eccetera. Il sito ha sezioni ancora in costruzione, ma lancia la proposta di un’associazione a cui l’autore di "Nenio" tiene in modo particolare: "La casa di Nenio", un centro deputato all’assistenza degli adulti in difficoltà per le violenze subite da bambini (le conseguenze di certi traumi possono affiorare a distanza di anni, se non adeguatamente elaborati).

Si tratta solo di un progetto, al momento. De Medio intende metterne a punto i dettagli e l’implementazione (come dicono a Pescara) insieme a quanti gli manifesteranno la diponibilità a collaborarvi e a sostenerlo.

P.S. By the way. Editori cartacei, i diritti di "Nenio" sono ancora acquistabili. Non siate timidi, osate! Vibrisselibri vi aspetta a braccia aperte, qui:

www.vibrisselibri.net

ufficiostampa@vibrisselibri.net

GRAZIE, PATRICK

2 aprile 2007

Patrick Berhault (IT)

Qualche tempo fa, a un mercatino di beneficenza del Lido di Venezia, ho acquistato una vecchia videocassetta di free climbing intitolata "METAMORFOSI", sul retro della quale era scritto:

"Un vero e proprio balletto sulla roccia, interpretato in modo spettacolare da PATRICK BERHAULT e ambientato nel suggestivo paesaggio della Costa Azzurra e di Finale Ligure. Le evoluzioni di questo grande free climber contengono eccezionali difficoltà tecniche, che possono essere ammirate anche per il valore estetico della sua gestualità".

Tutto vero alla lettera. Niente pubblicità ingannevole. Non semplice arrampicata, ma ARRAMPICATA ARTISTICA, cazzo!

Guardando Patrick spostarsi come un acrobata su pareti di roccia a tetto con la levità di un ragno e l’eleganza di un ballerino classico, mi sono detto: "Questa è poesia pura, una performance di livello talmente alto che mi sento traboccare di gratitudine per avervi potuto assistere anche solo in differita, grazie alla videoregistrazione che ne è stata effettuata."

Spento il videoregistratore, ho poi acceso il pc e mi sono precipitato a cercare notizie su Patrick.

Ho trovato uno dei suoi libri:

pubblicato da CDA & Vivalda, Torino, 2002.

e un articoletto su http://www.intraisass.it/rec26.htm :
"Questo Berhault è un vero e proprio spiritello, quasi un troll od un coboldo che si aggira tra le Alpi [cut]… peculiare è infine la metamorfosi di Berhault. Non a caso si parla di ‘metamorfosi’, titolo di un suo video degli anni Ottanta in cui l’anfibio arrampicatore migrava dalle rocce sottomarine, trasformandosi man mano in un arrampicatore terrestre. Il francese ha modificato negli anni il suo approccio al mondo della montagna: da free climber alfanumerico (settea, ottobi etc.), ad alpinista a tutto tondo su roccia, ghiaccio e misto; da scanzonato iconoclasta delle difficoltà e dei relativi gradi a rispettoso osservante dello stile alpino più puro e più vero. Senza scomodare le ‘ardue sentenze’ dei posteri e del poeta, a noi sembra che il cambiamento abbia fatto bene a lui e all’alpinismo."
Poi un altro link:

http://www.8000.it/jumpNews.asp?idLang=IT&idChannel=348&idUser=0&idNews=9680

"Alpinismo
Ciao Patrick
Con un volo di 600 metri si chiude un capitolo dell’alpinismo moderno, il capitolo intitolato Patrick Berhault. Oltre che nei ricordi di ogni appassionato di montagna il suo nome rimarrà impresso sui monti più alti della terra grazie a Simone Moro.
Mercoledì, 12 Maggio 2004
Michaela Gornati
La fine di aprile ha chiuso un capitolo dell’alpinismo moderno: Patrick Berhault, 47 anni, una vita "alpinistica" alle spalle, è caduto sul Taschhorn (4491m), in Svizzera.
Il 28 aprile Patrick e Philippe Magnin sono partiti dal campo di Mischabeljosh, a quota 3851m, per scalare quatto cime di 4000 metri, parte di un loro particolare progetto che li avrebbe portati a salire 82 "4000" in 82 giorni. Un cornicione di neve a quota 4400 è franato trascinando nella sua corsa l’alpinista francese, non assicurato al compagno vista la scarsa difficoltà dell’itinerario. Il giorno successivo il corpo di Patrick è stato rinvenuto 600 metri più in basso, ormai privo di vita."

Allora mi sono ricordato dell’incidente, di cui avevo ben letto sui giornali nel 2004 e che, chissà perché, avevo nel frattempo dimenticato. "Povero Patrick", mi sono detto. "Morire così banalmente dopo aver spinto le possibilità performative dell’uomo a un simile livello di sublimità e spettacolarità."

Ho spento il pc e riacceso il videoregistratore, per seguire di nuovo con aumentata commozione i suoi delicati volteggi sulla roccia. E alla fine mi sono sfuggite le parole: "Grazie, Patrick", ma anche un verso di T.S. Eliot: "Aprile è il mese più crudele…"