ASPETTANDO CARLO CANNELLA…

(Il prof. Carlo Cannella)

Vedete il Carlo Cannella della foto [il primo che esca digitando "carlo cannella" in Google, n.d.r.] ? Be’, la scheda del sito della Rai riferisce che insegna Scienza dell’Alimentazione nella prima Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma, dove è anche Direttore dell’Istituto di Scienza dell’Alimentazione e della Scuola di Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione… come dire che non c’entra nulla con il Carlo Cannella scoperto da Vibrisselibri e la cui opera, "TUTTO DEVE CROLLARE", non mancherà di rivoltare più di qualche stomaco o di squarciare più di qualche budello (letterario). Il nostro Carlo Cannella vive in Olanda, è stato appena visitato da due inviate speciali di Vibrisselibri (Giulia Tancredi e Gaja Cenciarelli: vd http://www.sinestetica.net/Amsterdam) e, a suo tempo, insieme al manoscritto, ci fece pervenire la seguente nota biografica

«Mi chiamo Carlo Cannella, sono nato ad Ascoli Piceno 44 anni fa, e sono laureato in sociologia.  Ho fatto un mucchio di mestieri: il venditore di bibbie porta a porta, il cavatore, l’operaio manutentore, l’impiegato di concetto, l’agente assicurativo, il commerciante di videogiochi. A parte questo non avrei molto altro da raccontare, se non che ho passato gran parte degli ultimi 25 anni a cantare in gruppi hardcore-punk. Contrariamente ai vecchi punk degli anni ’80 sono rimasto sulla “scena” fino ad oggi, e quel che è peggio non ho nessuna intenzione di mollare la presa. In ossequio alla vecchia pratica dell’autoproduzione, ho pubblicato lo scorso anno per mio conto “La città è quieta… ombre parlano”, un romanzo-autobiografia sullo stile di “Costretti a sanguinare” di Marco Philopat e “I ragazzi del mucchio” di Silvio Bernelli. Nel giugno 2004 sono stato eletto consigliere comunale ad Ascoli Piceno, ma dopo aver visto la politica da vicino ho rassegnato le dimissioni e sono fuggito a Leiden, in Olanda, dove vivo attualmente. Nel dicembre 2006 è uscito “Libera fame”, l’ultimo cd degli Affluente, il gruppo in cui ho cantato negli ultimi 14 anni.»

In attesa che in www.vibrisselibri.net esca "TUTTO DEVE CROLLARE", copio-incollo un’intervista apparsa qui:

Da http://www.audiodrome.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1138

AFFLUENTE | Carlo Cannella [inter]view
 

Trovarsi oggi di fronte ad un album come Libera Fame porta inevitabilmente a fare i conti con le profonde differenze che separano l’attitudine hardcore originaria con l’attuale tendenza (almeno in certi ambiti o più precisamente nell’immaginario diffuso) a considerare questa forma espressiva come un mero genere musicale e non anche una vera e propria presa di posizione attitudinale e ideologica. Ci è sembrato, quindi, giusto interpellare Carlo Cannella, cantante degli Affluente, per tentare di comprendere con il suo aiuto quali siano le differenze principali tra le due contrapposte visioni e fino a che punto i mutamenti avvenuti nella società e nei mezzi di comunicazione abbiano giocato un ruolo fondamentale in tutto questo.

Ciao Carlo, innanzitutto complimenti per il nuovo lavoro, un disco ottimo sotto molti punti di vista. Comincerei la nostra chiacchierata dalla decisione di incidere un nuovo album a sei anni di distanza dal precedente TSOL. Cosa vi ha spinto ad aspettare tanto tempo, cosa è successo in questi anni agli Affluente?

Carlo Cannella: Per la verità gli anni di distanza sono stati ben dieci, perché anche se TSOL uscì nel 2000 in realtà fu registrato nell’estate del ‘96. In quel tempo l’idea era di farlo uscire su Profane Existence, ci furono dei contatti in tal senso, ma purtroppo non se ne fece niente. Probabilmente il disco non piacque abbastanza. Per dirla tutta nessuno sembrava interessato a quella roba e alla fine decidemmo di farlo uscire per la mia etichetta personale. Nel frattempo il gruppo stava attraversando un momento critico, io ero appena uscito per problemi di lavoro, altri lo stavano facendo, insomma niente lasciava presagire un futuro per gli Affluente. Invece TSOL riuscì col tempo a guadagnarsi una certa considerazione, si può dire che sia ormai diventato un piccolo culto, ma quanta fatica… L’estate scorsa, dieci anni dopo, ho ritrovato il gruppo nelle stesse condizioni di allora: sull’orlo dello scioglimento. Incredibilmente non avevano più inciso nessuna canzone in tutto questo tempo. Frankie era il più abbattuto, suonava in 3 gruppi diversi e si erano sciolti tutti nel giro di qualche settimana. Così gli ho detto: ”dai, coraggio, facciamo un nuovo disco”. Detto, fatto. Abbiamo raccattato un bassista e un batterista e siamo tornati alla carica. ”Libera Fame" è stato preparato più o meno in un mese. Io sono tornato dall’Olanda per cantarlo senza averne mai provato i pezzi e senza testi. Sono rimasto in Italia una settimana. Di giorno scrivevo le parole, di notte registravo la voce. Sembra incredibile, ma questo disco l’abbiamo davvero improvvisato. 

L’album è uscito per la SOA di Paolo Petralia, una persona che proprio come te si sbatte da anni per dare voce alla musica meno stereotipata e dozzinale e con cui già avevate collaborato in passato. Come è nata questa nuova collaborazione e come è stato ritrovarsi a lavorare insieme?

Paolo aveva già tirato fuori il nostro primo ep "Logica Dominante" nel ‘93, roba da preistoria, e l’anno dopo aveva co-prodotto con Applequince "Moltitudine Suina". Poi i rapporti si erano allentati, ognuno aveva proseguito per la propria strada, e anche nel migliore dei modi, devo dire. Quando tre mesi fa gli dissi che gli Affluente avevano un nuovo disco pronto, lui replicò che se era bello quanto TSOL ci avrebbe messo le mani sopra. E così è stato.

Libera Fame si pone come un album crudo e violento, decisamente poco incline al compromesso e dal taglio di un documentario spietatamente realistico su questo inizio millennio. Credi dunque che la musica possa ancora servire a far riflettere le persone? Pensi che le nuove generazioni – abituate ad un approccio decisamente più manieristico all’hardcore – siano in grado di apprezzare un album così "politico" e non filtrato?

Non so se la musica può servire, di sicuro non servono i giornali e le televisioni. È incredibile quanto in profondità sia ormai giunta l’omologazione di contenuti e stili espressivi della stampa e dei circuiti audiovisivi. Più gli eventi sono drammatici più ci si diverte a "pensare americano" e a trovarsi immersi nella più allarmante americo-dipendenza. È tempo di passare al di là dello specchio, dei luoghi comuni, della propaganda, d’un certo semplicismo ottimistico che fa credere che tutto quello che è "occidentale" è "buono" o "migliore", è tempo di chiamare le guerre scatenate per il predominio di certe aree asiatiche o per il controllo delle loro risorse col loro vero nome, non nascondendole dietro buone, giuste o sante cause. Mi sembra che il far vendetta e chiamarla giustizia, il far deserto e chiamarlo pace, il far duramente i propri interessi e chiamarlo libertà siano altrettante mistificazioni dalle quali dobbiamo liberarci se davvero vogliamo capire il mondo, cercando al contempo di comprendere quale e quanto grande sia la nostra parte di responsabilità. E questo è tutto. E se qualcuno, giovane o vecchio che sia, crede che queste cose non c’entrano niente con l’hardcore, beh, allora ‘fanculo.

Restando in tema nuove generazioni, ho notato che oggi come oggi l’hardcore rischia sempre più di essere relegato alla ripetizione di un sound ben preciso e stereotipato, perdendo per strada le mille componenti che una volta lo rendevano un genere sfaccettato e non classificabile. Non credi che si rischi di scordare proprio la libertà espressiva che permetteva di considerare hardcore gruppi distanti come Bad Brains e Hüsker Dü, Cro Mags e Bad Religion, TSOL e Minutemen, senza parlare della scuola italiana che aveva una miriade di sfaccettature e una personalità invidiata in tutto il mondo?

Penso soprattutto che oggi si tenda a considerare l’hardcore come un qualunque genere musicale, togliendogli così la sua carica eversiva. È roba riverniciata e messa a nuovo, fortemente edulcorata nell’atteggiamento, nell’impatto visivo e in definitiva poco pericolosa per il sistema. Insomma niente a che vedere con i gruppi che hai appena citato. Come dice abbastanza bene Gigi Keller nelle note interne alla ristampa del materiale Youngblood, negli anni ’80 nei testi imperversava il "loro", gli altri… una terza persona impersonale dove ci stava dentro tutto (la gente comune, lo stato…), una zona grigia indefinita e lontana e allo stesso tempo una presenza invadente e oppressiva. Su questo concetto si basavano tante delle decisioni prese allora. Questo distacco, appunto il "loro" e il "noi", con il tempo si è modificato e mentre per una parte di scena i "nemici" hanno acquistato un nome preciso (e gli "amici" o i compagni anche), per un’altra parte il distacco si è andato assottigliando talmente che a un certo punto non è diventato più discriminante. La rabbia e la distanza sono venute meno e così anche il significato di una opposizione alla vita "comune" e ai suoi controllori. In qualche modo è stata imboccata la strada per l’accettazione delle regole democratiche e della vita "normale", con tutti i disastri a livello di pacificazione sociale e creatività musicale.  

Voi definite la vostra attitudine "fondamentalismo hardcore", cosa significa di preciso? Dobbiamo ritenerla una dichiarazione di intenti e una scelta ben precisa o è solo una frase provocatoria?

Solo una provocazione di un certo tipo. Vedi, quando il gruppo si formò, nel 1993, impazzavano sulla scena i NOFX, i Green Day e gli Offspring. Era il periodo in cui l’hardcore entrava ufficialmente nel mercato, l’attitudine si trasformava in opportunità e certa gente con i capelli sparati in testa vendeva milioni di dischi. E’ tutto abbastanza chiaro, no? 

Nel tuo libro descrivi la scena marchigiana e le problematiche legate al risiedere in una provincia tranquilla e poco incline al cambiamento. Quanto credi che ciò abbia influenzato gli Affluente (e prima ancora gli Stige e i Dictatrista)? Te lo chiedo perché mi sono sempre trovato a riflettere sulla possibilità che il vivere in provincia e al di fuori dei grossi fermenti che animano le grandi città, oltre ai lati negativi possa fungere anche da scudo per l’originalità, evitando l’uniformarsi ad un pensiero unico e massificante (vedi la poliedricità delle band del midwest americano ad esempio). Pensi ci sia un fondo di verità in questa mia ipotesi?

Non sei il primo a ragionare su queste cose. C’è ad esempio una bellissima riflessione di Sergio Milani dei Kina che mi piace citare testualmente: "non so perché, ma ho sempre pensato che i gruppi punk delle metropoli non avessero le stesse carte da giocare di quelli che provenivano dalla provincia. Forse perché in questi ultimi mi ci sono sempre riconosciuto per la loro semplicità e la loro onestà di fondo, ben distante da certi atteggiamenti presuntuosi e arroganti dei punk metropolitani". Condivido in pieno. Vivere al di fuori dei grandi circuiti, inoltre, aiuta a mantenere costante l’attenzione su di sé, a riflettere su quello che si sta facendo, a essere più in sintonia con se stessi e con le idee che fra mille problemi si portano avanti. In poche parole a nutrire un’attitudine ben precisa. E se vogliamo è una fortuna.  

Oggi ci troviamo di fronte ad una contrapposizione (Occidente contro il blocco comunista allora, Occidente contro l’Islam oggi), per molti versi simile a quella che portò alla nascita della prima ondata hardcore e molte band sentono nuovamente il bisogno di tornare a gridare forte la propria opinione sui più importanti temi sociali. Vedi un collegamento tra queste situazioni o si tratta solamente di una coincidenza, soprattutto vedi le basi per una nuova presa di posizione dopo l’apparente pacificazione avvenuta negli anni Novanta, periodo in cui l’attenzione dei gruppi si era spostata dal piano esterno a quello interiore e personale?

Per quanto riguarda la prospettiva politica penso che sia improbabile un confronto fra la guerra fredda e l’ipotetico scontro di civiltà fra islam e occidente. Preso atto che ogni epoca ha prodotto le proprie vocazioni all’egemonia politica e gli strumenti intellettuali per cercare di imporle, quel che appare inedito nell’attuale scenario è il prefigurarsi di una sola egemonia e, nel contempo, la capacità degli apparati culturali di porre fuori gioco le potenziali insidie al suo dispiegarsi senza che vi sia bisogno di ricorrere all’impiego di mezzi coercitivi basati sulla forza fisica. Il sogno di un dominio perfetto basato sull’adesione costante e convinta dei governati alle decisioni dei governanti, si approssima ormai alla realtà. Perché possa fare ulteriori progressi sono necessarie però altre sperimentazioni. La fine della storia preconizzata da Fukuyama non è ancora dietro l’angolo e un certo numero di fattori di resistenza sono tuttora attivi. In epoca di globalizzazione delle comunicazioni e di contatti in tempo reale in ogni angolo della terra, l’autentica egemonia non può che essere planetaria, le mentalità collettive devono essere influenzate ovunque dai medesimi paradigmi. È questa la filosofia su cui si fonda la predicazione dei "diritti dell’uomo": un’unica specie, un unico modo di pensare e di comportarsi, un’unica religione civile senza una ben individuabile divinità, ma con Tavole della Legge la cui infrazione destina ai più atroci castighi. Il clima psicologico dell’emergenza è il terreno ideale per sperimentare le nuove capacità di espansione del progetto di occidentalizzazione del mondo, che dell’egemonia ideologica liberale è il veicolo. Si spiega così perché dal 1989 in poi, dopo la caduta del muro di Berlino, si siano moltiplicate le avventure belliche giustificate in nome dei valori occidentali e condotte con grandi sforzi di contenimento delle opinioni dissenzienti. Politici e intellettuali si sono spartiti i compiti. Ai primi è toccato di saldare una coalizione che avallasse la tesi della minaccia terroristica planetaria. I secondi hanno spianato il terreno all’accettazione della guerra da parte dell’opinione pubblica dei rispettivi paesi proseguendo sulla falsariga della demonizzazione degli avversari. Saddam Hussein e Osama Bin Laden hanno dunque preso posto accanto alle altre figure di spicco della galleria degli orrori anti-occidentale e l’epiteto "barbaro" ha cominciato di nuovo a risuonare. Il risultato è uno stato di guerra permanente, che ha lo scopo di normalizzare l’intolleranza verso l’islam e l’accaparramento sistematico delle sue risorse. Sotto l’aspetto musicale voglio essere sincero: non vedo in giro molti gruppi in grado di affrontare queste tematiche e di dare un contributo alla riflessione.

Negli anni Ottanta ci si scambiavano demo in cassetta e prosperavano le ‘zine ciclostilate/fotocopiate, oggi ci si scambiano file mp3 e fioriscono i blog sulla rete. Credi che l’attitudine e il modo di fruire della libera circolazione delle informazioni sia la stessa? O al contrario c’è il rischio che la facilità con cui oggi si ha accesso alle informazioni e al materiale, possa in qualche modo alterare il gusto dell’ascoltare/sapere in favore di una logica dell’avere di stampo materialista (devo possedere tutta la discografia della tal band, mi scarico tutti i dischi usciti nel tal anno o prodotti dalla tal label)?

Dipende. Per certi versi le cose non sono cambiate granché. Conoscevo un tale, ad esempio, che era letteralmente posseduto da una patologia accumulatrice. Ti sto parlando di un periodo intorno alla fine degli ’80. Questa persona era entrata nell’ottica di dover possedere tutti i dischi hardcore, grind o che avessero comunque una qualche familiarità col rumore editi a partire dal 1979. Accumulava ogni tipo di porcheria, e naturalmente era sempre insoddisfatto, perché per quanti sforzi facesse c’erano sempre dei dischi che non riusciva ad avere, o perché erano talmente rari da costare una fortuna, o perché non si trovavano proprio. Be’, un giorno mi telefona e dice: "ho dato via tutta la mia collezione per un centinaio di dischi dance degli anni ’80, che ne pensi?" Io penso che questa mania di possedere le cose c’entri poco con la disponibilità che oggi offre la rete, è più una questione di vuoto interiore che si deve riempire in qualche modo. Chi sta bene con se stesso difficilmente si lascerà prendere dalla voglia di accumulare, tenderà più ad approfondire sulle singole cose piuttosto che portare il proprio cervello all’ammasso.  

Tornando a parlare di Libera Fame, so che la band sta suonando dal vivo, ma tu ora vivi fuori dall’Italia, come vi siete organizzati per fronteggiare questa situazione e cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

La situazione è abbastanza complicata. Gli Affluente stanno suonando molto dal vivo in questo periodo, ma la formazione attuale è per 3/5 diversa da quella che ha registrato Libera Fame. Questo non vuol dire, come mi è capitato di sentire in giro, che il gruppo "fa solo cover degli Affluente". I due chitarristi hanno fatto parte della formazione fin dalle origini, hanno registrato tutti i dischi e hanno scritto tutto il materiale, escluse naturalmente le parti vocali. Il batterista ha già suonato negli Affluente per gran parte del nuovo secolo, e in pratica solo il bassista e il cantante sono elementi entrati nel gruppo di recente. Probabilmente l’idea che danno dal vivo in questo momento può essere un po’ diversa da quella impressa su disco, perché il timbro vocale del cantante e la sua maniera di interpretare i pezzi è naturalmente diversa dalla mia, ma penso che questo incida poco nell’economia della nostra storia e del discorso che portiamo avanti da così tanti anni. Poi è normale che qualcuno possa pensarla in maniera diversa.

Grazie mille per il tuo tempo, ti lascio spazio per dire in libertà ciò che vuoi a chi ci legge…

Beh, va di moda parlare di terrorismo. Parlerò di terrorismo. Si sbaglia a considerarlo uno strumento dei deboli. E’ soprattutto l’arma dei potenti. Quando si sostiene il contrario, ciò avviene unicamente perché i potenti controllano anche gli apparati ideologici e culturali che consentono di far passare il terrore per qualcosa di diverso.

::Affluente su Audiodrome. Libri e musica::

A cura di: Michele Giorgi [michele.giorgi@audiodrome.it]


Gruppo: Affluente
Intervistato: Carlo Cannella


Data intervista: 29/1/2007

[Immagine in alto da http://www.rai.it/Contents/societa/2600/Anziani_cannella_rispostaesperto.jpg ]

Annunci

Una Risposta to “ASPETTANDO CARLO CANNELLA…”

  1. GajaC Says:

    quest’uomo ha un’anima punk, ormai è acclarato! certo, non sapevo che fosse anche un nutrizionista! 😀 oddio, me lo ricordavo diverso, eh… ^_______* (ehi, salve, se per caso, lucius, non mi avessi riconosciuto sappi che sono la piscialletto spoilerona! :-DD)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...