Archive for febbraio 2008

L’AMICO GAY DELLA TATANGELO SECONDO GIGI D’ALESSIO

29 febbraio 2008

Che brutta cosa essere come l’amico gay di Anna Tatangelo! Di notte non si dorme mai, ma si resta svegli fino a quando la mattina con il viso stanco e ancora un po’ di trucco [vedi foto] si lasciano i sogni chiusi dentro ad un cuscino. Invano si ha molta luce dentro gli occhi perché tanto si guarda "solo chi non c’è". Si fa di tutto per assomigliare a lei perché si vuole amare come la Tatangelo ama Tato D’Alessio. Se ci s’incammina per strada, si fanno solo accenni di saluto perché si è avvolti dentro l’amarezza. Ma anche nei casi in cui nasce un’alba più sicura, d’un tratto arriva la notte e, zac!, regala la paura. Infine, ciliegina sulla torta, c’è pure chi ti "guarda con disprezzo perché ha il cuore di un pupazzo" e non sa che "siamo tutti figli dello stesso Dio", malgrado i continui moniti di Tato Radzinger, che non perde occasione per ricordare urbi et orbi: "L’amore non ha sesso, il brivido è lo stesso o forse un po’ di più…".

Ha scritto Matteo B. Bianchi nel suo blog:

http://matteobblog.splinder.com/post/16100602 

«Non bastava vivere in un paese che non riconosce i diritti per le coppie di fatto, adesso siamo anche diventati amici della Tatangelo. Le disgrazie non hanno mai fine.»

Leggiamo, invece, qui:

http://www.sdamy.com/sanremo/2008/cantanti-big/anna-tatangelo-il-mio-amico

«Anna ha davvero un amico gay, si chiama Claudio e quando Anna gli ha fatto sentire il brano è scoppiato in lacrime

[E ‘tte credo!, n.d.r.]

[Immagine da http://i43.photobucket.com/albums/e375/big_league_chewbacca/this-thread-is-gay.jpg ]

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GIUSEPPE GENNA E LA NUBE PURPUREA

28 febbraio 2008

copertina 

Prima di affrontare in maniera sistematica la lettura di "Hitler", di Giuseppe Genna, l’ho sfogliacchiato qua e là traendone l’impressione che stavolta Giugenna tenti con la scrittura una nube purpurea. Non so se ci riesca, l’esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo, a occhi e croce, è consapevole.

Faccio un salto nel suo sito, precisamente qui:

http://www.giugenna.com/hitler_romanzo/su_freaks_messa_in_discussione.html 

e cosa leggo?

Esattamente questo:

"Io tento con la scrittura una nube purpurea: non so se ci riesco, l’esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo è consapevole".

Ci resto di sasso:- )

SUICIDARSI O NO?

27 febbraio 2008

 

«Morire… addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Questa è la conclusione
che dovremmo augurarci a mani giunte.
Morir… dormire, e poi sognare, forse…
Già, ma qui si dismaga l’intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
Se no, chi s’indurrebbe a sopportare
le frustate e i malanni della vita,
le angherie dei tiranni,
il borioso linguaggio dei superbi,
le pene dell’amore disprezzato,
le remore nell’applicar le leggi,
l’arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al merito paziente,
quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d’un pugnale?»

(W. Shakespeare, Amleto. Brano copia-incollato da http://www.liberliber.it/biblioteca/s/shakespeare/amleto/html/testo_03.htm )

Il tema del suicidio, con l’annesso dubbio se essere o non essere, non ha lasciato indifferenti nemmeno gli ElioeleStorieTese e Fabri Fibra, shakesperiani loro malgrado e a modo loro:- ) 

1) Da "Suicidio a Sorpresa", in Studentessi, il nuovo CD degli Eelst:

«… Qui nel mio cuor, ci sono i Sodom e i Resuscitator

I Septic Flesh, gli Impaled Nazarene e i Sepultura

Certo però che il brutal death mi dà più stimoli

Dei Kataklysm, dei Luciferion, dei Cadaver, dei Minotaur

Dei Pessimist e degli Urgrund tutti insieme

– W gli Urgrund –

Concluderò la letterina che scrivendo vi sto

Poi sfamerò con un topino il mio serpente boa

Ora però vi lascio perché suicidandomi sto

Voi perdonatemi ma ricordatemi quando ascoltavo

Hush hush ariuai dei Kajagoogo

***

2) Da "CENTO MODI PER MORIRE" di FABRI FIBRA:

«Ci sono cento modi per morire,
cento modi per morire,
cento modi, cento modi, cento modi per morire…

Ci sono cento modi per morire, funzionano tutti
se in giro vedi un ponte, cazzo fai, non ti butti?
il modo migliore per morire? con la droga
un mix di pasticche, eroina e altra roba
mangiato da un cinese, così tanto per gioco
hai preso un’infezione intestinale allo scroto
alle sei di mattina vomitavo in mezzo a un prato
mi ha investito Valentino Rossi in macchina ubriaco.

[Metal Carter]

Oh, pago un tipo pe’ dilaniarmi e farmi buttare in un cassonetto
oppure per farmi soffocare col cuscino nel letto
cerco il suicidio perfetto, ma non esiste!
il bello è che la fattura persiste.
visto che il triste Dio esiste
la mia voglia di inferno non resiste, insiste
c’è chi fa e c’è chi assiste
ma
stare al mondo, in fondo, IN CHE COSA CONSISTE?»

[Immagine di Elio da www.cnimusic.it/elio/eliobn.jpg ] 

PORGE LE LUMACHE TUMIDE…

26 febbraio 2008

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Studentessi

 "Porge il LABBRO TUMIDO al peccato", diceva la nota canzone femminista di E.A. Mario "Balocchi e profumi".

[«Ella nel salotto profumato
ricco di cuscini di seta
porge il labbro tumido al peccato
mentre la bambina indiscreta
dischiude quel nido
pieno d’odor di Coty…
Mamma
mormora la bambina
mentre pieni
di pianto ha gli occhi
per la tua piccolina
non compri mai balocchi
Mamma tu compri soltanto
i profumi per te»
]

Nella copertina del nuovo CD degli Elio e le Storie Tese ("STUDENTESSI") la donna si spinge ancora più in là: porge al peccato nientemeno che due LUMACHE tumide… Davvero non c’è più limite allo spostamento in avanti della frontiera della peccaminosità femminile, come non si stanca mai di ricordare anche la Lipperini:- )

EELST - Studentessi

Spiega Elio: «”Studentessi" continua la nostra tradizione sia di copertine con immagini forti che di ospiti. Abbiamo cominciato dalla mucca con i piedi di donna e dalla faccia di un nero mescolata a una di una bianca bionda e siamo arrivati a oggi con la lumaca al posto delle labbra. Il nostro primo disco è del 1989 e andando avanti nel tempo sono cresciute qualità e quantità. E anche la tecnologia, al punto che gli ospiti noi non li abbiamo mai incontrati, abbiamo fatto tutto attraverso il telefono e il computer».

(Da http://www.ancorassieme.net/partecipazioni/studentessi.htm )

LA SECONDA VITA DI GIUSEPPE D’EMILIO

25 febbraio 2008

d.

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(Giuseppe d’Emilio, il primo a sinistra, con Valerio Evangelisti e Lucio  Angelini a Fano l’estate scorsa) 

Premessa. Per chi non sappia cos’è SECOND LIFE, cutto & pasto la spiegazione da www.secondlife-italia.it:

«Second Life è un mondo virtuale 3D costruito e posseduto dai propri abitanti. Una Seconda Vita ricreata nei minimi particolari, da quelli più prettamente fisici, come case, edifici e paesaggi ad aspetti più complessi come la struttura sociale, le regole economiche e via dicendo. Ci affacceremo a questo nuovo mondo attraverso un Avatar, una riproduzione digitale della nostra persona, il quale sarà il primo mezzo di comunicazione con gli altri abitanti di SL. L’Avatar è totalmente modificabile dandoci quindi la possibilità di ricrearci con l’aspetto che più ci aggrada. Come nel mondo reale vi è una valuta, una moneta i Linden Dollars (L$), che può essere sfruttata all’interno del gioco per acquisti e investimenti oppure essere riconvertita in Dollari reali creando di fatto una vera e propria economia. Ormai la struttura di questo mondo è consolidata da anni e questo ha portato a ricreare delle dinamiche economiche e sociali del tutto simili alla realtà e che rendono SL ancor di più interessante e che lo differenziano da tutti gli altri "giochi" virtuali rendendo di fatto un "simulatore di vita"…  [cut]… In ogni caso è molto facile iniziare una seconda vita su Second Life, dove ognuno potrà costruire i propri oggetti per poi metterli in vendita, comprare lotti di terra dove costruire la sua casa o il suo negozio oppure, come già detto, provare a creare una nuova e fruttuosa attività o molto più semplicemente stringere amicizie con persone provenienti da tutto il mondo (Eccetera)

Premesso ciò, cutto & pasto adesso un delizioso micro-racconto  di Giuseppe D’Emilio pubblicato qualche giorno fa da Barbara Garlaschelli nel suo blog. Questo:

SECONDA VITA

di

Giuseppe D’Emilio 

 
 
Quando?
Questo è il problema.
Tra siti, blog, email, già passo ore al PC… e poi c’è il dettaglio del lavoro vero, quello che mi permette di pagare l’ADSL…
Non fa per me Second Life; già il nome “seconda vita”… roba da sfigati.
 
Domenica, ore 6.15
 
Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Mi godo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.
Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.
Con un ghigno di snobistica sufficienza, installo Second Life e mi scelgo un nick, come dicono gli uomini di mondo. È il mio vero nome: il gioco delle identità fittizie non fa per me…
Mi “parla” una figa mozzafiato (mi piace il concetto di “mozzafiato”, mi ricorda Beatrice che va dicendo all’anima: “sospira”). Sarà un software che accoglie i novellini? Faccio domande manco fossi un cacciatore di androidi. Due tette svettanti e un mandolino rispondono a tono: è un umano. Ma non sarà mica il rag. Rossi?
Già odio le chat con sconosciuti, dove sai bene che “maialinadiciottenne” in realtà è una laida vecchiaccia, ma in Second Life la presenza di un corpo ti spiazza…Non fa per me… fuori da questo secondo mondo, già fa schifo il primo!
Addio, SL!
 
Un mese dopo, domenica, ore 6.15
 
Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Mi godo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.
Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.
Ed è con un sospiro di snobistica sufficienza che rientro in Second Life.
In Paradiso.
Da Beatrice.
Per sempre.
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(Da http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/16019670 )
[Foto di A. Casillo]

LA FINE DEL MONDO È QUI…

22 febbraio 2008

  

Avevo appena finito di scorrere una annichilente raccomandata dell’amministratore del condominio in cui abito, quando una mail di Federico Platania mi avvisa dell’uscita del suo nuovo romanzo, "Il primo sangue":

http://www.fernandel.it:80/index.php?option=com_jbook&task=view&Itemid=&catid=&id=144

"Benissimo!", esclamo tra me e me. "Federico ce la sta facendo. Spero che, passo dopo passo, conquisti il famoso GROSSO EDITORE di cui parlavo nel mio post del 23 gennaio scorso:-)".

Depongo la raccomandata dell’amministratore e dal link sopra riportato scarico le prime pagine del testo. Questo l’incipit:

«Ci sono sempre più insetti al mondo. Non te ne rendi conto, ma ogni giorno che passa ci sono più insetti. Solo pochi di più. Aumentano un po’ per volta, così non te ne accorgi. Un giorno però diventeranno così tanti che non potrai più fare finta di niente. Aprirai la finestra e vedrai un muro di vespe, zanzare e mosche davanti a te. Allora capirai tutto di colpo. Sarà così che andrà il giorno in cui finirai tutti i tuoi soldi, un euro alla volta, magari solo un centesimo alla volta. All’inizio non te ne accorgerai. Poi un giorno perderai il lavoro, i tuoi genitori saranno morti, non ci sarà più nessuno che potrà darti una mano. Allora ti dirai "Per un po’ posso tirare avanti con i soldi sotto il materasso". Alzerai il materasso e ti accorgerai che i soldi sono già finiti. E così ti renderai conto di non avere più niente. Ti guarderai allo specchio e ti vedrai per quello che sei: un disperato, un cane disperato costretto a vivere in mezzo alla strada, mentre intorno volano tutte le mosche e le zanzare del mondo. Tutto il cielo sarà pieno di insetti e tu sarai un povero disperato e ti chiederai "Ma come è potuto succedere tutto questo? Dove ero io, che non mi sono accorto di niente?". E invece ecco, centesimo dopo centesimo, euro dopo euro, mosca dopo mosca, la fine del mondo è arrivata.»

Riprendo in mano la raccomandata dell’amministratore e la rileggo con allarmato sgomento. Mi si avverte che, avendo lasciato il precedente proprietario dell’appartamento un debito condominiale di circa 15.000 euro (relativo a già avvenuti restauri della palazzina), il condominio si rivarrà su di me. Pare che la legge lo consenta, anche se non c’entro nulla e se avevo fatto scrivere nell’atto di compravendita che ogni spesa pregressa era da attribuirsi alla parte venditrice. "Vaffanculo!" esclamo tra me e me. "La fine del mondo è arrivata!"

FIGARO QUA, FIGARO LÀ

21 febbraio 2008

dogibarbuti

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Qui al Lido di Venezia il barbiere di riferimento è Loris, in via Negroponte (una traversa del Gran Viale). Anch’io, da quando sono diventato lidiota (senza l’apostrofo tra la prima e la seconda lettera, per piacere), mi affido a lui per una semplice "pareggiata" periodica agli ultimi capelli rimasti:-). Si discuteva, l’ultima volta, di crisi delle vocazioni nel settore (anche lì!), considerando che le nuove leve tendono a preferire il femminile; del fatto che è scomparsa da decenni l’abitudine di andare a farsi fare la barba, appunto, dal barbiere, in barba all’etimologia del termine (i barbieri di oggi sono soprattutto "capellieri"); e dello speciale "osservatorio" che un salone di barbiere può costituire, con la sua variegata clientela, in genere abbastanza comunicativa. Tra una sforbiciata e l’altra un barbiere può, infatti, cogliere e riciclare storie, umori, pettegolezzi, informazioni di varia natura concernenti i più disparati campi dell’attività umana…

Era il 12 febbraio scorso e proprio quel giorno, qualche ora dopo, trovo sul Gazzettino il seguente articolo di Predrag Matvejevic:

«Sono tanti i mestieri, gli artigianati, le botteghe a Venezia. È difficile contarli e quasi impossibile descriverli. Non si può resistere, tuttavia, al fascino particolare dei saloni da barba. Un tempo facevano concorrenza alle osterie e sostituivano talvolta anche le sagrestie. Si trovavano a ogni passo, oggi sono più rari. E i pochi superstiti non somigliano a quelli di una volta. Il lavoro dei barbieri non era soltanto un mestiere, ma anche una vocazione o perfino un sacerdozio. I loro gesti erano più eleganti dei gesti degli artigiani. Il loro parlare era più elevato del parlare dei commercianti. Le loro mani erano più mansuete delle mani degli amanti. Il loro nome si trasformava spesso in cognome. Nella bottega di barbiere si poteva venire a sapere quello che succedeva in giro, conoscere quasi tutto sulla città e la sua storia. Talvolta si aveva l’impressione che lì si svolgesse la storia stessa. I barbieri veneziani sapevano raccontare come veri narratori. Sapevano divertire, consolare, talvolta anche commuovere o turbare i clienti con i loro racconti. Conquistarono ruoli incomparabili sulle scene: in commedie, drammi, melodrammi e opere liriche. Sono entrati anche nella letteratura – anzi è strano che non vi siano ancor più presenti, essendo veri e propri personaggi letterari. Goldoni non poté fare a meno di dedicargli la propria attenzione. Quando i nobili ed i cittadini d’alto rango si tolsero dal cranio la parrucca , al momento in cui cadde l’aristocratica Repubblica che la privilegiava, i barbieri continuarono comunque a mantenere l’appellativo di parrucchieri. E continuarono a occupare il proprio posto sui palcoscenici. Gli attrezzi e strumenti del mestiere, di cui si servivano e continuano a servirsi, sono semplici e utili: il pennello da barba e il rasoio, varie specie di forbici, il lavamano e l’accappatoio, il pettine e la spazzola, la saponiera e la schiuma di sapone. Gli svariati profumi, ciprie, pomate e lozioni da loro adoperati e le fluidi frasi in lingua italiana e in dialetto veneziano completano l’inventario. I barbieri più (istruiti) provveduti si esprimevano anche in furlan, e conoscevano perfino qualche parola tedesca o slava. In nessun’altra parte d’Europa, nemmeno a Siviglia, c’erano tanti conciatori di teste, tonsori e barbitonsori, "figari" di mano lesta e di lingua sciolta, quanti ce n’erano a Venezia. Rossini conosceva meglio i barbieri che operavano nei pressi del teatro La Fenice che quelli di Castiglia.Non c’era una sola galea veneziana di grosso tonnellaggio che, mettendosi in viaggio per lidi lontani, non prendesse a bordo un marinaio incaricato di sbarbare una parte dell’equipaggio, soprattutto gli ufficiali e il capitano. La Serenissima ci teneva a che i propri cittadini, sbarcando in porti e città di altre sponde, mostrassero un volto sereno. Intorno all’Arsenale erano ogni giorno al lavoro una decina di questi barbieri-marinai. Alcuni barbieri divennero famosi per la loro maestria, ma nessuno di loro fu eletto doge. Nonostante sapessero tutto della politica – in politica non ebbero successo. Molti uomini politici, invece, erano dei barbieri mal riusciti o irrealizzati. Sono scomparse le vecchie e buone guide turistiche che sapevano indicare dove e quando c’era stata una bottega da barbiere, nel centro città o in periferia, dalla Riva dei Sette Martiri ai Giardini di Papadopoli.»

(Da http://www.gazzettino.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Main&Codice=3679300&Data=2008-02-12&Pagina=16&Hilights=barbiere )

Si veda anche il link:

ANTICA BARBIERIA COLLA LA CURA DEL CAPELLO DAL 1904

Approfondimento wikipedico:

Il barbiere di Siviglia è un’opera lirica di Gioacchino Rossini su libretto di Cesare Sterbini tratto dalla commedia omonima di Beaumarchais

Qui il libretto on line:

http://www.librettidopera.it/barb_siv/barb_siv.html

da cui:

«Rasori e pettini,
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.
Rasori e pettini,
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.
V’è la risorsa
poi del mestiere
con la donnetta…
col cavaliere…
con la donnetta…
trallalallero
e col cavaliere
la la!
Ah, che bel vivere,
che bel piacere
che bel piacere
per un barbiere
di qualità 
di qualità !
Tutti mi chiedono,
tutti mi vogliono,
donne, ragazzi,
vecchi, fanciulle:
Qua la parrucca
Presto la barba
Qua la sanguigna
Presto il biglietto
Tutti mi chiedono,
tutti mi vogliono,
tutti mi vogliono,
tutti mi vogliono,
Qua la parrucca
Presto la barba
Qua la sanguigna
Presto il biglietto
Figaro, Figaro
Figaro, Figaro
Figaro, Figaro
Figaro, Figaro
Figaro
Ahimè, ahimè, che furia!
Ahimè, che folla!
Uno alla volta,
per carità ,
per carità ,
per carità!
Figaro
Son qua!
Figaro
Son qua!
Figaro qua,
Figaro la
Figaro qua,
Figaro la
Figaro su,
Figaro giù
Figaro su,
Figaro giù»

(Nell’immagine: i dogi barbuti della boutique di Fiorella Mancini a Venezia. Foto di A. Bianchi.)

COME SMALTIRE I RIFIUTI DI NAPOLI…

20 febbraio 2008

VESUVIO.

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Finalmente individuato il sito in cui inabissare una volta per tutte le sempre più imbarazzanti immondizie napoletane. Ci ha pensato un mese fa Miss Filter qui:

http://missfilter.blogspot.com/2008/01/sotto-il-vulcano-alle-citt-ferite.html

Quale miglior TERMOVALORIZZATORE naturale, effettivamente,  del cratere del Vesuvio?

Ma poiché questo è un lit-blog, ovvero un blog letterario (ancorché di cazzeggi letterari), non mancherò di aggiungere una citazione autorevole:

“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per fare posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono godere delle cose nuove e diverse o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori delle città, certo; ma ogni anno la città si espande e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste si innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto: aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo se sullo smisurato immondezzaio non stessero premendo, al di là del crinale, immondezzai di altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti: forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari di anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita di nuovo. Già dalle città vicine sono pronti con i rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai… ” (Da "Le città invisibili", di Italo Calvino)

[Immagine in alto da http://www.riptidetravel.it/public/6_vesuvio_big.jpg ]

SE SOLO QUALCUNO GLI SPIEGASSE MEGLIO…

19 febbraio 2008

Tana per la bambina con i capelli a ombrellone

«È il ’77 e ogni cosa è politica, non c’è nulla di neutro, men che meno gli accessori. Io so da che parte stare, quella dei miei fratelli, quindi compro una "Tolfa", una borsa di cuoio piuttosto rozzo che a Roma indicava l’essere compagni meglio di un distintivo. Essere di sinistra mi pare un’ovvietà alla quale chiunque sia dotato di buon senso può – deve – aderire. Sono convinta che chi non è comunista lo diventerebbe senz’altro se solo qualcuno gli spiegasse meglio. Basterebbe spiegare bene ai democristiani che il messaggio di Gesù è molto più simile alle dottrine marxiste che a quelle di Fanfani, e loro farebbero "Ah già!" e passerebbero dall’altra parte. I fascisti poi si stanno estinguendo, sono rimasti in quattro gatti, generazioni di anziani induriti troppo vecchi per mutare opinione. Morti loro, non ci sarà più il fascismo, mentre il nazismo, quello è morto da un pezzo, chi è che può rifarsi a quella banda di assassini feroci? Sono passati più di trent’anni dalla fine della guerra ma nella consapevolezza collettiva c’è ancora la puzza dei cadaveri cremati e un senso di orrore paralizzato. Anche Guccini contribuisce a tenerlo vivo. Il sapore della guerra senza vincitori lo porta De André. Bennato attualizza, e De Gregori, ma Rimmel è uno dei miei album mantra, lo ascolto tutti i giorni dal mio stereo che ripropone sempre la stessa facciata, e io sento solo il lato A, quello che finisce con Buonanotte fiorellino. La mia illusione politica deriva anche dal fatto che la musica dei cantautori piaceva a tutti, anche ai ragazzi bene del mio quartiere. Quelli coi mocassini troppo lucidi e le Clarks troppo nuove. Quelli che una volta, a una festa, hanno tirato fuori dei 33 giri, ridacchiando. Imbarazzati, ma un po’ ostentati, ridacchiando. Hanno messo su questo disco toccandolo con tatto e cura, "Se glielo rovino mio padre si incazza". La punta si abbassa e il 33 gracchia un po’, poi un applauso e la voce caprina e romagnola di Mussolini. Un gruppetto, cinque-sei, all’inizio un po’ timidi, ma poi insieme in piedi a braccio teso, ridacchiando. Li guardo, questi ragazzini, e cerco di capire. Cerco lo scherzo, la rassicurazione. "Vabbè, togliamolo", "Ma no ascolta, è fichissimo, senti che dice adesso", "Dài, ragazzi, rimettiamo la musica", "OK, rimettiamo la musica, se vuoi vieni un altro giorno che te lo faccio sentire tutto", ridacchiando. Ma era solo perché nessuno gli aveva spiegato bene. Potevo farlo io. Fare ragionamenti sui valori e il senso della vita…»

(Da Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, di Monica Viola, Rizzoli, pp. 49-50)

E nei ringraziamenti finali, a pag. 159:

"Ai miei cento pre-lettori che spesso hanno pianto e riso con me, commuovendomi, colmandomi, consigliandomi. Vibrisselibri. I punti G: Gaja Cenciarelli, Giulia Tancredi, Giuseppe D’Emilio e Giulio Mozzi. A Lucio Angelini e Luca Tassinari, magnifici lettori, e Grenar che mi ha fatto piangere con la sua videorecensione… "

Su www.24sette.it

TANA PER LA BAMBINA CON I CAPELLI A OMBRELLONE di Monica Viola: in libreria in formato cartaceo il romanzo pubblicato in precedenza solo online da vibrisselibri.it di Giulio Mozzi. L’educazione alla vita di una bambina nella Roma degli anni settanta e ottanta, tra il mitico Piper, la psichedelia dei Pink FLoyd e l’Italia che rideva con il «Drive In» di Italia 1. Una famiglia-tribù di fratelli, sorelle e "aninali vari"; uno spaccato sugli anni che hanno segnato la storia del nostro Paese – come il sequestro Moro – con una prosa autentica ed equilibrata che erompe dalla gabbia classica del romanzo di formazione. Pubblichiamo un articolo di Stefano Gallerani per 24sette.it e un recente articolo di Valeia Parrella per «Grazia».

E il link:

http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=1359

Nato in prima versione sul web, per vibrisselibri.it, di Giulio Mozzi, l’esordio narrativo di Monica Viola, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, guadagna finalmente la carta stampata con i tipi di Rizzoli (“24/7”, pp. 160, € 15,00). Più che il semplice riconoscimento di una scrittura arrivata in libreria dopo essere già passata al vaglio di lettori e recensori internauti, si tratta piuttosto dell’espressione di una nuova forma di produzione letteraria, cui sono legate possibilità inedite, dal semplice calco di post e commenti alla costante esposizione di sperimentali work in progress; una specie di circuitazione costante, insomma, di cui oltre a Tana è recente esempio, da ultimo, anche Hitler, il romanzo che Giuseppe Genna ha appena pubblicato facendolo seguire al libro on line Medium, che tra il nuovo titolo e il precedente, Dies Irae (uscito nella stessa collana della Viola due anni fa), fa quasi da spola e ne rappresenta, per così dire, il palinsesto di lavoro.
Quanto al romanzo di Monica Viola, attraverso quarantasette stazioni – quarantasette capitoli sincopati, lunghi in media tre pagine e mezzo – si spiega sotto i nostri occhi l’intera educazione sentimentale di un’adolescente nata negli anni sessanta. Più che una famiglia, la sua sembra una tribù: «otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici […] Bisogni, voci, pianti e urla si accavallavano e incrociavano nelle stanze disposte in fila, come un lungo e lento verme». Sullo sfondo, Roma è la spianata sorniona che ospita il villaggio: la Roma che la protagonista vive in prima persona, quella dei licei borghesi, dei pomeriggi Genesis e delle notti Piper; ma anche la Roma degli scontri tra estremisti di destra e esponenti della sinistra radicale, la Roma di Via Fani e del sequestro Moro: «la sensazione dominante era quella di una generica e diffusa insicurezza, come se qualcosa di inaudito e sconvolgente fosse accaduto, uno spartiacque senza ritorno».
Una città tutta da scoprire, aperta come la vita e al pari della vita interdetta dal lutto, dalla morte: «un pomeriggio mi chiama Alice da una cabina, in lacrime. Mi grida “Hanno sparato a Luca” […] Accendo il telegiornale, lo presentava Emilio Fede quella sera. Dice che qualcuno ha sparato al volto di un giovane, in una via a due isolati da casa mia […] Non faccio mai quella via, quella dove il giorno dopo la morte di Luca ho visto il suo sangue sul marciapiede». Nella scrittura di Viola niente resta fuori – il dramma familiare, la scoperta della sessualità, la coscienza di una generazione -, e se per un attimo ci perdiamo nelle estati di Santa Marinella o nelle vacanze in Veneto, è solo una parentesi, perché quelli sono pur sempre gli anni delle “strategie”: «la strategia della tensione produceva efficaci paranoie collettive. Per un periodo inizio a pensare che forse mi riconosco più nel  socialismo che nel comunismo, che il comunismo ha in sé qualcosa di potenzialmente pericoloso, senza ritorno. Che ci sono libertà che il comunismo non tutela. Non sono pensieri veri e propri, sono sensazioni di un pensiero, qualcosa che respiro, nel 1978, in terza media». Niente resta fuori, ma niente prende violentemente il sopravvento sullo sguardo della “bambina con i capelli a ombrellone”. E a ben riflettere è proprio in questo equilibrio tra facilità di respiro, sua autenticità, e sicurezza nella prosa che sta il carattere più impressionante della scrittura di Monica Viola.  (Stefano Gallerani)

NICOLETTA VALLORANI SCRIVE A GIULIANO FERRARA

18 febbraio 2008

«Esimio Ferrara,

leggendo il Corriere apprendo che ha deciso, eroicamente, di sottoporsi a esami del sangue per testare di non esser lei stesso affetto dalla sindrome diagnosticata al feto tanto discusso in questi giorni. Il suo scopo, se ben intendo, sarebbe quello di dimostrare che con quella sindrome si può viver comunque, e dunque non c’è ragione che una madre consideri la possibilità dell’aborto: perché sa, lei non può saperlo, ma fabbricare o non fabbricare un figlio è una faccenda che riguarda il corpo delle donne: per quanto tondeggiante lei sia, mi spiace, ma trattasi di adipe e non di gravidanza, ed  è cosa diversa…»

IL RESTO QUI:

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[Immagine da http://modestino.files.wordpress.com/2007/06/giuliano_ferrara.jpg ]