GIUSEPPE GENNA: “HITLER” (5)

GIUSEPPE GENNA, "HITLER".
(Quinta e ultima puntata)
 
Dopo lo scherzetto del "Generale Inverno", il Führer sviluppa una comprensibile forma di chinofobia [disgusto fobico per la neve, n.d.r.]. Goebbels lo trova invecchiato in maniera sconcertante, ma forse è solo "l’inizio della fine che prepara un altro inizio”. Il Führer va a trovare Eva Braun a Berchtesgaden. L’aria è di nuovo strinata (pag. 501) ma, vacca boia [ero tentato di dire "porca Eva!":-), nd.r.], nevica anche lì. Con tutto quel bianco, va in bianco anche Eva Braun, perché il Führer gira i tacchi e abbandona il luogo in gran fretta.
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Fatti due conti, al Führer risulta che in Europa ci siano ancora ben undici milioni di ebrei da eliminare. Undici milioni. Un bel grattacapo davvero, dato che "la soluzione via emigrazione non risulta più praticabile". Come se ciò non bastasse, soffre anche di una fastidiosissima carie. Il 2 febbraio 1943 Stalingrado è sovietica. “La città di Stalin è di Stalin”, ironizza il Narratore Onnisciente,  e aggiunge: "Qui la guerra capovolge i suoi destini… Da questo istante, ovunque Hitler viene sconfitto” (pag. 522). Caduta Stalingrado, cade anche tutto il resto, non ultima El Alamein.
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Quando rientra a Rastenburg il Führer è irriconoscibile: 1) ormai "invecchia di cinque anni ogni anno" [sic]; 2) è curvo e gonfio; 3) il suo colorito è giallastro; 4) si nutre soltanto di una purea di patate e coste bollite prescrittagli dal detestabile dottor Morell. “Hitler – sintetizza a pag. 529 il Narratore Onnisciente – fa sempre più fatica a mascherarsi da Führer”, vive un po’ il dramma di Gloria Swanson in Viale del Tramonto, ma quando quell’ubriacone di Churchill osa definire l’Italia “il ventre molle d’Europa” si scuote dal torpore e alza minaccioso il pugno: "Il Duce va protetto!". Lo stesso Genna pare mosso a compassione: “Guardate il Duce – commisera. – Il volto è scavato, giallognolo. Ha passato i sessant’anni, le sue occhiaie da incubo sembrano torba. Sembra uno stivale consumato. La sua nuca rasata a zero è appuntita. Il suo mento è abbassato, smagrito. Questo era l’uomo spavaldo, l’uomo che aveva in mente di emulare Cesare… è il duce che non conduce più” (p. 537). Insomma, tra tutti e due, Duce e Führer non danno certo un bello spettacolo di sé.
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Gli Alleati, frattanto, sbarcano in Sicilia e l’8 settembre si avvicina. Il Führer obbliga il Duce a una residenza sul lago di Garda, di cui Genna ci fornisce il seguente flash: "È sul divano disteso, il capo smagrito sulle cosce di Claretta. Sua moglie vada affanculo. Questo è l’amore. L’amore alla fine della morte che ha imposto al suo Paese. L’amore prima della morte” (pag. 539).
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A questo punto (siamo a pag. 543), l’autore inserisce un intermezzo di una ventina di pagine intitolato “Apocalisse con figure” (1941-1945): florilegio di significativi spezzoni su eccidi di ebrei, pagine di diario e altri materiali tesi a far vibrare alta la commozione di chi legge, più una “Istruzione per tutti gli scrittori”. Questa:
“Sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca [perché ‘cieca’? Boh!, n.d.r.]è osceno. Maledizione su di lui” (p. 553).
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Che cosa obiettare, se non che a pagina 623, proprio nel finale, si incappa in una raccomandazione di segno apparentemente opposto?: “Sii il maledetto e non colui che maledice”. Ha fatto dunque bene o male, Giuseppe Genna, a maledire chi non compie la suddetta opera di testimonianza cieca? Boh!
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A pag. 562 la narrazione riprende, ma ormai è tutto un precipitare di eventi. Il Führer non esce più all’aperto e conduce vita malsana. “È dal 1941 che non si mostra in pubblico. Nessun comizio. Ha sospeso le visite al fronte. Elabora una guerra mentale”… “Non si pente di niente. Delira. Immagina ancora nuove espansioni. La sua corte è infida. La solitudine in cui si è proiettato fa esplodere conflitti in tutta la gerarchia” (pag. 566). Nel giugno 1944 americani e inglesi "sbarcano a centinaia di migliaia. Sembrano insetti, pulci di mare, se visti dall’alto… ” [ma dall’alto le pulci di mare non si vedono, n.d.r.]. Dove siamo? In Normandia, naturalmente. È arrivato il D-Day
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A pag. 582 Mussolini, sconfortato, si chiede quali siano le armi segrete a cui qualche tempo prima il Führer gli ha accennato: le armi che dovrebbero rovesciare le sorti della guerra. (“Metà dell’arma è il razzo V2", ci dice in un orecchio il Narratore Onnisciente. "Sulla seconda metà, il buio è fitto.” [Non è chi non pensi all’atomica…, n.d.r.])
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Nell’ottobre 1944 Hitler scampa a un attentato. I suoi pantaloni sono ridotti a brandelli, ma lui sopravvive. “Questo è un miracolo… La Provvidenza mi protegge!”, esclama. E il Narratore Onnisciente: “Quell’uomo non è un uomo”.
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Un pesante raid aereo su Dresda provoca duecentomila morti e la distruzione pressoché totale della città. “Siamo, tutti, insetti in un blocco d’ambra”, ci ricorda Genna. Il Führer, un tempo impeccabile, è ormai vistosamente trasandato: “La pelle cadente, i lineamenti del volto gonfi, le occhiaie incavate sempre più livide. Si muove lungo le pareti del bunker ingobbito, serpeggiando stranamente tra una parete e l’altra, come se cercasse appigli. I capogiri lo sbilanciano… Non cammina, si trascina” (p. 602-603). Mi viene in mente la mia poesia "Dicono che posi":

«Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani…»

Arriva l’ultima notizia: il Duce è stato ucciso, e con lui la sua amante Clara Petacci. “Al momento i loro corpi penzolano a testa in giù da una trave di una stazione di benzina nella periferica piazza Loreto a Milano” (pag. 611). Il Führer accelera i preparativi. “Divora sconciamente l’ultimo pasto: lasagnole al ragù [alla faccia del dottor Morell!, n.d.r.]. Le labbra sono unte” (pag. 612), e così combinato sposa Eva Braun, per farla decedere, se non altro, come Eva Hitler. Le fiale di cianuro sono pronte in bell’ordine, nell’astuccio di pelle fornito da Himmler. Il cane Blondi viene suicidato per primo. La sostanza cianica diffonde attorno un intenso sentore di mandorle. Nel pomeriggio del 30 aprile esplode lo sparo. "Il Führer ha la tempia sfondata dal colpo, la fiala tra le labbra scurite. Sulle labbra di Eva, i frammenti di vetro della fiala". I cadaveri vengono gettati nel fango del giardino del bunker collegato alla Cancelleria e irrorati di benzina. Bruciano. I sei bambini sono stati addormentati con un sonnifero da Magda, la moglie di Goebbels. Al figlio di primo letto ha scritto: “La nostra meravigliosa idea va in rovina. Il mondo che verrà dopo il Führer e il Nazionalsocialismo non è più degno di essere vissuto. Per questo ho portato via anche i bambini. Sono sprecati per la vita che verrà dopo di noi” (pag. 613). Magda infila loro le fiale di cianuro tra i denti. Goebbels attende fuori della porta. Quando ha finito, si trasferiscono insieme in giardino e si guardano. Goebbels le spara, Magda muore sul colpo. Poi si punta la pistola alla tempia. Muore anche lui. Fuori, tutta Berlino brucia.
 
Il romanzo col frego tirato sopra, ormai, volge al termine. A pagina 616, in un ultimo sussulto, l’autore allude allo "scandalo di una sacralizzazione postuma" della persona-non persona [ma taaaaaaanto personaggio, n.d.r.], lo scandalo che "lo scrittore cerca di demolire. Questo scandalo. Questa mitizzazione postuma. Esorcismo su chi pratica la memoria di lui come mito”…
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La sensazione maliziosa, a dire il vero, è che Genna voglia quasi mettere le mani avanti, come a dire: "Dopo questa precisazione, voglio proprio vedere chi oserà accusarmi di aver in qualche modo sacralizzato la figura di Hitler!"
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Eppure l’accusa, in realtà, non sarebbe del tutto peregrina, con ‘sto insistito martellamento sulla persona non persona, sull’uomo-lupo divorato dal lupo Fenrir, e vari altri ingredienti epico-declamatorii… ma lascio ai critici di professione l’ardua sentenza e mi guardo bene dal praticare esorcismi di sorta. Mi preme, tuttavia, un CHIARIMENTO:
nella mia personale concezione della STORIA, ciò che mi atterrisce davvero non è tanto la periodica insorgenza di personalità trascinatrici più o meno forti o persino deliranti (e non me ne frega nulla di etichettarle persone o non persone), quanto il fatto che, puntualmente, milioni e milioni di altri individui se ne lascino beotamente soggiogare. Certo, esiste un’attenuante: il sempre efficace ricatto del TERRORE. Ancora oggi bastano poche centinaia di malintenzionati disposti a tutto (a incendiarti il negozio, a scioglierti i figli nell’acido e via discorrendo) perché intere città di onesti cittadini si lascino passivamente sottomettere e tenere in scacco… Lì sta il busillis, secondo me, più che nella non-persona:-/ 
Il capitolo conclusivo, “Postmortem”, si svolge, sì, nel senzatempo, ma non nel senzaluogo: siamo, infatti, ad Hiroshima, sulla scena della bomba. Hitler, uscendo da sé,  ha visto il proprio corpo che bruciava. Sa di essere lui, ma non riesce a vedersi. Ha accanto la sagoma confusa di un cane enorme… il lupo Fenrir, naturalmente. Per l’ultima volta, nel gran finale, il mitologico animale spalanca "le fauci maleodoranti". La bava si riversa copiosamente e frigge sul cemento polveroso che scotta, indi evapora. Più consolatoria, per fortuna, un’altra visione: "A uno a uno, sei milioni, uno a fianco dell’altro, aurei, luminosi, i Santissimi si innalzano, volano verso il Dio che è Uno” (p. 622).
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Siamo giunti nei paraggi del più genniano dei topoi, il topos del BUCO NERO: la terra cede e Hitler sprofonda in una voragine buia. Mentre precipita, “Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo". E dove Fenrir lo squarcia "ricrescono pezzi di buia carne della sostanza del sogno" [ehm…attenzione,  qui pericolo Shakespeare!, n.d.r.]. "Lo divorerà per sempre, cadranno per sempre nel gorgo buio. La terra si richiude sopra di loro… sia lasciato a sé, che non esiste. Sia lasciato.”
 
A pagina 623, in corsivo, un’omiletica battuta finale: “Basta che esista un solo giusto, perché il mondo meriti di essere stato creato. Sii il maledetto e non colui che maledice”.
P.S. Ciao, Giuseppe Genna. Hai scritto un libro importante e ambiziosissimo, certo, anche se – nella mia tronfia opinione – non perfetto. Forse avresti dovuto lasciarlo decantare un po’ di più, asciugarlo di certi svolazzi retorici… Oppure, semplicemente, non sono io il target giusto per una simile rivisitazione della figura di Hitler. Comunque non prendertela per le mie angelinate, o certe mie pignolerie, perché, come ho cercato di chiarire ieri nella sezione commenti a un altro famoso Giuseppe della Rete (l’esecratissimo Iannozzi, che mi segue da lungo tempo come un affettuoso cucciolone Fenrir nei miei vaniloqui webbici), in fondo qui eri solo su
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                            CAZZEGGI LETTERARI!

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P.P.S. Dubito fortemente che in www.giugenna.com mi riserverai gli stessi onori tributati al mio collega vibrisselibraio Demetrio Paolin, che si è cimentato nell’analisi dello stesso romanzo . Ahi ahi, che rosicume! Ahi ahi, che gelosia:-))))))))

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2 Risposte to “GIUSEPPE GENNA: “HITLER” (5)”

  1. kinglear Says:

    Te l’ho detto: GENNA DOVREBBE FARTI UN MONUMENTO, MA GRANDE GRANDE, AD ALTEZZA NATURALE, DI TE OVVIAMENTE.

    Io, da parte mia, non posso che ringraziarti. La tua analisi è la migliore che ho avuto modo di leggere in Rete.

    E’ un romanzo che prenderò in edizione economica, quando sarà.
    La tua recensione critica mi ha levato ogni dubbio in merito.

    Volevo chiederti, giacché tu te lo sei letto tutto, e non c’è proprio ombra di dubbio: si parla anche di Eva Braun, si racconta dei macabri trofei che si faceva ricavare dai cadaveri degli Ebrei? 😥 E se sì, Genna come tratta questo vergognoso pezzo di storia? E’ anche Eva Braun una non donna?
    Grazie anticipatamente.

    Però, Lucio, accidenti quanto lecchi. :-DDD

    Non mi venire a dire che ti si è rotta la tastiera pure a te a forza di scrivere. :-DDD

  2. Lioa Says:

    !) No, nessun accenno ai trofei di cui parli.
    2) No, non lecco proprio nessuno. Stimo Genna da tempo (ho lodato in questo stesso blog “L’anno luce”, molto meno il “Dies Irae” ed espresso le presenti riserve sulla sua nuova impresa letteraria. Da Genna e da Nessuno – alla mia età, per giunta -mi aspetto favori di sorta, checché tu possa pensare. Nessun editore, oltretutto, ti pubblica solo perché ti sei fatto amico Questo o Quello. E’ solo una Leggenda Metropolitana. Semplicemente consentimi il lusso di dire quello che penso senza peli sulla lingua. Ciao.

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