NERO CANNELLA

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"… Quello che non riesco a perdonarti è che tu abbia lasciato marcire in galera un innocente. Come può averti lasciato indifferente tutto questo? È morto, capisci? Riesci a immaginarti questo povero ragazzo mentre si stringe un lenzuolo intorno al collo e si appende al soffitto della sua cella senza un grido? Come hai potuto? Era tuo fratello.”

   Annuso l’aria stizzito. Ogni tanto può accadere che in maniera presuntuosa e gelidamente lucida qualcuno voglia insegnarti qualcosa sul tuo conto. Non bisogna prendersela. L’importante è rassicurarlo sugli esiti della faccenda.
   “Non c’era niente che io potessi fare per lui” dico.
   “Sì, invece” risponde lui concitato. “Avresti dovuto costituirti. Era tuo fratello, avresti dovuto.”
   “Credi davvero?”
   “Sì, avresti dovuto.”
   “Avrei dovuto trasformare la mia vita in una tragedia, è questo che stai cercando di dirmi? Sarei dovuto andarmene là a piegare le ginocchia e a morire, solo per il gusto di essere santificato da un pugno di ferventi rivoluzionari che non avevano niente da mangiare e non riuscivano neanche a procurarsi un buco per dormire. Si può immaginare una cosa più stupida? La vita è un gioco, compagno, non te ne sei ancora accorto? Non è nient’altro che un noioso e inutile gioco, bisogna premere sull’acceleratore per penetrarla e rimescolarla ogni volta, altrimenti la noia aumenta e si finisce col dire stupidaggini. Si fanno cose che in situazioni normali non si penserebbero nemmeno. Come credi che si arrivi a questa scempiaggine di un mondo in cui ognuno dà in base alle proprie forze e riceve secondo i propri bisogni? È solo una faccenda che riguarda l’impiego del tempo, solo un problema di afflusso di sangue al cervello.”
   Sergio solleva la testa boccheggiando. Le sue mani fremono sui braccioli della poltrona.
   “Non ti sto parlando della vita” dice, “ma di tuo fratello.”
   “Parla chiaramente. A te non importa niente di mio fratello. Cosa sei venuto a fare qui? Intendi ricattarmi, non è così? È questo? Vuoi dei soldi?”
   Fa del suo meglio per concentrarsi sulle mie parole, scuote la testa alcune volte. Poi si alza dalla poltrona con un’espressione infastidita, si accende una sigaretta e si avvia verso la porta.
   “Sei una nullità” dice con un tono di voce più irritato e minaccioso del solito. “Non hai capito niente, niente. La tua stupidità è di gran lunga maggiore della tua viltà. Pensi che ogni cosa possa ridursi a una questione di soldi, sei così eccitato dall’idea di poter risolvere ogni problema con il conto in banca che non ti preoccupi minimamente di apparire ridicolo e sciocco. Beh, non è così. Sono venuto qui a parlarti del mio dolore autentico, e questo è tutto. Come pensi che abbia vissuto in questi anni, sapendo che avrei potuto denunciarti, salvando così la vita a un innocente? E perché credi invece che ti abbia permesso di rifugiarti in Brasile, eh? In nome dell’amicizia, l’ho fatto, dannazione, non immaginando nemmeno lontanamente che fosse marcia fino al midollo. Ed ecco qua il risultato: tutta questa gente calpestata e un mondo ancora più imputridito dalle tue bastardate. Ti rendi conto? È un peso che mi porterò sempre sulle spalle e che finirà con lo schiacciarmi. Come ho fatto a non accorgermi di niente, ad essere così cieco?”
   La risposta, probabilmente, la trova nel ghigno sadico con cui lo saluto. Mentre si allontana con un’espressione da bestia macellata, terrorizzata e stupita insieme da tanta crudele indifferenza, si fa sempre più insistente in me una sorta di provocazione. Mi trattengo a fatica dal prenderlo in giro, ma quando è ormai solo una macchia scura in fondo al viale, perduto nel grande oceano della propria sincerità, accarezzato dalla grande idea di un mondo di uguali, non posso fare a meno di dedicargli un pensiero irridente e osceno. C’è qualcosa di stonato nel tono e nel volume, eppure a me piace. È un invito ad aver cura di sé.
   “Bevi pure il sangue dolce della redenzione, compagno, drogati del sapore della buona immagine. Addormentati nella sala d’aspetto di una stazione, accartocciati là intorno con la tua solita faccia pallida e deforme e il tuo groviglio di capelli grigi appiccicato in testa. E domani ricomincia pure a lottare per i diritti civili. Combatti contro lo Stato, il potere, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Renditi degno della tua natura. Onora veramente la vita, imbecille…”

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http://www.vibrisselibri.net/?page_id=36
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