Archive for ottobre 2008

RITORNO ALL’AIO

31 ottobre 2008

Nel divertente post "Una riforma molto innovativa" leggibile qui, dopo aver ricordato i noti provvedimenti per un ritorno al grembiulino, al maestro unico e al tempo semi-vuoto, Luca Tassinari si permetteva di concludere:

«Sono sicuro che la ministra della Pubblica Istruzione apprezzerà i miei suggerimenti per riformare la scuola in senso ancora più drasticamente innovativo, suggerimenti che vado lesto a elencare:

– Obbligo di tenere le mani dietro la schiena mentre la maestra spiega.
– Recita di una preghierina (cattolica, ovvio) all’inizio delle lezioni.
– Abolizione dell’insegnamento di qualsivoglia lingua straniera.
– Uso obbligatorio di penna e calamaio.
– Abolizione dei quaderni a fogli mobili.»

In un mio commento, mi permettevo a mia volta di fargli notare:

«Luca, sei sciocco quanto la Gelmini. La vera soluzione è il

                               ritorno all’aio.

E non mi riferisco all’associazione italiana odontoiatri, ma a :
http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/A/aio.shtml »

(Lucio Angelini Says:

VITA DA AUTORE CHE SI È FATTO UN NOME

30 ottobre 2008

Dedico a Sergio, mio commentatore di ieri, uno stralcio da "Canti del caos" di Antonio Moresco. Potremmo intitolarlo "Vita da editore":

"… succede sempre così, non appena scoprono che sono un editore. Dovunque vada, in qualunque posto. Mi fermano per strada, mi rifilano un dattiloscritto mentre sono fermo a un incrocio col finestrino dell’auto abbassato, buttandolo dentro da una macchina ferma di fianco, allo stesso incrocio. Sono già seduto sopra la tazza, in un cesso pubblico, quando l’inserviente bussa alla porta. ‘Dottore, ha dimenticato la carta!’ dice gentilmente da fuori. Saltello a piedi uniti e coi calzoni abbassati fino alla porta, metto fuori la mano, prendo il segmento di carta ripiegato tre o quattro volte. Lo apro: c’è sopra l’epopea romanzata [probabilmente un romanzo new italian epic, n.d.r.]di un venditore porta a porta di fon per le orecchie… scritta in soli tre giorni e in stato di trance, si assicura nella premessa, dopo aver subito l’amputazione di un papilloma al glande…"

(Da Antonio Moresco, ‘Canti del caos’)

Nemmeno la vita di uno scrittore che si sia fatto un nome o uno pseudonimo, comunque, dovrebbe essere granché divertente, a giudicare da quanto Wu Ming 1 lamenta qui :

«Quando hai un minimo di fama (meritata o meno che sia, su questo ai posteri l’ardua sentenza), un sacco di conoscenti, anche vaghi, si autopromuovono parassitariamente a “grandi amici”

(Ce l’aveva con gli 11.353 iscritti a Giap*, naturalmente.)

[* http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap1_IXa.htm  ]

PAOLO GIORDANO E I GRIMALDELLI DELLA VITA

29 ottobre 2008

«I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi… [cut]… In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli… Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.»  [pp. 129.130]

«L’amore di Denis per Mattia si era consumato da solo, come una candela dimenticata accesa in una stanza vuota, e aveva lasciato il posto a un’insoddisfazione famelica. A diciannove anni, nell’ultima pagina di un giornale della zona, Denis aveva trovato la pubblicità di un locale gay, l’aveva strappata e aveva conservato il brandello di carta nel portafoglio, per due mesi interi. Di tanto in tanto lo srotolava e rileggeva l’indirizzo che già conosceva a memoria… Una sera che pioveva c’era andato, senza neppure deciderlo sul serio… Si era seduto al bancone, aveva ordinato una birra chiara e l’aveva sorseggiata piano… Un tizio si era avvicinato dopo non molto e Denis aveva deciso che ci sarebbe andato, ancora prima di guardarlo in faccia… Dentro il bagno il tizio gli aveva sollevato la maglietta sulla pancia e si era piegato in avanti per baciarlo, ma Denis l’aveva scansato. Si era inginocchiato e gli aveva sbottonato i pantaloni. L’altro aveva detto accidenti quanto corri, ma poi l’aveva lasciato fare. Denis aveva chiuso gli occhi e aveva cercato di finire in fretta…» [pp.163-164]

«Alice li guardò salire in macchina e Viola le lanciò un’occhiata da dietro il finestrino. Di sicuro avrebbe subito detto a suo marito di lei, di come fosse strano essersela trovata lì. L’avrebbe descritta come l’anoressica della sua classe, quella zoppa, una che lei non aveva mai frequentato. Non gli avrebbe detto della caramella, della festa e di tutto il resto. Alice sorrise al pensiero che quella potesse essere la loro prima mezza verità di sposi, la prima delle minuscole crepe che si formano in un rapporto, dove presto o tardi la vita riesce a infilare un grimaldello e fare leva… » [ p. 197]

Eccetera.

TIZIANO SCARPA: STABAT FILIA DOLOROSA…

28 ottobre 2008

«Negli anni sessanta del secolo scorso, il reparto di maternità dell’Ospedale Civile di Venezia si trovava nella sede dell’antico Ospedale della Pietà. Io sono stato partorito in quell’edificio, sono nato nelle stanze dell’ex orfanotrofio, dove Vivaldi insegnava e dirigeva le sue allieve, componendo per loro un’infinità di concerti e musiche sacre. Per me questa coincidenza è stata una specie di ammonimento del destino, un sigillo all’origine della mia fantasia, del mio pensare attraverso personaggi diversi da me… Da tanto tempo desideravo offrire un tributo alla musica del mio compositore preferito e alla malinconica sorte delle sue allieve. La Pietà era una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui venivano allevate le piccole orfane, per dare loro un’educazione, un mestiere e una possibilità di inserimento sociale, non solo attraverso il matrimonio ma anche concedendo loro di impartire lezioni private di musica. Alcune delle ragazze facevano parte dell’organico musicale di quegli istituti, che richiamava pubblico, benefattori e donazioni per il sostentamento degli orfanotrofi. Grazie alla loro eccezionale maestria esecutiva, le musiciste della Pietà attraevano ascoltatori da tutta Europa, soprattutto nei decenni in cui don Antonio Vivaldi prestò il suo impareggiabile estro all’istituto… Le musiciste della Pietà suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma ma non permettevano di scrutarne i volti… [CUT]… Il mio libro è colmo di clamorosi anacronismi. Ne menziono solo un paio: né lo splendido oratorio Juditha triumphans, né tantomeno i concerti delle Quattro Stagioni sono stati composti nei primi anni dell’insegnamento di Vivaldi alla Pietà, come le mie pagine lascerebbero intendere. La lista delle incongruenze di Stabat Mater sarebbe molto lunga e costellata di gravi falsificazioni. Basti dire che ne sono perfettamente consapevole; chiedo indulgenza agli storici e agli estimatori di Vivaldi. Mi sono preso la libertà di fantasticare a partire da una suggestione storica, senza badare troppo alla verosimiglianza documentaria… »
 
Così Tiziano Scarpa alle pgg 139-142 della sua ultima opera narrativa: Stabat Mater, Einaudi 2008.
 
«Il tuo Vivaldi è come una fiammata di vita in un deserto. È stato così anche per te, in qualche modo?» chiede Monica Capuani a Tiziano nell’intervista leggibile qui http://www.ilprimoamore.com/testo_1160.html . E Tiziano:  «Io sprofondo nella sua musica scura quando mi assale il fantasma dei bambini che non ho avuto. » 
 
Stabat Mater racconta la storia della violinista Cecilia, che di notte scrive lettere allucinate alla madre mai conosciuta e parla con una specie di testa di Medusa dai capelli di serpente. “È un’amica immaginaria che non la consola affatto, ma la punzecchia, la rimprovera, la sprona. La morte ci prende in giro. Dobbiamo essere alla sua altezza” (Tiziano Scarpa, stessa intervista citata sopra).
 
Ecco un “compact” dal libro:
 
“Signora Madre, vi è mai capitato di immaginarmi? Vi siete mai chiesta come ho trascorso i miei primi anni di vita?… Volete sapere come mi sento quando sto male?… Esiste al mondo una persona meno sola di me?… Molte di noi vengono abbandonate nella nicchia dell’Ospitale con un segnale addosso. Sono piccole medaglie tagliate a metà, o pezzi di immagini sante, strappate in modo che non vi siano dubbi sull’identità di chi si presenta a riprendersi la figlia, portando la metà del segnale perfettamente combaciante con quella custodita nei registri dell’archivio. Signora Madre, avete fatto lo stesso anche voi?… Perché si nasce? Perché mi avete fatta nascere, Signora Madre?… Noi siamo una parvenza che secerne musica… Signora Madre, sono disperata. Qualcuno ha scoperto le lettere che vi ho scritto e le ha rubate… I giorni passano senza senso… Don Antonio, il nuovo insegnante di violino e compositore dell’Ospitale, ci porta la musica che ha scritto… Passo la vita in estraneità totale, non me ne importa niente degli altri, non riesco a interessarmi alle preoccupazioni delle mie compagne, non partecipo alle loro beghe, non ascolto i loro pettegolezzi… Oggi, alle prove, don Antonio ci ha chiesto se abbiamo mai visto arrivare la bella stagione in campagna… Tutta la città è rimasta conquistata dai concerti sulle stagioni… Ieri abbiamo suonato per il re di Danimarca… Don Antonio ha voluto che fossi io a suonare la parte principale a due violini insieme a lui… Don Antonio prepara musica per tutte le occasioni, sposalizi, funerali, feste e lutti. Sono sicura che lo faccia in anticipo, senza aspettare una richiesta specifica… traduce tutti i suoi umori in musica, li fa ascoltare e la gente s’infervora… Canteremo la storia di Giuditta che si offre al capo dei nemici per salvare il suo popolo, entra nella tenda di Oloferne per concedergli il suo amore e invece gli taglia la testa… so che da un momento all’altro potrebbe arrivare don Antonio a chiacchierare con me per qualche minuto… Signora Madre, don Antonio non viene più a trovarmi di notte, a parlare con me su questo gradino… Signora Madre, sono sconvolta. Il mio sangue mensile è in ritardo… Alle prove non rivolgo mai lo sguardo a don Antonio. Ricevo ordini e obbedisco… Signora Madre, questa è l’ultima volta che vi scrivo…»
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Lo STABAT MATER di Tiziano Scarpa verrà presentato oggi pomeriggio qui a VENEZIA al Caffè Ateneo di Ca’ Foscari, Dorsoduro 3246, alle ore 17.30. 

INFANZIA DI ANTONIO CANOVA

27 ottobre 2008

Francois Xavier Fabre - Ritratto di Antonio Canova (particolare) - 1812 - Museé Fabre – Montpellier

(F. X. Fabre, ritratto di Antonio Canova)

Giorni fa Marco Lodoli, alla biblioteca di Mestre, accennava alla "deiezione dell’essere", quel sentirsi un po’ buttati nella vita in un punto casuale del tempo e dello spazio, a chiedersi con un filo d’angoscia "Che ci faccio qui?"…

Ebbene, ad Antonio Canova capitò di nascere, ovvero di essere scaraventato nella vita, in un oscuro punto della pedemontana del Grappa: il paesino di Possagno, tutt’altro che l’ombelico del mondo. Poi capitò di rimanere orfano del padre a quattro anni. Poi capitò che la madre si risposasse e andasse ad abitare in una cittadina un po’ più in là, lasciandolo a Possagno abbarbicato al nonno Pasino… 

Come sperare, con quelle premesse e dati i tempi (si era alla metà del Settecento), senza nemmeno l’aiuto di un programma televisivo quale l’odierno "L’isola dei Famosi",  di poter diventare una celebrità mondiale?

Invece fu esattamente questo il miracolo che capitò al giovane Tonin… dotato, bisogna aggiungere, di un enorme talento naturale.

Come riuscì ad affinarlo ed esprimerlo? Per brevità, vi rimando a Wikipedia:

 http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Canova#Infanzia_e_adolescenza:

«È famoso l’episodio che narra di un giovane artista che, verso i sei o sette anni di età, durante una raffinata cena di nobili personalità veneziane nella villa di Asolo del senatore Giovanni Falier suscitò enorme meraviglia fra gli invitati incidendo nel burro in breve tempo, ma già con grande maestria e bravura, la figura di un leone. Il padrone di casa, intuendo le grandi potenzialità artistiche ed il grande talento del giovane, si interessò personalmente del suo futuro, avviandolo allo studio e ad una idonea formazione professionale. All’età di undici anni Canova iniziò a lavorare a Pagnano d’Asolo, in uno studio di scultura di Giuseppe Bernardi Torretti, non molto lontano da Possagno. Furono certamente quelli l’ambiente e la scuola d’arte che fecero crescere artisticamente il piccolo Tonin. Tramite i suoi maestri, i Torretti, Canova ebbe modo di essere introdotto nel prestigioso mondo veneziano, già ricco di molti fermenti artistici e culturali, ma ancora di influenza Rococò. Nella città di Venezia egli approfondì e studiò il disegno, frequentando la scuola di nudo dell’Accademia dove si esercitava, facendosi ispirare dai calchi in gesso della Galleria di Filippo Farsetti… »

Eccetera.

Sabato scorso, stuzzicato dalla mostra "LA MANO E IL VOLTO DI ANTONIO CANOVA", mi sono recato a Possagno. Come dire che, anziché in discoteca, mi sono scaraventato in gipsoteca. E sulla parola gipsoteca vi raccomando il divertente articolo: «Possagno e lo scherzo di Antonio Canova agli americani». Qui:

http://www.italiaplease.com/ita/megazine/giroditalia/gorizia/

Ha scritto Evelina Bergamasco su IlSole24Ore:

«Una serie di ritratti che sorprende e che si conclude nell’ultima sala con un’esposizione particolare, che regala alla mostra un tocco vagamente macrabo, ma dalla storia affascinante: la mano destra di Antonio Canova. Una sorta di "reliquia" che torna a Possagno dall’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove è stata custodita negli ultimi 180 anni. Al momento della morte di Canova, nel 1822, la sua salma fu smembrata secondo una tradizione riservata ai principi e agli imperatori. Il corpo fu portato nel Tempio di Possagno, la mano all’Accademia di Venezia e il cuore alla chiesa dei Frari, sempre a Venezia. La mano ora torna a Possagno e verrà custodita nella teca realizzata dal vincitore del concorso indetto dall’ateneo.»

Al momento la mano di Canova è perfettamente visibile in una saletta della casa-museo, immersa in un liquido di colore giallastro. Effettivamente fa un po’ senso:- )

(Immagine da www.museocanova.it )

INFANZIA DI UN ANGELO

24 ottobre 2008
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Dalla raccolta "Nuvole a colazione", Panini Ragazzi, Modena, 1995, estraggo e vi propongo il mio racconto "INFANZIA DI UN ANGELO".
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INFANZIA DI UN ANGELO, di Lucio Angelini
 
Dopo essere stato petrolio, lepre, felce, Anselmo si era incarnato adesso in un delizioso bambino dagli occhi viola, al centro di una moltitudine di messaggi che parevano emanare contemporaneamente da tutti gli oggetti e da tutte le persone verso di lui. Questo, almeno per un po’, gli fece confusione. Non era facile isolare uno alla volta gli elementi di quelle sue percezioni globali per metterli in opposizione o farli concordare con altre percezioni dello stesso ordine.
Un giorno vide un triangolo rosso e un quadrato rosso e capì che cos’era il rosso. Un altro giorno vide un bambino nero e un bambino giallo, e capì che cos’era un bambino. Un venerdì gridò forte, batté forte, saltò forte, lanciò forte la palla e capì che cosa volesse dire forte.
Poco a poco capì che, nel mondo, c’erano delle cose forti, dure, pesanti, calde, grandi, lontane, alte… e altre deboli, molli, leggere, fredde, piccole, vicine, basse, sottili, lente. Era un mondo fatto di più e di meno, di destra e di sinistra, di dentro e di fuori. Ma che fatica organizzare lo sfarfallio delle qualità delle cose!
C’erano uomini grandi e piccoli: il suo babbo era enorme, la mamma gli arrivava alla cinta, ma a sua volta lui arrivava alle ginocchia della mamma. E avevano una macchina che andava veloce, ma che poteva anche rallentare e fermarsi, se lui chiedeva di fare la pipì.
Potevano scegliere di andare verso il mare o verso le colline, da soli o invitando anche la cugina Clementina.
Clementina sapeva quanto lui che tra avere una caramella e non averla c’è una bella differenza: una caramella era ben diversa da niente caramelle, zero caramelle. Un giorno parlarono, appunto, dello zero. Clementina gli confessò che, per lei, lo zero assomigliava al silenzio, all’assenza di rumori, o al buio, in cui non si vedeva più niente.
 
Quando arrivarono in spiaggia, si divertirono a riempire di acqua di mare o di sabbia le bottiglie vuote dell’aranciata.
“Guarda, è piena!”, si dicevano, oppure: “Adesso è vuota”, o anche: “È quasi piena”. Dalla luce e dal silenzio potevano sbocciare infiniti rumori e colori. E se volevano muoversi, dopo aver giocato alle belle statuine (Anselmo, a dire la verità, detestava stare assolutamente immobile) potevano camminare, correre, saltellare, arrampicarsi, per poi fermarsi di nuovo. Potevano girare la testa senza coinvolgere il resto del corpo, agitare i piedi senza muovere le ginocchia, roteare gli occhi tenendo ferma la testa. Se si stendevano sulla sabbia, vedevano le loro pance abbassarsi ed alzarsi, ma lasciavano che si sbizzarrissero liberamente, senza comandarle. Sentivano l’aria entrare dalle narici, scendere nella gola, scivolare giù… giù… sempre più giù, nel petto e nei polmoni.
 
Quando fu un po’ più grande, Anselmo prese a seguire una serie televisiva su un orfanello piovuto da un pianeta lontanissimo, a forma di barattolone variopinto. Il piccino disponeva di armi micidiali: missili perforanti, tuoni spaziali, boomerang elettronici, lame rotanti, disintegratori paralleli, senza contare un’alabarda spaziale e un doppio maglio anch’esso perforante. Il personaggio gli piaceva, ma non lo sbalordiva. Soprattutto, lo seccava ritrovarlo nei libri, nelle figurine, nei pupazzi, nei quaderni, nel diario, nelle gomme americane, nelle penne, nel temperamatite, sui cuscini, nelle lenzuola, nei panini, nei biscotti, nelle patatine fritte, nei puzzle, nei giochi, nei dischi.
I suoi genitori, le sue zie, gli amici che invitava alle feste di compleanno gli regalavano un sacco di giocattoli.
Giocando, anche Anselmo si trasformava ogni volta, inesorabilmente, nell’oggetto con cui era alle prese, fosse un’automobile o un aereo o un missile.
Le favole tradizionali lo avevano già stancato. Che gusto c’era, per esempio, a svegliare con un bacio una ragazza addormentata? A lui la cosa aveva fatto anche un po’ schifo, quando l’aveva sentita raccontare per la prima volta.
 
L’infanzia stava ormai per finire.
Anselmo aveva capito da un pezzo che si poteva volere e non volere, accettare e rifiutare.
Dopo le elementari, passò alle medie.
Studiò che Alessandro Magno aveva fondato la città di Alessandria, Romolo quella di Roma.
 
Ormai nella magia non credeva più. C’era questa realtà, adesso, intorno a lui. Se la sentiva colare addosso: gli colava dagli scherzi crudeli di certi compagni malevoli, dalla televisione, dai giornali, dai discorsi della gente.
Non capiva perché mezzo mondo fosse in guerra. Perché lui fosse pulito e lustro, col giubbottino alla moda, mantenuto e accudito dai suoi genitori, e gli zingarelli all’angolo delle strade sporchi e laceri, costretti a raggranellare loro i soldi per mantenere gli adulti, mica gli adulti per mantenere loro. La professoressa di lettere diceva che “diverso è bello”, che le culture “hanno pari dignità”: be’, a lui, francamente, una cultura fatta di adulti-che-sfruttano-i-bambini, di bambini-che-mantengono-gli-adulti pareva solo diversa, non necessariamente anche bella.
Il telegiornale vomitava notizie di violenze sconvolgenti: bambini gettati nei cassonetti, schiavizzati, trascurati, violati, abbandonati, disamati.
 
Alessandro Magno aveva fondato la città di Alessandria? Romolo quella di Roma?
Be’, perché no? Forse, da grande, avrebbe potuto fondare anche lui una città: Anselmia, la città dei ragazzi, in cui avrebbe accolto tutti i bambini maltrattati e senz’amore, perché vi trovassero amicizia e protezione.
Sarebbe stata una città bellissima, disposta attorno a un grande giardino rotondo, difesa da mura altissime: un incredibile laboratorio in cui sperimentare forme di convivenza “diverse e belle”.
L’egoismo, l’invidia, la prepotenza avrebbero continuato ad assediarla, minacciandola coi loro sinistri arieti. Non sarebbe stato semplice, probabilmente, respingerne gli assalti. Ma ci avrebbe provato.
Certo… sì, era ancora piccolo, doveva studiare molto, prepararsi, accumulare competenze, sviluppare e migliorare il progetto curandolo in tutti i suoi dettagli, renderlo concreto, nitido, il meno fumoso possibile, farlo uscire dall’indeterminatezza.
Ma si sentiva sorretto da una grande vitalità, da una grande energia positiva, anche se non capiva bene di dove gli provenisse.
Un giorno gli venne addirittura il sospetto di essere un angelo, una di quelle creature meravigliose inviate quaggiù a dare una mano agli uomini, immemori esse stesse della propria natura.
Ma si vergognò di quella fantasia.
Forse era solo un gran presuntuoso, un fanfarone.
Non per questo, però, avrebbe gettato la spugna o si sarebbe arreso, rinunciando al suo sogno.

FERRATA TRUPPE ALPINE AL COL DEI BOS

23 ottobre 2008

(Lucio Angelini in sosta sotto la rustica croce di Punta Lagazuoi)

Una divertente ferrata che ho percorso di recente è quella denominata "Truppe alpine al Col dei Bos" [nulla a che vedere con i boss della mafia, ovviamente. N.d.r.]".  È una ferrata nuova di zecca, non ancora inserita nelle carte topografiche della zona, impegnativa solo nel primo tratto, poi di media difficoltà. Da Cortina si segue l’indicazione verso il passo Falzarego. Si lascia l’auto al parcheggio del ristorante-bar Strobel, a un chilometro circa dal passo. Si imbocca il sentierino verso i ruderi della I guerra mondiale sotto le Torri del Falzarego e in circa 20-30 minuti si arriva all’attacco della ferrata. Qui una descrizione con foto:

http://www.vieferrate.it/ferratacolbos.htm

Una volta conquistata la Piramide del Col dei Bos, l’escursione  può proseguire in direzione rifugio Lagazuoi, poi di Punta Lagazuoi. Il ritorno al passo Falzarego avviene scendendo l’erto ma sfizioso sentiero del Kaiser.

Qui l’anello completo dell’interessante escursione:

http://www.giscover.com/tours/tour/display/6372

Ieri sera, nella riunione tenutasi alla sede della Giovane Montagna di Venezia

http://www.gmvenezia.it/

l’ho proposta per il calendario-uscite 2009 (con buona pace di Wu Ming1 che proprio ieri mi ha accusato di essere poco propositivo). È stata collocata in data 13 settembre, ma non ditelo a nessuno. La notizia non è ancora ufficiale:-)

(Foto di M. Benedetti)

AGGIORNAMENTO SULLA PARTIGIANA LIPPERINI

Il lettore che visitasse OGGI il commentarium al post

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/10/22/trilogie-e-altre-letture/

vedrebbe ancora in bella evidenza tutti gli insulti a me diretti, ma non più le mie repliche.

W la partigiana Lipperini. W il coraggio della viltà.

Ecco una replica ***cancellata con solerzia*** a proposito dell’AMICO IMMAGINARIO:

«Se mi permetti, cito il contenuto delle mail private che mi hai inviato negli ultimi anni. Certo, non ci siamo mai visti, ma la rete consente scambi di idee senza bisogno di toccarsi fisicamente (e di toccare te è l’ultima cosa di cui ho bisogno). Sei un finto-sinistro, un furbacchione, un superstronzo, e mi detesti perché ho sputtanato le tue fumisterie miserande

Postato Giovedì, 23 Ottobre 2008 alle 1:06 am da Mondic

E un’altra riguardante l’inno a se stesso di WM 1 ("Viva l’occhiata selvaggia, allora, perché ogni volta rinnova e “ricarica” il mondo, oltre le miserie del presente"):

«Se le opere che ricaricano il mondo fossero tutte come Manituana, ci sarebbe di che slogarsi le mascelle dagli sbadigli.» [Cfr. il parametro WHAT IF, n.d.r.]

Postato Giovedì, 23 Ottobre 2008 alle 12:09 am da Mondic

GLI EDITORI COME LA MADONNA DI LOURDES

22 ottobre 2008

«… nella mia visione gli editori sono un po’ come la Madonna di Lourdes. Vedono arrivare da ogni parte folle di anime dolenti, schiere di scrofolosi della penna, di derelitti fiaccati dalla tabe letteraria… ogni tanto ne miracolano qualcuno e tutti gli altri ritornano a casa tali e quali… »

(Dall’intervento di Lucio Angelini a Fano il 10 ottobre, in occasione della presentazione di "Nero Marche")

http://lucioangelini.splinder.com/post/18697827/%22VISIONI+E+SOFFERENZE+SEMPRE%2C+

(Immagine da http://img.dailymail.co.uk/i/pix/2008/02_02/pilgrimage2EPA_468x312.jpg )

MARCO LODOLI E I LIBRI DEGLI ALTRI

21 ottobre 2008

La Biblioteca Civica di Mestre ha promosso un breve ciclo di incontri, curati dallo scrittore Enrico Palandri, in cui alcuni esponenti del panorama culturale nazionale sono invitati a raccontare la propria esperienza come lettori. La serie si intitola "I LIBRI DEGLI ALTRI", in omaggio al Calvino de I libri degli altri (Torino, Einaudi, 1991, p. 645: “Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento”, Italo Calvino.)

Il primo ospite, ieri pomeriggio alle 18.00, è stato lo scrittore Marco Lodoli. Venerdì 31 toccherà al giornalista Marino Sinibaldi, il 6 novembre alla poetessa Patrizia Cavalli e il 20 novembre al saggista e critico letterario Alfonso Berardinelli.

Di Marco Lodoli ricordavo alcune recenti puntualizzazioni in Lipperatura:

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it:80/lipperatura/2008/04/23/new-italian-epic/

proprio negli stessi commenti in cui Loredana, che ha più o meno il sense of humour di un paracarro, annunciava la mia definitiva cacciata da quel blog. Dichiarava Lodoli:

«Magari è vero, magari la nueva hola è l’epica, però non dimentichiamoci che il più bel romanzo italiano dell’anno, il più profondo e imprevedibile, è “La solitudine dei numeri primi”, tutto centrato sullo sgomento della vita, su un’interiorità sofferta, su due esistenze malinconicamente separate dal mondo. Insomma, la letteratura crea tensioni generali, spinte collettive, scuole e etichette, però poi arriva un ragazzo di venticinque anni che va per conto suo e scrive un capolavoro. Un caro saluto agli epici e ai lirici, Marco Lodoli

Postato Sabato, 26 Aprile 2008 alle 9:13 pm da marco lodoli»

E anche:

«Ho cominciato a pubblicare in un’epoca in cui andava molto di moda il minimalismo americano. Poi c’è stato il postmoderno, l’avantpop, il romanzo storico, il noir, ora la nuova epica. Poi verrà altro, è il lavoro del mondo produrre forme nuove. Non credo però di essere in grado di adeguarmi a ogni nuova folata. Credo invece di poter continuare, con molta fatica e purtroppo con modesti risultati, a dare forma a certe vaghe intuizioni sulla vita che mi accompagnano o mi perseguitano fin da quando ero adolescente. Tutto qui. Kubrick non è il mio regista preferito. Mi sono sempre sentito più in sintonia con Fellini o con Bergman. Comunque chi è bravo a raccontare l’epica attuale lo faccia senza alcuna esitazione e senza preoccuparsi di chi bravo non è. Io lo leggerò con molto interesse. Un saluto da Marco Lodoli

Postato Lunedì, 28 Aprile 2008 alle 12:27 pm da marco lodoli »

E anche:

«In Italia, tra il ‘93 e il 2008, sono stati scritti eccellenti libri che magari con l’assunto del nuovo romanzo epico non c’entrano nulla. Penso ai romanzi e ai racconti di Michele Mari, di Claudio Piersanti, di Giulio Mozzi, tanto per citare tre autori che apprezzo moltissimo. Artisti che stanno fuori dal seminato, non per scelta o per superbia, ma semplicemente perché hanno scritto le uniche cose che potevano scrivere, senza badare granché ai flussi e riflussi. Solo questo sostengo: che la letteratura è fatta di singolarità irriducibili a uno schema, che i migliori quasi non sanno dove e come va il mondo dell’espressione. Tirano dritto perché nulla li può distrarre o convincere. Un caro saluto da Marco Lodoli

Postato Lunedì, 28 Aprile 2008 alle 5:47 pm da marco lodoli »

E infine (dopo vari attacchi di sapientoni del Nie):

«Vabbè, finiamola qui. Ognuno segua la sua strada e buona fortuna a tutti.

Postato Martedì, 29 Aprile 2008 alle 10:03 pm da marco lodoli »

Di Marco Lodoli avevo presente anche una curiosità: aveva aiutato a esordire (per le edizioni Theoria) un giovane autore che gli aveva inviato un racconto promettente: Giulio Mozzi.

(Vedi: http://www.bombasicilia.it/rubriche/?p=808  )

Ma torniamo a bomba. Che cosa ha raccontato, in sintesi, Marco Lodoli della propria esperienza come lettore? Prima di tutto ha ricordato il fatto che, da bambino triste y solitario qual era, cercò subito una compensazione e una prima espansione della realtà (= una prima via di fuga dalla deiezione dell’essere*-°) nella lettura di Salgari. Più grandicello, ebbe un importante incontro formativo: quello con il suo professore di lettere Walter Mauro, critico letterario e di musica jazz, che gli dischiuse orizzonti nuovi. Per esempio un anno gli assegnò in lettura estiva Jonesco e Beckett, e fu così che il giovane Lodoli comprese appieno come la letteratura possa essere ben altro che una mera "copisteria della realtà". Parimenti importante fu l’incontro con i poeti surrealisti francesi (Lodoli ha dichiarato di aver sempre letto molta poesia: Rilke, Saba, Penna, Orazio eccetera). Importanti anche le letture di filosofi e specialisti della meditazione sulle eterne domande leopardiane (che cos’è la vita, che senso ha il dolore eccetera). Quindi Spinoza, Schopenhauer, testi buddisti e via discorrendo. Ha infine confermato di aver aiutato diversi giovani autori a esordire (Giulio Mozzi, Veronesi, la Stancanelli…). Un signore del pubblico gli ha chiesto se avesse letto "Manituana" dei Wu Ming, premio Emilio Salgari 2008. Ha risposto di no, respinto soprattutto dall’argomento (una storia di lealisti e ribelli alle prese con gli indiani irochesi, di cui non potrebbe fregargliene di meno).

(Immagine da www2.regione.veneto.it/videoinf/giornale/newg… )

GENNA MI DÀ RAGIONE

20 ottobre 2008

giuseppe genna

Esiste o non esiste un movimento neo-epico italiano? Accanto al fenomeno GOMORRA (libro davvero importante sul piano letterario e sociale) e a ROBERTO SAVIANO ci sono altri autori dotati dello stesso sguardo non OBLIQUO, ma perfettamente DIRITTO (ovvero capace di guardare con fermezza negli occhi del reale)?

Secondo Marco Amici sì:

"Se questa tendenza sia realmente in atto o sia solo espressione della
volontà di potenza del collettivo Wu Ming
[cfr. "Non esiste ciò che esiste, esiste solo ciò di cui si riesce a far parlare", n.d.r.], lo si DIBATTE ASPRAMENTE [ma ci faccia il piacere! mai dibattito fu più masturbatorio, n.d.r.] nei SALOTTI [ma ci faccia il piacere! Maria Bellonci è morta da un pezzo!, n.d.r.] delle lettere italiane. Dal mio punto di vista il New Italian Epic esiste, le istanze che pone sono reali e la sua consistenza letteraria segna una frattura rispetto al passato recente della letteratura italiana."

(Da http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002808.html ) 

Secondo Sergio Garufi il NIE è invece una montatura mediatica cui hanno finito per credere gli stessi montatori.

Di beffa mediatica, nel mio piccolo, avevo parlato anch’io mesi prima. Qui:

http://www.lucioangelini.splinder.com/post/16883086/SMASCHERATA+LA+NUOVA+BEFFA+DEI

Vi asserivo tra l’altro:

"Non c’è New Epic come la Old Epic, e la sola idea che qualcuno abbia tutta questa fretta di autoinserirsi in un preteso siffatto filone mi dà l’orticaria…
Secondo me, per raggruppare e incasellare la produzione letteraria, bisogna che passino periodi più lunghi. Non si fa storia della letteratura scandendola lustro per lustro, ma ripeto, solo secondo me. Se uno vuole, può inventare e archiviare movimenti letterari anche di settimana in settimana. Ciao."
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Ora leggo in Giugenna:
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http://www.giugenna.com/interventi/desavianizzazione_di_saviano.html
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"Sono certissimo che la maggior parte dei lettori ha considerato Gomorra per quanto è, cioè un’opera letteraria, che il tempo selezionerà eventualmente tra le opere che rappresentano un’epoca – non possiamo saperlo, la tradizione letteraria del presente non è afferrabile a partire dal presente stesso, dipende molto dalle teste future che leggeranno.»
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Appunto!

(Immagine da http://www.mentelocale.it/eventi/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_6257 )