Archive for dicembre 2008

LA RABBIA E L’ORGOGLIO (PER LA CIOCCOLATA)

20 dicembre 2008

Confesso che per la cioccolata non nutro una generica stima, ma una profonda e bruciante passione. Piaceva molto anche al ragazzino di "Né qui né altrove", di Gianrico Carofiglio. Quando lo zio Franco gliela offriva nella libreria Rinascita (vd post del 17 dicembre scorso) il giovane divoratore di libri si sentiva privilegiato e orgoglioso, oltre che organoletticamente appagato. Di tutt’altro avviso sua madre:

«… Ora va detto che la cioccolata, a qualsiasi temperatura, era stata inserita da mia madre nella tabella delle sostanze pericolose e tendenzialmente proibite. Stando ad alcune informazioni riservate in suo possesso, tutta la produzione industriale delle cose più buone era nelle mani di una sorta di SPECTRE della sofisticazione alimentare. In particolare wafer, nutella, coca-cola, nonché ogni tipo di cioccolata che non fosse belga, costosa e inavvicinabile, erano il risultato di impasti immondi che sobbollivano in giganteschi calderoni nei quali veniva gettato di tutto, manici di ombrello e animali morti inclusi.»

(Gianrico Carofiglio, Nè qui né altrove, Laterza, p.19)

Rabbia – e non orgoglio – era associata al titolo originale di un romanzo di qualche anno fa: "Como Agua para Chocolate", di Laura Esquivel. Il riferimento era al passo: "Tita si sentiva letteralmente ribollire di rabbia, come l’acqua per la cioccolata" [in Messico la cioccolata si prepara stemperando il cacao nell’acqua bollente, n.d.r.]. Nella traduzione italiana quel titolo diventò, – vai a capire perché! -, "Dolce come il cioccolato", anche se il film tratto dal romanzo messicano rese poi giustizia alla similitudine originale.

locandina del film COME L'ACQUA PER IL CIOCCOLATO 

Una sinteticissima "storia del cioccolato" è presente nel sito della Lindt:

http://www.lindt.com/845/976/5246.asp

Quando arrivano le feste di Natale, non dimentico mai di mettermi sotto l’albero una bella provvista di cioccolatini quadrati rossi e blu di quella marca. Sono meravigliosi: un paradiso di scioglievolezza. E questo non è uno spot, ma la più pura e disinteressata verità:-)

(Immagine in alto da http://www.lastampa.it/multimedia/costume/6153_album/1-cioccolata-colata.jpg )

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MASSIMO CACCIARI SU FACEBOOK INSIEME AL SIGNOR FATTI CAZZITUOI

19 dicembre 2008

Anche MASSIMO CACCIARI, l’indaffaratissimo sindaco-filosofo di Venezia, contagiato dalla facebook-mania? Pareva di sì:

http://it-it.facebook.com/pages/Massimo-Cacciari/18870038556  .

Poi, il 12 dicembre scorso, il "Gazzettino di Venezia" ha smascherato la bufala:

«Il sindaco finisce su Facebook, ma la pagina è un falso.

Una foto che più glam non si può, di quelle che fanno impazzire gli ormoni della parte – non indifferente – di pubblico femminile che pende dalle sue labbra. Eppoi una valanga di messaggi politici e del tipo "Ciao Massimo, come faccio a mettermi in contatto con te? :-)" oppure, senza perifrasi, "Cacciari lei è l’uomo dei miei sogni". Peccato solo che quella pagina su Facebook sia un falso del quale il sindaco non sa nulla. Perché lui, in tempi in cui i suoi colleghi si costruiscono blog e controblog, tiene a precisare di "non avere nemmeno un sito web".

Data e luogo di nascita, incarico e partito di appartenenza: è bastato solo questo (oltre alla foto rubata a Vanity Fair) ad un anonimo fan del sindaco, per iscrivere Massimo Cacciari nel sito di Facebook , quello che viene definito come un "social network" in cui si intrecciano amicizie e relazioni, nato nel 2004 negli Stati Uniti per mettere in rete gli studenti universitari, e poi esteso a tutti fino ad esplodere come fenomeno di massa.

Così lo spazio web del sindaco-filosofo ha raccolto in pochi mesi decine di visite e commenti, ma soprattutto è stata "linkata" dai politici locali del centrosinistra (come il presidente della Provincia Davide Zoggia, che ha un sito, un blog e si è iscritto volontariamente a Facebook ) segnalando quella di Cacciari tra le pagine "degli amici".

Facile, allora, cadere nel tranello. Il 9 dicembre Raffaele scrive a Cacciari di aver visto la puntata di "Porta a Porta" sulla cristianità: «Mi chiedo perchè Cacciari non si converte! Io penso che lei non sia totalmente indifferente altrimenti tale profondità da dove deriva?». Michele annuncia di aver creato il gruppo "Cacciari for president del Pd" e, dal fronte femminile e dopo diversi messaggi, Maria Antonietta sbotta: «Massimo… ma non rispondi mai!».

Non risponde, sindaco? «Macché, non ne so nulla – replica Massimo Cacciari -. Questa cosa su Facebook è un falso assoluto. Non c’entra niente con me, non ho mai fatto alcun tipo di iscrizione e non ho nessun sito in Internet». E ora come facciamo a dirlo ai 687 "sostenitori" di Facebook che si sono già gemellati con la pagina di Cacciari ?» (Fulvio Fenzo)

In effetti, chiunque può iscrivere su Facebook chiunque, anche se spacciarsi per qualcun altro non è poi questa gran genialata. C’è chi – molto più sobriamente – si è inserito in FB come signor "FATTI CAZZITUOI", per esempio, mentre non manca chi invoca un maggior controllo…

NUOVA ITALIANA EPICA (NIE): ATTO TERZO.

18 dicembre 2008

(Cangiari tutti cosi pi nun cangiari nenti… )

Leggo sull’ultimo Giap (numero di fine e inizio anno)
 
QUELLO CHE DOBBIAMO FARE
 
«A un romanzo non chiedo certezze, non chiedo di rafforzare convinzioni che già ho: pretendo una destabilizzazione, anche sottile ma deve esserci. Voglio una letteratura non consolatoria bensì perturbante. Non voglio sentirmi dire che i cattivi sono cattivi perché sono cattivi, e che i buoni hanno ragione. Voglio racconti sulla crisi dei "buoni", sul punto di vista dei "cattivi", sugli ostacoli e i ripensamenti, sulle prove da superare, sulle sconfitte che fondano qualcosa e le vittorie che fanno impazzire e portano al disastro.»
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Yawn, yawn, e poi yawn. Non è chi non dia per assodato – e da parecchi decenni! – tutto ciò. Siamo mica più ai tempi di Zdanov e della letteratura asservita alle esigenze propagandistiche, eccheccazzo. Ma per i gattopardi Wu Ming quello che conta è dare un nome nuovo alla vecchia acqua calda (cfr. plus ça change, plus c’est la même chose, o anche the more that changes, the more it’s the same thing ), pur di potersene attribuire finto-euforicamente la scoperta ed einaudizzarla a dovere.
 
Concludono, infatti:
 
«Il 27 gennaio 2009 uscirà per Einaudi Stile Libero il libro New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al FUTURISMO(1)
 
Nella quarta di copertina, ovviamente, il finto-euforico annuncio:
«Nella narrativa italiana sta succedendo qualcosa. Qualcosa di GROSSO
 
Poi uno pensa alla tediosità di Manituana e gli scendono di un altro centimetro le palle…
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Niente artistici "DOBBIAMO" e niente PARAMETRI obbligati, per quanto mi riguarda. Che ciascuno si esprima come meglio crede.
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(1) Il richiamo è, evidentemente, al MANIFESTO di Filippo Tommaso Marinetti del febbraio 1909:
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1-Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
2-Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. 3-La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità penosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno…
Eccetera.

Come dire: ‘sti qua si sono inventati lo SGUARDO OBLIQUO e il WHAT IF ("Se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola???"), ma il risultato non cambia. Qualcuno gli darà pure retta, ma se posso dare una risposta tipicamente fanese agli sproloqui del neo-marinettiano Wu Ming 1, essa è questa: " ‘A Robbè, guarda che a me non m’incanti!". N.d.r.

(Immagine da http://www.pasqualinonet.com.ar/images/Gattopardo.jpg )

GIANRICO CAROFIGLIO E LA LIBRERIA RINASCITA

17 dicembre 2008

(L’incendio del teatro Petruzzelli a Bari)

Ieri sera accendo la tv, incrocio il programma della Dandini, e chi ti vedo come ospite? Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e pure senatore del PD. Insomma: lanciatissimo. Pare che il libro sulla rimpatriata rivelatrice di tre amici al bar… ehm, a BARI!, da me terminato qualche ora prima, abbia già venduto 125.000 copie… Tutto, dunque, pare andargli per il meglio. Bravo Carofiglio! [si noti l’allitterazione con il suono "gl", n.d.r.]. Sapevo a malapena chi eri sabato mattina scorso, e adesso so che hai scritto un libro molto intenso e toccante, peraltro in vendita a soli 10 euro.

Un episodio che ho trovato particolarmente coinvolgente è quello della libreria "Rinascita", la prima libreria  frequentata dall’io narrante.

«Era di un cugino di mio padre, Franco, ex rappresentante di libri scolastici e vecchio militante del partito comunista. Era in via Roberto da Bari, a sei isolati da casa, e si chiamava Rinascita, come la rivista del Partito. Un pomeriggio, avevo dieci anni, entrai con mio padre in quella libreria. Franco era un signore dalla carnagione scura, occhiaie profonde, l’aria mite e un po’ triste. "Ti piacciono i libri?" mi chiese, forse facendo caso e come mi guardavo attorno, lì dentro. Se mi piacevano i libri? Avevo cominciato a leggere a sette anni, e subito dopo mi ero messo a dichiarare che da grande avrei fatto lo scrittore. I libri erano la cosa che mi piaceva di più, assieme ad alcuni giocattoli (meccano, lego e subbuteo, per completezza di informazione), ad alcuni fumetti (Alan Ford, Uomo Ragno e Tex, anche qui per completezza) e soprattutto a una meravigliosa bambina di nome Laura… [cut]… dissi con tono compito che sì, i libri mi piacevano molto. "Allora vieni quando vuoi. Ti scegli un libro, ti siedi lì – indicò una sedia vicina alla cassa – e leggi gratis."… [cut]… Ci sono state poche volte in cui sono stato così consapevole di un privilegio come in quei pomeriggi alla piccola libreria Rinascita… [cut]… e io sceglievo, aggirandomi fra i banchi e gli scaffali circondati da manifesti di Che Guevara, di Angela Davis, di Gramsci… [cut]… Poi accadde che per qualche settimana non andassi alla libreria. Forse mi ero ammalato, forse c’erano state di mezzo le vacanze di Natale o di Pasqua. Certo è che un pomeriggio dissi a mio padre che uscivo e andavo alla libreria Rinascita. Mio padre mi guardò qualche istante e dalla sua esitazione, dalla sua faccia capii che non stava per dirmi niente di buono. "Non c’è più, la libreria." "Che vuol dire: non c’è più ?". Ancora un’esitazione. Poi mi spiegò. Qualcuno aveva lanciato una bottiglia incendiaria nella libreria, il locale era rovinato, tanti libri erano andati a fuoco. E Franco aveva deciso di chiudere e tornare a fare il rappresentante di libri scolastici. Non mi ricordo se chiesi chi avesse lanciato questa bottiglia incendiaria e perché lo avesse fatto, e dunque non mi ricordo quando – allora o molto tempo dopo – seppi che lo scempio era opera di una squadra fascista proveniente dalla vicina sede del Movimento Sociale. Invece mi ricordo che uscii comunque. Per fare una passeggiata, dissi.  Percorsi via Putignani e in cinque minuti arrivai all’angolo con via Roberto da Bari. Di lì, quando andavo a leggere, potevo vedere la vetrina della libreria, illuminata e con la scritta Rinascita, in rosso. Anche quel pomeriggio la vidi. Era spenta, sbarrata, e la scritta era quasi ttta coperta da una macchia nera bruciata… [cut]… In quel momento scrissi nella mia testa la scena che stavo vivendo. Più o meno così: il ragazzino passò davanti alla libreria e vide che qualcuno l’aveva bruciata. Era una cosa molto triste e molto ingiusta, si disse mentre tratteneva le lacrime, distoglieva lo sguardo e proseguiva per via Putignani, verso il Petruzzelli [cui sono dedicate altre pagine più avanti, n.d.r.] e le luci del centro.»

(Gianrico Carofiglio, Né qui né altrove, Laterza, 2008, pp. 17-21)

(Immagine da http://www.lucaturi.it/upload/2006/02/petru.jpg )

LA “TRASLAZIONE” A BARI DI SAN NICOLA

16 dicembre 2008

(Santa Klaus)

Come fu che San Nicola divenne patrono di Bari? La risposta è a pagina 79 del librino (160 pagine appena) di Gianrico Carofiglio citato ieri. Trascrivo il passo:

«La storia è singolare. Le ossa del santo furono rubate a Mira (oggi Demre) in Turchia nel 1087 da un equipaggio di marinai baresi che le portarono nella loro città, fino ad allora sprovvista di un santo patrono. Fu così che Nicola diventò coattivamente il protettore di Bari. Ogni richiesta di restituzione incontrò un cortese ma fermo diniego. L’argomento, non privo di originalità, era che San Nicola aveva scelto Bari come sua città. Se fosse stato contrario all’idea, avrebbe impedito il furto delle sue ossa o scatenato una tempesta per impedire la fuga dei marinai baresi. Non essendosi verificato nessuno di questi eventi, l’unica interpretazione possibile era che San Nicola volesse rimanere a Bari. E se questo argomento non vi convince, peggio per voi. San Nicola è rimasto a Bari e Bari è diventata meta di pellegrinaggi da tutto l’Est, e in particolare da ogni zona, anche le più remote, della grande Russia. In certe luminose giornate di primavera lo spettacolo delle comitive di preti ortodossi nei loro abiti tradizionali, come gigantesche formiche sullo sfodo bianco delle pietre romaniche, è indimenticabile.

Nei secoli successivi alla traslazione (adoro questo eufemismo) delle ossa da Mira a Bari, il culto di Nicola, che secondo la leggenda e la devozione era un santo dispensatore di doni, si diffuse in tutta Europa e fu poi esportato dagli olandesi a Nuova Amsterdam (detta poi New York) dove l’ex vescovo di Mira, che da quelle parti chiamano Santa Klaus, diventò addirittura Babbo Natale.» (Gianrico Carofiglio, Né qui né altrove, Laterza editore, pp. 79-80).

Devo dire che nemmeno San Marco, qui a Venezia, scelse di diventare patrono della città "motu proprio". Anche le sue reliquie, come è noto, furono avventurosamente TRASLATE  (leggi "trafugate") da Alessandria d’Egitto nell’anno 829 per iniziativa di due leggendari mercanti veneziani: Rustico da Torcello e Buono da Malamocco. Per riuscire a passare senza ispezione la dogana, Rustico e Buono occultarono il corpo di San Marco sotto un carico di carne di maiale, così sfruttando il noto disprezzo dei mussulmani per tale alimento, e mercantilmente ignorando il detto:

«SCHERZA COI FANTI, MA NON RUBARE I SANTI»*-°

(Immagine di Santa Klaus da http://www.marchidigola.it/wp-content/uploads/2006/12/Santa-Claus2.gif )

GIANRICO CAROFIGLIO A VENEZIA

15 dicembre 2008

Una volta gli scrittori vivevano in una sorta di loro eletta reclusione. Difficile poterli incontrare o interrogare, a meno che non si fosse giornalisti. Oggi gli scrittori scendono tranquillamente dal loro sempre più raggiungibile empireo – a volte anche in ciabatte – e vengono quasi a bussarti alla porta di casa, pur di presentarti il loro ultimo libro… A Venezia, poi, il fenomeno è particolarmente frequente dato che, per mal che vada l’incontro con il pubblico, resta pur sempre la soddisfazione di una bella "scampagnata" in una magnifica città:- ) 
Non avevo mai letto nulla di Gianrico Carofiglio, specializzato in legal thriller, ma sono andato a sentirlo lo stesso, invertendo di proposito – per una volta -, la successione logica "prima i libri, poi – eventualmente – anche l’autore". Incontrare un autore è spesso rischioso. Può sempre succedere, infatti, che l’autore si riveli simpaticissimo e i suoi libri delle ciofeche, o i libri molto più interessanti dell’autore…
Non avevo nemmeno visto il successo cinematografico “Il passato è una terra straniera”, tratto dal suo romanzo omonimo, ma dato che pioveva… e che Carofiglio si era scomodato a venire così a tiro (= alla libreria Mondadori di Venezia, appena dietro Piazza San Marco), sabato pomeriggio sono andato a  verificare come se la sarebbe cavata nel ruolo di "ospite letterario". La novità da presentare – per inciso – era “Né qui né altrove” (Una notte a Bari), Laterza Editore.

Né qui né altrove

Nell’introdurre Carofiglio, il direttore della libreria si è limitato a due parole in croce, dopodiché l’ha lasciato completamente solo al tavolo degli oratori, ma il magistrato-scrittore non si è perso d’animo. Ha subito chiarito, anzi, di aver rinunciato intenzionalmente a lasciarsi fiancheggiare da letterati più o meno prestigiosi. "In genere", ha detto, "gli altri presentatori menano il can per l’aia per decine di minuti prima di arrivare al fatidico ‘Gianrico Carofiglio è uno scrittore che non ha certo bisogno di presentazioni’. E allora, se è vero che non ho bisogno di presentazioni, a un certo punto ho pensato che tanto valeva presentarmi da solo".
La collana per la quale ha accettato di scrivere un volume si chiama "Contromano". Di recente, infatti, Laterza editore, in passato quasi esclusivamente dedito alla "saggistica alta", ha creato un originale ponte verso la narrativa incentrato su "scrittura e città". La collana, naturalmente, accoglie scritture "al confine tra vari generi". In questo caso non esattamente "guide sentimentali", non esattamente "romanzi"… in pratica gli ennesimi unidentified narrative objects di cui ciancia Wu Ming 1 nel suo recente saggio [gli unici oggetti narrativi perfettamente identificabili rimasti in circolazione pare siano quelli del cosiddetto New Italian Epic:-), n.d.r.]. Il suo compito, nello specifico, era raccontare in qualche modo BARI, la città che gli ha dato i natali e che ha definito "più tipicamente di altre in bilico tra il ‘non più’ e il ‘non ancora’." Nello svolgere il tema commissionatogli dalla casa editrice, inizialmente gli era venuto in mente di risolverlo partendo dal pretesto di tre amici che si ritrovano dopo tanto tempo… poi, a poco a poco, i tre personaggi hanno preso il sopravvento sul motivo della città e quello che è venuto fuori è soprattutto un  dramma sull’amicizia e sulle sue contraddizioni.
Carofiglio ha chiarito che non si tratta di un libro autobiografico, anche se qualcuno degli episodi narrati appartiene di sicuro alla sua esperienza diretta. Tra questi, è autobiografico quasi al 100% l’episodio del cagnetto acquistato da un ragazzo contro il volere del padre (ce lo ha letto) e dello stratagemma adottato per farlo accettare in casa…
Anche per Carofiglio, come per la scrittrice canadese Margaret Atwood, scrivere un romanzo è  un po’ come entrare a tentoni in una stanza buia. ‘Chi scrive in maniera onesta – ha sostenuto – all’inizio non vede che ombre indistinte, e solo alla fine raggiunge la piena consapevolezza di che cosa gli interessava esprimere." Ed è stato così che per lui [scrittore che si ritiene dunque onesto:-), n.d.r.], si è verificato lo scarto tra committenza iniziale e lavoro concluso: la storia della città è passata in secondo piano rispetto a quella dei tre amici che si ritrovano…
"Spericolato come sono", ha dichiarato Carofiglio, "spesso mi succede di firmare un contratto prima ancora di sapere che cosa scriverò. Ma quella di tagliarmi i ponti alle spalle e di distruggere la flotta per ritrovarmi poi "costretto a onorare l’impegno preso" è una strategia che pare con me funzioni…".
Uno degli stereotipi più in voga, a suo dire, è quello secondo cui "si scrive di ciò che si conosce". A lui pare piuttosto vero il contrario: si scrive di ciò che più appare misterioso e di cui si ha maggiormente paura; si scrive di ciò che non si comprende bene, avventurandosi in territori oscuri. Anche la scrittura, insomma, – e non solo il passato – è "una terra straniera"…
Una signora del pubblico gli ha chiesto se uno scrittore non arrivi a detestare il personaggio che gli ha dato il successo (nel suo caso, l’avvocato Guerrieri), quando gli editori lo costringano alla serialità. Carofiglio ha ricordato il caso di Conan Doyle, che dopo aver fatto morire Sherlock Holmes, fu costretto a resuscitarlo per le pressioni degli editori e dei lettori… Per quanto lo riguarda, ha dichiarato di avere un buon rapporto con Guerrieri. Non lo condannerà ad apparire in una vera e propria serie. Semplicemente considera i tre libri imperniati su di lui tre macrocapitoli di un macroromanzo non ancora concluso (se ne aggiungerà presto un quarto), ma che poi verrà abbandonato per nuove esplorazioni in nuovi territori.
Un’altra signora gli ha chiesto a che cosa sia dovuta la citazione del monologo di Roy morente (da "Blade Runner") da parte dell’avvocato Guerrieri in "Testimone inconsapevole". Carofiglio ha risposto che quel passo si adattava perfettamente alla situazione da "magia sull’orlo dell’abisso" così tipica degli stati d’amore nascente fra due persone…
Per farla breve. Carofiglio si è rivelato un brillante e piacevole intrattenitore. Per premiarlo, ho acquistato il suo libro e me lo sono fatto autografare con la dedica "A Lucio di ‘Cazzeggi Letterari’". Appena l’avrò letto, vi sapro dire se è migliore o peggiore dell’autore:- )
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(Foto di A. Bianchi)

LA VENEZIA MONUMENTALE

13 dicembre 2008

Ci raccomandano di tenere pulita la città… e guardate che bell’esempio ci danno!

(Foto di Lucio Angelini)

IMPROBABILITÀ, CONSOLAZIONE E DESTINO IN DUE FILM RECENTI

12 dicembre 2008

 Dev Patel and Anil Kapoor, from

(Una scena dal film "The millionaire", di Danny Boyle)

Scrivevo in Nascere da un uovo di cigno

«Il fascino dei romanzi dell’Ottocento, e di questo in particolare ["Il violinista, di Hans Christian Andersen, Fazi editore, a cura di Lucio Angelini, n.d.r.], sta esattamente nel proporre storie in cui “tutto si tiene”, ovvero in cui ogni dettaglio ha un proprio preciso posto all’interno di un’ORDINATA economia narrativa. Chi scrive un romanzo, infatti, può perseguire essenzialmente due scopi:

– mimare, attraverso la scrittura, campioni di realtà piú o meno rappresentativi/interpretativi della stessa;
– tentare di esorcizzare la realtà nel suo aspetto forse piú inquietante: l’apparente (o effettivo) DISORDINE con cui spesso essa risulta procedere. In tal caso la vita romanzesca finge solo apparentemente di rappresentare la vita vera, intendendo soprattutto consolarsene.

Chi non ha mai nutrito il sospetto che, nelle nostre vite, certi fatti accadano invano, o che certi incontri inizialmente esaltanti non lascino poi la traccia che si vorrebbe, o che certi faticosi sforzi finiscano in fumo, o che l’economia complessiva delle nostre vite risulti tutt’altro che ben congegnata e consequenziale? A volte si ha piuttosto l’impressione che la realtà sia una sorta di puzzle in cui nessun pezzo si incastri in nessun altro, o che il succedersi degli eventi si sbandi senza alcun disegno accettabile. In un romanzo ben architettato, invece, personaggi e oggetti hanno ruoli e funzioni precisissime… [cut]… Anche in “Solo un violinista ambulante” [ma il titolo scelto da Fazi editore è semplicemente ‘Il violinista’] tutto si tiene. Non ci sono centinaia di personaggi sottoposti a un’inarrestabile entropia, ma appena una manciata, e il destino li lega cosí saldamente tra loro che dovunque essi vadano, foss’anche in capo al mondo, tutti re-incontrano tutti, in una sorta di continuo carrambachesorpresa!, e sono condannati a interagire fino alla fine. Mica come nella vita vera (o in quella dei romanzi moderni), in cui la gente si passa accanto, ha qualche rarefatto scambio e poi tanti saluti, ognuno per la sua strada. In “Solo un violinista ambulante”, una volta che un bimbetto di pochi anni sia rimasto favorevolmente impressionato dalla nipotina del vicino di casa, l’amerà perdutamente per tutto il resto della sua vita. Senza contare che, in questo tipo di narrazioni, sani antidoti alla noia e alla lentezza del quotidiano, succedevano cose mica da poco: incendi di case, suicidi, assassini, fughe con cavallerizzi del circo, attacchi convulsivi, guarigioni miracolistiche… »

Ebbene, questa lunga citazione calza a pennello con il film che ho visto ieri pomeriggio qui al Lido di Venezia, il premiatissimo "The millionaire" di Danny Boyle (il regista del mitico "Trainspotting"). Le coincidenze sono talmente tante e talmente spericolate che alla fine lo spettatore ne esce sì stordito, ma, almeno in parte, anche consolato. "Almeno in parte" perché nel film la cornice narrativa (l’edizione indiana del gioco televisivo "Chi vuol essere milionario?") è un mero pretesto per raccontare aspetti dell’India tutt’altro che improbabili, anzi!, fin troppo vicini al vero. Consolazione e denuncia, quindi, in un gioco ad incastri mirabilmente riuscito.

Rubo dal sito: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=56916

la seguente perfetta descrizione:

« Padroneggiando l’estetica e il "fondamentalismo" melodrammatico del cinema bollywoodiano, Doyle mette in scena un eroe virtuoso che (da tradizione) sconfigge il male e salva i deboli senza dimenticare di mostrare le fratture presenti nella società indiana, prodotte da un sistema nel quale sopravvivono forti disuguaglianze. Jamal è un ragazzo comune che decide di reagire alla propria condizione di impotenza spalleggiato dal fratello maggiore Salim, un "angryyoung man" , alla Amitabh Bachchan dotato di carisma e potere. Duro, vendicativo e leale come l’idolo del cinema indiano degli anni Settanta, Salim è un delinquente di buon cuore che ha scelto la strada del crimine per reagire ai soprusi della metropoli. Nella Mumbai della loro infanzia i "due moschettieri" sviluppano personalità opposte che determineranno destini profondamente diversi. Latika, tra loro, a unirli e a separarli, è da convenzione elemento femminile e decorativo la cui debolezza esalta la virilità maschile. Danny Boyle interpreta e utilizza con competenza la musica, un’altra componente essenziale del cinema popolare e della cultura indiana. Sostenuto dal ritmo e dalle note di Allah Rakha Rahman, uno dei più grandi compositori indiani di soundtracks, il regista usa le canzoni in funzione narrativa, lasciando che la musica si fonda con le immagini, sottolineando e guidando le emozioni. Autore versatile, che attraversa incolume generi ed estetiche, Danny Boyle gira un film che riposa nell’alternanza del suo fortissimo e del suo pianissimo, in quella brusca scansione tra dolly sconfinati e scontri di classe, assoli sentimentali e crudeltà brutali. Tra il volo di una stella in elicottero e il tuffo di un bambino nella latrina più sporca (e lirica) di tutta l’India.»

Alto grado di improbabilità anche nella storia (o meglio, "parabola") raccontata dal regista Giulio Manfredonia nel film "Si può fare", sul disagio psichico e la possibilità di fronteggiarlo seguendo le rivoluzionarie raccomandazioni basagliane.


"La follia è una condizione umana" sosteneva Basaglia, psichiatra. "In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla".

Il film comunica un messaggio importante, è piaciuto sostanzialmente a tutti quelli di cui mi fido, eppure… devo confessare che a me ha fatto lo stesso effetto di "La vita è bella" di Benigni. L’ho trovato stucchevole, furbesco e di conseguenza anche complessivamente irritante…

ANCORA SULL’ILLUSTRAZIONE

11 dicembre 2008

Il commento di Kalle, titolare del blog "Collezione di sabbia" (http://collezionedisabbia.blogspot.com/ ) al post di ieri mi ha fatto tornare in mente che già nel gennaio 2001 avevo citato Bruno Bettelheim nel newsgroup it.cultura.libri. Qui

Dice Kalle: "Il valore di un’illustrazione sta nella capacità di evocare. Le stesse immagini filmiche possono agire allo stesso modo. Quanto più le immagini di un testo illustrato sono evocative, tanto più rimarranno impresse nella memoria e continueranno ad operare nella nostra fantasia, pur col passare del tempo. Certo ciò non vale per libri illustrati o film di scarsa qualità. Ma lo stesso si potrebbe dire per i cattivi testi scritti. Quindi non sono molto d’accordo con questa svalutazione dell’immagine. Vabbe’, ho detto la mia :-)"

Ed ecco la citazione da "Il Mondo Incantato" di Bruno Bettelheim che avevo proposto in it.cultura.libri:

"I libri di fiabe illustrati, così amati da adulti e bambini moderni, NON SERVONO ai principali bisogni del bambino. Anziché essergli di aiuto, le illustrazioni lo distraggono, perché sviano la sua immaginazione dal modo in cui sperimenterebbe la storia per proprio conto. La storia illustrata impedisce al bambino di applicarle soltanto le proprie associazioni visive, invece di quelle dell’illustratore" … "UNA FIABA PERDE MOLTO DEL SUO SIGNIFICATO PERSONALE QUANDO AI SUOI PERSONAGGI ED EVENTI VENGA DATA SOSTANZA NON DALL’IMMAGINAZIONE DEL BAMBINO, MA DA QUELLA DI UN’ ILLUSTRATORE."
Una certa Morgana aveva obiettato:
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«L’attuale metodo d’insegnamento di lettura prevede uno schema del tipo: immagine-parola-sillaba-lettera. L’ausilio di immagini è quindi fondamentale, anche per motivi pratici: non si possono proporre ad un bambino dai 6 agli 11 anni testi privi d’illustrazioni in quanto desterebbero scarsissimo interesse poiché il fanciullo è ancora in quel periodo evolutivo definito del ‘pensiero operatorio concreto’. L’espressione indica la capacità di elaborare con la mente delle operazioni, a condizione che il bambino abbia la possibilià di percepire concretamente i dati che gli permetteranno di svolgere tali operazioni. Se quindi venisse proposto un libro senza illustrazioni ad un soggetto privo ed incapace (per motivi naturalissimi di natura biologica, scusate la cacofonia 🙂 di costruirsi l’idea mentale dei personaggi di una fiaba, egli non comprenderebbe il contenuto del testo stesso. Si può cominciare a parlare di inibizione della fantasia, che potrebbe essere causata dalla presenza di immagini all’interno di un libro, solo quando il fanciullo matura la capacità di astrazione. Tuttavia a quell’età il problema non sussiste: è infatti difficile che un ragazzino di 12-13 anni legga libri di favole illustrati, ed è ancora più raro, che li legga e  si construisca un’immagine mentale che riproduca quella propostagli dall’illustratore.»
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E un certo Joeteacher:
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«I libri di fiabe non illustrati, che si usavano secoli fa, volevano la mediazione dell’adulto che li leggeva (li *raccontava*) al bambino. Il bambino ha necessità di essere coadiuvato dalle illustrazoni, nel momento in cui non può avere ancora sviluppato quella capacità di astrazione (il termine non mi piace molto: preferirei usare "capacità figurativa", intesa nel senso di dare un volto ai personaggi e concretezza alle situazioni) che gli renda "leggibile" un libro di fiabe non illustrato. Un libro in cui le illustrazioni fossero assenti difficilmente riuscirebbe ad attirare l’attenzione di un bambino. Meglio ancora se si tratta di un libro-gioco con la possibilità di muovere i personaggi illustrati.
Nota personale: Hansel e Gretel, un classico. Me lo ricordo ancora, in particolare perché alla fine potevo personalmente spingere la stregaccia brutta e cattiva nel forno (po’rella!). Che, estremizzando il discorso del Bettelheim, un fumetto allora sarebbe quanto di più deleterio possa capitare nelle mani di un bambino. Insomma, se stiamo parlando di bambini sotto gli 11-12 anni, mi sembrano tante fregnacce. Tutto questo detto da uno che non ha mai compiuto studi in questo campo e che si affida al proprio buon(?)senso.»
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P. Bianchi:
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«Sono rispettabili opinioni personali dell’autore, da cui in base al mio personale vissuto dissento. Io ero affascinato dalle illustrazioni almeno quanto dal testo, in alcuni casi di più, in altri di meno, in  altri ancora ricordo perfino che non ero d’accordo con l’immagine proposta dal disegnatore (es. nell’ Isola del tesoro, Long John era disegnato molto diverso da come lo immaginavo io). Mi piacerebbe anche sapere come farebbe B. a proporre Peter Rabbitt della Potter senza le illustrazioni della Potter. È un tutt’uno, e comunque, mai sottovalutare i bambini.»
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Corrado Farina:
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«Un caso esemplare di sconnessione tra lo studioso-scienziato innamorato di se stesso e delle proprie teorie e la realtà che costituisce l’oggetto del suo studio. Sembra quasi di sentire molti dei nostri politici che parlano dell’Italia. Ovvero: anche Bettelheim può dire delle stronzate. (Tra l’altro, i bambini "moderni" che amano così tanto i libri di fiabe illustrati, risalgono almeno alla metà del Settecento, e se non risalgono più indietro è solo perchéa nessuno gliene fregava niente di loro…)
@ Joeteacher: "i libri di fiabe non illustrati, che si usavano secoli fa" non esistono proprio. Le favole classiche (da Esopo a Lafontaine, dall’antichità al Settecento) non erano certo dirette ai bambini, il cui rapporto con i libri era pressoché nullo: si trattava invece di "favole morali" dirette esclusivamente agli adulti. E comunque, dal Seicento in avanti, gli editori avevano già incominciato a illustrare anche quelle. I libri per bambini (se si escludono le edizioni "ad usum delphini") nascono, sulla spinta dell’Illuminismo, verso la fine del Settecento, e NASCONO GIÀ ILLUSTRATI. A suo tempo ho scritto sull’argomento un articolo di 5 o 6 pagine, che volendo posso postare sul NG o inviare privatamente a chi voglia saperne di più.»
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Stefano Cirolini:
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«Forse ripeto quello che (con termini più tecnici) hanno commentato altri, ma mi sembra che i bambini, specie quelli più piccoli, potrebbero non avere la capacità di dare sostanza al racconto. Se leggo "il principe salì a cavallo" ad un bambino che non sa cos’è un cavallo, che immagine se ne può fare? Meglio allora avere una illustrazione. Un aneddoto personale: l’altro giorno, raccontando, senza figure, alla mia bimba di 2 anni la storia di Biancaneve (gliela avevo già raccontata una mezza dozzina di volte), mi ha fermato e mi ha chiesto: "Cos’è un nano?". Chissà cosa aveva immaginato che fosse le altre volte che le avevo raccontato la fiaba. Quando, invece, le leggo una fiaba da un libro illustrato mi chiede sempre di indicarle la figura che descrive le azioni o i personaggi che nomino ("dov’è il lupo? qual è il cavallo? cos’è questo?") Probabilmente per i bambini più grandi l’osservazione di Bettelheim è maggiormente valida. Oppure per gli adulti, con la vecchia questione di quanto "rovini" l’immaginario di una storia l’aver visto in precedenza un film tratto da essa.»
P.S. L’articolo "A misura di bambino", di Corrado Farina, autore del recente "L’invasione degli ultragay"
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è

qui .

INCONTRO A MESTRE CON ROBERTO DENTI

10 dicembre 2008

(Roberto Denti alla libreria "Il libro con gli stivali" di via Mestrina a Mestre)

Ha 84 anni suonati, ma la sua autorevolezza e la sua competenza nell’ambito della letteratura per ragazzi sono ancora al top. Fondò nel 1972 a Milano, con la moglie Gianna, la prima Libreria per Ragazzi italiana. Il suo esempio fece scuola. Oggi le librerie specializzate in letteratura giovanile si sono moltiplicate e quella di via Mestrina a Mestre – "Il libro con gli stivali" – l’ha avuto ieri pomeriggio come ospite per un incontro con il pubblico. Roberto Denti, infatti, non è solo un libraio, ma anche un raffinato scrittore e un critico letterario di vaglia. Ecco un compact delle dichiarazioni più importanti:

«Siamo noi librai a cogliere per primi i cambiamenti nei gusti dei lettori più giovani. E da una ventina d’anni a questa parte i cambiamenti sono stati sostanziali. Libri e autori che vent’anni fa piacevano molto, oggi non piacciono più. Salgari stesso è diventato illeggibile, perché troppo lento. Sandokan ci mette circa 400 pagine a baciare la Perla di Labuan… mentre in un solo minuto di cartoni animati si susseguono dozzine di avvenimenti grandi e piccoli. Le nuove generazioni, sottoposte a massicce dosi di televisione, si abituano molto presto ai ritmi incalzanti del cartone animato, tecnica espressiva basata appunto sulla rapidità. Solo Pinocchio resiste, ma viene accettato proprio perché, anziché camminare, corre!… come tutti i bambini. Le nuove narrazioni hanno ritmi velocissimi. I classici, invece, sono scritti secondo tempi narrativi molto più rilassati.

Negli anni 70 uscivano 250-300 novità l’anno, oggi circa 3.000. Ciò nonostante leggere è diventata un’attività sempre più difficile da incentivare, soprattutto se i genitori non sono in grado di dare il buon esempio come forti lettori o non hanno la pazienza o il tempo di praticare la lettura ad alta voce. La lettura ad alta voce è particolarmente importante perché il bambino l’avverte come un dono di attenzione e partecipazione alle proprie esigenze. Grazie ad essa, finisce per associare all’idea di lettura emozioni positive. Capisce che l’adulto gli sta dedicando del tempo e gli vuole bene. I bambini, come si sa, imparano tutto per imitazione, osservando i comportamenti degli adulti. E non si desiderano le cose che non si conoscono. Leggere, malgrado l’odierna abbondanza di forme di intrattenimento alternativo, resta un’attività fondamentale non solo per il piacere che arreca una volta che si siano scoperti i libri più adatti a toccare le nostre corde emotive, ma soprattutto perché potenzia l’immaginazione più di qualunque altro mezzo narrativo.

Chi sfrutta al massimo i poteri dell’immaginazione è lo scienziato, che parte da dati oggettivi e incontrovertibili per ideare possibilità non ancora esistenti. Cerca di immaginare come si possa curare, per esempio, il cancro. Occorre dunque favorire con ogni mezzo lo sviluppo della capacità di prospettare soluzioni nuove ai problemi che via via ci affliggono. Le api e le formiche sono bravissime e precisissime, ma fanno sempre le stesse operazioni, non hanno immaginazione:-) 

La lettura stimola l’immaginazione molto più delle immagini, grazie all’innesco fornito dalle storie. Chi legge deve dare personalmente un volto ai vari personaggi di cui segue le vicende, rappresentarsi a proprio piacimento contesti e situazioni. Chi guarda un film, invece, non deve costruire nulla, ma limitarsi a contemplare ciò che gli scorre davanti. Certo, il discorso può essere applicato in parte anche ai libri illustrati. Bruno Bettelheim, infatti, sosteneva che le illustrazioni limitino l’immaginazione. Quello che di sicuro non si dovrebbe fare è mostrare a un bambino un solo tipo di illustrazione. Meglio fargli confrontare tante diverse Cenerentole disegnate da tanti illustratori diversi, che proporgli una sola e unica Cenerentola, magari quella waldisneyana. I bambini, a differenza dei genitori, sono capaci di accettare ogni tipo di illustrazione. Si pensi al successo del rivoluzionario "Piccolo blu e piccolo giallo" di Leo Lionni.

La prima lettura nasce quando un genitore mostra ad un piccino l’immagine di un gatto e dice "gatto". Il bambino impara che da un lato esiste il gatto, dall’altro la sua rappresentazione. E quando poi il genitore scandisce: "Il gatto beve il latte", ecco enucleata la prima storia. La lettura insegna che da un lato c’è la realtà di tutti i giorni, dall’altro la realtà che si vive con la fantasia. Il meccanismo dell’immedesimazione (nei personaggi e nelle loro situazioni) consente al bambino un arricchimento dell’esperienza e un ampliamento di orizzonti.

Negli ultimi anni, il maggiore incremento di mercato lo si è registrato nel settore delle pubblicazioni per i piccolissimi. In molti casi la caduta a picco dell’abitudine alla lettura pare coincidere con il passaggio dalla terza media alla I superiore, da un lato perché alle superiori gli studenti sono costretti a sobbarcarsi un congruo numero di ore di lettura obbligata (= testi scolastici), dall’altro perché a quell’età la ricerca dell’approvazione del gruppo dei coetanei comincia a diventare il problema priotario. Se nel gruppo non c’è almeno un altro compagno che legge, è difficile che un giovane lettore mantenga i ritmi di lettura acquisiti in precedenza.»

Altre dichiarazioni che mi sono appuntato:

«L’Italia, paese diviso, è tuttavia unita da almeno un elemento comune: l’odio per I Promessi Sposi, grazie al cattivo servizio reso alla lettura dalle scuole… Nei programmi della riforma scolastica Moratti, la parola ‘lettura’ non compare nemmeno una volta… »

«I libri non sono reliquie da baciare nella speranza che possano miracolisticamente risolvere i problemi del mondo. Il discorso evangelico "della montagna" (con l’elenco delle beatitudini), per esempio, è la più alta pagina di pace mai scritta, eppure, malgrado quella pagina, l’Occidente è andato in giro per il mondo a spargere distruzione e morte…»

[A incontro concluso, mi sono avvicinato a Denti e gli ho detto: "Una volta eravamo amici, poi ci fu un episodio che ci allontanò: l’iniziativa NUVOLE A COLAZIONE[si veda il mio post dell’11 novembre 2005 , n.d.r.]

nuvole1

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Le propongo, ora, a distanza di tanti anni, di scambiarci il segno della pace." Denti, che non mi vedeva dal lontano 1995, ha risposto stringendomi la mano: "Certo, ma mi ricordi il suo nome". "Angelini", ho mormorato. Allora mi ha teso la mano una seconda volta. Sono tornato a casa a Venezia decisamente alleggerito e felice:-)]

(La foto di Roberto Denti è di Lucio Angelini)