“THE READER – A VOCE ALTA”. UN LIBRO È SALVAVITA?

Nella versione italiana il romanzo di Bernhard Schlink si intitola "A voce alta – The Reader " (Garzanti editore). Nella versione cinematografica, con geniale inversione dei termini, "The Reader – A voce alta" :- )
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Claudio Carabba lo riassume così nel Magazine del 5 marzo 2009 allegato al Corriere della Sera:
«Prigioniera di un terribile segreto, la grigia tranviera (la Winslet, Oscar giusto e disperato) trova breve sollievo nel corpo guizzante di un adolescente. Ma l’orrido passato (l’olocausto) non è cancellabile. Il tribunale aspetta. Il film non è ambiguo: pone giuste domande sul rapporto fra vincitori e vinti, ma non perdona niente e nessuno.»
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Paolo Mereghetti del Corriere della Sera scompone il film in tre grandi blocchi narrativi:
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«… nel primo, a metà degli anni Cinquanta, il giovane Michael (David Kross) conosce casualmente una donna più anziana di lui (Kate Winslet) che lo inizia al sesso (in modi curiosamente poco espansivi) e che gli chiede ogni volta di leggerle un po’ di un romanzo o di una commedia. Fino al giorno in cui misteriosamente scompare; nel secondo blocco, Michael, giovane studente di legge, riconosce in Hanna Schmitz, processata per il suo passato di kapò nazista con altre colleghe, proprio la donna che aveva amato quindicenne: sa anche di avere la prova che non è lei la responsabile di tutto quello che le viene addebitato (è analfabeta: per questo si faceva leggere i libri) ma non lo dice a nessuno; nell’ ultima parte, Michael adulto (Ralph Fiennes) trova la forza di inviare ad Hanna in prigione – è stata condannata all’ ergastolo – una serie di cassette dove ha inciso i testi dei libri che le aveva letto da ragazzo: grazie a loro lei impara faticosamente a leggere e a scrivere e lui viene spinto a incontrarla qualche giorno prima che una grazia la porti fuori di prigione. E proprio durante questo incontro (che prelude a un finale che lasciamo alla curiosità dello spettatore scoprire), Michael chiede ad Hanna se abbia mai ripensato al passato e alle sue azioni.»

Per Lietta Tornabuoni de "La Stampa" si tratta di un
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«film molto interessante, che ha suscitato le solite polemiche a vanvera delle associazioni ebraiche americane, secondo le quali chiunque abbia avuto a che fare con i nazisti è un mostro. Ma il film imputa questa colpa anche all’ignoranza, all’inconsapevolezza, alla mancanza di informazione su quanto è avvenuto e avviene intorno a sé, senza mostrare alcuna indulgenza verso la protagonista.»

Per Roberto Nepoti di La Repubblica
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«… l’ unica nota assurda del film è un particolare che, pur non minacciandone l’ integrità, sfiora inopportunamente il ridicolo in una storia così commovente. In carcere, con l’ aiuto esterno del suo "lettore", l’ ormai invecchiata donna tedesca impara, alla fine, a leggere e scrivere: e lo fa – miracolo delle coproduzioni – su una copia del cechoviano "La signora col cagnolino" (prestatale dalla biblioteca del carcere) stampata rigorosamente in lingua inglese
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Secondo Maurizio Porro del Corriere della Sera
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«… il racconto ha una prima parte viva ed eccitata, sulla scia del Torless di Musil; poi si banalizza nel finale in aula da "vincitore e vinta", mantenendo però una forte, classica, autentica vitalità narrativa. La morale è che un libro è salvavita: uno slogan, la vendetta postuma del Farenheit 451. Con l’ esercizio intellettuale si mescolano nella storia, come nelle migliori occasioni, il senso di colpa e il gusto di una acerba sensualità che vive negli occhi del bravo David Kross molto più di quanto se ne ricordino poi quelli di Ralph Fiennes che lo aspetta quando sarà grande.»

 

 
Il giudizio più cattivo l’ho letto qui:
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«… Se è vero, come affermava Hitchcock, che gli attori sono bestiame, allora Stephen Daldry [il regista, N.d.r.] è provetto tassidermista, abilissimo a togliere aria e luce ai suoi  personaggi, asfissiandoli letteralmente e trasformandoli in appannate marionette. Quest’educazione sentimentale all’ombra di Auschwitz pecca di frigido accademismo, sia nella descrizione dei turbamenti adolescenziali di Michael e del suo rapporto con Hanna che nella fase post processuale, quando i due protagonisti devono affrontare la difficoltà di confrontarsi con la colpa e con l’orrore dell’Olocausto. L’eros, impaginato dall’estetizzante fotografia di Chris Menges e Roger Deakins, è inerte e calligrafico, nonostante il sesso tra Hannah e Michael sia evidente metafora dell’ineluttabile complicità insita nel rapporto tra due generazioni contigue, quella che ha abbracciato il nazismo e quella del dopoguerra, che avverte con forza l’imperativo morale di processare i padri. Durante gli interludi amorosi, il giovane Michael legge ad Hanna brani da “L’Odissea”, “Huckleberry Finn”, “La signora con il cagnolino” di Cechov e, con suo grande scandalo, “L’amante di Lady Chatterley” ma l’idea, lungi dall’assecondare un libertinaggio cerebrale alla Michel Deville (vedi “La Lettrice”), serve solo a dare risalto all’analfabetismo di Hanna, che simboleggia in maniera alquanto assolutoria la cecità della nazione tedesca. Quella che viene sottolineata è infatti la sua mancanza di strumenti per comprendere l’abiezione di cui si è resa corresponsabile e quindi, in un certo senso, il suo essere a sua volta una vittima. I nastri incisi da Michael adulto (un depresso Ralph Fiennes) e spediti ad Hanna sono, più che un atto d’amore, un invito alla crescita personale e alla rielaborazione del trauma della colpa, ma anche qui Daldry preferisce trasformare una tragedia collettiva in storia individuale, magari sperando nella furtiva lacrima delle signore in sala: sul doloroso raggiungimento della consapevolezza da parte di Hanna durante la sua detenzione, il film  glissa elegantemente e, se nel romanzo originale la donna leggeva Primo Levi, Elie Wiesel e Hannah Arendt, qui ci si limita a Cechov e a “La signora con il cagnolino”, in memoria, come scrive spiritosamente Todd McCarthy, di un “Ultimo Tango a Neustadt”.» 
 
Paolo Mereghetti del Corriere della Sera precisa che
«… sarebbe stato consolatorio far crescere nell’ ex aguzzina un qualche sentimento di pietà e di colpa, ma sarebbe stato anche troppo facile: Hanna resta un’ "analfabeta morale" (anche se ha imparato a leggere), lo "specchio" di un passato che non si può cambiare o edulcorare. È "giusto" (narrativamente parlando) che lei spieghi – non si giustifichi, attenzione – che spieghi come ha ubbidito agli ordini, anche se quegli ordini sono costati la vita a 300 ebree: è giusto perché così ragionava e si comportava la Germania nazista
 
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«la kapò Winslet amava costringere le prigioniere a leggere per lei ad alta voce. Grande dilemma per il ragazzo, che potrebbe alleviarle la condanna semplicemente rivelando il segreto che lei tace per la vergogna: Hanna è analfabeta. Ma lui rimane paralizzato e in silenzio, come l’intera Germania post-bellica è stata per molti decenni
 
Anche Roberto Silvestri de "Il Manifesto" rileva che 
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«per Hanna la vergogna di tutte le vergogne non è di aver collaborato allo sterminio di 6 milioni di tedeschi, anche se spuri, non ariani, non biondi e non genuflessi al Fuhrer, ma di non saper leggere né scrivere … pur di non farsi scoprire analfabeta nella Rfa di Heissenbutel, Hanna dirà che l’ordine scritto di non aprire le porte alle prigioniere intrappolate era scritto di suo pugno …»
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ma aggiunge che secondo lui  la scena chiave del film è
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«lo scontro tra il professore di diritto Rohl (Bruno Ganz) e gli allievi. Il professore afferma che non è l’etica a cementare lo spirito di una nazione, ma il diritto. E che il diritto è frutto della storia. Non si può insomma giudicare i nazisti (come si fece a Norimberga), o recentemente Saddam, come si è fatto di recente, con tribunali formati dai vincitori. I ragazzi si scandalizzano per questo e Michael, pur di non dare ragione al prof., non scagionerà davanti al tribunale l’amante assassina che vuole condannata comunque.»
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INFINE:
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Alla mia amica Manuela B. il film è piaciuto moltissimo. A me abbastanza meno:-/

(Immagine da http://images.salon.com/ent/movies/review/2008/12/10/the_reader/story.jpg )

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Una Risposta to ““THE READER – A VOCE ALTA”. UN LIBRO È SALVAVITA?”

  1. utente anonimo Says:

    Premetto che io ho solo letto il libro senza mai vedere il film e devo affermare che il libro è davvero molto bello e coinvolgente!
    Imprevedibile e "non scontato" mi ha suscitato molte emozioni durante la lettura emozioni che pochi libri sono stati in grado di suscitarmi.
    grazie schlink

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