LO SVENTURATO (BENIAMINO PLACIDO) RISPOSE…

giuggiolone

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Alla mia lettera riportata nel post precedente, Beniamino Placido rispose su La Repubblica con un articolo che mi fece incazzare ancora di più:-)

Si intitolava EVVIVA I ROMANZIERI DILETTANTI.

Eccolo:

«È andata perduta. Però, che peccato. È andata perduta in non so quale operazione di riordino – e dispero ormai di ritrovarla – una preziosa cartellina. Di quelle dove si mettono gli appunti, i ritagli di giornale, le fotocopie che riguardano un certo argomento. C’era dentro quella pagina di Sciascia dove si sostiene che Napoleone era un romanziere mancato. Fosse riuscito a scriverlo, il suo romanzo, non avrebbe fatto guerra all’ universo mondo. C’erano gli atti di quel convegno anni Settanta (o anni Ottanta?) dove qualcuno aveva avanzato l’ ipotesi che gli aderenti alle Brigate Rosse fossero, anche loro, degli aspiranti scrittori sprovvisti di (o incapaci di) successo. C’era, per ultimo, quell’articolo di giornale di qualche giorno fa dove si faceva notare come i leader responsabili dell’ attuale mattanza nella ex Jugoslavia siano un po’ tutti dei letterati dilettanti. Di belle, ma non realizzate speranze. A cominciare, naturalmente, dal "poeta-psichiatra" Radovan Karadzic. Non si fosse perduta, quella carissima cartellina, ci avrei messo dentro adesso un po’ dei Versetti sardonici che il regista cinematografico Dino Risi ha pubblicato presso l’editore Gremese. E che suonano così: "Garibaldi romanziere / Mussolini violinista / Reagan attore / Clinton sassofonista / Hitler pittore / Berlusconi cantante / tutti catalogati / come artisti mancati. / Perché non li hanno incoraggiati?". Ecco il nocciolo del tema. Ecco il cuore del nostro problema. Che cosa fare di tutti questi romanzieri, poeti, violinisti, artisti mancati? O insufficientemente lodati, insufficientemente riconosciuti, non abbastanza premiati? SINORA siamo stati severi con loro. Li abbiamo sempre disapprovati, più o meno delicatamente sgridati. Ma perché non lavorate, invece? Perché sprecate così il vostro tempo, perché vi pascete di queste fantasie velleitarie? Oggi credo che abbiamo sbagliato. Credo che abbia ragione Dino Risi. Accontentiamoli, invece di sgridarli questi artisti narcisisti (e velleitari). Se no, quelli fanno di peggio. C’è di più. C’è stato, quattro anni fa, un libro che pare non c’entri nulla con questo tema, con questo problema. È stato scritto – figuriamoci – da una stimatissima studiosa del mondo classico, dalla classicista francese Florence Dupont. Si intitola – figuratevi – Homère et Dallas. Pubblicato in Francia da Hachette, è stato introdotto in Italia poi dalla Donzelli. Ad un certo punto del suo discorso – provocante, stravagante ma originale – su Omero e sulle odierne telenovelle, Florence Dupont si concede una vasta parentesi. In questa parentesi la studiosa si lancia in una convinta (e devo dirlo: in gran parte convincente) difesa del commercialista che ha scritto un libro di poesie; del negoziante che ha scritto un romanzo; dell’impiegato che tiene nel cassetto poesie racconti saggi in attesa di pubblicazione. SIATE indulgenti con queste persone, dice la Dupont. Proprio perché non ci vuole nessuna competenza (in apparenza) per scrivere un romanzo, tutti ci provano. E lasciamoli provare. Così campano meglio. Con qualche speranza; come se avessero, nel cassetto, il biglietto della lotteria. È un buon indice democratico che chiunque possa aspirare a diventare socialmente importante, un giorno. D’accordo con la Dupont: era una bella caratteristica delle armate napoleoniche che il più semplice soldato potesse illudersi di avere nello zaino un potenziale bastone di maresciallo. Com’è esplicitamente detto in quel romanzo che si intitola Il medico di campagna. Che Balzac scrisse nel 1833 per rappresentare – ci riesce benissimo – la leggenda napoleonica dell’ Ottocento. Convinti dalla Dupont, siamo qui per incoraggiare tutti gli aspiranti alla gloria letteraria. Vogliamo che siano tutti recensiti – e con la dovuta benevolenza, magari dai loro compagni di scuola – nelle pagine letterarie dei grandi quotidiani. Vogliamo che ad ognuno di loro sia assegnato almeno il Premio Strega. Auguriamo ad ognuno di loro quanto meno il Viareggio. Qui interviene il solito maleducato guastafeste per avvertirci che le cose non sono però così semplici. Lo sapeva già Balzac, quando scriveva, nelle prime pagine, nel primo capitolo di quel suo straordinario romanzo: "La maladie de notre temps est la supériorité. Il y a plus de saints que de niches". È proprio vero: ci sono più santi che nicchie. Potremmo pur sempre avviare una grande produzione industriale, di massa, di nicchie per santi. Ma basterà? Basteranno?» – di BENIAMINO PLACIDO
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