Archive for giugno 2010

LA LIPPERINI E LA PEPERINI

29 giugno 2010

Copio-incollo da "Lapeperini’s blog":

http://lapeperini.wordpress.com/2010/06/29/infinocchiare-la-lipperini/

«Ieri la maestra Lipperina aveva di nuovo voglia di aprire il suo magico giardino d’infanzia ai petulanti bambini Wu Ming e d’accordo con loro ha inscenato un finto dibattito su scrittori di successo e scrittori che si concentrano su qualità e sperimentazione [sperimentazione de che???].
.

Subito è intervenuto Wu Ming 4 che ha  pontificato:
.

“A cosa serve contrapporre alla ‘società letteraria’ – prigioniera degli automatismi commerciali e mediatici – una fantomatica ‘letterarietà’?… Il problema è essere considerati, accettati, patentati, lasciati liberi di scrivere o non piuttosto il fare comune, costituire e allargare, con ogni mezzo praticabile, comunità di lettori attivi?.”
.
E più giù, con la solita pratica dell’auto-incensamento:
. 
“I luddisti cinesi come WM affidano tutto a recensioni, blog, radio, MP3, ore di treno su e giù per la penisola… I nostri dati sono confortanti… non quelli di vendita, ma quelli relativi ai download dei nostri libri in rapporto ai dati di vendita (consultabili sul nostro sito). Perché… noi pratichiamo il copyleft e regaliamo gratis i testi dei nostri romanzi. Interessa la ricerca sul campo? La critica pratica all’industria editoriale?”
.
A quel punto è intervenuto un bambino scrofoloso che la maestra Lipperina ama quasi come Borghezio ama i bambini rom:
.
> “allargare, con ogni mezzo praticabile, comunità di lettori attivi”.
.
I mezzi praticabili [per chi ha già una potente macchina editoriale come l’Einaudi alle spalle, N.d.R.] comprendono Twitter ma non Facebook, la radio ma non – chissà perché – la tivù, oltre alla mobilitazione delle solite disponibili squaw in Repubblica e Unità. Davvero incomprensibile la ricerca wuminghiana di una purezza ormai tutta di facciata, dato che gli scaricamenti gratuiti delle loro opere servono essenzialmente, come è stato più volte e proprio da loro stessi dimostrato, a incrementare il tam tam e di conseguenza le VENDITE. Ahimè, nacquero rivoluzionari, sono oggi dei vecchi tromboni sfiatati capaci di infinocchiare al massimo la Lipperini.”
.
Ovviamente la maestra Lipperina ha subito preso il bambino scrofoloso per le orecchie e l’ha buttato fuori dalla classe.»

TUTTO PASSA, COMPRESA LA PAURA…

28 giugno 2010
Locandina italiana Lo squalo
L’11 giugno scorso, data del mio compleanno, mi stavo ripetendo la solita banalità del panta rei (compreso il tempo), quando la conferma mi è arrivata da una notizia fortemente simbolica riportata da un quotidiano: quella del ritrovamento tra i rifiuti, in una discarica alla periferia di Los Angeles, del modello meccanico di squalo utilizzato nel 1975 da Steven Spielberg per il film che terrorizzò milioni di spettatori in tutto il mondo. Come dire che non ci sono più non solo le stagioni, ma nemmeno le paure di una volta 🙂
.
Quello che conta, però, è che le zampette ancora mi reggano, e infatti, da buon alpinista della domenica, mi sono appena regalato una bella traversata dolomitica di 1000 metri di dislivello: dalla frazione di Feder (Canale d’Agordo) a Malga Ciapela (ai piedi della Marmolada), passando per la forcella dei Negher. Con la Giovane Montagna di Venezia, naturalmente:-)
.
.

IL LIDO: UN PONTE FRA VENEZIA E LA GRECIA

26 giugno 2010

Presentazione del nuovo libro di Daniela Simionato-Putz ieri pomeriggio a Villa Laguna, qui al Lido di Venezia:

"IL LIDO: UN PONTE TRA VENEZIA E LA GRECIA", Vianello Editore.

Dall’Introduzione:

"Quando agli inizi del 1900 il territorio lidense venne totalmente trasformato, diventando uno dei luoghi di vacanza della più ricca e mondana società europea, molte delle nuove strade, su cui si affacciano lussuose ville ed alberghi ‘Liberty’ circondati da giardini e frutteti, furono chiamate con i nomi di quei porti e quelle isole dell’Adriatico e dell’Egeo dove, più a lungo ed intensamente, la Repubblica della Serenissima visse la sua straordinaria storia…".

La toponomastica del Lido ricorda molti dei luoghi entrati a far parte dello "spessore del passato". Una delle aree centrali del Lido è costituita, infatti, dalla via e piazzetta Lepanto (in ricordo della battaglia del 1571 che bloccò l’avanzata ottomana), ma abbiamo anche via Corfù, via Famagosta, via Corinto, via Negroponte, via Lemno, via Cipro, via Nicosia, via Morea, via Isola di Chio, via Candia, via Modone e Corone, via Rodi,  via Zante, Riva di Corinto e via discorrendo.

"Dopo il Mille, il territorio a nord, protetto dal Forte di Sant’Andrea, ricoprì un ruolo di fondamentale importanza nella storia della Repubblica. Esso infatti divenne il punto strategico, proteso fra laguna e mare, su cui erano state costruite attrezzature adeguate a garantire la sosta e le operazioni d’imbarco dei Crociati, dei Cavalieri e dei Pellegrini in partenza per la Terra Santa. Nel cosiddetto Serraglio potevano sostare anche 3000 soldati in attesa che venissero armate le Galee ed approntate le Cocche che partivano in convogli detti Le Mude, più frequentemente nel mese di maggio, dopo la Festa della Sensa (Ascensione), durante la quale si celebrava lo Sposalizio del Mare. Il Lido, quindi, divenne un ‘ponte’ fra Venezia e i Paesi al di là dell’Adriatico e giù fino all’Egeo, sulla via di Costantinopoli fino a raggiungere le città lontane di Tana e Trebisonda" (pp. 9-10).

(Daniela Simionato-Putz, già autrice della "Guida del Lido di Venezia e Pellestrina" e di "Curiosi percorsi fra storici alberghi sull’acqua")

Alla presentazione è intervenuta anche l’attrice Ottavia Piccolo, che ha eletto il Lido a proprio luogo di residenza. Abita in zona San Nicoletto e la si incontra spesso alla Coop:- )

Gli abitanti del Lido, purtroppo, sono ancora sotto choc per il traumatico impatto dei nuovi approdi all’isola, fortemente deprecati nei giorni scorsi dal neo responsabile del Polo Museale Vittorio Sgarbi. Proprio ieri è apparsa sul Gazzettino di Venezia questa mia lettera di protesta:

«Per una volta sono d’accordo con Sgarbi. Qualunque architetto dotato di un minimo di senso di rispetto per il paesaggio, progettando i nuovi approdi del Lido, avrebbe valorizzato la cosa più importante: la vista impagabile sulla laguna fino a San Marco. Invece no, è stata scelta la soluzione più idiota: impedire tale vista con gabbioni sovradimensionati e interminabili. Le tettoie dell’ultimo dei più bassi, peraltro, finiscono SOTTO la vela: che genialata! In altri paesi si rimane sbalorditi dalla bellezza di certe architetture moderne. A Venezia tutto ciò che viene aggiunto è puntualmente all’insegna del pacchiano e dell’obbrobrioso.»

(I nuovi approdi del Lido)

Insomma pare che i politici e gli imprenditori veneziani ce la stiano mettendo davvero tutta a peggiorare l’esistente:-(((

GIUSI MARCHETTA NON AMA I TRANS:-)

25 giugno 2010

Concludo la trilogia dedicata ai racconti inviati al contest letterario www.blusubianco.it con il mio sviluppo del 7° incipit ideato dalla sbarbina delle lettere Giusi Marchetta. Respinto pure questo, naturalmente.*-°
.
7° INCIPIT (RINASCERE)
.
«Stamattina si è svegliata presto.
Un misto di ansia e gioia ha mosso tutti i suoi gesti: ha fatto il caffè
e per sbaglio ha versato un po’ di zucchero nel lavandino.
Non le è importato.
Il giornale era ancora sul tavolo e quando si è girata per prenderlo ha alzato gli occhi sulla finestra e ha visto la neve.
Si è avvicinata al vetro: una pioggia gelata, bianca, cadeva nel cortile a fiocchi spessi.
Non è riuscita a smettere di guardare.
Qualcosa ha cominciato a sciogliersi dentro di lei e a scorrerle lungo le braccia, le gambe.
Un po’ alla volta tutto è diventato nuovo, anche lei.
E non è che non abbia sentito il frastuono che viene dall’altra stanza.
Solo, non vuole muoversi, andare di là.
Si sente rinata ed è contenta di averlo fatto.»
Ed ecco il mio svolgimento:
LUIGIA

«Si sentiva rinata ed era contenta di averlo fatto, dopo tutti quegli anni passati a sentirsi prigioniera in un corpo non suo, maledicendo la disforia di genere che l’aveva perseguitata fin dall’infanzia. Adesso benediceva il momento in cui aveva preso la Grande Decisione. La sua vita vera, la vita nuova, era solo agli inizi.
Da piccola, lo ricordava con chiarezza, aveva vissuto con un lacerante senso di colpa i momenti in cui, di nascosto, era riuscita a indossare la gonna o le scarpe della mamma. Alle elementari, poi, aveva scoperto quanto crudeli possano essere i bambini, sempre pronti a ossessionarla con la domanda: “Sei maschio o femmina?” ad ogni più innocente moina. Infine la drammatica certezza del contrasto tra la sua identità somatica e quella psicologica. Per tutti gli anni dell’adolescenza un dolente refrain mentale le aveva fatto compagnia: “Un conto è il sesso genetico, un conto il sesso effettivamente desiderato…”. Ma vai a farglielo capire agli imbecilli in perpetuo assetto di guerra in ogni tipo di ambiente che le era toccato frequentare durante la lunga – ahilei quanto lunga! – stagione esistenziale che adesso chiamava “la fase Luigi”. Al pettegolo occhio dell’ufficiale di stato civile che su ordinanza del Tribunale aveva effettuato la rettifica anagrafica da Luigi a Luigia, l’aggiunta della vocale “a” era potuta sembrare anche un’inezia, ma solo lei sapeva quanto le fosse costato quel passaggio: un’agonia di tribolazioni, torture psicologiche, persino la voglia di farla finita, in certi momenti.
Ai tempi del liceo ce l’aveva messa tutta a cercare di risolvere il proprio disturbo identitario con comportamenti corrispondenti al sesso non scelto. Una volta aveva persino simulato un innamoramento per un’angelica compagna di scuola, ma non aveva mai osato confidare a nessuno quali violente sensazioni di piacere la scuotessero tutta nell’immaginarsi nuda sotto la doccia insieme al professore di latino.
E quanti studi, quanti saggi cartacei ed elettronici si era dovuta infliggere prima di approdare a certe sottili classificazioni. “Se fossi bisessuale”, aveva imparato a concludere, “cercherei di vivere relazioni di intimità con partner sia del mio sesso che dell’altro. Se fossi semplicemente omosessuale, non proverei alcun desiderio di modificare i miei caratteri e attributi sessuali. Se fossi un banale travestito, mi accontenterei del mero piacere di ‘apparire’ una persona dell’altro sesso. Invece no. Proprio transessuale dovevo nascere, ovvero una persona intimamente convinta di appartenere al sesso opposto fino a voler modificare il proprio sesso biologico originale!”
Certi radicati stereotipi equiparavano il transessualismo a un disturbo psichiatrico dovuto a un’educazione sbagliata dei genitori, ma lei l’aveva intuito da sola, e abbastanza presto, come sulle cause psicologiche, ambientali e familiari prevalessero di gran lunga fattori squisitamente biologici. E tuttavia l’ordinamento giuridico italiano vietava l’asportazione degli organi della riproduzione in assenza di patologie organiche che la giustificassero, in quanto lesiva dell’integrità della persona. Occorreva una precisa sentenza del Tribunale perché si potesse procedere alla cosiddetta Ri-attribuzione Chirurgica di Sesso, regolamentata dalla legge n. 164 del 1982, una legge che ormai Luigia era in grado di citare a memoria. Così, dopo la Grande Decisione, aveva presentato domanda di "rettificazione di attribuzione di sesso" al Presidente del Tribunale di residenza.
L’iter chirurgico che aveva cocciutamente percorso era consistito in una serie di interventi sempre più radicali. Un’iniziale terapia ormonale aveva, sì, influenzato il volume delle mammelle ma non provocato un soddisfacente aumento delle stesse, per cui aveva preferito integrarlo con una vera e propria mammoplastica additiva. Un’incisione di 3-4 centimetri nella piega sottomammaria aveva consentito l’introduzione di un involucro contenente gel al silicone. La parte più complessa e dolorosa dell’iter, tuttavia, era stata la successiva vaginoplastica, per la quale si era sorbita ben quindici giorni di degenza. Non si era lasciata sfuggire una sola lacrima nel dire addio ai propri organi genitali originali. Addio assolutamente “senza rancor” a testicoli, epididimo, funicolo, corpi cavernosi, uretra peniena… Si era commossa solo al pensiero del passaggio dalla fase demolitiva a quella ricostruttiva. La pelle del suo pene era stata introflessa “a dito di guanto” per foderare una neo-cavità ricavata tra retto e vescica. Con una porzione del glande si era fatta costruire un clitoride che fosse sufficientemente dotato di sensibilità erotica. E affinché il nuovo organo avesse una forma la più femminile possibile, si era fatta modellare vulva, grandi e piccole labbra e monte di venere. Quindi si era lasciata introdurre un conformatore vaginale elastico a forma di palloncino, che Luigia aveva tenuto in sede con molta attenzione per circa sei mesi. Da ultimo, si era fatta ridurre il pomo d’adamo, eliminare la barba (con il Laser) e – già che aveva fatto trenta -, asportare le ultime due costole per ottenere un giro di vita più sinuoso e fare così anche 31.
Stamattina si è svegliata presto.
Un misto di ansia e gioia ha mosso tutti i suoi gesti: ha fatto il caffè e per sbaglio ha versato un po’ di zucchero nel lavandino. Non le è importato. Il giornale con l’intervista di due giorni prima era ancora sul tavolo e quando si è girata per prenderlo ha alzato gli occhi sulla finestra e ha visto la neve. Si è avvicinata al vetro: una pioggia gelata, bianca, cadeva nel cortile a fiocchi spessi. Non è riuscita a smettere di guardare.
Qualcosa ha cominciato a sciogliersi dentro di lei e a scorrerle lungo le braccia, le gambe.
Un po’ alla volta tutto è diventato nuovo, anche lei. E non è che non abbia sentito il richiamo di Antonio nell’altra stanza. Solo, non vuole ancora muoversi. Prima di andare da lui, vuole assaporare fino in fondo il senso di ritrovata fiducia che la sta pervadendo. “È così bello essere una donna per un uomo!”, grida mentalmente alla neve. Poi si scuote e lo raggiunge emozionata.»
.
[Dettagli tecnici prelevati in rete, N.d.R.]

GIUSI MARCHETTA PROTEGGE AHMADINEJAD:-)

24 giugno 2010

 

Ciao. Torno sulla mia esclusione dalle finali del concorso letterario www.blusubianco.it, la cui gestione è stata incautamente affidata alla sbarbina Giusi Marchetta🙂
.
.
Ecco il 5° incipit da lei ideato per i concorrenti:
.
"QUESTIONE DI EQUILIBRIO"
.
È il suo segreto, questa forma di terapia.
Alle cinque, quando ha finito, non vede l’ora di tornare a casa, di togliersi le scarpe e di mettersi in poltrona.
Di solito ha un giornale e una bibita già pronti sul tavolino perché a Paola piace coccolarlo.
Lui beve, legge, si riposa, poi va a fumare una sigaretta sul balcone e aspetta.
Verso le sei e mezzo spunta il gatto sul terrazzo di fronte.
È un persiano bianco, di quelli di razza.
Si guarda intorno, poi con un salto raggiunge il cornicione più in basso e fa quella cosa.
.
Ed ecco il mio svolgimento:
.
"IL FUNGO"
.
… Lui beve, legge, si riposa, poi va a fumare una sigaretta sul balcone e aspetta. 
Verso le sei e mezzo spunta il gatto sul terrazzo di fronte.
È un persiano bianco, di quelli di razza: un Chinchilla.
Si guarda intorno, poi con un salto raggiunge il cornicione più in basso e fa quella cosa sorprendente: si erge sulle zampe posteriori e inizia un’incredibile performance multiversica: raglia, bela, gracida, starnazza… gloglotta… ronza… Tutto in rapida successione.
“E scusami se è poco”, pare comunicargli per via telepatica al termine dell’esibizione. “Prima o poi mi proverò a cimentarmi anche in qualcuno dei vostri complicati suoni umani”, conclude facendo l’occhietto.
La prima sera Dario ci era rimasto di stucco.
“Sono troppo stanco, devo avere le traveggole. O forse mi sono semplicemente appisolato per un attimo e devo aver sognato”, aveva cercato di rassicurarsi.
“Che stia impazzendo? È così che comincia l’Alzheimer?”, si era domandato terrorizzato la seconda sera.
Ma non aveva osato chiedere a Paola se fosse mai capitato anche a lei di assistere a uno spettacolo altrettanto inquietante. La poverina, che era iscritta a Studi Orientali, aveva già le sue gatte da pelare con il fārsì e dialetti collegati: il tagico dell’Asia centrale e il dari dell’Afghanistan.
Visto che l’esibizione felina si concludeva in maniera del tutto innocua e priva di strascichi di rilievo per il suo equilibrio psichico, con l’andare del tempo Dario aveva cominciato a farci il callo. A che pro continuare a sgomentarsene o azzardare diagnosi traumatizzanti?
Meglio sorridere, approvare col capo e indirizzare a Palla di Neve i complimenti del caso:
“Ma che bravo! Ma che trasformista!”
Quello che variava, ogni volta, era solo il repertorio di versi animaleschi messi in campo dall’imitatore.
“Credi che, volendo, non saprei anche bombire o zillare o ciangottare?”, pareva sfidarlo il gatto. “Ascolta qua… ” e aggiungeva improvvisazioni sempre nuove.
“Però!”, commentava compiaciuto Dario.
Il suo motto era ormai diventato: “Tutto ciò che accade in natura è naturale.”
Di sera in sera, anzi, la sensazione di divertimento e relax suscitatagli dai cimenti linguistici del felino era andata talmente aumentando da trasformarsi in una sorta di seduta terapeutica.
Terminata l’esibizione, il persiano ringraziava con un inchino, si ridistendeva a quattro zampe, risaliva dal cornicione alla terrazza e spariva all’interno dell’appartamento retrostante. Fino alla sera dopo, in genere, non si faceva più vedere.
Dario raggiungeva Paola sul divano e iniziava a sbaciucchiarla facendo le fusa, ovvero emettendo il caratteristico rumore del micio felice.
“Ron ron” pareva commentare con lo stomaco tra un bacetto e l’altro. Solo quando iniziava a strofinarle il naso contro il suo, Paola si bloccava per un attimo e pareva guardarlo di traverso.
“Dai, ma che fai? Siocchino.”
Una sera, dopo aver ringraziato telepaticamente il gatto per l’esibizione, Dario gli chiese a bruciapelo:
“Scusa, ma di Mahmud Ahmadinejad che ne pensi, tu che sei persiano?”
“Il discorso sarebbe troppo lungo”, iniziò a rispondere il poliglotta a quattro zampe in perfetto italiano umano. “Non vorrei annoiarti con riferimenti al periodo cagiaro o dell’autocrazia pahlavide o della rivoluzione khomeinista, tuttavia… ”
In quel momento sopraggiunse Paola. Guadò allibita verso la terrazza di fronte e borbottò:
“Scusa, da quando in qua i gatti persiani si occupano di politica?”
“Ahmadinejad, se proprio volete saperlo – iniziò a rispondere il gatto con aria indignata – insiste sul nucleare perché è convinto che Israele vada sradicato, ma il mio personale parere è che… ”
Non fece in tempo a concludere il ragionamento che si accese di colpo, risplendette e bruciò in una frazione di secondo. Al posto del gatto, sul cornicione sotto la terrazza di fronte, rimase una minuscola, minacciosa nube a forma di funghetto atomico."
.

PATATANIA: UN SOGNO O UNA BRUTTA FIABA?

22 giugno 2010

          PATATANIA: UN SOGNO O UNA BRUTTA FIABA? 
                                                         
"I had a dream… ho fatto un sogno", farfugliò un mattino il signor Bozzi, svegliandosi tutto eccitato.
"Che sogno?", gli domandò sua moglie, tutt’altro che incuriosita.
"Il sogno di Patatania."
"Patatania? E che roba è?"
"Hai presente il fiume Patato?"
"Ho presente."
"Be’, ho sognato che i popoli oppressi delle sue sponde facevano la rivoluzione e si staccavano dall’odiato Resto del Paese. Avevano ben diritto ad arrangiarsi per conto loro!"
"Popoli oppressi? E da chi, scusa? Non parliamo tutti la stessa lingua? Non viviamo tutti dentro gli stessi confini? Non siamo cresciuti guardando tutti gli stessi programmi televisivi… be’, si fa per dire. E poi… "
"E poi?"
"E poi è un pezzo che nessuno rispetta più il proverbio ‘Moglie e buoi dei paesi tuoi’: ci siamo rimescolati in tutti i modi possibili."
"Paese grande, problemi grandi", bofonchiò il signor Bozzi. “Paese piccolo, problemi piccoli."
"Cervello piccolo, pensieri piccoli!", sospirò sua moglie.
Il signor Bozzi le torse un braccio:
"Devi fidarti di me, hai capito? E batterti per la rivoluzione con me: i Patatani coi Patatani, gli Altri con gli Altri."
        
                                              * * *
 
Il mattino dopo fu sua moglie a svegliarsi tutta eccitata.
"I had a dream… ebbene sì, ho fatto anch’io il mio bravo sogno."
"Che sogno?", la interrogò il signor Bozzi, sospettoso.
"Il sogno di Patatania."
"Davvero? E com’era?"
"Ah, era bella… e verde… e vivibile, la mia Patatania."
"Fantastico! Sono riuscito a persuaderti, dunque. Eh sì, con le buone maniere si ottiene sempre tutto. Sei dei nostri, adesso… voglio dire, dei miei!"
"L’avessi vista, Patatania."
"L’ho vista, l’ho vista. Non dimenticare che l’ho sognata prima di te. Era bella, eh? E verde, e vivibile."
"Infatti… ma il sogno, un po’ alla volta, si è ingarbugliato."
"Come sarebbe a dire?"
"Troppa gente, troppe diversità. C’erano tutte quelle famigliacce della Patatania meridionale, per esempio. E allora, sul sogno precedente, si è innestato un nuovo sogno."
"Che sogno?"
"Il sogno della Patatania del Nord, completamente staccata dal Resto del Paese."
"Continua."
"Com’era bella, adesso, la nuova Patatania, la mia Patatania del Nord! Tanto più bella e verde e vivibile della precedente, solo che… "
"Solo che?"
"Solo che il sogno, all’improvviso, si è ingarbugliato di nuovo. Troppa gente. Troppe diversità. C’erano tutti quegli zoticoni del meridione della Patatania del Nord, per esempio. E allora un nuovo sogno si è innestato sul precedente."
"Che sogno?"
"Il sogno della Patatania del Nord-Nord. Sì, il sogno di staccare la parte superiore della Patatania del Nord dal nuovo Sud. Quanto più bella e verde e vivibile della precedente appariva adesso la mia Patatania del Nord-Nord!"
Il signor Bozzi la squadrò minaccioso. Stava per torcerle di nuovo un braccio, quando sua moglie riprese:
"Ma non era finita, sai?"
"Ah no? E perché?"
"Perché ogni volta, sull’ultimo sogno, si innestava un nuovo sogno. Da un lato, è vero, la mia Patatania del Nord-Nord-Nord-Nord-Nord continuava a rimpicciolire, perdendo sempre nuovi MERIDIONI, dall’altro diventava sempre più bella e verde e vivibile, finché… "
"Finché?"
"Finché, verso il mattino, l’ultimo sogno, il più puro di tutti, non mi ha dischiuso
 
                                     PIANEROTTOLANIA.               
 
"Ah, com’era bello e verde il mio pianerottolo! Solo che… "
"Solo che?", gridò il signor Bozzi, paonazzo in volto, e piegandole definitivamente il braccio.
"Solo che… ahi, mi fai male!"
"Solo che?", incalzò il signor Bozzi in tono di sfida, con la faccia stravolta.
"Solo che, poi, sono entrata in casa e c’eri… tu", aveva appena iniziato a dire sua moglie. Ma non ebbe modo di concludere. 
                                                          
                                                         (Lucio Angelini)
(Immagine dalla rete)
 

MASSIMO CACCIARI PRESENTA A VENEZIA “IL TERZO PARADISO” DI MICHELANGELO PISTOLETTO

21 giugno 2010
.
(Massimo Cacciari, Michelangelo Pistoletto e Paolo Coltro alla presentazione di "Il Terzo Paradiso")
.
Avete presente il pittore e scultore Michelangelo Pistoletto, quello che all’ultima Biennale infranse 22 specchi in due performance?
.
.
No?
Be’, rileggete qui:
 
da cui:
 
«Gli specchi hanno segnato la sua ricerca («portare l’arte ai bordi della vita per verificare l’intero sistema in cui entrambe si muovevano, è stato lo scopo e il risultato dei miei quadri specchianti», ha scritto un po’ d’anni fa), perché oggi ha deciso di distruggerli?»
.

«Li distruggo, ma farlo in realtà è un modo per moltiplicarli. Ogni frammento di specchio ha le stesse proprietà di quello grande e crea, a suo modo un piccolo universo: mi sembra in linea con “Fare mondi” che è il tema dato dal curatore Daniel Birnbaum alla Biennale. Anche se l’idea mi era venuta per una richiesta, l’anno scorso, della Triennale giapponese di Yokohama».

«Ma cosa rimarrà di questa performance ai visitatori della kermesse?»
.

«Dietro agli specchi ci sono teli neri su cui molti frammenti rimarranno fissati quasi come stelle in un cielo notturno: questo vedranno gli spettatori che non possono assistere alle perfomance».

Adesso Michelangelo Pistoletto ha scritto un libro intitolato "IL TERZO PARADISO", Marsilio editore.

«Cos’è il Terzo Paradiso? È l’accoppiamento fertile tra il primo e il secondo paradiso. Il primo è il Paradiso Terrestre, che precede il morso della mela. È il paradiso naturale dove tutto è regolato dall’intelligenza della natura. Il secondo è il Paradiso Artificiale, quello sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo lentissimo che ha raggiunto nel corso degli ultimi due secoli una dimensione sempre più vasta ed esclusiva. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altra forma di artificio. Si è formato un vero e proprio mondo artificiale che continua a crescere consumando e deteriorando in modo sempre più drastico il pianeta naturale. Il pericolo di una sempre più imminente tragica collisione fra queste due sfere è ormai annunciato in ogni modo. Ed è per evitare di proseguire verso questo catastrofico avvenimento che si deve concepire il progetto globale che chiamo Terzo Paradiso.» (Da http://www.pistoletto.it/it/crono26.htm )

Sabato scorso alle 18.30 il libro è stato presentato da Massimo Cacciari alla 

Caffetteria L’Ombra del Leone
Ca’ Giustinian, San Marco 1364/a, Venezia
Sede della Biennale di Venezia
.
nel contesto di «Autori all’Ombra del Leone», iniziativa con la quale la Biennale apre lo spazio prestigioso di Ca’ Giustinian agli autori e a tutti coloro che condividono la passione per la lettura.
.

Il Terzo Paradiso è il libro in cui Pistoletto "… propone una riconciliazione tra uomo e mondo, tra individuo e società… A partire dalla cieca ferocia della guerra, l’autore sente l’urgenza di richiamare l’essere umano ai valori fondamentali dell’esistenza, quali la solidarietà e la condivisione, proponendo delle soluzioni e delle alternative a un malessere sociale, ambientale e storico. La metafora ricorrente tra le pagine del libro è quella dello specchio, protagonista di numerosi lavori dell’artista. È infatti dalla frammentazione dello specchio che ha origine la moltiplicazione di mondi infiniti, ognuno riflettente la propria parte di universo, ognuno inserito in un contesto specifico, tutti però accomunati dallo stesso luogo che ci ospita, il mondo. Dal problema dell’ambiente a quello dell’istruzione, dall’analisi della crescita demografica alle difficoltà delle giovani generazioni di trovare una collocazione all’interno della società, Pistoletto attraversa, con trasparenza e coraggio, i nodi sociali, ricordando l’importanza della responsabilità individuale.»  (Dal foglio di presentazione distribuito in sala).
.
E Massimo Cacciari (moderato dal giornalista Paolo Coltro) che ha detto?
Sintetizzo un po’ alla rinfusa: l’ex sindaco di Venezia ha parlato di arte come strumento di formazione politica, di concretezza determinata del fare (techné)(1), di arte capace di produrre oggetti specifici e anche mondi; di arte che dovrebbe educare politicamente all’armonizzazione (ars e armonia hanno la stessa radice, mentre paradiso significa giardino); dell’arte povera di Pistoletto, che fin dagli anni ’60 mirava a rimuovere ogni retorica auratica dall’opera d’arte per protendersi invece verso l’essenzialità.
"Il nostro cervello è qualcosa di finito ma che pensa all’infinito. Il Terzo Paradiso – ha ricordato Cacciari – è tale se nell’infinito si riesce a collocare un hortus conclusus (la terra) da custodire e curare, anziché da devastare."
Cacciari ha poi citato le réseau pensant di Pascal, aggiungendo che quello di Adamo ed Eva fu un ovvio peccato giacché i due, vivendo in un hortus conclusus, non potevano che sognare la trasgressione. Ma se concepiamo il nostro destino su questa terra, non possiamo che averne cura. Il discorso di Pistoletto non è utopistico, ma eutopistico (eutopia = luogo in cui si può stare bene). La libertà serve soprattutto a diventare responsabili: si è veramente liberi se "ci si sa legare a", mentre chi difende ossessivamente il proprio idioma è il vero idiota (etimologicamente: chi si isola). Gli effetti socio-politici dell’arte sono stati e sempre saranno straordinari. Le forme della rappresentazione artistica, che elabora simboli in relazione con idee precise, creano impatto, effettualità. L’uomo si oltrepassa sempre, non è contenibile, ha un cuore inquieto che non si ferma mai, ma dobbiamo dare forma al nostro procedere. E l’arte ne dà testimonianza. Lo sviluppo tout court è esiziale per la sopravvivenza della terra e della nostra specie.
Pistoletto, da par suo, ha chiarito che se non si salva la terra, non si salva nemmeno la scienza che va sempre avanti: non c’è scienza senza l’uomo, e il suo simbolo del terzo paradiso è destinato a tutti, a cominciare dagli insegnanti e dalle scuole. La parola va usata come conduttrice di visioni, e il simbolo può diventare parola, creare visioni. Concentrare la ricchezza per escludere dalla ricchezza non ha alcun senso. Un padre che accumuli scorte di cibo per non condividerle con i propri figli sarebbe un padre insensato. Così la parte di umanità che accaparra per sé le risorse destinate a tutti è esecrabile. Bisogna educare alla domesticità, non alla predazione.
.
Con il “Nuovo Segno d’Infinito” si disegnano tre cerchi: quello centrale rappresenta il grembo generativo del Terzo Paradiso.
(Michelangelo Pistoletto)

JOHN KEATS MANIA

19 giugno 2010
.
.
Qui il trailer del film "Bright star", sul tragico amore di Fanny Brawne e John Keats, morto venticinquenne a Roma nel 1821:
.
http://www.youtube.com/watch?v=JQHiTNUi-L0
.
.
Questo il sonetto cui rimanda il titolo del film:
.
«Bright star, would I were stedfast as thou art—
Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
Like nature’s patient, sleepless Eremite,
The moving waters at their priestlike task
Of pure ablution round earth’s human shores,
Or gazing on the new soft-fallen mask
Of snow upon the mountains and the moors
No—yet still stedfast, still unchangeable,
Pillow’d upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tender-taken breath,
And so live ever—or else swoon to death.»
 

(Ben Whishaw, l’attore scelto da Jane Campion per interpretare John Keats)

«Fossi fermo come te, stella lucente
non sospeso nella notte in solitario
splendore, a spalancate palpebre in eterno
vegliando, insonne eremita paziente,
sul moto delle acque nel sacro ufficio
lustrale ai lidi umani della terra,
o fissando la maschera di neve
appena calata su monti e brughiere –
ma fermo invece immutabile sul seno
del mio amore che in bellezza matura,
sentire come quieto cala e s’innalza,
sveglio per sempre in una dolce smania,
e sempre udendo il suo più tenero respiro,
vivere in eterno o in deliquio morire.»

(Traduzione di Gianfranco Palmery)

(La copertina del nuovo libro di Elido Fazi su John Keats)

Qui le musiche del film:

http://www.brightstarthemovie.co.uk/

P.S. A me e a Quentin Tarantino🙂 il film non è dispiaciuto, ma dubito fortemente che l’amorosa vicenda tra John Keats e Fanny Brawne si dipanò davvero come nell’estetizzante biopic della Campion…

L’ULTIMO LIBRO DI RICCARDO FERRAZZI

17 giugno 2010

Mamma mia che fatica! Ho dovuto leggerlo due volte, ’sto pseudo giallo di Riccardo Ferrazzi, prima di capirci qualcosa (ma il plot, in Ferrazzi, è sempre un mero bastone a cui appendere la tenda in organza della sua prosa a festoni, per dirla con un’immagine un po’ alla cazzo*-° ).
Lo ripercorro con voi, utilizzando dove possibile le parole del testo.
 
«Il milanese Vittorio Fabbri torna a Salamanca dopo vent’anni. Non si illude di ritrovare vecchie conoscenze e, se per caso ne incontrasse, non sa come lo accoglierebbero (p.15). Vent’anni prima, nella primavera del ’76, Salamanca era una città abbastanza grande da contenere decine di storie scollegate (p.80) e il futuro un oceano pieno di isole inesplorate, in cui Vittorio Fabbri si addentrava "come un pirata in cerca di battaglie e saccheggi" (p.57). Era stato Miguel Angel a fargli conoscere Salamanca e il suo fascino barocco, a insegnargli che la corrida è un cerimoniale il cui significato affonda nelle catacombe della mente (p.21).
 
Evocando i ricordi di vent’anni prima, Vittorio-io narrante evidenzia un classico trio: due amici (lui e il tenebrosissimo Miguel Angel, wannabe matador) e la donna che li mette in competizione, la sfuggente Mayte. Per Vittorio incontrare il suo sguardo era “come andare incontro alla meseta con il vento dell’ovest sulla faccia”.
Fulcro del libro:
 
“La sera in cui Mayte comparve al nostro tavolo Miguel Angel e io improvvisammo una discussione insensata. Ho dimenticato l’argomento ma ricordo che ai tavoli vicini la gente sospendeva le chiacchiere per ascoltare noi, e sogghignava. Diventò un’abitudine: quando arrivava Mayte, Miguel Angel e io restavamo soli in scena. Ci scambiavamo pugni sopra e sotto la cintura, ma come pugili in allenamento. Eravamo in competizione per una donna che non ci dava confidenza e sembrava ridere di entrambi. Appena Mayte ci lasciava, però, tornavamo amici.” (pp. 20-21).
 
Miguel Angel aveva un gusto particolare per le agudezas [“concetti non banali espressi in forma barocca e paradossale, tipici della poesia di Gongora”, come spiega il Glossario in fondo al libro], trascinava da anni la tesi di laurea in filosofia e gli assomigliava più di quanto Vittorio fosse disposto ad ammettere (p. 23). Miguel aveva guardato il Sessantotto come certi antichi monaci orientali: dall’alto di una colonna (p. 25). Mayte, invece, era assistente di filologia romanza. Quando Vittorio le aveva offerto un mazzo di venticinque rose rosse, lei lo aveva accettato senza l’ombra di un sorriso (p.30). Finalmente, a pag. 44, il primo cadavere: quello di un giovane predicatore dal largo seguito, Don Augustin. È a faccia in giù, ha una banderilla conficcata nella schiena e una testa di toro appoggiata al collo. In pratica è un cadavere mascherato da toro, ma lo sbirro Lopez Gil finge ugualmente di sospettare che sia morto d’infarto, finché non si risolve a far indiziare e arrestare il gitano Rafael Romero. Delle prediche di Don Augustin restano intatte alcune registrazioni, che Don German, il padre di Miguel, conserva con diligenza. Quando Vittorio ne ascolta una incisa su nastro, non tarda a riconoscervi qualcosa di già letto da qualche parte. Quel brutto plagiario di Don Augustin aveva probabilmente spacciato per farina del proprio sacco il sermone di un mistico medievale (p.84).
Il gitano Rafael Romero viene rilasciato, ma qualcuno gli ficca un coltello fra due vertebre cervicali e il suo cadavere galleggia nel Tormes (p. 108). Miguel, frattanto, si è stancato di aspettare che qualcuno gli faccia da padrino nella cerimonia per diventare matador, così, per accelerare le pratiche, si mette in contatto con un matador che non ha mai sfondato e lo convince con quattro soldi ad assecondarlo. Vittorio scopre che Don Augustin altri non era che il fratellastro di Miguel, figlio illegittimo di quel dongiovanni di suo padre, così sospetta che Miguel lo abbia ucciso per paura che potesse reclamare la sua parte di eredità. Nella rovente scena finale, Miguel scende in arena e affronta un toro che lo incorna a una coscia lì per lì. L’arteria femorale è squarciata. In trenta secondi il suo cuore cessa di battere. Vittorio si domanda se abbia cercato la morte per sottrarsi al rimorso o per accusarlo di averlo creduto colpevole senza prove. (Invece era stato lo sbirro Lopez Gil ad architettare il depistaggio).
Morto Miguel Angel, Salamanca pare tirare il fiato: il caso è chiuso. (p. 149). Ma c’è un secondo epilogo: una lettera postuma di Miguel per Vittorio, in cui il defunto amico nega di essere l’assassino di Don Augustin. Chi l’aveva ucciso o fatto uccidere, dunque? Il più grosso possidente della zona, Diaz Herrero, a cui il padre di Miguel aveva ingravidato la moglie? Gli intrighi di Colon, imprenditore sgradito a Diaz Herrero? L’odio di due donne prese e lasciate? La risposta, come si può intuire, è nelle ultime pagine del libro, le stesse in cui Vittorio decide che nella vita bisogna saper voltare pagina e fuggire dall’Occidente.»
 
Cosaaaaa? Non ci avete capito niente nemmeno voi? Pazienza. Consolatevi gustando, almeno, queste perle tratte dal libro di Riccardo:
 
1) “Uscii dall’albergo con la valigia in mano. La Seicento di Mayte era parcheggiata dietro l’angolo, accanto alla mia auto. La luce era appena sufficiente per riconoscerla: l’unico fanale acceso, a cinquanta metri di distanza, sembrava una luna velata dagli aloni. Mayte abbassò il finestrino dal lato del passeggero e mi chiamò. Le dissi che non c’era niente da discutere: avevamo già taciuto di tutto”. (P. 92)
 
2) “L’umanità, masse anonime sorprese a vivere come animali nelle tane, amando non corrisposti o copulando senza amore, è sospinta in una trappola in fondo alla quale c’è (o non c’è?) soltanto il Nulla”. (P. 153)
 
3) “I misteri sono come le cipolle. Chi toglie tutte le bucce resta a mani vuote e con le lacrime agli occhi.” (P. 161)
 
4) “Tutta la vita è un investimento dal quale non intascheremo mai i profitti.” (P. 114)
 
5) “Ma la Spagna è piena di gente che si chiama Manuel” (P. 97)
 
6) “L’ansia nasce dal timore del caos, dalla percezione dell’ignoto. I tori reagiscono caricando, gli uomini si rifugiano nella ripetitività dei cerimoniali. I riti danno sicurezza.” (P. 133)
 
7) “Mi ci è voluta una vita per trovare il coraggio di andare oltre Salamanca. Ho attraversato pianure rosse di argilla e montagne nere di carbone. Ho risalito valli tortuose e boschi di alberi nani dai rami intricati, dalle foglie brevi e spesse. Ho visto il cielo incupire e ho respirato un vento che sa di lontananza e di ignoto. Ho corso insieme al sole per arrivare prima del tramonto a una penisola battuta dalle onde: Finisterre.” (P. 163)
.
P.S. Una curiosità: il libro è stampato su carta paglia (quella gialla in cui si incartava il pane) per i tipi di Eumeswil. È prefato da Raul Montanari. Ho trovato un solo errore di stampa: a pag. 59.

LA SBARBINA GIUSI MARCHETTA

16 giugno 2010

(Giusi Marchetta)

Ebbene sì, lo confesso. Ho partecipato per gioco al contest letterario di http://www.blusubianco.it/ (ideazione di otto racconti a partire dagli otto incipit – uno più cretino dell’altro – proposti dalla sbarbina Giusi Marchetta). Be’, quella gran cazzona non me ne ha ammesso nemmeno uno alla finalissima. Ma quanto è scema? :- )

Ecco il primo incipit:

"La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul ripiano più alto dell’armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza. Va a sedersi davanti allo specchio. È bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino."

Ed ecco il mio svolgimento:

IN CAMICIA

«… Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino. “Squilla, deficiente!”, gli ingiunge mentalmente. Il telefono obbedisce come per magia. Dal call center di Coin una voce petulante le ricorda la promozione in corso delle camicie in lino lavato Luca D’Altieri Life. “I can’t get no satisfaction!”, risponde irritata. E riattacca. Quello che prova adesso è un senso di languore allo stomaco. Si sposta in cucina, apre lo stipetto delle pentole ed estrae una casseruola di 20 centimetri di diametro. La pone sotto il rubinetto e vi lascia cadere almeno quattro dita d’acqua. Per renderla acida, aggiunge uno schizzo d’aceto bianco, infine la sistema sul fornello. Non appena accennerà a bollire, abbasserà la fiamma: l’acqua non deve bollire tumultuosamente, anzi non dovrebbe bollire proprio, ma sobbollire dolcemente… come la sua rabbia, in fondo. Che indelicato, il suo partner della sera prima. “Come diavolo ti sei truccata?” era stato il suo primo commento nel vederla. “Sembri pronta per l’Aida!”. Lei l’aveva guardato perplessa, poi aveva deciso di incassare in silenzio lo sfottò. In attesa che l’acqua si scaldi, torna in camera. La camicia bianca non è più sul letto. Straluna gli occhi, poi ricorda: “Ma certo, è nell’armadio! Che sbadata! L’ho appena appesa alla stampella!”. La estrae di nuovo e la indossa, poi torna a sedersi davanti allo specchio. Sì, sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. E forse il tizio un po’ di ragione ce l’aveva. Ma chissà se quel cretino, rozzo com’era, sapeva che Ismail Pasha, kedivè d’Egitto, aveva commissionato l’Aida a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez. “Il pupo e la secchiona”, scherza mentalmente. Si preme la camicia sul naso, sulla bocca, sotto le ascelle. Il languorino allo stomaco si è fatto insistente. Sfila il libro delle ricette dal cassetto della biancheria pulita. Controlla l’indice, apre la pagina cercata e legge: “Prima di prendere in considerazione la preparazione delle uova in camicia, è opportuno spendere due parole sui fenomeni chimico-fisici alla base di questa preparazione. Le uova sono composte soprattutto da proteine, che coagulano, cioè si aggregano formando un composto solido, sotto l’azione del calore o dell’acidità… ”
“Chissenefrega!” impreca mentalmente, e sposta gli occhi più in basso, verso il paragrafo della preparazione vera e propria. “Il tuorlo non si deve rompere, se questo avviene, bisogna scartare l’uovo. Se immergiamo un uovo col tuorlo rotto, questo si disperderà nell’acqua…”. Sì, il ragazzo era rozzo e un po’ burlone, ma a letto ci aveva saputo davvero fare. Torna in cucina, apre il frigo, estrae un uovo e si sforza di romperlo delicatamente. Il tuorlo si spacca e le schizza sulla camicia bianca. “Vaffanculo!”, reagisce. “Sì, andate tutti e due affanculo. Tu, uovo della malora, e anche tu, che non mi hai ancora telefonato!”.»

P.S. Ovviamente ho scherzato. Rispetto le scelte di Giusi Marchetta, delegata alla selezione dei racconti più meritevoli niente popò di meno che da Alessandro Baricco.

(Foto da http://www.blusubianco.it/images/scuola-holden-giusi-marchetta.jpg )