L’ULTIMO LIBRO DI RICCARDO FERRAZZI

Mamma mia che fatica! Ho dovuto leggerlo due volte, ’sto pseudo giallo di Riccardo Ferrazzi, prima di capirci qualcosa (ma il plot, in Ferrazzi, è sempre un mero bastone a cui appendere la tenda in organza della sua prosa a festoni, per dirla con un’immagine un po’ alla cazzo*-° ).
Lo ripercorro con voi, utilizzando dove possibile le parole del testo.
 
«Il milanese Vittorio Fabbri torna a Salamanca dopo vent’anni. Non si illude di ritrovare vecchie conoscenze e, se per caso ne incontrasse, non sa come lo accoglierebbero (p.15). Vent’anni prima, nella primavera del ’76, Salamanca era una città abbastanza grande da contenere decine di storie scollegate (p.80) e il futuro un oceano pieno di isole inesplorate, in cui Vittorio Fabbri si addentrava "come un pirata in cerca di battaglie e saccheggi" (p.57). Era stato Miguel Angel a fargli conoscere Salamanca e il suo fascino barocco, a insegnargli che la corrida è un cerimoniale il cui significato affonda nelle catacombe della mente (p.21).
 
Evocando i ricordi di vent’anni prima, Vittorio-io narrante evidenzia un classico trio: due amici (lui e il tenebrosissimo Miguel Angel, wannabe matador) e la donna che li mette in competizione, la sfuggente Mayte. Per Vittorio incontrare il suo sguardo era “come andare incontro alla meseta con il vento dell’ovest sulla faccia”.
Fulcro del libro:
 
“La sera in cui Mayte comparve al nostro tavolo Miguel Angel e io improvvisammo una discussione insensata. Ho dimenticato l’argomento ma ricordo che ai tavoli vicini la gente sospendeva le chiacchiere per ascoltare noi, e sogghignava. Diventò un’abitudine: quando arrivava Mayte, Miguel Angel e io restavamo soli in scena. Ci scambiavamo pugni sopra e sotto la cintura, ma come pugili in allenamento. Eravamo in competizione per una donna che non ci dava confidenza e sembrava ridere di entrambi. Appena Mayte ci lasciava, però, tornavamo amici.” (pp. 20-21).
 
Miguel Angel aveva un gusto particolare per le agudezas [“concetti non banali espressi in forma barocca e paradossale, tipici della poesia di Gongora”, come spiega il Glossario in fondo al libro], trascinava da anni la tesi di laurea in filosofia e gli assomigliava più di quanto Vittorio fosse disposto ad ammettere (p. 23). Miguel aveva guardato il Sessantotto come certi antichi monaci orientali: dall’alto di una colonna (p. 25). Mayte, invece, era assistente di filologia romanza. Quando Vittorio le aveva offerto un mazzo di venticinque rose rosse, lei lo aveva accettato senza l’ombra di un sorriso (p.30). Finalmente, a pag. 44, il primo cadavere: quello di un giovane predicatore dal largo seguito, Don Augustin. È a faccia in giù, ha una banderilla conficcata nella schiena e una testa di toro appoggiata al collo. In pratica è un cadavere mascherato da toro, ma lo sbirro Lopez Gil finge ugualmente di sospettare che sia morto d’infarto, finché non si risolve a far indiziare e arrestare il gitano Rafael Romero. Delle prediche di Don Augustin restano intatte alcune registrazioni, che Don German, il padre di Miguel, conserva con diligenza. Quando Vittorio ne ascolta una incisa su nastro, non tarda a riconoscervi qualcosa di già letto da qualche parte. Quel brutto plagiario di Don Augustin aveva probabilmente spacciato per farina del proprio sacco il sermone di un mistico medievale (p.84).
Il gitano Rafael Romero viene rilasciato, ma qualcuno gli ficca un coltello fra due vertebre cervicali e il suo cadavere galleggia nel Tormes (p. 108). Miguel, frattanto, si è stancato di aspettare che qualcuno gli faccia da padrino nella cerimonia per diventare matador, così, per accelerare le pratiche, si mette in contatto con un matador che non ha mai sfondato e lo convince con quattro soldi ad assecondarlo. Vittorio scopre che Don Augustin altri non era che il fratellastro di Miguel, figlio illegittimo di quel dongiovanni di suo padre, così sospetta che Miguel lo abbia ucciso per paura che potesse reclamare la sua parte di eredità. Nella rovente scena finale, Miguel scende in arena e affronta un toro che lo incorna a una coscia lì per lì. L’arteria femorale è squarciata. In trenta secondi il suo cuore cessa di battere. Vittorio si domanda se abbia cercato la morte per sottrarsi al rimorso o per accusarlo di averlo creduto colpevole senza prove. (Invece era stato lo sbirro Lopez Gil ad architettare il depistaggio).
Morto Miguel Angel, Salamanca pare tirare il fiato: il caso è chiuso. (p. 149). Ma c’è un secondo epilogo: una lettera postuma di Miguel per Vittorio, in cui il defunto amico nega di essere l’assassino di Don Augustin. Chi l’aveva ucciso o fatto uccidere, dunque? Il più grosso possidente della zona, Diaz Herrero, a cui il padre di Miguel aveva ingravidato la moglie? Gli intrighi di Colon, imprenditore sgradito a Diaz Herrero? L’odio di due donne prese e lasciate? La risposta, come si può intuire, è nelle ultime pagine del libro, le stesse in cui Vittorio decide che nella vita bisogna saper voltare pagina e fuggire dall’Occidente.»
 
Cosaaaaa? Non ci avete capito niente nemmeno voi? Pazienza. Consolatevi gustando, almeno, queste perle tratte dal libro di Riccardo:
 
1) “Uscii dall’albergo con la valigia in mano. La Seicento di Mayte era parcheggiata dietro l’angolo, accanto alla mia auto. La luce era appena sufficiente per riconoscerla: l’unico fanale acceso, a cinquanta metri di distanza, sembrava una luna velata dagli aloni. Mayte abbassò il finestrino dal lato del passeggero e mi chiamò. Le dissi che non c’era niente da discutere: avevamo già taciuto di tutto”. (P. 92)
 
2) “L’umanità, masse anonime sorprese a vivere come animali nelle tane, amando non corrisposti o copulando senza amore, è sospinta in una trappola in fondo alla quale c’è (o non c’è?) soltanto il Nulla”. (P. 153)
 
3) “I misteri sono come le cipolle. Chi toglie tutte le bucce resta a mani vuote e con le lacrime agli occhi.” (P. 161)
 
4) “Tutta la vita è un investimento dal quale non intascheremo mai i profitti.” (P. 114)
 
5) “Ma la Spagna è piena di gente che si chiama Manuel” (P. 97)
 
6) “L’ansia nasce dal timore del caos, dalla percezione dell’ignoto. I tori reagiscono caricando, gli uomini si rifugiano nella ripetitività dei cerimoniali. I riti danno sicurezza.” (P. 133)
 
7) “Mi ci è voluta una vita per trovare il coraggio di andare oltre Salamanca. Ho attraversato pianure rosse di argilla e montagne nere di carbone. Ho risalito valli tortuose e boschi di alberi nani dai rami intricati, dalle foglie brevi e spesse. Ho visto il cielo incupire e ho respirato un vento che sa di lontananza e di ignoto. Ho corso insieme al sole per arrivare prima del tramonto a una penisola battuta dalle onde: Finisterre.” (P. 163)
.
P.S. Una curiosità: il libro è stampato su carta paglia (quella gialla in cui si incartava il pane) per i tipi di Eumeswil. È prefato da Raul Montanari. Ho trovato un solo errore di stampa: a pag. 59.
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3 Risposte to “L’ULTIMO LIBRO DI RICCARDO FERRAZZI”

  1. utente anonimo Says:

    “I misteri sono come le cipolle. Chi toglie tutte le bucce resta a mani vuote e con le lacrime agli occhi.” (P. 161)però vuoi mettere come sono buone con tonno e limone?(si vede che sono a dieta eh?)auguri a Riccardo FerrazziCarlo Capone

  2. utente anonimo Says:

    refuso! Sono probabilmente le agudezas, finezze di spirito. Scambio di z e d.Jan

  3. Lioa Says:

    Ma certo! Le acutezze. Grazie per la segnalazione. Ho corretto.

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