STORIA DI GIUSEPPE, RAGAZZO DI CALABRIA

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(Venezia. Matteo Luzza, testimone di Libera per la Calabria, nel corso della recente manifestazione  ‘Ad Alta Voce’  legge la storia qui sotto riportata)
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«Io vengo dalla Calabria… Vi porto la mia testimonianza privata, di una famiglia che ha conosciuto la barbarie mafiosa, con la perdita di un proprio familiare. La storia di un ragazzo di 22 anni, Giuseppe, mio fratello, vittima innocente della criminalità. Un ragazzo normalissimo, impegnato nel lavoro, impegnato nel sociale. Un ragazzo che si affacciava alla vita e che incontra sulla sua strada i carnefici. Si innamora di una ragazza. La cosa più normale al mondo. La cosa più bella, forse, per un ragazzo poco più che ventenne. Ma per Giuseppe invece è diventata la cosa più brutta. Il cognato di questa ragazza, fratello della moglie di lei, un boss di una cosca del vibonese, non accettando il fidanzamento organizza l’omicidio di Giuseppe. Decide che Giuseppe deve morire perché doveva decidere lui chi doveva andare in fidanzato alla cognata. Forse aveva pensato per la cognata ad un fidanzamento organizzato con qualcuno, per instaurare altri rapporti con esponenti delle cosche vicine. Perché la ‘ndrangheta organizza pure queste cose. Matrimoni organizzati per aprire nuovi legami di sangue. Non a caso la ‘ndrangheta è la mafia che ha visto ed ha conosciuto meno il fenomeno del pentitismo e dei collaboratori. Proprio perché sono legati tutti da vincoli strettissimi di parentela. E mio fratello Giuseppe doveva morire, perché questo boss doveva dimostrare a tutti che è lui che comanda su tutto.
Sulla famiglia e sul territorio. Giuseppe viene assassinato in modo barbaro e crudele il 15 gennaio del 1994. Viene preso, portato in un posto isolato in aperta campagna. Seviziato, massacrato, vilipeso, oltraggiato nella sua innocenza. Viene scavata una buca, il corpo di Giuseppe buttato dentro. Gli mettono sopra dei tappeti in gomma presi dalla sua auto. Lo cospargono di benzina e gli danno fuoco. La fine tragica di un ragazzo per bene. Il dramma di una famiglia. Giuseppe viene ucciso il 15 gennaio del 1994. Il suo cadavere, i suoi poveri resti, vengono ritrovati due mesi dopo, il 21 marzo appunto, primo giorno di primavera, in quel posto dove lo avevano occultato. Viene ritrovato perché alcuni di loro si pentono e si consegnano alle forze dell’ordine. Sette persone. Il mandante, questo boss della cosca del vibonese ed altri sei di una cosca vicina, cui il boss aveva chiesto “il favore” di compiere quest’omicidio. Perché, fra di loro, pare che le cosche di scambino di questi favori. Omicidi per omicidi. Favori per favori. Così questa gente ha la concezione della loro supremazia. Con metodi ed atteggiamenti mafiosi, nel loro modo di pensare si guadagnano il rispetto. Dopo quel lutto il mondo ti crolla addosso. Non ci sono più motivi per vivere, ti dici, dopo quella situazione. Mamma per mesi e mesi non si alza dal letto. Non mangia. Non vive più. E però il segno, il messaggio di Giuseppe si manifesta. L’incontro con Libera. L’abbraccio e la chiamata di Don Luigi Ciotti. L’inizio del percorso comune e della condivisione del dolore con altri familiari, nel nome e nel segno della memoria. MEMORIA È IMPEGNO. Ed il miglior modo per onorare la memoria di Giuseppe è, appunto, metterci a disposizione. Essere noi stessi testimoni. E lo facciamo andando nelle scuole nelle università. Parliamo a chiunque voglia ascoltare la voce di chi ha conosciuto e vissuto quel dolore. Un sentito grazie agli organizzatori di questa manifestazione
per avermi invitato e chiamato ad essere testimone, in questo luogo suggestivo, di un momento di Memoria, cui l’intero programma di “Ad Alta Voce” si richiama nel decennale.»
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(Foto di Lucio Angelini) 
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