Archive for novembre 2010

CHI HA PAURA DELLA FABULA?

30 novembre 2010

« La fabula – ci ricorda Wikipedia –  è l'insieme degli elementi di una storia visti nel loro ordine logico e cronologico… Si contrappone all'intreccio che è l'insieme degli elementi della storia nella successione in cui l'autore li dispone. Quando fabula e intreccio non coincidono emergono, allora, le analessi e le prolessi. Le analessi, che nel film sono chiamati flashback, sono racconti di fatti accaduti in precedenza (ricordi, esperienze passate, memorie, ecc..). Le prolessi sono invece le anticipazioni di eventi successivi.»

Un patito assoluto dell'intreccio è Piersandro Pallavicini, che non seguirebbe la successione logica e cronologica degli avvenimenti nemmeno sotto tortura. Non lo fa, di conseguenza, in "African Inferno", dove si parte dall'11 marzo 2004 (cap. UNO), ci si sposta a domenica 15 giugno 2003 (cap. DUE), si ritorna a lunedì 15 marzo 2004 (cap. TRE) e così via fino alla fine. Analessi e prolessi a gogò, dunque, tanto da ingenerare nel lettore uno strisciante, ma sempre più insistito desiderio di fabula… 🙂

Scrivevo a proposito di "Atomico Dandy" nel lontano 2005:

« Ho ritrovato  ingredienti e situazioni già utilizzate nel romanzo precedente ('Nostra Madre che Sarai nei Cieli'): il doppio voltaggio sessuale del protagonista, le triangolazioni amorose marito-moglie-negrone di turno, il mito per tutto ciò che è grosso e turgido (con particolare riferimento a capezzoli e cazzi. Per Pallavicini, evidentemente, "SIZE DOES MATTER!": qui un negrone ce l'ha di 24 centimetri), la vita perennemente scandita da sottofondi musicali ***come nei film***… eccetera ».

Be', quanto a negroni (soprattutto camerunesi), ce ne sono a iosa anche in African Inferno. Con due di essi il protagonista Sandro Farina finisce addirittura per coabitare. Farina ama sua moglie e sua figlia, ma soprattutto ama segretamente (si intuisce) il "fascinoso amico congolese" Joyce, regista, videoartista, scopatore infallibile Congo-garantito:

"Tu allora guardi verso la porta del bagno e basta, implorando che si apra e che il tuo amico congolese ritorni a illuminare di diamanti e di stelle questo locale che stasera è tutto sbagliato" (p. 15, mio il grassetto). 

Il suo membro è talmente ipertrofico da essere nicknamato "l'anaconda" e diventare protagonista di un corto in cui passa dallo stato di riposo a quello di erezione ("The rise and fall of the Black Emperor": cazzo imperatore, ci si chiede, o imperatore del cazzo?) . 

Molto peso, come già in "Atomico Dandy", hanno le notizie apprese da radio-tivù-giornali. In AD le vicende private altalenavano oziosamente con quelle storico-politche degli scontri Libia-Usa. Stavolta è il turno dell'Iraq, del Fabrizio Quattrocchi di 'così muore un italiano', di Al Qaeda e altri eventi del biennio 2003-2004. Ma in African Inferno i topic dell'attualità non sono un mero contrappunto, bensì influenzano precisi comportamenti di alcuni personaggi.  Torna puntuale, inoltre, la tipica attenzione dell'autore per cibi e capi d'abbigliamento griffati ("Indosso il mio  vecchio Barbour…").

Importante, infine, di nuovo!, il colore blu.

Queste mie annotazioni, tuttavia, non vogliono anticipare alcun giudizio letterario di condanna, perché "African Inferno" mi è sostanzialmente piaciuto. L'amalgama dei pur tipici ingredienti pallavicineschi mi è parso riuscito meglio delle volte precedenti, l'analisi del razzismo nostrano da un lato e dei pregiudizi che gli immigrati africani, dall'altro, nutrono nei nostri confronti è convincente, la lingua sicura, inventiva e con un forte sapore di verità (vedi l'esempio del brano postato ieri). In definitiva ho avuto l'impressione che questo romanzo segni il definitivo ingresso di Piersandro Pallavicini nella rosa dei narratori italiani più interessanti del nostro tempo. 

Confesso di aver raggiunto il momento di massimo orgasmo letterario al capitolo VENTITRÉ… Dovete sapere che "Epitaph" dei King Crimson è – da sempre – uno dei miei pezzi preferiti, e l'epigrafe del capitolo ventitreesimo recita appunto:

Confusion/Will be my epitaph

🙂

QUEL DEFICIENTE DEL CANE DEGLI OMODEO

29 novembre 2010

(Piersandro Pallavicini)
 

«Mi sento uno stupido e forse lo sono, ma ho il cuore in gola. Così che adesso, quando scendo dalla Mini davanti a casa e mi arriva alle spalle lo scoppio di latrati di quel deficiente del cane degli Omodeo, io salto all’indietro con una specie di urlo disarticolato. Si lancia verso di me contro la rete metallica, il lupo coglione.
“Crepa!” gli ringhio io.
E lui giustamente abbaia di più, abbaia come un ossesso, e si lancia di nuovo contro la rete come se volesse sfondarla col muso pur di azzannarmi alla gola, e mi accompagna a quel modo lungo i dieci passi sul sentiero in ghiaietto che mi conducono alla porta di casa.
Càgat adòs!” gli strillo: nella surreale speranza che, usando il dialetto dei suoi insopportabili padroni, lo stupido pastore tedesco riesca a cogliere il significato. L’odioso cane Fonzie. Pronuncia Fonzi. Ribattezzato all’istante Stronzi.
Càgat adòs, marcione!” gli urlo ancora, provocandolo, con un’altra folle speranza: che il cane Stronzi, a forza di musate contro la rete, possa procurarsi almeno una commozione cerebrale…»

(Piersandro Pallavicini, African Inferno, Feltrinelli 2010, pp. 30-31)

PIERSANDRO PALLAVICINI: PROMOSSO

26 novembre 2010

Dopo aver strapazzato un po' i precedenti "Madre nostra che sarai nei cieli" e "Atomico Dandy" (vedi archivio di questo blog, rispettivamente alle date 22 luglio 2005 e 12 settembre 2005), devo dire che ho trovato l'ultimo libro di Piersandro Pallavicini, "African Inferno", notevole. L'antico frequentatore di it.cultura.libri è decisamente maturato, dal punto di vista letterario. 
L'argomento del libro? Be', lo stesso dell'installazione di cui a pag. 324:

"Rappresenta con grazia lo scontro tra l'immanenza del magico nell'Africa del nuovo millennio e la volontà di cancellazione dell'irrazionale imposta dalla nichilistica supremazia della tecnica nel mondo occidentale".

Ma ci ritorno. Complimenti a Piersandro. Buon weekend.

LA GROTTA DI SAN PATERNIANO

24 novembre 2010

Ieri, finalmente, sono riuscito a visitare la grotta in cui San Paterniano, patrono di Fano, si rifugiò – o almeno così si dice – per sfuggire alle persecuzioni dioclezianee (secc. III-IV d.C.). Si trova all'interno dell'agriturismo "La Grotta", a Caminate, frazione di Fano, sulla sponda destra del fiume Metauro a circa 7 km dal mare.

L'urna con le reliquie di San Paterniano, invece, si trova a Fano, nella basilica dedicata al Santo.

Anche a Venezia, e proprio nel sestiere di San Marco, esisteva un'antica parrocchia di San Paternian, abbattuta nel 1810:

http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Paternian

"La tradizione fa risalire l'edificazione della chiesa veneziana di San Paterniano ai decenni finali del IX secolo, per iniziativa in particolare della nobile famiglia Andrearda, che avrebbe fatto innalzare un tempio in legno sul luogo ove già si venerava l'immagine del santo vescovo e protettore di Fano, da poco trafugata e portata a Venezia", come si legge qui:

siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente…

Insomma, non sarei proprio l'unico anello di collegamento tra FANO e VENEZIA:-)


(Foto di Lucio Angelini)

COME CRIMINALIZZARE GLI ULTRAS DEL VENEZIA

23 novembre 2010

Lunedì scorso su "gazzettino.it" il giornalista Paolo Calia ha firmato un articolo intitolato: «Treviso. Alta tensione e treni bloccati per cento tifosi del Venezia senza biglietto».


«TREVISO (21 novembre) – La linea del Piave, nel sabato ad alta tensione sul fronte della sicurezza, si è materializzata nella piccola stazione di Preganziol: lì è stata neutralizzata la minaccia degli ultras veneziani diretti a Treviso senza biglietto e con intenzioni bellicose per seguire Treviso-Venezia, partita della quinta serie del campionato di calcio… A Preganziol… la polizia ha fatto scendere gli ultras veneziani, tutti senza biglietto per lo stadio ma comunque intenzionati a raggiungere il Tenni nella speranza di trovare qualche varco. Una volta sotto le pensiline è cominciata l'identificazione. Poi la trattativa: «Fateci arrivare a Treviso», hanno chiesto. Ipotesi nemmeno presa in considerazione. Il proposito invece era di spedirli indietro. Qualcuno ha anche tentato di forzare il blocco, ma è stato subito neutralizzato con decisione dagli agenti… »

Il resto qui:

http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=127561

Conoscendo personalmente uno dei 150 ultras, gli ho chiesto se le cose erano andate proprio così.

Risposta:
 «L'articolo è completamente fasullo, le cose non sono andate per niente così. Avevamo tutti il biglietto, non me l'hanno nemmeno controllato. 'Sto Calia ha fatto un libro su Gentilini vergognoso. I passeggeri del treno erano con noi. Il controllore del treno è stato denunciato dalla questura di Treviso. Avevamo ogni diritto di andare a Treviso, siamo stati sequestrati a Preganziol, dopo un'ora ci hanno detto che i trevigiani ci avrebbero lanciato di tutto e allora abbiamo deciso di tornare indietro, ma hanno fatto un cordone che ci impediva di tornare a casa, questo per un'ora, un sequestro in piena regola e sono letteralmente indignato. Non so con che criterio abbiano calcolato che 30 su 150 erano senza biglietto, lo tenevamo tutti in mano e lo sventolavamo, a me nessuno l'ha controllato. Il bello è che i giornalisti ti intervistano due ore , sorridono, ti dicono 'avete ragione' e poi saltano fuori con articoli così. Evviva la libertà di stampa e di circolazione, e comunque la polizia è stata ancora peggio, erano quelli della celere di Padova, quelli del g8 di Padova per intenderci. Nell'unico posto in cui non c'era la telecamera e senza nessun ordine hanno tirato manganellate a due ragazzi armati di… panino!, uno l'hanno colpito a un centimetro dall'occhio, per fortuna la cosa è durata un solo secondo perché siamo tutti corsi al binario dove si era ripresi di nuovo. Sono davvero amareggiato, mi pare di vivere in un paese sempre meno democratico, essere tifosi vuol dire essere un po' meno cittadini ma sai che negli stadi sperimentano prima quello che poi applicano alla gente comune, sono laboratori di repressione e questo mi spaventa davvero, io cerco di avere la coscienza sempre a posto ma mi interessa che anche chi ci governa, chi ci informa, chi ci dovrebbe proteggere (la polizia) ce l'abbia e purtroppo non è così.»

Scrive nel sito di gazzettino.it il commentatore Mar-ghe-gera:

«mi rivolgo direttamente al signor cronista: il suo articolo più che un pezzo giornalistico assomiglia ad una requisitoria da pubblico ministero e infarcito di giudizi pesantemente diffamatori nei confronti di 130 cittadini che intendevano civilmente dissentire da discutibili decisioni prese dal prefetto di tv su indicazione del CASMS di Roma. Attribuire a queste persone intenzioni violente ed aggressive è una sua personale opinione non suffragata da fatti e prove. I tifosi, liberi cittadini e non delinquenti, avevano dichiarato pubblicamente le loro intenzioni pacifiche e le modalità del loro viaggio, nel corso nella giornata poi, hanno sempre mantenuto un comportamento civile e pacifico, a dimostrazione che il loro intento era quello di poter arrivare nei pressi dello stadio e di incitare da fuori la loro squadra, non condividendo il clima di terrore che certe leggi e decisioni arbitrarie creano attorno al calcio. scelte repressive che anzichè abbassare le tensioni le creano e uccidono, così ha titolato il suo stesso giornale ieri, il calcio. il nodo, caro cronista è questo: al viminale c'è un ministro che, anzichè gestire le proteste, preferisce impedirle e criminalizzarle. Impedire a dei liberi cittadini di arrivare a treviso, sequestrando loro e tutti quelli che sono in treno, è puro arbitrio e lede i fondamentali diritti di movimento dei cittadini.
mentire, accusandoli di essere responsabili dei disagi conseguenti alle proprie scelte, è ancora più grave e squallido.» 

commento inviato il 21-11-2010 alle 18:05 da mar ghe gera

e più avanti:

"ci sono ultras e ultras. ci sono quelli che sfasciano tutto, mostrano svastiche, aggrediscono comuni cittadini e fanno uhuh come le scimmie e quelli che tifano per la loro squadra con passione senza eccessi, fanno progetti di solidarietà, aggregano giovani e difendono l'idea che il calcio sia uno sport e non un'industria altamente inquinante delle nostre coscienze".

Il commentatore Antonio:

«io, come molti altri ragazzi, ieri ero nel treno che, al contrario di quanto scritto dal sig Calia, era da una settimana che si sapeva essere quello delle 12,04 che partiva da venezia, e che avrebbe dovuto fermare a mestre, mogliano e treviso. quindi, gia dalle prime righe, noto faziosità e imprecisione da parte del vostro giornalista, che non solo ha errato nell'affermare che avremmo dovuto prendere il "solito treno locale", in quanto ribadisco, erano almeno 10 giorni che tutti (questure, giornali e singoli cittadini) sapevano qual era l'appuntamento, ma ha pure sbagliato nello scrivere che non avrebbe fermato a mogliano. in secondo luogo, è tutta l'impostazione dell'articolo che non riporta il reale andamento dei fatti, né il clima che si respirava per tutto il tempo in cui sono/siamo stati protagonisti di quanto accaduto. Il vero scandalo è che è stato impedito a 150 persone di recarsi a treviso nonostante non ci fosse un divieto a fare ciò, calpestando quindi i piu basilari diritti di ogni singolo cittadino. senza inoltre evidenziare che 150 persone sono state sequestrate per diverse ore, senza un motivo reale e senza avere spiegazioni. tralasciando infine che le stesse forze dell'ordine di venezia hanno elogiato il comportamento responsabile e civile delle persone vittime di questo abuso (cosa che il vostro articolo ha pensato bene non solo di non sottolineare, anzi ha cercato di stravolgere del tutto), chiedo che venga data una fedele e non inventata ricostruzione dei fatti.

commento inviato il 21-11-2010 alle 13:56 da antonio

Eleuterio:

Il comportamento della questura è stato RIDICOLO, una partita che poteva essere una festa con qualche sfottò, trasformata in un evento morto, posti di blocco su tutto il terraglio di uomini con il mitra, centinaia di uomini impegnati perfino la forestale, sequestri di persona secondo non si capisce bene che legge, blocco treni di linea, area intorno allo stadio presidiata da polizia in assetto antisommossa, mercato chiuso, io da veneziano sono andato a vedere di persona fino a sotto la curva biancoceleste come lo stato impiega i nostri soldi e mi sono domandato: ma se avessero fatto entrare i tifosi arancioneroverdi nella curva che non per niente è dedicata agli ospiti con tutte le accortezze del caso, non sarebbe stato molto meglio, molto meno dispendioso e molto più semplice?

commento inviato il 22-11-2010 alle 10:36 da Eleuterio Paraspruzzi

SE PROPRIO VI VIENE IL GHIRIBIZZO DI UCCIDERE, SCEGLIETE LA STRAGE

22 novembre 2010

Quando ci fu la strage di piazza della Loggia a Brescia, 36 anni fa, insegnavo appunto in provincia di Brescia…

Scrive oggi Alessandra Daniele su carmillaonline.com, dopo l'ennesima sentenza di assoluzione generale:

«Qual è il reato con la più alta percentuale statistica d'impunità? Scippo, spaccio, evasione fiscale?… No, strage. Chi organizza un massacro ha cento volte più probabilità di farla franca di chi uccide al dettaglio.»

That's it.

Il resto qui:

http://www.carmillaonline.com/archives/2010/11/003685.html#003685


Foto da http://www.claudiocaprara.ilcannocchiale.it

BOOK AWARD A “JUST KIDS” DI PATTI SMITH

19 novembre 2010
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(Foto tratte dal mio post del 3 agosto scorso:

http://lucioangelini.splinder.com/post/23100769/patti-smith-allo-iuav-di-venezia )

FELICISSIMO DEL BOOK AWARD 2010 ASSEGNATO A
JUST KIDS DI PATTI SMITH.

"Just Kids", sul sodalizio tra Patti Smith e Robert Mapplethorpe, è sicuramente uno dei più bei libri dell'anno.

I MIEI ILLUSTRATORI: SANDRA MOLDI

17 novembre 2010

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Lucio Angelini

LA MADONNA DEL LATTE

(illustrazioni di Sandra Moldi)

In principio era il Verbo, poi ci fu una grossa esplosione: il Big Bang.
La testa di Dio (la ‘D’) volò da una parte, tutto il resto da un’altra, sbriciolandosi in una miriade di piccoli, affannati ‘io’ condannati alla ricerca dell’Unità perduta.

* * *

“Hai recitato l’Ave Maria?”, gli chiedeva sua nonna tutte le sere, dopo avergli rimboccato le coperte.
“Sì, nonna”, rispose Lillo una volta, “ma che cos’è il ‘frutto del seno tuo’? Il latte?”
“No, caro, è Gesù. Perché hai pensato che fosse il latte?”
“Perché so che, in genere, dal seno delle donne esce il latte.”
“Be’, sì, ma nell’Ave Maria, adesso che ci penso, si parla di ‘frutto del ventre tuo’. I bambini, infatti, crescono nelle pance delle loro mamme. E anche Gesù. Ecco perché lo si chiama ‘frutto del ventre tuo’… Naturalmente anche la Madonna, quando Gesù era un bebè, doveva allattarlo attaccandoselo al seno.”

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* * *

“Se all’inizio ci fu questa incredibile, mirabolante esplosione, il Big Bang”, divagò un giorno l’insegnante di lettere, rispondendo alla domanda di un compagno di classe di Lillo, “pare che fra qualche biliardo di anni debba iniziare una sorta di inesorabile fenomeno contrario: il ‘Big Crunch’, o processo di Ricompattamento/Restringimento Generale.”

* * *

Lillo ripensava alla sua infanzia, a sua nonna che, ogni volta che lo sorprendeva a compiere qualcosa di sconsiderato, gli diceva: “Guarda che Gesù piange!”.
Allora lui smetteva di colpo.

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Poi, verso i nove anni, i primi dubbi: “Se Gesù dovesse piangere a ogni capriccio di bambino”, aveva cominciato a dirsi, “non Gli avanzerebbe un briciolo di tempo per fare nient’altro, nemmeno per tirarsi un po’ su. I Suoi occhi sarebbero due colatoi ininterrotti. E figuriamoci se uno come Lui si scompone solo perché un bambino disobbedisce a sua nonna: al massimo ne sorride bonariamente. Ma, a proposito, sarà poi vero che Gesù esiste? E se esiste, può mai andare soggetto a tutti questi faticosissimi e incessanti cambi d’umore legati ai comportamenti degli uomini? Se nello stesso momento in cui un bambino fa i capricci un altro bambino fa una buona azione, come si regola Gesù? Ride e piange contemporaneamente? Come un matto? Sarà vero, inoltre, che Gesù, pur essendo il figlio di Dio, sia anche la stessa persona del padre? E se sì, che vantaggio ce n’è?”

***

Fu al Seminario di Siena, in gita scolastica, che, osservando la ‘Madonna del Latte’ di Ambrogio Lorenzetti, ripensò al frutto del ‘seno suo’. Gesù succhiava il latte, tranquillo, e il latte scendeva DENTRO di Lui…

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D’un tratto, una folgorazione:
“Forse Dio è DENTRO di me”, prese a dirsi. “Forse Dio sono… io! Forse il vero peccato originale fu proprio lo smarrimento di quella D. Forse tra Dio e io la differenza sta tutta in quella ‘D’ perduta. Forse ogni io deve partire alla ricerca della pecorella… ehm, della lettera smarrita, se vuole ritornare a Dio e partecipare della Sua onnipotenza. Ecco il vero scopo della vita: la ricerca di quella maledetta… benedetta ‘D’. Solo così ciascuno di noi potrà far scattare il proprio personale Big Crunch, o processo di Ricompattamento generale, e ritrovare la propria perduta unità con Dio.”
Ma sul più bello la voce di sua nonna, salendo dalle brume dell’infanzia, lo interruppe: “Lascia perdere questi brutti pensieri, caro, e sii buono… se no Gesù piange!”

Le puntate precedenti:

http://lucioangelini.splinder.com/post/22128245/omaggio-a-mario-crevatoselvaggi

http://lucioangelini.splinder.com/post/22162553/dora-squarcialenzuola-a-fumetti-2

http://lucioangelini.splinder.com/post/22297893/federico-maggioni-il-mio-primo-vero-illustratore

http://lucioangelini.splinder.com/post/22308849/il-mio-secondo-illustratore

http://lucioangelini.splinder.com/post/22324519/il-mio-terzo-illustratore

http://lucioangelini.splinder.com/post/22783681/i-miei-illustratori-gabriela-sanna

http://lucioangelini.splinder.com/post/23527017/i-miei-illustratori-john-betti

SYD BARRETT: DIAMANTE PAZZO O DIAMANTE SAVIO?

15 novembre 2010

(Luca Ferrari)

Mi ha scritto Luca Ferrari, massimo “sydbarrettologo” italiano, in riferimento al post precedente su "Rosso Floyd" di Michele Mari:
 
«Ringrazio per la citazione, ne sono sempre e ovviamente lusingato. Non ho letto "Rosso Floyd", anche se tempo fa, da poco pubblicato, un fan di Barrett  – che era stato anche mio lettore – me ne inviò alcuni stralci chiedendomene un giudizio.
Lo riporto qui sotto nell'eventualità (mi pare di capire possibile) di una riedizione del libro di Mari:

Reperto # 47 – Luca Ferrari (autore di saggi e biografie su Pink Floyd e Syd Barrett)
"Per quanto assolutamente legittima, l'opera di Mari non suscita in me alcun interesse. Non lo dico per presunzione, ma per il fatto che non sono interessato ad operazioni di 'speculazione letteraria' intorno a vicende reali, oltretutto così dolorose. Un altro caso italiano recente ("Le provenienze dell'amore" di Stefano Pistolini) ha interessato il 'mito' di Nick Drake incrociando – con esiti letterari assolutamente degni della migliore scrittura – vicende biografiche reali e vita dell'autore. Non ne trovavo il senso, comunque, come non lo trovo nell'idea (per quanto innegabilmente originale) di Mari.

Che poi sia effettivamente "il più bravo di tutti", non so dire. Più bravo di chi, poi? Quanto a me, pur scrivendo da oltre venticinque anni, non ho mai avuto alcuna velleità letteraria cosciente. Ho semplicemente cercato di fare del buon giornalismo in un'epoca (prima di Internet) in cui le notizie bisognava andare a scovarle 'sul campo', come nella migliore tradizione etnomusicologica/etnografica".

Grazie ancora per avermi 'tirato in ballo'. Un mio contributo più recente su Barrett, tutt'altro che letterario  (ed esaltante), è disponibile all'indirizzo

http://doestheoctopus.blogspot.com

Buona giornata. Luca Ferrari»
 
[Il titolo del blog di Luca gioca tra il noto pezzo di Syd Barrett “Octopus” ("close our eyes to the Octopus Ride")  dove Octopus Ride è la giostra diffusa in Inghilterra sin dagli anni Cinquanta, e "la PIOVRA (Octopus) famigliare e del clan che sale (to rise) e si appropria dell’eredità materiale e spirituale di Barrett facendo strame della sua esemplare muta dignità e integrità"
(parole di Luca, che precisa: «Naturalmente il punto interrogativo rende la questione sospesa. Come dire: "Ma le cose stanno proprio così?". Poi si è scoperto, attenuando lo sconcerto, che la vendita delle proprietà di Barrett era 'a fin di bene', ma la gestione complessiva della vicenda ha suscitato non poche perplessità in molti…»)]

Riporto qualche passo dal blog di Luca:

«… Dopo aver scritto d’istinto alcuni pezzi sul mio sito (http://www.lucaferrari.net) – frutto dapprima di sconcerto, quindi di rabbia, infine di amarezza -, ho pensato che potesse essere interessante ‘recuperare’ questa storia tutt’altro che edificante di meschinità e bassezze assortite. Non nuova, certo, ma a suo modo emblematica, oltre che paradossale: allo strenuo, dignitoso contegno di ‘resistenza’ di Roger Barrett al mondo – all’assedio volgare della stampa, dei fan, della discografia – dopo il suo funerale (va detto in forma privata) si è scatenata un’incredibile canea: ‘necrologi’ basati sui più logori e vieti luoghi comuni da parte della stampa internazionale (italiana inclusa, ovvio); un servizio televisivo della BBC (21 settembre 2006) girato nella sua casa mostrandone l’intimità al mondo per soddisfare finalmente le più bieche morbosità; quindi  l’asta di famiglia e la vendita della casa. Per finire con la vendita di un quadro e di una poesia adolescenziale da parte di una vecchia fidanzata…   Se Barrett, che è stato per oltre trent’anni lontano dalle scene, è “pazzo”, allora tutto è chiaro e più “digeribile”. Il semplice sillogismo è: “era pazzo, ovvio, altrimenti sarebbe ancora sul palco con Waters a suonare “Wish You Were Here”, no?” (!?)…  Oltre ogni facile retorica, oltre ogni misera divinazione da star-system, il fascino duraturo esercitato dalla “scomparsa” di Barrett, il musicista, dalle scene più o meno luccicanti dello show biz, è una favola postmoderna, con una morale semplice e profonda: è possibile rinunciare al guadagno, all’esposizione mediatica che rende facili idoli di masse silenti e prone alle novità del momento, al successo effimero che trasforma anche il più incapace, anche il privo di talento in vip (very important person…?!), “riconoscile” per la strada, “famoso”… Una morale semplice ma profonda, lanciata ai posteri con l’elementare atto (importa, è mai importato, quanto consapevole?) di chiamarsi fuori, “ritirarsi”, “scomparire” dalla macilenta apparizione quotidiana, continua, su giornali-televisioni-eventi mondani che rende tutto indistinto, privando ognuno delle proprie peculiarità, omologando corpi, sentimenti, idee… Syd Barrett ha riscritto una storia antica, religiosa: non morendo, non suicidandosi, continuando a vivere semplicemente come chiunque altro, come persona “normale” senza alcuna aspirazione di “successo”: del successo contrabbandato dal sistema contemporaneo per cui se non “appari non esisti”. Barrett esisteva comunque senza esserci, perché era in ognuno di noi e rappresentava, vivendo, con quello che per le logiche perverse della società dello spettacolo era un “basso profilo” (e chi ha, per converso, un profilo “alto”, oggi…? Cosa significa averlo?). Aveva rinunciato al banchetto delle celebrità, aveva ridotto ai minimi termini la sua comunicazione con il mondo esterno (attenzione: il mondo esterno dei giornalisti, dei fan rompiballe, della retorica ipocrita dei Waters-Gilmour-Mason-Wright che con il loro successo planetario, riaccendevano periodicamente l’attenzione su di lui provocandogli solo fastidi… non certo quello dei bambini che giocavano davanti a casa, dei negozianti dove acquistava pennelli, colori, cibo, dei famigliari con cui trascorreva le festività, non la sorella che lo passava a trovare di frequente…), aveva da anni inaugurato una nuova vita, rinato Roger Keith, incurante della propria immagine “pubblica”, disinteressato ad apparire “affascinante”, “misterioso”, “intrigante”… a dispetto dell’accanimento periodico dei mass media che indulgevano volgarmente sulla fatale, ovvia, discrepanza fra l’avvenente, giovane “eroe psichedelico” e il cinquantenne/sessantenne calvo e cadente (ma, come per tutti noi, invecchiando, Barrett ha avuto i suoi ovvi alti e bassi fisici: sufficiente confrontare le fotografie che lo ritraggono dagli inizi degli anni Ottanta con quelle dei suoi ultimi mesi di vita…).
Saperlo là, indaffarato nel giardino della sua casa di St. Margarets Square, a Cambridge, era una consolazione per molti. Per tutti coloro che si sono sentiti Barrett almeno una volta, nelle giornate lente e noiose di “Dominoes”, nell’alienazione del lavoro di “The Scarecrow”, nell’assurda schizofrenia del “dover essere” (alluso in “Jugband Blues”), nella tragica coscienza di “Dark Globe” che qualcosa era finito per sempre (un’amicizia? l’infanzia? un sentimento intimo…?) o nella felicità insensata e infantile di “Bike”, nell’ebbrezza della scoperta di “The Gnome”, nella disperazione di “Feel”… A mio modo di vedere è stato Barrett ad "aggirare" il music business e non viceversa. Invece capita di leggere il contrario, perché se per qualche ragione rinunci ai presunti benefici delle popolarità significa che hai qualche problema. È un sillogismo dilagante, da cui è dipeso lo stigma che ha segnato la storia di Barrett artista: se non rispondi alle aspettative della società dello spettacolo, chissà forse sei pazzo o drogato, hai avuto per forza qualche problema profondo durante l'infanzia. Nessuno può negare oggi che Barrett sia ricorso alla droga per trovare una via d'uscita alle pressioni e alla routine imposte dalle condizioni materiali del successo, ma da qui a sostenere che si sia "bruciato il cervello" per sempre, mi pare ce ne corra. Il fatto certo, osservabile, è che Barrett si è progressivamente allontanato da quel mondo, tanto da negare a sé stesso e agli altri la sua passata identità, e riappropriandosi del suo nome di battesimo, Roger Keith. Che l'abbia fatto coscientemente o meno, nessuno può dirlo: ma a questo punto cosa importa?»

MICHELE MARI, DIAMANTOLOGO

12 novembre 2010
Michele Mari

(Michele Mari)

Erano secoli che non mi entusiasmavo in questo modo, ovvero fino alla scompostezza, per un libro nuovo. È accaduto nei giorni scorsi per “Rosso Floyd” di Michele Mari, che ho ormai eletto  “miglior scrittore italiano vivente”.
Ascoltando la video-intervista riportata nel sito di Einaudi

http://www.einaudi.it/speciali/Michele-Mari-Rosso-Floyd

ho scoperto – peraltro – che Michele Mari non era affatto un pinkfloydiano della prima ora, come il suo libro lascerebbe supporre, perché lo è piuttosto dell’ultima. Il suo interesse per la figura di Syd Barrett, cofondatore dei Pink Floyd e primo leader del gruppo dal 1965 al 1968, infatti, si è concretizzato e sviluppato solo a partire dal risalto dato dai media di tutto il mondo alla notizia della morte di Diamante Pazzo nel luglio 2006. 

(Per la risonanza italiana si veda:

http://www.lucaferrari.net/articolo.php?ID=222

da cui:

La Repubblica: “Addio al ‘diamante pazzo’. Si è spento Syd Barrett”
Corriere della Sera: “Addio a Syd Barrett, genio fragile dei Pink Floyd”
Il Manifesto: “Ciao Syd, cappellaio matto”
La Stampa: “Addio al genio di Syd Barrett, folle diamante dei Pink Floyd”
Il Foglio: “L’assenza del rock”
Il Giorno: “È morto Syd Barrett un mito assoluto”
L’unità: “Senza Barrett niente Pink Floyd”
   )

È seguita la progressiva scoperta della bibliografia accumulatasi intorno alla figura di Syd Barrett.
Qui una selezione:

http://www.sydbarrett.net/subpages/books/syd_barrett_books.htm

Secondo me, l’idea-base del libro deve essergli scaturita da elementari e quasi automatiche associazioni evocate dal termine “diamante”, in primis quella di “sfaccettature”.  

Leggo qui:

http://www.guida-acquisti.com/oggettistica/diamanti.html

«Il diamante è un composto di carbonio cristallino, caratterizzato da struttura molecolare molto compatta, questo ne conferisce una durezza elevata, la maggiore tra tutti gli elementi conosciuti. Largamente impiegato per uso industriale, il diamante ricopre un ruolo importantissimo anche nella gioielleria, dove viene anche abbinato a metalli nobili creando gioielli di elevato valore….  L’abilità e la raffinata precisione con cui viene eseguito il taglio del diamante influisce in maniera determinante sulle caratteristiche di brillantezza, fuoco, bellezza e valore… Solo l’esperto tagliatore può stabilire quale sia il taglio idoneo da effettuare sulla pietra grezza, studiandone al meglio le caratteristiche e la forma… Quando al diamante (pietra grezza) viene eseguito il taglio caratterizzato da un minimo di 57 sfaccettature, questo assume il ruolo di brillante »

“Se Syd Barrett è un diamante che brilla”, deve essersi detto Michele Mari, “avrà sicuramente anche lui le sue brave sfaccettature… Perché non evidenziarle in un libro in cui far ruotare – attorno a 'sì fulgido fulcro  – una piccola folla di testimoni variamente attendibili?”.

Detto, fatto. Ma figuriamoci se Michele Mari poteva accontentarsi di documentare la parabola pinkfloydiana in un’ennesima – ancorché rigorosissima – ricostruzione bio-fictional.
 

 “Pur trattando prevalentemente di personaggi storici e di fatti reali – premette, infatti, sornionamente, nell’Avvertenza – questo romanzo è da intendersi come opera di fantasia in ogni sua parte. La confabulazione delle voci, appartenenti di volta in volta a individui realmente vissuti o viventi, a personaggi inventati, a esseri fantastici [si vedano i siamesi Mostro Rosa e  Mostro Fluido, N.d.r.], non vuole in alcun modo avere un valore documentario.”

E invece, manco a farlo apposta, ce l’ha, eccome! Documenta non tanto di Syd Barrett, quanto, più in generale, dell’umano bisogno di mitizzare e adorare.

“Così chi arriva alla gloria ci arriva perché doveva, perché era speciale, e noi giù ad adorare… ",  l’autore fa dire, per esempio, ad Archie ‘Pork’ O’ Reilly nella lamentazione vigesimo seconda di pagina 212.

Di confessione in confessione, di testimonianza in testimonianza, di lamentazione in lamentazione, di referto in referto, la figura di Syd Barrett/Crazy Diamand finisce in qualche modo per corrispondere,  in un fascinoso gioco di rimandi, alla definizione di ‘Diamante Pazzo’ riportata nel referto decimo quarto a pag. 240 del volume:

«∫ 419. DIAMANTE PAZZO. Dicesi ‘Diamante Pazzo’ un diamante di straordinaria purezza tagliato in modo tale da non limitarsi a riflettere la luce che lo colpisca, ma da catturare anche il lucore diffuso nell’ambiente. Questo lucore non viene riflesso ma assorbito all’interno del diamante, ove permane in forma concentrata e puntuale, raggiungendo a volte un’intensità superiore ai 400 f/angst…[cut]’ [H.P. Lovecraft jr, Trattato di gemmologia generale, Providence, Cthulhu Press, 1988, Vol. III, p. 377, [ammesso che il trattato o eventualmente anche la sola voce ‘Diamante Pazzo’ esista veramenteJ]

Ma già la quarta di copertina ci aveva preparati:

“Come il prisma scompone un raggio di luce mostrando lo spettro di colori che lo costituisce, così l’autore disseziona il nucleo incandescente delle canzoni dei Pink Floyd fino a svelare come dietro ogni loro singolo verso si nasconda un messaggio rivolto all’altrove”.

E appunto altrove, ovunque si trovasse, pareva dislocato il pur ipnotizzante Syd Barrett, a detta di vari testimoni (reali o fasulli) convocati e ascoltati da Michele Mari nel corso del suo processo.

“Syd è impazzito perché era sempre un passo più avanti, e non essere mai in sintonia con gli altri fa di te un naufrago su uno scoglio, o un astronauta perso nello spazio… Qualsiasi cosa facesse o pensasse era sempre all’avanguardia, sempre: a un certo punto si trovò così in là che intorno a lui non c’era più nulla, e in quel vuoto precipitò…”,  insiste David Gilmour, l’uomo gatto, a p. 100.

Un astronauta perso nello spazio, dunque, se non un vero e proprio  unknown flying object piovuto quasi per caso sulla terra, ironicamente destinato ad esibirsi nel leggendario Ufo Club inaugurato dai Pink Floyd alla fine del 1966:

“ ‘Il tempio della musica psichedelica’ lo definiva la stampa, dove psichedelico poteva significare due cose: giochi di luce associati alla musica, e acido. Fiumi di acido. Era il momento di Timothy Leary, e lo fu soprattutto per Syd. I suoi compagni bevevano solo birra e whisky, ma lui, forse perché aveva già provato con la marijuana, si convertì subito. A detta di tutti, non si vide mai nessuno consumare tanto LSD come lui. Nel giro di qualche mese lo sguardo gli cambiò per sempre, divenne fangoso, assente, due occhiaie spaventose… Andò a vivere da solo in una topaia in Cromwell Road… [cut]… un giorno, dopo una sessione di prove, prelevammo di peso Syd e lo portammo dal più celebre psichiatra. Allego il referto:

Referto primo
Lettera di Ronald Laing
Londra, 18 luglio 1967.

Esaminato da me in due distinte occasioni a istanza dei signori Peter Jrenner e Andrew King, il soggetto Roger Keith Barrett di anni 21 ha manifestato una condizione di grave disturbo mentale, attribuibile con ogni probabilità, in attesa dei necessari esami clinici, ad abuso reiterato di dietilammide dell’acido lisergico, più noto come LSD…”. Eccetera.

E alle pagine 56-57:

“Nessuna figura del rock ha mai avuto un omaggio così bello dai suoi ex compagni come Syd Barrett. La prima sequenza di Shine on you crazy diamond e Wish you were here sono quanto di più struggente sia uscito dal genio dei Pink Floyd. Proprio per questo sono furibondo, furibondo, sì, perché continuo a domandarmi che bisogno c’era di rovinare tutto dichiarando che quei pezzi non sono stati composti per Syd… [cut]… Crazy Diamond era il soprannome di Syd: Roger in persona ha replicato che l’identificazione popolare lo ha fatto diventare il suo soprannome dopo quel pezzo. L’identificazione popolare! Abbiamo ribattuto che dopo la canzone di John Lennon diamanti e LSD erano tutt’uno, e che Syd non aveva certo bisogno di aspettare il 1975 per essere associato ai diamanti: ci è stato risposto che scrivendo quel pezzo nessuno di loro ha pensato ai Beatles neanche per un momento: peccato che in Let there be more light, la canzone che apriva A saucerful of secrets, quella canzone dei Beatles fosse esplicitamente citata. Abbiamo inoltre fatto notare che nella prima sequenza di Shine on il personaggio a cui viene dato del tu è definito non solo ‘legend’ e ‘martyr’, termini che già impongono il fantasma di Syd, ma anche ‘piper’, e The Piper at the gates of dawn è un album quasi interamente scritto da Syd… ” .

Paraculissimo il rincalzo (di chiara invenzione michelemariana) della testimonianza del figlio di John Lennon:

“Mi chiamo Julian Lennon, e resterò per sempre il figlio di John. Quando si hanno certi padri è già tanto rimanere figli… [cut ]… mio padre scrisse Lucy in the sky with diamonds nel ’67: anche i bambini sapevano che l’unico senso di quel titolo era che le iniziali dei suoi tre sostantivi formavano la sigla LSD, ma quando ci fu il processo il grande John non ebbe il coraggio di ammetterlo davanti al giudice, e tirò fuori la storia del disegno. Disse che il titolo era ispirato a un disegno che avevo fatto all’asilo, un disegno a pastelli in cui si vedeva una bambina camminare in un cielo pieno di diamanti. Io gli avrei spiegato che quelle stelline erano diamanti, e che la bambina era una mia compagna che si chiamava Lucy Moore. Naturalmente io ero troppo piccolo per essere interrogato dal giudice, così bastò la sua deposizione. Peccato che quel disegno non si sia mai trovato, e ci credo: non è mai esistito.” (p. 60)

Ma soprattutto fondamentale, per la comprensione del sofisticato gioco letterario di Michele Mari, la chiave posta a pagina 43:

“Quando tutto è rosa non si distinguono bene i contorni degli oggetti, quando tutto è fluido le forme evolvono l’una nell’altra e quello che fino a un attimo prima era vero diventa falso, e il falso diventa vero…”

Rosa e Fluido, due elementi che fin dalla “lamentazione prima oltremondana” si materializzano nei “siamesi”:

“Il mostro rosa si torse verso il mostro fluido azzannandogli il collo. Il mostro fluido, com’era solito fare in quelle occasioni, affondò tutte le unghie nella schiena del congiunto, lacerandogli le carni in profondità. E un sangue chiaro scorreva copioso lungo il loro unico corpo fremente, un sangue rosa che sceso a terra fluiva, e fluiva.”

Rosa e Fluido.

Pink Floyd, appunto.

Grazie, Michele Mari. Sei il più bravo di tutti.