UNA MIA VECCHIA LETTERA A EDGAR ALLAN POE

Prendo spunto da un post di Loredana Lipperini sul REDDITO DEGLI SCRITTORI (Lipperatura di ieri) per riprodurre una mia vecchia lettera a E.A. Poe composta nel 1999 in occasione del VENICE POE MEMORIAL DAY e già apparsa in questo blog nell'ottobre 2005. 

LETTERA A EDGAR ALLAN POE  
 
Venezia, 7 ottobre 1999
 
Caro Edgar,
sono molto contento che il Comune di Venezia abbia appoggiato l’idea di un Poe Memorial Day. A centocinquant’anni dalla tua morte non c’è più chi disconosca l’eccellenza del tuo coraggio e dei tuoi esiti letterari, o la paternità dei generi a cui desti vita (fra i tanti, il poliziesco). E tuttavia, apprendendo del più agghiacciante di tutti i racconti, ovvero la storia della tua vita, non c’è nemmeno, credo,  chi possa  darsi ragione del fatto che  tu abbia dovuto pagare con tanta sofferenza, tanta incomprensione, tanta solitudine, tanta atroce miseria materiale l’espressione del tuo genio.
Ho sempre vissuto con un profondo senso di ingiustizia il fatto che certi immensi talenti (il commercio delle cui opere muove montagne di miliardi DOPO la loro morte), siano stati condannati in vita agli stenti più mortificanti. Ed è sorprendente constatare come nemmeno i più penosi sacrifici o difficoltà riescano a distogliere chi si sente, suo malgrado, vocato o, si potrebbe dire, condannato all’espressione, dal mettere su carta o su tela o su marmo o su qualunque altro supporto il frutto del proprio talento.
Per Baudelaire tu sei addirittura un santo del martirologio delle lettere. “Voi tutti che avete aspirato all’infinito”, dice, “pregate per Poe che vede e che sa: intercederà per voi.”
Quando, per fare un esempio, dopo penosissimi anni di indigenza e malattia, nel 1847 morì tua moglie, l’adorata Virginia a cui dedicasti l’accorata “Ulalume”, in casa tua non c’era nemmeno un lenzuolo in cui avvolgerne le povere spoglie. Dovette provvedervi la signora Shew, un’amica di famiglia.
Il funerale si svolse in un giorno desolato e tetro, sotto un cielo pesantemente cinerino. Tu fosti costretto a indossare il vecchio mantello militare, utilizzato, nei giorni delle più aspre tribolazioni, per coprire il letto di Virginia dopo che le poche coperte rimaste erano state vendute. Rimpiangevi la tua perduta “Lenore”. La tua esistenza proseguì solitaria e amara. Di rado ti spingevi oltre il recinto della casetta di Fordham, immersa nel lutto. Spesso sedevi sotto un vecchio ciliegio a osservare i movimenti degli uccelli. La delicata attenzione con cui curavi le dalie e gli altri fiori del giardino era assolutamente in contrasto con il carattere tetro e grottesco dei tuoi racconti. Ti eri affezionato a una gatta, Catarina, che spesso, dall’alto della tua spalla, approvava con fusa compiacenti – almeno lei! – il tuo lavoro letterario.
Nel maggio del 1849 scrivesti a Helen Richmond (la tua “Annie”): “Sono pieno di oscuri presentimenti. Niente mi rallegra o conforta. La mia vita mi appare una landa desolata. Il futuro un vuoto angoscioso”.  La mattina del 27 settembre partisti da Richmond per Baltimora in battello. Che cosa sia avvenuto di preciso durante i sette giorni seguenti non lo sappiamo. Nessun Auguste Dupin, il geniale investigatore da te creato, potrà mai spiegarcelo. Il 3 ottobre 1849 Baltimora, terza città degli Stati Uniti, era in piena campagna elettorale. Si votava per mandare un rappresentante dello stato del Maryland al Congresso. La lotta fra i partiti democratico e repubblicano era senza quartiere. La città pullulava di ladri, borsaioli, scrocconi d’ogni specie. La macchina politica era ancora piuttosto rozza, non c’erano schede elettorali, né elenchi di votanti: bastava presentarsi a un seggio e giurare, in presenza di testimoni degni di fede, di non avere ancora fatto il proprio dovere di cittadini. Gruppi di procacciatori di voti sequestravano forestieri, contadini, persone sole per ingozzarle di alcol nelle miserabili bettole che fiorivano, proprio a tale scopo, attorno ai vari seggi, e le portavano in giro da un seggio elettorale all’altro, facendole votare a ripetizione per questo o quel candidato. Fatta loro smaltire la sbronza in un locale buio, le gettavano poi in strada. Il 3 ottobre tu fosti trovato a terra, privo di sensi, in un rigagnolo presso High Street, da un tipografo del Baltimore Sun. Eri probabilmente incappato in una di queste bande organizzate di agenti elettorali. Il tipografo corse a chiamare il dottor Snodgrass, l’unico nome che riuscì a farsi biascicare da quel mucchio di stracci che eri. Il dottore ti trovò “non lavato, gli occhi torvi e gonfi, senza giacca né cravatta, il davanti della camicia stazzonato e sudicio”. Eri in uno stato di ebetismo assoluto. Ricoverato d’urgenza al Washington Hospital alle cinque del pomeriggio, rimanesti senza conoscenza sino alle tre del mattino successivo, ma nemmeno allora riuscisti a spiegare quel che ti era accaduto. Sopravvivesti fino alla domenica. Ti sentivi tremendamente abbattuto, ti accusavi di avere sprecato le tue facoltà. Forse ti pareva di scendere nel Maelström, di naufragare in mari lontani. La notte di sabato cedette alla mattina di domenica 7 ottobre. Alle tre ti accasciasti. Due ore dopo movesti il capo e dicesti: “Il Signore aiuti la mia povera anima!”, e spirasti. La morte aveva affrancato il tuo spirito spossato. Non più di dieci persone seguirono la tua bara. Le tue spoglie vennero inumate nel cimitero presbiteriano di Baltimora, quasi di nascosto. Sulla tomba venne posto un blocco di arenaria senza nome. Vi appariva solo il numero 80. Nient’altro. Due giorni dopo uscì sulla “New York Tribune” a firma apocrifa (Ludwig) l’articolo tristemente famoso del reverendo Rufus Griswold: “Edgar Poe è morto… questa notizia sorprenderà molti, ma pochi ne rimarranno addolorati”. “Non esiste dunque in America” protestò Baudelaire, “una norma che vieti ai cani l’ingresso nei cimiteri?”.
Tu, il più grande poeta americano dell’Ottocento, avresti dovuto aspettare ben ventisei anni prima che i letterati del tuo paese si ricordassero di te e ti erigessero una tomba più decorosa. E quando, finalmente, lo fecero durante il Poe Memorial del novembre 1875, fu di un francese, il poeta Mallarmé, il sonetto più commosso, e di un inglese, Swinburne, la lettera più vibrante.
Scrisse Mallarmé: “Turbati e importunati dai tanti misteri insolubili emananti per l’eternità dal BUCO DI TERRA dove da più di un quarto di secolo giacciono le spoglie abbandonate di Poe, gli americani l’hanno pensata bella: con la scusa di onorarlo con un troppo ritardato e inutile monumento funebre, hanno SIGILLATO la sua tomba con una pietra immensa, informe, pesante, deprecatoria, quasi a voler ben serrare il luogo da cui egli potrebbe esalare verso il cielo come una pestilenza, a giusta rivendicazione di un’esistenza di poeta da tutti rifiutata.”
Nemmeno il monumento funebre eretto nel 1875 pareva degno di te. A quasi cent’anni di distanza dalla morte di Poe, ecco la tua sepoltura nella descrizione che ne fece Emilio Cecchi nel 1940: “La tomba è all’incrocio delle vie Greene e Fayette: un cippo di marmo col capitello a grondaia, con sopra scolpita la cetra, fogliami di acanto e il medaglione di un ritratto ridicolo. Quando, a due o tre metri di distanza, i pesanti carrozzoni tranviari frenano e cigolano sulla discesa di via Fayette, LE OSSA DI POE SALTELLANO DENTRO LA FOSSA E IL TESCHIO BATTE I DENTI. Un grandioso cartello arancone e vermiglio sovrasta il cimiterino devastato, e lo infastidisce col riflesso dei colori stridenti. È la pubblicità di certi panini, soffici e lievemente indolciti, che vanno benissimo per colazione e col tè.”
La tua morte era avvenuta nel decennio precedente la guerra civile americana. I nordisti puritani avrebbero identificato la vittoria militare col trionfo dei loro forti principi morali sui vizi del dissoluto Sud. Tu, scrittore del Sud, cantore dei vinti e dei viziosi, andavi dunque cancellato definitivamente dalle tavole della letteratura per la salvezza morale dell’umanità. I cronisti letterari inglesi e scozzesi, in un’ondata di fanatismo morale, arrivarono persino a rimproverare a Griswold di non avere detto abbastanza contro quel “paria delle lettere, quello scellerato di marca, quel mendicante, quel vagabondo”. Così scrisse il cronista della “Rivista di Edinburgo” nel 1858, che concluse il suo pezzo con queste parole: “Il più profondo abisso dell’imbecillità morale non era mai stato raggiunto prima che Poe apparisse per servire da avvertimento ai tempi futuri”.
  Noi, che apparteniamo a quei tempi futuri, intendiamo esprimerti il nostro piccolo grazie, qui da Venezia, nel centocinquantenario della tua morte. Grazie, Edgar, per aver frugato con tanto coraggio e spregiudicatezza nei sotterranei della nostra psiche, fra le angosce e le paure che insidiano l’instabile compattezza della ragione umana. Grazie per i tuoi STRAORDINARI versi, per i tuoi STRAORDINARI racconti, per aver tenuto duro, in nome della Letteratura e della Bellezza, in mezzo a incomprensioni e difficoltà che avrebbero distrutto chiunque.”
 
                                                                   Lucio Angelini 

(Copyright Edizioni Libri Molto Speciali 1999)

(L'immagine in alto è tratta da http://blogs.setonhill.edu/StephanieWytovich/edgar-allan-poe.jpg )

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