SYD BARRETT: DIAMANTE PAZZO O DIAMANTE SAVIO?

(Luca Ferrari)

Mi ha scritto Luca Ferrari, massimo “sydbarrettologo” italiano, in riferimento al post precedente su "Rosso Floyd" di Michele Mari:
 
«Ringrazio per la citazione, ne sono sempre e ovviamente lusingato. Non ho letto "Rosso Floyd", anche se tempo fa, da poco pubblicato, un fan di Barrett  – che era stato anche mio lettore – me ne inviò alcuni stralci chiedendomene un giudizio.
Lo riporto qui sotto nell'eventualità (mi pare di capire possibile) di una riedizione del libro di Mari:

Reperto # 47 – Luca Ferrari (autore di saggi e biografie su Pink Floyd e Syd Barrett)
"Per quanto assolutamente legittima, l'opera di Mari non suscita in me alcun interesse. Non lo dico per presunzione, ma per il fatto che non sono interessato ad operazioni di 'speculazione letteraria' intorno a vicende reali, oltretutto così dolorose. Un altro caso italiano recente ("Le provenienze dell'amore" di Stefano Pistolini) ha interessato il 'mito' di Nick Drake incrociando – con esiti letterari assolutamente degni della migliore scrittura – vicende biografiche reali e vita dell'autore. Non ne trovavo il senso, comunque, come non lo trovo nell'idea (per quanto innegabilmente originale) di Mari.

Che poi sia effettivamente "il più bravo di tutti", non so dire. Più bravo di chi, poi? Quanto a me, pur scrivendo da oltre venticinque anni, non ho mai avuto alcuna velleità letteraria cosciente. Ho semplicemente cercato di fare del buon giornalismo in un'epoca (prima di Internet) in cui le notizie bisognava andare a scovarle 'sul campo', come nella migliore tradizione etnomusicologica/etnografica".

Grazie ancora per avermi 'tirato in ballo'. Un mio contributo più recente su Barrett, tutt'altro che letterario  (ed esaltante), è disponibile all'indirizzo

http://doestheoctopus.blogspot.com

Buona giornata. Luca Ferrari»
 
[Il titolo del blog di Luca gioca tra il noto pezzo di Syd Barrett “Octopus” ("close our eyes to the Octopus Ride")  dove Octopus Ride è la giostra diffusa in Inghilterra sin dagli anni Cinquanta, e "la PIOVRA (Octopus) famigliare e del clan che sale (to rise) e si appropria dell’eredità materiale e spirituale di Barrett facendo strame della sua esemplare muta dignità e integrità"
(parole di Luca, che precisa: «Naturalmente il punto interrogativo rende la questione sospesa. Come dire: "Ma le cose stanno proprio così?". Poi si è scoperto, attenuando lo sconcerto, che la vendita delle proprietà di Barrett era 'a fin di bene', ma la gestione complessiva della vicenda ha suscitato non poche perplessità in molti…»)]

Riporto qualche passo dal blog di Luca:

«… Dopo aver scritto d’istinto alcuni pezzi sul mio sito (http://www.lucaferrari.net) – frutto dapprima di sconcerto, quindi di rabbia, infine di amarezza -, ho pensato che potesse essere interessante ‘recuperare’ questa storia tutt’altro che edificante di meschinità e bassezze assortite. Non nuova, certo, ma a suo modo emblematica, oltre che paradossale: allo strenuo, dignitoso contegno di ‘resistenza’ di Roger Barrett al mondo – all’assedio volgare della stampa, dei fan, della discografia – dopo il suo funerale (va detto in forma privata) si è scatenata un’incredibile canea: ‘necrologi’ basati sui più logori e vieti luoghi comuni da parte della stampa internazionale (italiana inclusa, ovvio); un servizio televisivo della BBC (21 settembre 2006) girato nella sua casa mostrandone l’intimità al mondo per soddisfare finalmente le più bieche morbosità; quindi  l’asta di famiglia e la vendita della casa. Per finire con la vendita di un quadro e di una poesia adolescenziale da parte di una vecchia fidanzata…   Se Barrett, che è stato per oltre trent’anni lontano dalle scene, è “pazzo”, allora tutto è chiaro e più “digeribile”. Il semplice sillogismo è: “era pazzo, ovvio, altrimenti sarebbe ancora sul palco con Waters a suonare “Wish You Were Here”, no?” (!?)…  Oltre ogni facile retorica, oltre ogni misera divinazione da star-system, il fascino duraturo esercitato dalla “scomparsa” di Barrett, il musicista, dalle scene più o meno luccicanti dello show biz, è una favola postmoderna, con una morale semplice e profonda: è possibile rinunciare al guadagno, all’esposizione mediatica che rende facili idoli di masse silenti e prone alle novità del momento, al successo effimero che trasforma anche il più incapace, anche il privo di talento in vip (very important person…?!), “riconoscile” per la strada, “famoso”… Una morale semplice ma profonda, lanciata ai posteri con l’elementare atto (importa, è mai importato, quanto consapevole?) di chiamarsi fuori, “ritirarsi”, “scomparire” dalla macilenta apparizione quotidiana, continua, su giornali-televisioni-eventi mondani che rende tutto indistinto, privando ognuno delle proprie peculiarità, omologando corpi, sentimenti, idee… Syd Barrett ha riscritto una storia antica, religiosa: non morendo, non suicidandosi, continuando a vivere semplicemente come chiunque altro, come persona “normale” senza alcuna aspirazione di “successo”: del successo contrabbandato dal sistema contemporaneo per cui se non “appari non esisti”. Barrett esisteva comunque senza esserci, perché era in ognuno di noi e rappresentava, vivendo, con quello che per le logiche perverse della società dello spettacolo era un “basso profilo” (e chi ha, per converso, un profilo “alto”, oggi…? Cosa significa averlo?). Aveva rinunciato al banchetto delle celebrità, aveva ridotto ai minimi termini la sua comunicazione con il mondo esterno (attenzione: il mondo esterno dei giornalisti, dei fan rompiballe, della retorica ipocrita dei Waters-Gilmour-Mason-Wright che con il loro successo planetario, riaccendevano periodicamente l’attenzione su di lui provocandogli solo fastidi… non certo quello dei bambini che giocavano davanti a casa, dei negozianti dove acquistava pennelli, colori, cibo, dei famigliari con cui trascorreva le festività, non la sorella che lo passava a trovare di frequente…), aveva da anni inaugurato una nuova vita, rinato Roger Keith, incurante della propria immagine “pubblica”, disinteressato ad apparire “affascinante”, “misterioso”, “intrigante”… a dispetto dell’accanimento periodico dei mass media che indulgevano volgarmente sulla fatale, ovvia, discrepanza fra l’avvenente, giovane “eroe psichedelico” e il cinquantenne/sessantenne calvo e cadente (ma, come per tutti noi, invecchiando, Barrett ha avuto i suoi ovvi alti e bassi fisici: sufficiente confrontare le fotografie che lo ritraggono dagli inizi degli anni Ottanta con quelle dei suoi ultimi mesi di vita…).
Saperlo là, indaffarato nel giardino della sua casa di St. Margarets Square, a Cambridge, era una consolazione per molti. Per tutti coloro che si sono sentiti Barrett almeno una volta, nelle giornate lente e noiose di “Dominoes”, nell’alienazione del lavoro di “The Scarecrow”, nell’assurda schizofrenia del “dover essere” (alluso in “Jugband Blues”), nella tragica coscienza di “Dark Globe” che qualcosa era finito per sempre (un’amicizia? l’infanzia? un sentimento intimo…?) o nella felicità insensata e infantile di “Bike”, nell’ebbrezza della scoperta di “The Gnome”, nella disperazione di “Feel”… A mio modo di vedere è stato Barrett ad "aggirare" il music business e non viceversa. Invece capita di leggere il contrario, perché se per qualche ragione rinunci ai presunti benefici delle popolarità significa che hai qualche problema. È un sillogismo dilagante, da cui è dipeso lo stigma che ha segnato la storia di Barrett artista: se non rispondi alle aspettative della società dello spettacolo, chissà forse sei pazzo o drogato, hai avuto per forza qualche problema profondo durante l'infanzia. Nessuno può negare oggi che Barrett sia ricorso alla droga per trovare una via d'uscita alle pressioni e alla routine imposte dalle condizioni materiali del successo, ma da qui a sostenere che si sia "bruciato il cervello" per sempre, mi pare ce ne corra. Il fatto certo, osservabile, è che Barrett si è progressivamente allontanato da quel mondo, tanto da negare a sé stesso e agli altri la sua passata identità, e riappropriandosi del suo nome di battesimo, Roger Keith. Che l'abbia fatto coscientemente o meno, nessuno può dirlo: ma a questo punto cosa importa?»

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3 Risposte to “SYD BARRETT: DIAMANTE PAZZO O DIAMANTE SAVIO?”

  1. utente anonimo Says:

    scusate, a cosa si riferiva Ferrari scrivendo (citato in uno degli altri post, mi pare) "stupro di famiglia"?
    diana

  2. Lioa Says:

    Si riferiva alla vendita di tutti i suoi effetti personali, oltre che della casa e di ogni oggetto appartenuto a, o creato da, Syd Barrett. Cmq se leggi tutto il dossier pubblicato da Luca potrai farti un quadro completo della situazione.

  3. utente anonimo Says:

    ok, grazie
    d

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