Archive for dicembre 2010

MARCO CANDIDA E LE PICCOLE DIVINITÀ FUORI MISURA

20 dicembre 2010

https://i0.wp.com/giotto.ibs.it/cop/cop.aspx

Per farmi perdonare da Marco Candida, che si è incazzato come una iena per il mio pezzo del 13 dicembre scorso, ripropongo un post già apparso in Cazzeggi Letterari il 28 maggio 2007.

«Giuseppe Iannozzi, autore dell'utilissimo "Amanti nel buio di una stanza", Editrice Nuovi Autori, 1994, ha definito "inutile" – nel suo blog – l'esordio letterario di Marco Candida:- )

Ecco un estratto dal libro di Candida:

"Comunque è attraverso contatti e invii di testi on line che ho conosciuto i miei unici interlocutori possibili – così chiamo le persone che scrivono e hanno prodotto testi interessanti e che parlano il macrolinguaggio della scrittura. Li ho anche invitati qui, dove vivo, a Tortona, per conferenze o corsi di narrazione, e, senza volere, ma trovandomici poco per volta, ho cominciato a osservarli, e li ho sempre osservati, tutti quanti, devo dire, come piccole divinità. Quando si dice che una persona che scrive crea un mondo si usa la stessa espressione che si usa anche per il divino. Soltanto il divino può //creare un mondo// e se si dice che una persona che scrive crea un mondo, allora, almeno quando crea il mondo, si sta dicendo anche che è una piccola divinità.

Ma: come sono queste piccole divinità? Sono arruffate, malconce, particolarissime.

https://i0.wp.com/www.centostorie.it/public/wordpress/wp-content/uploads/2010/09/100927_giuliomozzi.jpg

(La piccola divinità Giulio Mozzi)

Tutte le piccole divinità che ho osservato, comunque sia, mi sono sembrate fuori misura; o troppo basse o troppo alte o troppo simpatiche o troppo antipatiche: sempre, però, con qualcosa di troppo. Dico queste cose perché non sto parlando di uomini, ma di divinità, anche se piccole, e una divinità si tende a rappresentarla bella e della giusta misura (direi: della bellezza e della misura esemplari): un incanto. Quando leggiamo il libro di un autore, la sua voce ci incanta, e quando vediamo la fotografia dell’uomo che ha la voce che ci ha incantati per il tempo della lettura del libro, rimaniamo quasi sempre delusi: pensiamo – parlo al plurale perché penso questa un’esperienza comune – che il suo viso non si addica alla sua voce (come quando parliamo al telefono con una persona senza averla incontrata prima e, quando la incontriamo, la persona ci dice: “Dalla voce ti immaginavo più bello”). Quando alle presentazioni dei libri o durante un’intervista vediamo l’autore, di solito rimaniamo delusi dal suo comportamento schivo e straniante. Noi lo osserviamo, come una piccola divinità, che ha scavato la forma di un mondo, e ci immaginiamo che abbia il viso sfolgorante e gli occhi penetranti – ci diciamo, in un secondo momento, che no, che non può essere così, che quello è solo un uomo, e noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, e che non siamo degli ingenui, ci aspettavamo un uomo e questo abbiamo trovato: un uomo; ma, in un primo momento, in un angolo irrazionale, il pensiero di incontrare una piccola divinità, e con tutte le sembianze della piccola divinità, quel pensiero, in fondo, noi lo facciamo… "

(Marco Candida, La mania per l'alfabeto, Sironi editore 2007, pp. 213-14)

NICHI VENDOLA A VENEZIA. PENSIERO STUPENDO, NASCE UN POCO STRISCIANDO…

17 dicembre 2010

Folla strabocchevole per Nichi Vendola nel tardo pomeriggio di oggi a Venezia (Aula Magna di Architettura). Mentre lo ascoltavo rapito mi è venuto un pensiero STUPENDO, nato un poco strisciando: 

"E se fosse lui il tanto atteso Messia che cala tra la sinistra addolorata e sfranta, a ridare speranza ai disgustati della politica?"

Erano sublimi le sue parole su lavoro, ecologia, libertà, dignità, rigetto della violenza "perché non produce conoscenza"…

L'ho rincorso mentre si faceva largo tra la folla per uscire dopo l'appassionato discorso (lo aspettavano a Vicenza per le 21, poareto) e gli ho teso la mano. Lui si è girato un attimo e me l'ha stretta con un sorriso, poi è scomparso tra gli ulivi del Getsemani:-)

VISTO IN ANTEPRIMA IL FILM “THE TOURIST”

16 dicembre 2010

https://i2.wp.com/images.virgilio.it/sg/cinema-tv2009/upload/ang/0005/angelina-jolie-the-tourist-2.jpg

Ricordate il mio post "Una giornata sul set del film 'The Tourist'?

Questo:

http://lucioangelini.splinder.com/post/22409265/una-giornata-sul-set-di-the-tourist

Ebbene, ieri sera – a Mestre – ho potuto finalmente visionare il film in anteprima. Che dire? Certo, sfolgorante la Jolie… divertente Venezia (di cui vengono presentati edifici lontanissimi tra loro come se fossero uno accanto all'altro)… ma di tutta la mia sofferta interpretazione, ahimè, non resta molto: solo l'immagine della mia nuca per circa due secondi di tempo. Il resto tagliato col machete:-(

Ho chiesto distrattamente a un amico:
"Scusa, sai mica se esista un premio Oscar per la 'miglior nuca dell'anno'?
"Non montarti la nuca", mi ha risposto.


(Immagine da http://images.virgilio.it/sg/cinema-tv2009/upload/ang/0005/angelina-jolie-the-tourist-2.jpg )

INCIDENTI PROVOCATI AD ARTE, SECONDO CURZIO MALTESE

15 dicembre 2010

www.youtube.com

‎29 ottobre 2008, scontri in Piazza Navona: secondo la testimonianza diretta di Curzio Maltese "gli incidenti sono stati provocati ad arte" da provocatori "ignorati dalla polizia", la quale "ha sistematicamente manganellato gli studenti senza armi e ignorato gli altri".

AND THE WINNER IS… MARCO CANDIDA

13 dicembre 2010

(Da sx a dx: Marco Candida e Giulio Mozzi)

Secondo IL SOLE 24 ORE (ma la scelta è di Michela Murgia), i migliori libri di narrativa italiana usciti nel 2010 sono i seguenti:

IL PRIMO PASSO NEL BOSCO
Alessandro De Roma Il maestrale
pagg. 208 | € 17,00

HO RUBATO LA PIOGGIA
Elisa Ruotolo
Nottetempo
pagg. 164 | € 14,00

CHIEDO SCUSA
Francesco Abate e Valerio Mastrofranco
Einaudi
pagg. 236 | € 17,50

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2010-12-11/letteratura-italiana-152620.shtml

Secondo Aleksandar Hemon il miglior rappresentante della fiction italiana 2010, degno quindi di apparire nell'annuale BEST EUROPEAN FICTION 2011 (il BEF si prende sempre con un anno di anticipo), è Marco Candida (con un brano tratto da Il diario dei sogni, Las Vegas editore).

BEF 2010

Per essere inseriti nell'annuale raccolta della Dalkey Archive bisogna seguire le SUBMISSION GUIDELINES indicate qui:

http://www.dalkeyarchive.com/aboutus/?fa=Submission

We prefer submissions to be sent by e-mail, directed to submissions@dalkeyarchive.com.

Ecco come è andata. L'anno scorso Elizabeth Harris, traduttrice di Giulio Mozzi, inviò un testo di Mozzi alla Dalkey Archive e nell'edizione BEF 2010 fu scelto proprio lui come miglior autore italiano. Allora il suo allievo (nelle scuole di scrittura creativa svoltesi a Tortona) Marco Candida, forse nel tentativo di superare il maestro, scrisse a Elizabeth e – non contento – ci si fidanzò. Questa volta l'esimia traduttrice inviò alla Dalkey Archive un testo di Candida. Casualmente, per il 2011, è stato scelto proprio lui.

Ha osservato Emanuele Bozzi sul Corriere della Sera:

"Lo strano caso di un romanziere sconosciuto in mezzo alle voci della meglio Europa".

Avevo osservato anch'io nel blog di Gulio Mozzi:

http://vibrisse.wordpress.com/2010/11/24/best-european-fiction-2011/#comments

"Sarebbe bello che Hemon spiegasse se ha scelto Candida fra altri dieci, fra altri cento, fra altri mille o solo perché il suo testo gli è piaciuto tout court. In tal caso resta scorrettissimo titolare l’antologia 'Best European fiction 2011'. Se l’Italia è rappresentata solo da Marco Candida, è più che lecito – per un osservatore anche distratto – domandarsi: e tutti gli altri e pur notevolissimi autori italiani 2011 (= 2010) che fine hanno fatto? Sono stati presi in considerazione solo quelli già tradotti in inglese o solo quelli di cui qualcuno si è preso la briga di inviare il testo tradotto? Questo il punto essenziale. Mi par di intuire che solo una manciata abbia inviato a Hemon una traduzione inglese del proprio lavoro… in linea di massima autori non vincolati per contratto alle grandi case editrici."

Giulio Mozzi ha ammesso:

"Un volume che s’intitola 'Best European Fiction' accampa sicuramente una pretesa; e dovrebbe argomentare tale pretesa (in linea di massima: spiegando come sono stati selezionati i testi). E su questo c’è poco da dire: il BEF dell’anno scorso non argomentava un bel niente; quello di quest’anno non so – non mi è ancora arrivato."

E Marco:

"Giulio, consideriamo il titolo dell’antologia 'Under 25'. Se vogliamo guardare alla lettera è il titolo più neutro e oggettivo possibile, significa semplicemente 'Categoria sotto i venticinque anni di età'. Già, ma questo titolo si riferisce a quella particolare e problematica categoria che sono da sempre gli scrittori. Dunque Pier Vittorio Tondelli aveva selezionato un gruppo di testi di giovani di meno venticinque anni e aveva detto: 'Signori miei, questi giovani sono già scrittori'. Se teniamo conto di questo, il titolo neutro e oggettivo 'Under 25' assume sfumature assai più provocatorie. Naturalmente anche allora si sarebbe potuto obiettare: 'sì, ma secondo Pier Vittorio Tondelli'…”.

Mio commento:

"C’è una bella differenza tra chiamare un’antologia 'Under 25' e “***BEST*** EUROPEAN FICTION 2011'. Certo, potrei organizzare anch’io un concorso di bellezza qui a Fano e assegnare il titolo di MISS EURASIA 2011 alla commessa più decente che decidesse di iscriversi. Di qui al considerarla davvero la più bella dell’Eurasia ce ne correrebbe… Quanto a Hemon, credo d’aver capito il tipo. Bel furbacchione. Ciao"

Comunque siano andate le cose, e mie malignità a parte, auguro a Marco Candida la più veloce stileliberizzazione possibile (il suo vero sogno, benché non registrato nella tediosa lista del  'Diario dei sogni'), adesso che si è portato a casa questo sorprendente risultato*-°

SENZAPATRIA NON DEVE CROLLARE

11 dicembre 2010

Carlo Cannella (a destra) con Gaja Cenciarelli e Lucio Angelini, al termine di una presentazione di "Tutto deve crollare".


Scrive Mauro Baldrati in Nazione Indiana:

«Un esperimento interessante sta nascendo da un editore di recente formazione, SenzaPatria fondato in maggio da Carlo Cannella. È in fase di lancio una collana denominata On the road, 24 romanzi brevi scritti da autori diversi per età, stili, contenuti, che per la loro agilità (tutti di 50-60 pagine) sono finalizzati a un concetto di movimento, di viaggio, di sosta nelle stazioni, negli aeroporti. Propongono una grafica che ricorda gli anni ’70, un disegno creato per ciascuna storia da un pittore torinese, Mario Bianco, su sfondi gialli, azzurri, rossi, tutti al costo di 5 euro. È un progetto alternativo di distribuzione che ricorda il do it yourself del punk e della new wave (non a caso Cannella ha cantato a lungo in due gruppi hardcore-punk), che ha alle spalle un progetto, e una ricerca di qualità dei testi e della grafica… »

Il resto qui:

http://www.nazioneindiana.com/2010/12/10/editoria-low-cost-una-via-d%e2%80%99uscita-dal-grande-terrore/

Mio commento:

Davvero coraggioso Carlo Cannella, cui non era servito granché l’appoggio di Vibrisselibri (mi ero battuto con le unghie e con i denti per il suo “Tutto deve crollare”, ancora scaricabile qui:

http://vibrisselibri.wordpress.com/catalogo/carlo-cannella-tutto-deve-crollare/ ).

Gli auguro di riuscire nell’impresa più difficile che esista: vendere libri senza passare per i distributori e senza al contempo naufragare in un mare di giacenze. In bocca al lupo.

CONDENSO PER VOI IL RACCONTO “TONI DALPIAZ” DI MICHELE MARI

9 dicembre 2010

Sentiero Dino Buzzati, il punto chiave:-)

(Sentiero Dino Buzzati. Il punto chiave)

Completo il post di ieri compattando per voi il magnifico racconto di montagna "TONI DALPIAZ", che Michele Mari dedicò nel 1985 alla madre, intrepida scalatrice di vette, e alla memoria di Dino Buzzati.

«… Come tutte le volte che vedeva un albero di quelle dimensioni si domandò se sarebbero bastati due uomini ad abbracciarne il tronco…. Ma doveva provare, era l’albero che lo chiamava, che voleva essere conosciuto nella sua grandezza… Come tante altre volte Toni Dalpiaz si schiacciò con il petto contro il tronco gettandogli intorno le braccia… “No” si diceva ridiscendendo a valle con il cuore gonfio di piacere, “due uomini non bastano ad abbracciarlo”… Quante volte aveva provato ad immaginare forme diverse per quelle montagne: altri profili e colori, altre distanze, altra pietra, ma sempre, scotendo la grossa testa, aveva concluso che lì, intorno a lui, non era possibile altro paesaggio che quello… così era Dalpiaz, un uomo che coincideva esattamente con i paesaggi visti fin da quand’era piccolo… Ma da poco tempo c’era qualcosa di nuovo, una luce degli occhi inquieta e pensosa… “… quella cima, Toni, verrà in primavera una ruspa a graffiarla, e poi delle altre a scavarla, farci buchi, e uomini intanto a segare alberi nel rumore delle lame a motore e delle pulegge, e tutto distrutto per sempre…”

… Avevano vinto per 71 voti contro 33 giù al Municipio, e l’antico progetto della funivia fino alla cima Pilascia era diventato improvvisamente il primo sorprendente pezzetto di una realtà già incominciata… Da quando gli avevano portato la notizia, su alla malga, Toni si era ancor più chiuso nei suoi luoghi e nelle sue giornate…Toni Dalpiaz era così, non sapeva accettare una diminuzione che mutilasse ciò che aveva la sua bellezza proprio nell’essere completo, ed intatto, e uguale a sé stesso in ogni sua parte, in ogni larice, in ogni cembro, in ogni picea, in ogni sasso e filo d’erba, in tutte le sue moli nascoste di pietra… Conosceva quegli esseri rumorosi che chiamavano turisti per averne incontrato qualcuno giù in paese… così chiassosi, così presuntuosi, così inutili… così incapaci di solitudine, così sordi agli spazî, al trascolorar delle ore, alle sfumature digradanti della dolomia lontana, al giusto sentiero… Alti piloni aranciati di minio si susseguivano a intervalli lungo la linea di quella che sarebbe stata presto la funivia… Nemmeno capiva come si potesse essere orgogliosi di qualcosa che avrebbe tolto alla salita sulla Pilascia ogni piacere e ogni merito, ogni memorabilità… E ancora meno poté capirlo quando la vide: enorme, luccicante, appena montata, violacea nella pallida luce dell’alba… Che senso c’è a salire sulla Pilascia con quella cosa lì si diceva… “…Quella leva là è il freno di Giuda… quando non è tirato tiene la cabina agganciata al cavo vettore, ma se tu spezzi questi sigilli e lo abbassi tutto, precipiti giù con la cabina e con tutti quelli che ci sono dentro…”

… Tre ore e mezza prima dell’alba si levò automaticamente dall’inutile letto… Quella cabina così chiusa, così lucida… Intanto poteva troncare i sigilli del freno… Tra poco la cabina si sarebbe trovata sopra il Crep-de-Niz… Adesso era sopra, adesso, adesso rimuoveva i sigilli e tirava la leva, adesso sarebbe sceso per risalire… La cabina cadde diritta nel crepaccio, e all’alba era già successo il mattino.»

MICHELE MARI FA UN REGALO DI NATALE DA INCUBO A SUO PADRE

9 dicembre 2010

(Michele Mari)

Trascrivo dal volume “Campiello 1990. Antologia”, illustrato da Emilio Vedova e stampato in 1200 esemplari numerati da S.I.A.V. Editore s.r.l., Venezia, la seguente scheda (non firmata) introduttiva al magnifico racconto di Michele Mari  “TONI DALPIAZ”.

«Michele Mari ha manifestato la sua predilezione per la letteratura “nera” all’età di otto anni: era il Natale del 1964, e non sapendo cosa regalare a suo padre, scrisse e confezionò in forma di libro il “romanzo” L’incubo nel treno. Sul frontespizio, in basso, si leggeva: “Serie nera. N° 1”. Due anni dopo, non avendo fatto i compiti delle vacanze e volendo farsi perdonare dalla professoressa, scrisse il romanzo di fantascienza lugubre Il pianeta sconosciuto, che con impressionante coincidenza anticipava l’idea e la trama del film Il pianeta delle scimmie. Nel corso dello stesso anno volle cimentarsi con il fumetto: il risultato è costituito dalla truculenta vicenda de La morte attende vittime, cui, negli anni dell’adolescenza, avrebbero fatto seguito altri fumetti, tratti ora da Conan Doyle, ora dai più cupi racconti di Bradbury, ora dai canti più cruenti dell’Orlando Furioso. Del 1971 infine, dopo alcuni incompiuti tentativi di narrazione “hard-boiled”, è il romanzo Il commissario Dennis e il caso McDoualls, che si accosta ai modi più classici del giallo “scientifico”.
Di bestia in bestia e Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, i due romanzi “gotici” pubblicati da Longanesi nel 1989 e nel 1990, altro così non sono se non il coronamento di una piccola tradizione personale: l’origine prima dell’ispirazione resta quell’antica paura. Quando chiedono a Mari quali sono gli scrittori che più lo hanno influenzato, dunque, non dovrebbe nominare (certo con riverenza, con soggezione) Stevenson o Poe, Conrad o Melville o Borges: ma il De La Mare delle Storie di animali, il Collodi notturno della Quercia alta, l’Hoffmann Donner dello Struwwelpeter. Con poche eccezioni, i racconti scritti da Mari nell’ultimo decennio [l’articolo è del 1990, N.d.r.] eccepiscono a queste considerazioni. L’elemento gotico, così esibito in Di bestia in bestia, e il gusto “notturno” che impronta tante pagine del secondo romanzo, vi sono pressoché assenti, ed anche la lingua si fa più piana e tranquilla. Il racconto che segue [“Toni Dalpiaz”, N.d.r.], del 1985, è dedicato alla madre dell’autore, intrepida scalatrice di vette, ed insieme alla memoria di Dino Buzzati, narratore malioso che memorie familiari lo illudono di aver conosciuto.»

PAOLO FRANCESCHETTI, BENEFATTORE DELL’UMANITÀ

7 dicembre 2010

(Paolo Franceschetti)

Mi sono letteralmente commosso, ieri mattina, leggendo sul Gazzettino di Venezia l'articolo

"Il veneziano che dà scacco alla sete nel mondo".

Ne riporto qualche stralcio.

«L’idea gli è venuta mentre faceva bollire l’acqua della pasta: perché non recuperare il vapore acqueo condensato nel coperchio per ricavarne acqua potabile? L’intuizione del veneziano Paolo Franceschetti ha portato alla creazione di una serra solare, chiamata Solwa, che funziona a energia solare e che l’Onu ha inserito fra le dieci idee per lo sviluppo dell’umanità. La serra a evaporazione costa poco, è fatta di materiali di recupero e potrebbe portare acqua potabile in ogni parte del mondo. Così si sono già fatti avanti i governi di Bolivia, Marocco, Perù ed Etiopia. Ma anche le grandi multinazionali dell’acqua, pronte a boicottare l’invenzione di Franceschetti.»

«La serra ad evaporazione SOLWA di Paolo Franceschetti utilizza i raggi solari catturati da un pannello fotovoltaico per generare calore e portare ad evaporazione l'acqua. Sia che si tratti si acqua di mare o acqua inquinata, il vapor acqueo prodotto nella serra altro non è che acqua potabile pronta all'uso. Un'acqua fin troppo pulita, tant'è che si consiglia d'addizionarla con qualche sale minerale. Rispetto alle altre techiche di desalinizzazione, il SOLWA è indipendente dal punto di vista energetico e risce a far evaporare l'acqua anche a basse temperature. Senza dimenticare che si tratta di una tecnologia fruibile da tutti: tranne che per il pannello solare, il resto della struttura può esser ricavato da materiali di recupero comuni: plexiglass, bancali di legno, pezzi di latta. Minima è anche la conoscenza tecnologica richiesta, mentre massima è la sua affidadilità: il futuro kit SOLWA sarà garantito 20anni e dovrebbe costare sui 200€. L'utilizzo è ampio, ma il sistema è stato ideato soprattutto per venire in contro alle esigenze del terzo mondo e per aiutare a sconfiggere la sete nel mondo, un'emergenza che colpisce 1,6 miliardi di persone nel pianeta. I piccoli villaggi potranno desalinizzare acqua di mare, ma anche grandi nazioni in via di sviluppo potrebbero farci un pensierino: nelle loro sconfinate periferie e baraccopoli, l'acqua potabile è tutt'ora un miraggio. In attesa del brevetto mondiale, Paolo Franceschetti, in collaborazione con la Ong Cesvitem di Mirano, è pronto a sperimentare il SOLWA in Peru ed Etiopia.»

Dichiara Franceschetti all'intervistatore Marco Dori:

«Il prototipo l'ho creato con l'aiuto di qualche amico: un idraulico, un elettricista, mentre l'università di Padova non aveva un soldo per aiutarmi nel progetto che era parte integrante della mia tesi di laurea. Ora sono diventato ricercatore presso la facoltà di Scienze Ambientali di Ca' Foscari e il mio dottorato è proprio finalizzato al miglioramento del SOLWA. Per fortuna ho ricevuto l'appoggio di Veneto Sviluppo e dell'assessorato allo Sviluppo e alla Cooperazione della Regione Veneto. Il primo mi aiuterà a brevettare nel mondo la mia invenzione, il secondo ha stanziato 20mila euro per i miei viaggi. Devo correre ad un sacco di conferenze e a presentare la mia invezione a quegli stati che hanno manifestato interesse, tra i quali Bolivia e Marocco.»

Purtroppo anche le multinazionali dell'acqua hanno cercato Paolo… e non per sostenerlo. «Anzi, – ha dichiarato il giovane ricercatore veneziano – mi hanno fatto intendere che si opporranno alla mia invenzione, anche al punto di comprare il brevetto e di lasciarlo in un cassetto


 

ALDO NOVE SI DÀ ALL’AUTOFICTION

5 dicembre 2010

La vita oscena

L’incipit acchiappa da matti, con le sue parole ben scandite e tutti quei begli “a capo” come in una poesia:
 
«Mio padre morì all’improvviso, di ictus.
Gli sopravvisse mia madre, malata da anni di cancro. (1)
Sarebbe dovuta morire prima lei.
Tutti aspettavamo la morte di mia madre.
Ogni giorno, da quattro anni.
Non se ne parlava.
Lo si sapeva, tutti lo sapevano.
Quello era vivere la morte.
La morte di mia madre.
Invece morì lui.
Mia madre la prese come un’offesa inimmaginabile…»
 
Poi il racconto, che sarebbe stato bellissimo se condensato in una dozzina di pagine, si annacqua in una serie di pistolotti lirico-adolescenziali che hanno soprattutto lo scopo di dilatarlo alla lunghezza minima sindacale di un romanzo (111 pagine). Di tanto in tanto, è vero, riaffiorano nuclei più sodi del tipo: “Poi l’uomo propose di incularmi mentre io inculavo la sua donna” (p.95) (intendo le pagine in cui si raccontano i tentativi di trasformare il dolore in piacere), ma nel complesso la densità risulta piuttosto disomogenea.
“Il più autentico romanzo di formazione dei nostri anni”, recita la quarta di copertina. Beh, cala Trinchetto… mi verrebbe da dire ripensando a un vecchio Carosello. Ma riconosco volentieri al librino di Aldo Nove una sua dolente freschezza. 
 

(1) Cfr. l’incipit di Davì, di Barbara Garlaschelli (EL, 2000): «Mia mamma se n’è andata di casa una mattina d’estate. Avevo dieci o undici anni. Mi ha detto solo: “Ciao Davì” ed è uscita. Non l’ho più vista. Papà l’ha chiamata puttana e mi ha detto che se ne era andata con un altro».