MICHELE MARI E LA DIVERSITÀ

 

“Ci sono persone per le quali il passato è la sola dimensione reale. Per queste persone vivere significa essenzialmente aggiornare il proprio passato; di tale aggiornamento esse hanno coscienza discontinua, apparendo loro talvolta come conservazione, talvolta invece come perdita. È in simili momenti di lutto che queste persone, inorridite dal dilapidante cangiare della vita, chiedono soccorso alla letteratura. Ma la letteratura è dea intollerante, e gelosa della vita esige da loro il sacrificio di ciò che più le ricorda la rivale: va così che quelle persone debbano rinunciare a ciò che più premeva loro, riprodurre la continuità della vita fra il suo accendersi nella nascita e il suo spegnersi nella morte. Può allora capitare che, sconsolate dall’indicibilità di questa pienezza, e angustiate dall’impegno di dover sezionare la vita come macellai, si aggrappino come a una zattera a quei lembi di passato che la vita abbia generosamente già delimitato per loro.” (p. 3) 
 
“Ogni camerata è sede a una Squadra e capisce venticinque brande a castello per un totale di cinquanta posti… [cut]… Ed oh vertigine orrenda, al pensiero (continuamente nutrito dalla crassa evidenza dell’aere) del numero di soldati che respiravano (soprattutto espiravano) nel medesimo ambiente! E all’idea che ogni corridoio collegasse fra loro due macroambienti siffatti! E che grazie alle trombe delle scale, che si aprivano al mezzo del corridoio, ognuno di questi gremiti universi fosse collegato ai superiori (e i superni agli inferni), in un cosmorama ch’io componevo e ricomponevo nella mente sgomenta così: 3 piani, 6 glòmeri di camerate, 30 camerate, 750 brande binate, 1500 giacigli, 3000 polmoni, 1500 bocche e 1500 sfinteri… (cosmorama che si ripeteva identico al lato opposto della caserma, l’occiduo, dove aveva stanza un’altra Compagnia, la I, sulla quale veggansi i capitoli XV e XXXII).” (pp. 16-17)

“Quanto ai cessi ci sono cose… ci sono cose che il tacere è bello, e che nessuna sapienza letteraria varrebbe a riscattare: sappia solo il lettore che le porte (dirute) eran conformi a quelle dei rissosi saloons, e che nonostante tutti gli equilibrismi per non contaminarsi al tatto del cubicolo orrendo, il fruitore rischiava di essere scaraventato in quel botro dal tentativo d’ingresso d’altrui: regolarmente effettuato con un secco e non preavvisato calcione.” (p. 23)
 
“Per la stessa ragione che mi aveva sconsigliato di portare con me oggetti troppo vistosi, già prima di partire avevo sacrificato la mia amata barba sull’altare dell’anonimato: temevo infatti mi potesse didascalicamente distinguere rendendomi facile meta di lazzi o comunque di non gradita attenzione. Ora, non è che io cercassi di conformarmi in parte all’altrui sembiante per disdegno della diversità in sé stessa o della solitudine, perché come la lunga e macerante pratica degli studi mi aveva isolato dal mondo conculcandomele giorno dopo giorno nella pelle e nella carne, quella diversità e quella solitudine, così di esse avevo preso l’abitudine di compiacermi come di una gran qualità, con la conseguenza di giudicare una debolezza il desiderio, sporadicamente riaffiorante, di una maggiore confidenza o communio con gli altri: altri che vivono, concedevo, vivono la vita vera e non questa cartacea, però nel mio viver riflesso io sòmmi ben più in profondo di quanto sappiansi quelli, però la mia vita si risolve per dialettico incanto in forma superiore di vita, però… però… Però come disse Saba in diversi luoghi del suo librone, è pur bello sentirsi uomo fra gli uomini, e in che modo avrei potuto non desiderarlo mai? Ma appunto io potevo desiderarlo allora, appunto potevo concedermi quel lusso perché conoscevo la mia diversità come un dato a priori e immutabile, una formidabile garanzia che mi avrebbe infallibilmente ricondotto a me stesso al termine di quella vacanza: o meglio, che mi avrebbe segretamente lasciato solo con me pur nel folto dell’esperienza mondana. Sempre sapeva, il sublime Pier Paolo, il momento del ritorno alle ascetiche carte e alla virtù letteraria…” (pp. 43-44)
 
“Insomma a non farla troppo lunga quand’io pensavo all’anno che mi attendeva lo prefiguravo in questi termini, come un inferno ricco e sapido, a suo modo gustoso, persin divertente, e ruvido e concreto: ma di sopportabile attraversamento solo perché tenevo ben stretta la garanzia del ritorno, come i viandanti che passeranno indenni in una certa foresta a patto di non abbandonare mai il virgulto a forma di ipsilon ricevuto da rugosa vecchina. Solo così potevo accettare la sentenza volgare per cui il servizio militare va fatto perché è comunque ‘ esperienza’: ma anche il taglio della testa è una bella esperienza, anche Empedocle fece una singolare esperienza cadendo nel vulcane: baie: ‘bella’ è solo l’esperienza che consente il ritorno, che dunque ti aggiunge qualcosa attorno, o sopra, ma che non ti riforma le entragne, non ti tocca l’entelechia.” (p. 45)

“Insomma se cercavo la mescolanza non era per viltà, ma per il lusso squisito di sapermi ineguale in quella provvisoria eguaglianza, tanto più eguale a me solo quanto più sembrassi  eguale a quegli altri: con il sovrappiù, dunque, di un impagabile gusto dell’inganno: mi aggirerò un anno fra di voi, e non conoscerete mai la mia vera identità…” (p. 46)

(Da Michele Mari, Filologia dell'anfibio – Diario militare-, Editori Laterza 2009 [precedente edizione: Bompiani, 1995])

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Una Risposta to “MICHELE MARI E LA DIVERSITÀ”

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