DI KAFKA IN CHITI: “LE CONVERSAZIONI DI ANNA K.”

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È al teatro Goldoni di Venezia, in questi giorni, l'opera vincitrice del 49° Premio Riccione per il Teatro: "Le conversazioni di Anna K.", testo e regia di Ugo Chiti, con una grandissima Giuliana Lojodice.

Questa l'operazione di Chiti: partendo da Gregor Samsa, ovvero da "La metamorfosi" di Franz Kafka, si è concentrato sul personaggio marginale dell'anziana governante e l'ha resa protagonista assoluta, riscrivendo la storia dal suo punto di vista. In Kafka la constatazione dell'emblematica diversità assunta da Gregor – metamorfosato in insetto -, suscita reazioni di orrore e di rifiuto in tutti i famigliari. Il padre medita persino di liberarsi del figlio-mostro che a poco a poco si ammala, rifiuta il cibo e si lascia morire. In Chiti la "situazione" di Gregor viene ricondotta, attraverso l'approccio della ciarliera e pratica Anna, alla "consapevolezza che la vera diversità consiste nell’essere esclusi dai sentimenti" (così la giuria del Premio Riccione). Con la sua umanità e il suo affetto Anna riesce a convivere con il dolore, continuando a vedere la persona Gregorio "oltre l'insetto" e imperniando la vicenda sui temi dell'accettazione e dell'ascolto.

Leggo in teatrospettacolo.org:

"Due ore cariche di poesia, sentimenti e sensazioni diverse, la protagonista è una donna sola, sopravvissuta ad una serie di umiliazioni e ferite che è sempre riuscita a risollevarsi e a reagire, anche grazie alla famiglia Samsa dalla quale è stata assunta per pietà in uno dei momenti bui della sua vita, non aspetta altro che trovare “qualcuno con cui intendersi” dice, e lo dice ad uno scarafaggio e/o a sé stessa."

Passando dall'insetto Gregor alle "cavallette" tunisine in costante arrivo da Lampedusa, mi piace riportare un passo di Z. Baumann:

""L'odio e la paura dell'odio sono antichi quanto il genere umano (forse ancora più antichi…), e le probabilità che la loro eterna familiarità con la condizione umana possa essere interrotta in un prossimo futuro appaiono alquanto scarse, sempreché ve ne siano. Odiamo perché abbiamo paura; ma abbiamo paura a causa dell'odio che avvelena la nostra coabitazione sul pianeta che condividiamo… Abbiamo bisogno di qualcuno da odiare per sbarazzarci del senso devastante della nostra indegnità, sperando così di sentirci meglio, ma affinché questa operazione riesca, essa deve svolgersi celando tutte le tracce di una vendetta personale. Il legame tra la percezione della ripugnanza e dell'odiosità del bersaglio prescelto e la nostra frustrazione alla ricerca di uno sbocco deve restare segreto. In qualunque modo l'odio sia nato, preferiremmo spiegarlo, agli altri e a noi stessi, adducendo la nostra volontà di difendere cose buone e nobili che essi, quegli individui odiosi, denigrano e contro le quali cospirano, sostenendo che la ragione per la quale li odiamo e la nostra determinazione a liberarci di loro siano causate (e giustificate) dal desiderio di assicurarci la sopravvivenza di una società ordinata e civile. Insistiamo a dire che odiamo perché vogliamo che il mondo sia libero dall'odio. (…) "

Da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/09/29/r2-odio-per-lo-straniero.html

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