WITTGENSTEIN E DAVIS: LA RICERCA DELLA PERSPICUITÀ E LA PROSPETTIVA ETICA

(Sara Fortuna, l'autrice del saggio "Il giallo di Wittgenstein")

[A integrazione dei due post precedenti]

"Wittgenstein legge almeno due volte il romanzo di Davis (la prima dopo il 1944, anno della pubblicazione in Inghilterra* e la seconda nel 1948) confermando il suo giudizio di eccellenza. Un obiettivo di questo saggio è mostrare, alla luce della riflessione di Wittgenstein di quegli anni, tutte le ragioni per cui l'operazione letteraria di Davis gli apparve così valida e interessante. Rendez-vous with fear è, in effetti, un piccolo capolavoro la cui grandezza non dà immediatamente nell'occhio e in cui una ricetta solo apparentemente semplice ha come risultato una costruzione a più livelli e una densità metaforica, che forse solo un filosofo, dall'ispirazione così affine, come Wittgenstein poteva comprendere appieno. E come Wittgenstein aveva immaginato, la perfezione di questo poliziesco non fu neppure lontanamente raggiunta dagli altri romanzi della stessa serie, che vede l'investigatore Doan all'opera con a fianco un assistente canino, il gigantesco alano Carstairs.**" (pgg. 55-56) 

"Alla base dello scenario in cui un individuo ne elimina un altro, provando a cancellare ogni traccia che possa far emergere la sua colpevolezza, si profila una concezione moderna e relativamente recente dell'azione all'interno della polis: essa può essere però almeno fatta risalire all'assioma del Principe di Machiavelli, secondo cui per pensare l'azione politica è necessario partire dal presupposto di un contesto sociale non trasparente, in cui un progetto di dominio può essere messo in pericolo da progetti antagonisti." (p. 67).

"Rendez-vous with fear è l'esito di una operazione narrativa solo apparentemente semplice e popolare il cui carattere fondamentale è l'umorismo. Il 'normale' lettore di gialli viene probabilmente disorientato e deluso nella propria aspettativa dal fatto che il romanzo dedichi una cura piuttosto limitata alla costruzione dell'intreccio giallistico e all'operazione con cui si concentrano i sospetti su diversi personaggi, per poi rivelare ai lettori, precedentemente depistati, l'insospettabile o il colpevole meno sospettabile, attuando una vera e propria riconfigurazione gestaltico-interpretativa dell'intera vicenda maturata." (p. 113)

"Ma quello che molti possono aver percepito come un limite del romanzo viene probabilmente visto da Wittgenstein come un obiettivo che l'autore persegue intenzionalmente, un obiettivo che non ha tanto a che vedere con quello di suscitare l'ilarità dei lettori, ma appare piuttosto vicino a quello ricercato dallo stesso filosofo nella sua attività filosofica. Esso consiste in una applicazione del metodo della rappresentazione perspicua e adotta una ricostruzione morfologica, che assume un ruolo sempre più centrale nella riflessione più tarda del filosofo, il cui motto shakespeariano ("I'll teach you differences") da lui scelto, si addice alla perfezione anche al romanzo di Davis." (p. 114)

"Fin dalle prime pagine di Rendez-vous with fear la questione etica viene direttamente riferita alla relazione di violenza che è possibile stabilire con il corpo altrui. Si tratta di una possibilità iscritta nella forma di vita umana e il genere poliziesco nasce proprio dall'assunzione di questo fatto, che, insomma, l'omicidio faccia pate a pieno titolo dell'esperienza umana. E tuttavia Davis mette in questione e interroga il senso stesso di questo dato, avanzando in forma narrativa l'ipotesi che alla presunta inevitabilità dell'omicidio si opponga in una tensione dolorosa, all'interno della stessa forma di vita, l'idea di una sua inconcepibilità e intollerabilità, di una reazione di rifiuto in grado di sospendere lo stesso genere narrativo poliziesco, esponendolo a una metamorfosi o piuttosto a una ibridazione." (p. 183)

"La minaccia fisica, la superiorità affermata con la violenza, rappresentano il grado più primitivo e rozzo della relazione di potere, che può appunto sfociare, nei suoi casi più estremi, nell'omicidio: Davis ha descritto spesso, sarcasticamente, questa relazione ed è da qui evidentemente che deve partire per immaginare una trasformazione della natura umana." (p. 186)

"Il topo nella montagna è l'immagine che sintetizza l'incubo avuto, nella notte dopo il terremoto, da Henshaw, il piazzista di impianti idraulici per il bagno, a tal punto terrorizzato dalla visione onirica da svegliarsi e svegliare con i suoi urli gli altri turisti americani alloggiati nello stesso hotel. A Doan racconta il sogno in questo modo: "Mi ha sentito? Be' avevo un incubo. Uno di quelli tremendi. Sa che questa catena di montagne dicono che sia una donna addormentata. Ho sognato che lei stava là sdraiata tutta tranquilla, quando un grande topo che assomigliava a Carstairs arrivava di soppiatto, e quella faceva un balzo e mandava un urlo e scuoteva i vestiti, e tutta la dannata città cadeva nel canyon". (p. 197)

"L'attenzione di Wittgenstein per il sogno e la sua traduzione verbale, così come per quel gioco linguistico anomalo che è il motto di spirito o per i giochi del significato secondario è connessa direttamente all'elaborazione di una riflessione sul linguaggio in grado di fare i conti con la complessità delle attività significative umane e di portare alla luce componenti rimaste escluse dallo sguardo filosofico o relegate appunto a pratiche eccezionali e, in quanto tali, non esemplificative degli usi ordinari del linguaggio." (p. 201)

"[Le motivazioni per cui Wittgenstein] si è appassionato al giallo di Davis… sono riconducibili al nesso che diversi studiosi hanno individuato tra il suo metodo filosofico e quello della proto-indagine investigativa proposta da Edgar Allan Poe nella Lettera rubata: la soluzione dell'enigma non è nascosta, ma è sotto gli occhi di tutti, e tuttavia riportarla alla luce è la cosa più difficile di tutte e richiede appunto quella ricerca della perspicuità le cui modalità paradossali sono comuni alla forma della scrittura di Davis e a quella di Wittgenstein." (p.268)

"Il granello di saggezza di cui parla Wittgenstein a proposito dei romanzi polizieschi (ma certo riconosceva ben più meriti all'opera di Davis) consiste allora forse in questa capacità di indirizzare l'attenzione su una prospettiva etica, che non può essere resa esplicita, né descritta attraverso parole, ma solo attraverso un atteggiamento in grado di alludere proprio a questo tipo di disposizione. Così forse Wittgenstein arriva a interpretare il giallo di Davis in modo affine a come lui stesso, nella lettera a von Ficker con cui accompagna la spedizione del Tractatus, spiega che il senso del suo libro è etico. Ma Davis realizza anche e anzitutto, come abbiamo visto, un tipo di analisi delle molteplici attività umane estremamente affine all'attività filosofica più tarda di Wittgenstein, con cui condivide la ricerca di una perspicuità ottenuta attraverso giochi di parole, similitudini, descrizioni fisiognomiche e quei fenomeni del vedere-come che riportano alla luce uno strato di significazione rimosso dagli usi normali del linguaggio." (p. 276)

"Anche Davis, all'interno di una rappresentazione in apparenza popolare ma in realtà estremamente raffinata e complessa delle società umane nella loro molteplicità e interazione, sembra prefigurare un superamento del giallo, come via di uscita da una condizione antropologica giudicata inaccettabile, quella appunto in cui l'omicidio fa parte della forma di vitsa umana." (p. 277)

"… se la filosofia dell'ultimo Wittgenstein fosse stata un giallo, una hard boiled story della scuola statunitense certamente sarebbe stata The Mouse in the Mountain di Norbert Davis." (p. 277)

Il saggio di Sara Fortuna si chiude con una:

POSTILLA SUL SUICIDIO DI NORBERT DAVIS: L'ULTIMO ENIGMA DI UNO SCRITTORE DI DETECTIVE STORIES.

——–

*La prima pubblicazione del romanzo negli Stati UNiti, con il titolo The Mouse in the Mountain, esce con l'editore Morrow nel 1943 e poi nel 1944 con Grosset & Dunlap. In Inghilterra viene pubblicato con il titolo Rendez-vous with fear da Withy Grove Press – London e Manchester – nel 1944.

**La coppia dei due investigatori Doan e Carstairs è introdotta per la prima volta in La casa dell'Olocausto (Holocaust House 1940), compare in Sally, spie e coltelli (Sally's in the Alley 1940), in All'assasino (Cry Murder! 1944) e in Mio caro assassino (Oh, Murder Mine 1946). Davis inventa anche un'altra figura di investigatore, Max Latin, dal temperamento e dall'eloquio più brutale e violento.

(La foto di Sara Fortuna è tratta da http://www.ici-berlin.org/typo3temp/pics/06ebebaebf.jpg )

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2 Risposte to “WITTGENSTEIN E DAVIS: LA RICERCA DELLA PERSPICUITÀ E LA PROSPETTIVA ETICA”

  1. utente anonimo Says:

    ho comprato questo libro dopo averne letto in questo blog, nel primo post che gli hai dedicato. Ho aspettato due mesi che arrivasse, la mia piccola libreria lo aveva ordinato ma non ce n'erano copie in giacenza. Ieri sera ho cominciato a leggerlo, e ho già capito che è una bomba. In particolare la sua lettera a Malcolm che si rifà vivo dopo la loro vecchia discussione: non è il massimo?

    Ho letto "Il dovere del genio" e altri libru SU wittgenstein, che per qualche motivo mi appassiona. Pur non capendo io niente di filosofia o di linguistica. Vorrei saperne sempre di più su di lui. Ma ho già letto "Il dovere del genio" e "W maestro elementare". Vorrei essere stata il suo Gilbert Pattison. Dopo essermi sorbita la sua solfa sul mio repellente sciovinismo, lo avrei lasciato sbollire, e poi gli avrei scritto qualcosa di buffo – lui mi avrebbe risposto qualcosa di altrettato buffo, su qualche ritaglio di assurda pubblicità (come facevano tra loro – e la cosa sarebbe finita lì.

    dia

  2. utente anonimo Says:

    scusa le ripetizioni, non ho riletto
    d

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