Archive for luglio 2011

MANCASSOLA CHI ERA COSTUI?

29 luglio 2011

(Marco Mancassola)

A volte mi illudo di essermi fatto almeno un'idea sommaria della nuova letteratura italiana che conta, poi, all'improvviso, scopro di ignorare del tutto autori perfettamente noti ai veri espertoni della materia. Mi è capitato ieri con Marco Mancassola, che – confesso – non avevo mai sentito nominare, malgrado il Gazzettino lo definisse "celeberrimo".

Copio-incollo dal quotidiano veneziano di ieri:

"Da segnalare anche il primo dei 'Pomeriggi letterari' della rassegna Incontemporanea al Teatro La Fenice, alle 17, a cura di Stefano Spagnolo, con celeberrimi scrittori italiani, che si propone un intreccio tra Veneto letterario e musicale. Apertura con Marco Mancassola (seguiranno domani e sabato rispettivamente Vitaliano Trevisan e Tiziano Scarpa), accompagnato da Sergio Wow Bertin al live-electronics, in “Non saremo confusi per sempre”, sua ultima fatica editoriale per Einaudi, dedicata a famosi casi di cronaca ben stratificati nell’immaginario collettivo."

Una rapida consultazione del web mi ha fatto scoprire che Mancassola non è nemmeno più di primissimo pelo (38enne!) e che pubblica dal lontano inizio del secolo. Questa la sua scheda in Wikipedia:

«Il suo romanzo giovanile Il mondo senza di me esce nel 2001, pubblicato dalla piccola casa editrice Pequod. Il romanzo viene ripubblicato nel 2003 nella collana Oscar Mondadori. In seguito escono il romanzo Qualcuno ha mentito (Mondadori 2004, collana Strade Blu), il saggio narrativo Last Love Parade- Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni (Mondadori Strade Blu 2005, poi Oscar Mondaori 2006), il racconto Il ventisettesimo anno (Minimun Fax 2005), il romanzo La vita erotica dei superuomini (Rizzoli Editore 2008). Nel 2007 ha scritto la sceneggiatura per il film di Andrea Adriatico All'amore assente. Nel 2010 è uscita in Francia per l'editore Gallimard la trilogia narrativa Les Limbes. Infine, il suo ultimo libro è Non saremo confusi per sempre (Einaudi Editore 2011).

Insomma un curriculum di tutto rispetto.

Mi reco con un senso di colpa alla Fenice, ascolto il reading di Marco Mancassola (due racconti quasi per intero dal recente volume), trovo il tipo sobrio e carino, ma assai deludente l'idea base di "Non saremo confusi per sempre": partire dalla ricostruzione di eclatanti casi di cronaca (Eluana Englaro, Federico Aldrovandi, Alfredino Rampi…) e poi deviare per la tangente, facendo diventare, per esempio, Federico un fantasmino patetico che si aggira sul luogo in cui è stato massacrato di botte da poliziotti cattivi e che a un certo punto esclama: "Chi l'avrebbe mai detto che l'aldilà sarebbe stato così!" (o qualcosa di simile); o inventando un nuovo epilogo per la vicenda di Alfredino Rampi (già ampiamente sfruttata da Giuseppe Genna nel suo Dies Irae, bisogna dire). Nel racconto di Mancassola Alfredino non muore veramente, ma a un certo punto veleggia orgoglioso verso il centro della terra insieme al capitano Otto Lidenbrock – l’esploratore protagonista del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne. Mah. Bah. Che dire?

Sarà pure un "riattraversamento letterario della cronaca", come ha scritto il TQ Giorgio Vasta su Nazione Indiana, ma a me mi sa che 'sto libro (per dirla in letterariese puro) proprio non me lo comprerò. Infatti mi cadono le palle già al solo pensiero di ripercorrere daccapo tutta la storia della povera Eluana Englaro, anche se poi, magari, verso la fine, Mancassola non mancherà di trasformare la ragazza – chessò io ? – in una screziata farfalla che svolazza felice di fiore in fiore. Piuttosto assaggio qualcuno dei lavori precedenti, che 'vve devo da di'?

Però mi levo tanto di cappello davanti a un giovane che fin da subito è riuscito a convincere i più grossi editori a ingaggiarlo… Bravo Marco. In bocca al lupo. Continua così.*-°

AGOTA KRISTOF A VENEZIA IL 3 OTTOBRE 2003

28 luglio 2011

Nel 2003 non avevo ancora il blog, quindi non scrissi nulla, però in Campo Sant'Angelo ad ascoltare Agota Kristof – alle cinque del pomeriggio del 3 ottobre – andai certamente anch'io. Non mi resta che quotare l'articolo di Roberto Ferrucci per il Mattino di Padova:

Agota Kristof, l’essenziale

Sta seduta sulla panchina di Campo Sant’Angelo, guarda la gente passare, fuma. Quella signora minuta, capelli neri, maglioncino grigio, è Agota Kristof, uno degli scrittori più importanti e più amati. Sta aspettando che arrivi il momento del suo reading a Fondamenta. Raramente si è concessa a incontri col pubblico. Ancor più raro è intervistarla. Seduta lì, così, semplicemente, sembra un suo libro, Agota Kristof. Meglio: sembra la sua scrittura. Semplice, essenziale, netta. L’intervista è finita da poco e guardandola adesso la prima frase che ritorna in mente è un altro ritratto di semplicità. «Io scrivo sempre ma senza obiettivi. Magari sto cucinando, mi viene in mente una cosa e la scrivo». La sua fama e importanza Agotha Kristof la deve a due libri: La trilogia di K. e Ieri, pubblicati da Einaudi e tradotti in 36 lingue. Li ha scritti in francese, lei che vive a Neuchatel ma che è nata nel 1935 in Ungheria. «Quando sono arrivata in Svizzera ho lavorato in una fabbrica di orologi e accanto al mio banco di lavoro tenevo un foglio dove appuntavo delle cose. Scrivevo poemi. Il ritmo delle macchine scandiva i versi. Avevano lo stesso ritmo. Poi è iniziato un periodo durante il quale ho scritto pochissimo. Stavo perdendo dimestichezza con l’ungherese ma non ero ancora in grado di scrivere in francese». Poco dopo confesserà di non aver mai perdonato al suo ex marito di averla portata via dal proprio paese. Lui faceva politica e si sentiva minacciato. Ora ci torna, certo, ha il doppio passaporto, può votare, ma vuole star vicino ai suoi figli che sono nati e cresciuti in Svizzera. Dopo la crisi linguistica, ha incominciato a scrivere in francese. Pièces teatrali, frasi brevi, semplici. «Ne ho scritte venti, ne salvo nove», dice ridendo. Scherza anche sul suo nome e cognome, Agota Kristof. «I miei mi hanno chiamato così ma non sapevano dell’esistenza di Agatha Christie. Io ho firmato tutti i miei lavori con lo pseudonimo Zaik, il nome di mia nonna materna. Non volevo essere confusa con la mia quasi omonima. Volevo pubblicarli con quel nome, ma l’editore francese non era d’accordo. "Hai un nome bellissimo, la gente deve riconoscerti per quello", mi ha detto e aveva ragione lui, sembra».
Agota Kristof esige molto dalla propria scrittura. La sua secchezza, la sua semplicità è dovuta a un lavoro lungo, complicato: «Non scrivo mai dall’inizio alla fine. Procedo a pezzi. È tutto un andirivieni. Scrivo molto e poi butto via. Alla fine faccio tre o quattro stesure. Tolgo tutto quello che è sentimentale». Il suo romanzo Ieri è stato portato al cinema dal regista Silvio Soldini, un film intitolato Brucio nel vento: «A essere sincera non mi è piaciuto affatto. Non mi piace l’attrice che interpreta Line. E poi il finale non c’entra col mio libro, un finale sentimentale che detesto. Inoltre, i due personaggi scoprono di essere figli dello stesso padre, e nel finale sono marito e moglie: sarà mai possibile?». E ora? «Ora sto scrivendo un romanzo ma non mi piace come sta venendo. Ho l’impressione di non essere in grado di fare meglio di quanto ho fatto». Poi saluta, sorride e va a sedersi sulla panchina.
(www.robertoferrucci.com)
Roberto Ferrucci

UN OCEANO DI PESCI-LIBRO.

27 luglio 2011

Su Repubblica del 19 luglio scorso Maurizio Bono scriveva: "Decrescita felice. Uno slogan da applicare anche al numero di libri che escono ogni anno? Da qualche giorno gli editori stanno discutendo di questo, visto che i testi pubblicati sono talmente tanti (al ritmo di 160 al giorno) da cannibalizzarsi prima ancora di entrare in libreria, e da restarci comunque poche settimane prima di finire in resa. Di fronte alla proposta rilanciata da Marco Cassini di minimum fax, a sua volta frutto di una riflessione condivisa dal gruppo di scrittori TQ e accolta ieri con più entusiamo che riserve dai colleghi editori medio-piccoli, gli editori più grandi sorridono…"

Loredana Lipperini ha preso molto a cuore l'argomento, cui ha già dedicato ben otto post nel suo blog "Lipperatura":

1)http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/07/publish-or-perish/

2) http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/14/trattare-la-resa/

3) http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/18/la-bolla-delleditoria/

4) http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/19/voglia-di-best-seller/

5) http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/21/concentrazioni/

6) http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/22/i-sassi-del-fondo/

7) http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/25/codici/

8) http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/07/26/altri-appunti/
  

Questo il mio primo commento:

1) Purtroppo il peggio deve ancora arrivare: la fase in cui ognuno si pubblicherà (on line o print on demand) il proprio stesso manoscritto, senza passare per nessun filtro o per nessuna major o minor dell’editoria. Avremo cataloghi di milioni e milioni di titoli, in cui nessuno avrà più voglia o modo di sceverare il buono dal ciarpame. Oppure succederà l’esatto opposto: aggirarsi armati di fiocina in un oceano pullulante di misteriosi pesci-libro potrebbe diventare uno sport insospettatamente interessante.

E questo il mio secondo, a proposito di TQ:

2) Sarà perché ormai sono un over 60, ma a me st’invenzione della Generazione Trenta-Quaranta sembra una boiata colossale, paragonabile per stolidità solo a quella del dimenticabile, anzi ormai del tutto dimenticato, pseudomovimento del New Italian Epic.

Immagine da http://farm3.static.flickr.com/2773/4501351103_65da22e1e7.jpg

UN SEDICENTE “COMMILITONE DI CRISTO” SUL PALCOSCENICO DEL MONDO

25 luglio 2011

Ci sono molti modi per impiegare le energie della giovinezza. Al biondino norvegese Breivik è venuto in mente di utilizzarle riconvertendo l'Eurabia (= Europa, secondo lui, quasi già in mano all'Islam) nell'Europa di un tempo. Come? Fondando i Commilitones Christi Templique Salomonici, una società di crociati anti-islamica.

Dubito fortemente che l'africano Cristo 

avrebbe apprezzato la compagnia di simili "commilitones", visto che predicava l'amore su scala mondiale, anziché solo europea, ma tant'è. In un documento di 1.500 pagine pubblicato in INTERNET, redatto in inglese e intitolato "A European Declaration of Independence – 2083", Breivik invoca "l'uso del terrorismo come mezzo per risvegliare le masse", nega di amare la violenza, ma ammette di ritenerla necessaria e di aspettarsi di essere ricordato come "il più grande mostro dopo la Seconda Guerra Mondiale". In questa "aspettativa", probabilmente, la vera molla della sua azione eclatante: la conquista del palcoscenico del mondo.

Amy Winehouse

Anche Amy Winehouse ce l'aveva messa tutta a salire sul palcoscenico del mondo, non già sterminando coetanei, a dire il vero, bensì cercando di conquistarlo con la sua arte. Purtroppo non deve averne tratto eccessive soddisfazioni, visto che ha deciso di allontanarsene alla svelta abusando di alcool e droghe.

Ha scritto Emanuele Pettener in Facebook:

"L'eccitazione che corre in rete fornisce un dato lampante: la morte di 91 Norvegesi non vale quella di una cantante."

Gli ha risposto Davide Laserra:

"Un/una cantante, specie se geniale, è una persona che ti dona qualcosa, ti regala emozioni, addolcisce momenti della tua vita, e te ne fa godere nel momento e nel ricordo. Per questo motivo, anche se non lo/la conosci personalmente fa comunque parte della tua vita e sapere che non potrà più darti tutto ciò che ami di lui/lei ti disorienta e ti va vivere l'abbandono! Amy viveva nella sregolatezza e per questo molti la vedevano con distacco, ma era comunque un'artista che ha 'abbandonato' milioni di fans… Ad Oslo un pazzo ha fatto una strage… Che dire al riguardo se non R.I.P. [Requiescant In Pace, N.d.R.]. per le persone morte?"

E un altro:

"Scusate l'intrusione. Mi mancano competenze, conoscenze e tempo per unirmi ai vostri amplessi culturali. Una sola cosa, (off topic): Amy Winehouse era affetta da psicosi maniaco depressiva. Se qualcuno di voi l'avesse sperimentata sarebbe forse meno incline ai commenti, alle facezie o alle chiose 'che sfiorano la perfezione'."

UMBERTO BULTRIGHINI, IL DOCENTE CON LA PASSIONE DEL BEAT

22 luglio 2011

(Umberto Bultrighini)

Nella Prefazione al libro Al di qua, al di là del beat

il critico Dario Salvatori chiarisce:

“Si dirà che siamo alle solite. Ragazzi maturi con la frangetta che ancora sognano ‘la cantina dove si respira piano’. È possibile. In fondo la musica che si ama di più è quasi sempre quella che si ascoltava in gioventù. Ma in questo caso c’è di più. Il Beat… è stato il primo genere musicale in cui il sound, il look (che fortunatamente ancora non si chiamava così) gli atteggiamenti, il comportamento e il pensiero erano strettamente legati all’aspetto esistenziale.”

In realtà Umberto Bultrighini, l'autore del libro, la frangetta non ce l’ha più (è pelato)

 

 
e forse nemmeno la cantina, ma di recente ha ripreso a suonare con immutato  divertimento insieme al gruppo  fondato nel 1964, “I Tubi lungimiranti”… compatibilmente con gli impegni del suo mestiere vero, of course: è  docente di storia greca all’università di Chieti.

“Personalmente – dichiara Bultrighini nella seconda delle tre Premesse contenute nel capitolo I – ho respirato a pieni polmoni e ritengo di poter  rappresentare soprattutto il sentimento della sterminata provincia italiana, il territorio di migliaia di ragazzi persi dietro al mito dei Beatles e alle suggestioni di un senso anti-conformistico dell’esistenza.” (p.11).

Lungi da lui ogni sospetto di adesione al “becero, orrendo e fuorviante concetto di ‘revival’… ‘rievocazione nostalgica’ o ‘riproposizione’”, in ogni caso.  Quello che lo interessa è rendere “oggetto di analisi storica e filologica” la straordinaria fase musicale del Beat, senza tuttavia privilegiare l’aspetto sociologico e di costume del fenomeno,  “come avviene abitualmente”.

Gli anni del Beat, a suo dire,  non furono una semplice anticamera del Sessantotto. Quest’ultimo, infatti,  incoraggiò contrapposizioni e divisioni “anche tra i giovani, tra quelli presunti progressisti e quelli presunti reazionari, etc. etc.”, mentre il Beat esaltava soprattutto  “l’idea non ideologizzata… di unione istintiva e indifferenziata”. 

Quello che gli preme evidenziare, insomma,  è “l’idea della sua specificità e della sua pervasività autonoma, come punto di coagulo e di fermentazione per sviluppi successivi per i quali il beat è stato determinante al cento per cento” (p. 21).

“Con la scelta provocatoria e dissacrante dei capelli lunghi, della minigonna, dell’abbigliamento mod e insieme dell’abbigliamento pazzo (divise militari, camicie a fiori, pantaloni a righe grosse) e via dicendo, ma anche con il conflitto generazionale e le fughe degli adolescenti da casa, insomma con tutte queste manifestazioni esteriori agli albori del beat, diciamolo una volta per tutte, subito e chiaro, la politica in senso tecnico e soprattutto partitico non c’entrava assolutamente nulla di nulla. Anzi, la traduzione in termini politici delle spinte giovanili, che erano individuali ma insieme si esprimevano nel solco di un ‘sentire’ universalmente condiviso al suono della ‘nuova’ musica (ed è proprio questo il miracolo del beat), andava  in senso contrario allo spirito verace del beat: cozzava con i principii ispiratori di un movimento delle coscienze giovanili, principii che erano direttamente collegati alla rivoluzione interiore messa in moto dai rappresentanti della beat generation.” (p.13)

A uccidere il Beat, nel volgere di pochi anni, furono due precisi assassini: il mercato e la strumentalizzazione politico-ideologica.

Accanto alla puntuale disamina di Bultrighini, il volume contiene materiali documentari e narrativi quali  l’ “Amarcord di un ragazzo beat”, di Claudio Scarpa, un secondo amarcord firmato Gene Guglielmi (il cantante di cui molti ricordano il successo “I capelli lunghi”), poi un interessante capitolo intitolato “Cover tu che cover anch’io”, in cui si analizza il fenomeno della corsa alle versioni in italiano di  brani di successo statunitensi e inglesi. Bultrighini distingue tre tipi di cover: quella filologica, quella creativa, e quella – più desolante – NON DICHIARATA (“Pregherò” e “Tu vedrai” apparvero inizialmente a firma Detto-RikiGianco-Don Backy e Detto-RikiGianco-DonBacky-Del Prete, senza nessun accenno agli originari autori statunitensi, mentre erano inconfutabilmente le versioni italiane di Stand by me e Don’t play that song).

Un intero capitolo è dedicato al Piper Club di Roma, mitico tempio della musica beat fondato da Alberigo Crocetta. Un altro capitolo alla trasmissione radiofonica “Bandiera Gialla”, che consentì il diffondersi della musica beat e R&B nel nostro paese. “In un solo anno, Arbore & Boncompagni presentarono ben 672 dischi, scelti con perizia da loro stessi”.  Vi è poi un capitolo dedicato a “Festival e Cantagiri” e una corposa serie di interviste effettuate da  Claudio Scarpa a esponenti  di spicco del Beat quali Victor Sogliani (Equipe 84), Mal dei Primitives, Gianni Dall’Aglio (Ribelli), Ferruccio Sansoni (New Dada), Sergio Magri (Delfini), Riki Maiocchi, Ricky Gianco, Gian Pieretti, Renato Bernuzzi (Kings), Roberto Buscelli (Satelliti), Jaguars, Nico Tirone (Gabbiani), Mauro Lusini (l’autore di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”), Roby Crispiano, Nico Lomuto, Gene Guglielmi, Evy.

L’intervista a Umberto Bultrighini dei Tubi Lungimiranti, invece, è stata curata dal critico musicale  Mauro “Shake” Ferracini.

Racconta Umberto (sintetizzo):

“Correva l’anno 1958, e un bambino di otto anni a cui il convento passava Papaveri e papere (con tutto il rispetto, ora capisco che è un gran pezzo) bighellonava sul molo di Fano; all’improvviso, dal baretto che per primo aveva appena installato l’avveniristica realtà di un juke-box, arrivano ai suoi padiglioni auricolari le seguenti sillabe, così come lui le percepiva: Olàmba belùla belàmba mbù, ciùli frùli, au lùli, etc. etc. È stata la mia folgore personale sulla via di Damasco: Elvis ha prefigurato in un attimo alla mia coscienza una fetta colossale del mio destino… col beat è veramente nato tutto un mondo nuovo… una cesura storica formidabile, purtroppo misconosciuta e sottovalutata…  Quando ho visto gli Stones nel 1967, al loro primo tour italiano, al Palasport di Bologna, è stato sconvolgente… Quanto al nome dei Tubi, è stata mia sorella Anna Grazia a crearlo. Lei studiava a Roma e aveva la fortuna di poter andare al Piper…  grazie a Carlo Scarpa, conosciuto nel 1990, venni a sapere che i nostri 45 giri erano appetiti sul mercato collezionistico giapponese. Era una cosa troppo bislacca, non ho resistito e ho ricostituito i Tubi… Credo che finché regge il fisico, il palco avrà sui Tubi un potere di attrazione spaventoso… Quest’anno abbiamo in programma partecipazioni varie a festival dedicati ai Sixties, in testa il favoloso Festival Beat di Salsomaggiore. Inoltre stiamo lavorando a un album che ci produrrà Gianni Daldello, con un brano-guida che reputo uno sballo, Hic et nunc…”
 
Proprio ieri sera, qui a Fano, ho avuto modo di ascoltare Hic et nunc in anteprima a casa di Umberto. L’ho trovata… come dire? … acchiappante… ecco, sì, acchiappante*-°

(Lucio Angelini con la FRANGETTA alla Beatles al tempo in cui prese la patente di guida:-) )

LA NEW THING ITALIANA FU IL BEAT?

21 luglio 2011


Mi chiese Wu Ming 1 alle otto di sera del 25 ottobre 2005:

"Scrivi una parodia di 'New Thing' e postala sul tuo blog. Non importa che sia lunga, anzi, potrebbe essere un 'New Thing in pillole'. Se lo fai, prometto che la pubblicizzo sul forum New Thing e anche su Giap! :-)"

[ http://lucioangelini.splinder.com/post/6083104 ]

E più tardi:

"Insisto: in te c'è il potenziale per una grande parodia di 'New Thing'. Dirò di più: tu, come blogger, *sei* l'antropomorfosi di una parodia di 'New Thing'!

Risposi:

"Ehi, mi hai preso per Maurizio Crozza che canta 'Zapatero' sulle note di 'Bambolero'?"

Però alla fine cedetti e dissi:

"Se uno di questi giorni mi scappa una parodia, ti avverto:-/ "

Il 29 ottobre 2005 misi insieme un post intitolato "ALLA MANIERA DI WU MING 1", che lo divertì moltissimo. La parodia fu ripresa su GIAP, dove rimase per vari anni, salvo poi sparire quando iniziai a prendere per i fondelli il dimenticabile (e ormai dimenticato) pseudomovimento del New Italian Epic… Sapete com'è, Wu Ming 1 è un tipo un cincinino permaloso… o forse accetta solo parodie espressamente commissionate da lui*-°

Qui il post:

http://lucioangelini.splinder.com/post/6148879/alla-maniera-di-wu-ming-1

(con i complimenti di Wu Ming 1 nei commenti). In Giap il pezzo fu introdotto così:

«A proposito di New Thing:
Sul suo blog Cazzeggi letterari lo scrittore e traduttore veneziano Lucio Angelini, autore di libri per ragazzi nonché microeditore di Libri Molto Speciali, ha scritto un divertito omaggio al libro, spostando le testimonianze nel mondo della musica leggera italiana, commovente rimembranza del passaggio dagli ingessati anni Cinquanta al decennio "ye ye", con la clamorosa irruzione dei "giovani" (la quindicenne Gigliola Cinquetti, fingendo di non volerla dare per via dell'anagrafe, per ciò stesso alludeva al fatto di darla e portava nell'universo canterino una calda ventata di pubescente erotismo) e il successo delle sbarazzine hit da spiaggia. Negli USA si gridava al "Black Power", in Italia si cantava: "Ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli / il più famoso è l'hully-gully". Era la nostra idea di potere nero: inventare l'hully-gully, ballo di cui non si è mai più sentito parlare. WM1 è lusingato: chi ha assistito ai reading-concerto con gli Switters, saprà che il bis era una versione delirante di Bandiera gialla di Gianni Pettenati (*), per cui tutto quadra.»

Riproduco la parodia come cappello alla mia prossima recensione: quella del libro
Al di qua, al di là del beat di Umberto Bultrighini, per il quale la New Thing, almeno in Italia, non fu affatto la rivoluzione del jazz libero di Albert Ayler, Archie Shepp, Bill Dixon, Eric Dolphy e naturalmente Coltrane (ritmi svincolati da schemi metrici, strumenti a fiato suonati energicamente, grande libertà ritmica e melodica). La "Nuova Cosa", per lui, fu senz'altro il beat:-) 

——

(ALLA MANIERA DI WU MING 1)

Da "NEW THING"

ROWDY-DOW

Nella seconda metà degli anniCinquanta arrivò la new thing, che per noi fu la liberazione dei suoni. La vittoria di Franca Raimondi al festival di San Remo con Aprite le finestre di Pinchi­-Panzuti era stata ingiusta. Solo il secondo posto – cazzo! – per Tonina Torrielli nel 1956. Eppure il suo pezzo, Amami se vuoi, era firmato Panzeri-­Mascheroni.

GREEN MAN

Il duello Raimondi-Torrielli era stato una sorta di rissa tra cani, anzi, gli istanti che precedono una rissa tra cani. Li senti da dietro l’angolo e t’immagini la scena, i padroni che tirano i guinzagli e chiamano i cani, le due bestie che azzannano l’aria, cercano di avventarsi l’una sull’altra, strattonano, ringhiano, latrano, sbavano, e le voci dei padroni che ordinano di smetterla, fanno lavorare i bicipiti, parlano ai cani manco fossero cristiani ma in fondo non ci credono, recitano. La verità è che sono fieri della forza e dei coglioni dei loro animali, ridono sotto i baffi…

ROWDY-DOW

Quello che soprattutto mi strizzava i lombi, a proposito della Torrielli, era il fatto che la chiamassero “la caramellaia di Novi Ligure”. Per noi era “la musica”, punto. Panzeri e Mascheroni ce l’avevano messa tutta a cucirle addosso il pezzo. Vittorio Mascheroni aveva conosciuto il primo successo con "Arturo e Lodovico" (1928), cui aveva fatto seguito "Bombolo" (1932). Mario Panzeri invece, si era messo in evidenza con l’inquietante “Maramao perché sei morto”. La voce della Torrielli dette la stura alle nostre orecchie. "È proprio un sogno, un sogno particolarmente dolce essere qui a Sanremo, cantare per questo immenso pubblico, sentire gli applausi, poter indossare questi bei vestiti”, dichiarò confusa e felice la bombonaia di Novi Ligure. Durante la sua esibizione erano state provocatoriamente distribuite delle caramelle al pubblico. "Non ero stata avvertita, e rimasi molto stupita", confessò Tonina ai giornalisti. I versi di “Amami se vuoi” divennero per noi una sorta di manifesto della new thing:

Amami se vuoi,
tienimi se puoi,
io son l'amor che svanisce,
ma dei baci miei
non fidarti mai,
io son l'amor che ferisce…
e quando fra le braccia
mi stringi dolcemente
ancor più dolcemente ti dirò…
Amami se vuoi,
tienimi se puoi,
perché io son così.”

BLOOD WILL TELL

Nel 1957, però, la Torrielli scivolò pericolosamente al terzo posto con “Scusami”, di Biri­-Malgoni-­Perrone, forse perché aveva dovuto cantarla in coppia con Gino Latilla. La vittoria arrise al kinguccio Claudio Villa, spalleggiato dal napoletano Nunzio Gallo con Corde della mia chitarra, di Fiorelli-Ruccione. Villa, peraltro, si accaparrò anche il secondo posto con Usignolo di Martelli-­Castellani-­Concina, presentata in tandem con Giorgio Consolini, che appena tre anni prima, con la coraggiosa “Tutte le mamme” (“Son tutte belle le mamme del mondo quando un piccino si stringono al cuor!”), era arrivato primo. Ma per me la voce di Tonina restava il suono della Creazione. Era primordiale. Se Dio c’era, me lo figuravo come una caramella fatta da lei. Poi, la tragedia. Nel 1960 Tonina Torrielli sposò Mario Maschio, allora batterista dell'Orchestra Angelini.

GREEN MAN

Il 1964 fu l’anno del “risveglio spirituale”, l’anno di Gigliola Cinquetti. Gigliola era nata a Cerro Veronese il 20 dicembre 1947 e si era fatta notare l’anno prima al concorso di voci nuove di Castrocaro. Gigliola era Michelangelo, scolpiva l’aria, toglieva tutto ciò che non somigliava alla musica che aveva in testa. “Non ho l'età non ho l'età /per amarti non ho l'età/ per uscire sola con te”, era il suo sconvolgente refrain. Cavalcava accordi che non capivi cos'erano, note che sembravano giocare a nascondino e sbucare da dietro il pianoforte per sorprendersi a vicenda. “E non avrei,/ non avrei nulla da dirti/ perché tu sai/ molte più cose di me”. Ma Gigliola capiva, sì, e creava sculture con il suo gorgheggio, faceva spuntare ora un braccio, ora una gamba. Una specie di sonar, le note rimbalzavano su oggetti invisibili e ne rivelavano i contorni. La sera mi perdevo in quei miraggi, dormivo al massimo tre ore per notte ma stavo da dio, mi mettevo a lavorare e non perdevo un colpo, cazzo, il mondo appeso a un filo.

ROWDY-DOW

Dentro la nostra musica c'erano troppe cose per un solo paio d’orecchie. Il mare che separa dall’Africa, conchiglia sull’orecchio e sentirla là in fondo, l’Africa. Per me il 1964 fu soprattutto l’anno di “Abbronzatissima” di Edoardo Vianello. Fu allora che decisi di diventare "nero": "Say it loud, I'm tanned and I'm proud!"

A Abbronzantissima
sotto i raggi del sole,
come è bello sognare,
abbracciato con te.
A Abbronzantissima
a due passi dal mare,
come è dolce sentirti
respirare con me.

Accettare il color bronzo della faccia, diventare – insomma – una “faccia di bronzo”, superare il complesso d'inferiorità: "Nero è bello". I Marcellos Ferial implorarono Edoardo di scrivere un pezzo tutto per loro. Edoardo, che dietro la maschera, il fucile e gli occhiali, era un buono, li accontentò. “Sei diventata nera” divenne l’inno del Tanned People di tutta Torvajanica: “Sei diventata nera nera nera/ Sei diventata nera/ Come il carbon!”. Madre Natura si scrollava di dosso la musica di Nilla Pizzi con le sue carinerie di merda (“Grazie dei fior, grazie dei fior, grazie dei fior… ”). La musica di Edoardo era la musica dei Watussi, era i versi dei babbuini e delle bertucce, era il gibbone che urla appeso al ramo.
Eccetera.

CON LE CIASPE DA NEVE SULLA SABBIA DEL LIDO DI VENEZIA

20 luglio 2011

Originale gara di corsa con le ciaspe da neve sulla sabbia del Lido di Venezia, domenica scorsa, per montagnole create appositamente. Il Des Bains sullo sfondo.

Ed ecco i vincitori. Da sx a destra: Danilo Cavapozzi, ricercatore dell'Università di Padova, Francesco Castellani (figlio dell'ex rettore di Ca' Foscari), Joachim Ossip Mierau, docente di economia all'università di Groningen, Olanda. Però, 'sti universitari… *-°
 

ROBERTO PAZZI E GLI UOMINI CHE AMANO GLI UOMINI

18 luglio 2011

(Roberto Pazzi)

Sono buoni tutti ad ambientare un romanzo nella stessa epoca in cui vivono: gli oggetti di scena sono tutti lì a portata di descrizione, e così gli svaghi, i likes and dislikes da attribuire ai personaggi, le locations da verificare e via discorrendo. L'operazione si complica notevolmente quando si decide di cambiare epoca, spostandosi indietro nel tempo di interi secoli. E quello che ha fatto Roberto Pazzi con Mi spiacerà morire per non vederti più, un complesso romanzo ambientato nientemeno che in età longobarda, nell'Italia e nella Roma degli anni fra il 590 e il 596 dopo Cristo. Ma Roberto Pazzi non è certo uno scrittore che si cimenta nella ricostruzione di dettagli storici e stili di vita di personaggi del calibro di papa Gregorio Magno o della regina Teodolinda senza prima spararsi in vena la Storia degli Inglesi del venerabile Beda, la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, la Vita Beati Gregorii Papae dello stesso autore, La guerra gotica di Procopio, la terza relazione di Simmaco L'altare della Vittoria con le due lettere in risposta a questa di Ambrogio (la XVII e la XVIII), il secondo volume del Trattato di Storia Romana, l'Impero Romano di Sante Mazzarino, i saggi storici Gregorio Magno e il suo tempo di Robert A. Markus, Gregorio Magno di Vera Paronetto, le Storie di Santi e diavoli di Gregorio Magno, la Storia della letteratura greca di Luciano Canfora, il manuale medievale di guida alla contemplazione La nube della non conoscenza e la rilettura del Simposio di Platone alla luce del pensiero di Georege Steiner e del suo saggio Due Cene

In più a Roberto Pazzi piacciono le cornici: avrebbe potuto raccontare la storia d'amore fra il senatore romano Eusebio Simmaco e il palafreniere Celeste (l'amante di sua figlia Ottavia) senza tanti preamboli o cappelli, entrando direttamente nel merito della vicenda e invece no, ha preferito mettere la storia in bocca a un ingegnere milanese del giorno d'oggi, in vacanza sulle Dolomiti. Trattasi di tale Gregorio Eusebi, che nel nome e cognome allude evidentemente/giocosamente a papa Gregorio Magno e al senatore romano di cui sopra, quasi a sancire la continuità degli impulsi amorosi e delle umane intermittenze del cuore… Come dire:  plus ça change, plus c'est la même chose.

Gregorio Eusebi, guarda caso, si diletta di letture storiche ed è fortemente attratto dall'analogia tra le invasioni barbariche d'antan e le odierne migrazioni dei popoli meno ricchi in Europa. L'albergo "Cacciatori delle Alpi" che lo ospita è al completo e l'ingegnere è costretto a dividere il tavolo della cena con uno sconosciuto di Lecce, tale Carlo De Feo: alto, moro, atletico, docente di letteratura ispano-americana e traduttore dall'inglese, quarantatreenne… Il loro casuale incontro si traduce presto in un'intesa sempre più inquietante, non priva di risvolti persino erotici (si veda il post di venerdì scorso 15 luglio), ma soprattutto fornisce il pretesto all'introduzione della vera e duplice storia d'amore del romanzo, quella in cui un padre e una figlia sono entrambi innamorati dello stesso palafreniere (Beatutiful non ha scoperto niente*-°).

Questo il pretesto: l'ingegnere milanese si millanta autore di un romanzo che invece non ha scritto (lo scrive per lui, appunto, Roberto Pazzi) ma Carlo De Feo gliene chiede una meticolosa anticipazione orale, dopo la quale, a pagina 145, gli cinge il collo con un braccio, avvicina la sua bocca alla sua e la bacia, per poi invitarlo a fuggire con lui.

Ah, gran bontà della sessualità pagana… la stessa del senatore Eusebio, peraltro, che a pag. 380 rimprovererà alla sessualità cristiana il torto di costringere l'amore "all'unico scopo della ricreazione, vietandone come peccato ogni altra espressione che esulasse dalla conservazione della specie di cui l'individuo doveva essere al servizio". 

Ma, sempre a proposito di sessualità pagana, a pag. 153 si incappa in una curiosa teoria, non si capisce bene se omofoba o omofila:

"Gli uomini che amano gli uomini sovente non sono esseri comuni… vanno capiti con una misura diversa… li regge un desiderio assai differente dagli altri uomini. Molti amano solo se non possono mai avere quello che desiderano. In misura assai maggiore di quanto avviene agli altri, che amano le donne. Il limite che rende loro impossibile procreare, li garantisce di una ricerca senza fine, ed è questa che amano… sentire che non saranno mai soddisfatti per quella via, li convince a percorrerla… quando finalmente baciano il viso di un altro uomo, vedono lo specchio del proprio volto, non più un altro essere umano. Come si svegliassero da un sogno… E subito fuggono, in un'altra illusoria fuga da se stessi. Così passano da un uomo a un altro, da uno specchio a un altro, da un sogno a un altro… Ma è proprio questa impossibilità di saziarsi, a stimolarli ogni volta. Quel sogno è un'inesauribile ricarica del desiderio."

Come dire che gli omosessuali sono degli inguaribili narcisi?

A pag. 234 il brano che contiene il titolo del romanzo:

"Ora Celeste era a poca distanza da Eusebio, che nascondeva quasi tutto il volto nella tazza, non tanto però da perdere i bellissimi occhi celesti che lo fissavano guardinghi, pieni di paura… Perché mai hai paura di me, creatura adorata? Perché? Possibile che sappia solo suscitarti questo terrore? Possibile?… Mi spiacerà morire per non vederti più..."

Malgrado l'età avanzata, Eusebio apprende suo malgrado che "più la morte è vicina più la carne reclama il suo tributo", che "un vecchio è insaziabile come un giovane, è come un'aquila [nel libro un aquila, senza apostrofo*-°] senza più le ali, che zampetta soltanto ma col desiderio e l'istinto del volo sempre vivo nel cuore… una cosa orribile"(p. 295-296)

A pag. 414 il pistolotto conclusivo sull'amore: "Certi uomini e certe donne vivono solo per amare, non per sedurre!… Alcuni si consumano per inseguire l'amore, senza fermarsi però con nessuna creatura. Certi altri vivono per consumarsi, accanto a una sola persona tutta la vita. La passione che si nutre di ostacolo, non è l'amore… "

Accanto alle storie maggiori, devo aggiungere, l'autore non si perita di infilare nella trama una serie di saporite vicende collaterali:

"Romilda aveva due sorelle, Etelinda e Rotelinda. La prima, la minore, viveva con lei alla corte di Agilulfo e Teodolinda. La seconda, Rotelinda, la più anziana, era suora benedettina a Roma, nel monastero dei SS. Quattro Coronati, i martiri Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino… " (pp. 393-94) . Il che non può non far tornare in mente la precisazione di pag. 12:

"I nomi dei barbari mi rimanevano in testa, duri come le loro passioni, ben più violente delle nostre, così represse…".

Ma lo studio e la ricostruzione del passato ci insegnano purtroppo solo che Nihil sub sole novum. Resta sempre valida, infatti, la lezione del Qohelet: Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Leggiamo a pag. 360:

"I fregi degli archi di trionfo di Tito, Severo, Costantino, conservavano i rilievi dei carri dei vinti, colmi dei loro tesori, dietro ai re trascinati in catene. Da un secolo, calati i barbari, ormai quelle ricchezze continuavano a rifluire là, da dove erano venute, in un circolo insensato, con nuovi vinti e nuovi vincitori, in scena… ma tutto questo insegnava ancora una volta quanto fosse angusto lo scenario della Storia. La vita umana era solo un passaggio finalizzato a un'eternità che la trascendeva. Tutto è effimero, anche la gloria e il potere."

Ha scritto Remo Cesarani su Il Manifesto:

"Sono molti gli autori – da Broch a Simon, dalla Yourcenar a Gore Vidal – che ci hanno abituato a prendere in mano un libro definito in copertina 'romanzo' e a trovarvi dentro raccontate le vicende, i sentimenti, le fantasie, i sogni, i tic, persino i pensieri più intimi e segreti dei personaggi della storia: faraoni mummificati, imperatori romani strappati alle pagine di Svetonio (o addirittura di Tertullinao), e poi zar, principesse, profeti, cristi, giuda, maddalene, napoleoni. Nel panorama italiano, una simile operazione è riuscita a Roberto Pazzi, dotato di un potere visionario che gli permette di penetrare negli angoli oscuri dell'anima di noti e assai meno noti personaggi storici, risolvere enigmi secolari, anticipare profeticamente eventi futuri".

Come non essere d'accordo? E tuttavia la lettura di Mi spiacerà morire per non vederti più non mi ha affascinato fino in fondo. Bella l'operazione in sé, ma con qualche lentezza nei dialoghi e una certa tediosità complessiva, malgrado gli indiscutibili meriti letterari che hanno portato Roberto Pazzi a essere tradotto in ben ventisei lingue. 

VENEZIA. FOGHI DEL REDENTOR 2011

17 luglio 2011

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PERSINO UN INIZIO DI EREZIONE

15 luglio 2011

"Carlo ora si voltava lentamente a guardarmi, mentre io rimanevo intento a fissare l'acqua. Fu quello il preciso momento in cui sentii il suo braccio sinistro poggiarsi alle mie spalle, cingendomi pian piano il collo, mentre con la mano destra si appoggiava alla spalletta del ponte. Quel gesto confidenziale e deciso, del tutto imprevisto, mi coglieva di sorpresa. Sentivo il tepore del suo braccio abbandonato. Che mi succedeva? Sudavo e uno strano calore mi afferrava alla gola, forzandomi a deglutire più volte, con le fauci secche. Possibile che provassi un'emozione così intensa di piacere, a quel semplice contatto, da sentire persino un inizio di erezione?" 

(Roberto Pazzi, Mi spiacerà morire per non vederti più, Corbo editore, p. 49)