RAUL MONTANARI RISCRIVE “WILLIAM WILSON”

(Raul Montanari in una foto tratta dal suo sito)

Raul Montanari è uno scrittore cinquantenne che insegna scrittura creativa a Milano, detesta essere etichettato come giallista o noirista e viene invitato spesso ai dibattiti televisivi. Il suo personaggio Livio Aragona, protagonista di L’esordiente, – invece – è uno scrittore cinquantenne che insegna scrittura creativa a Milano, non sopporta di essere etichettato come giallista o noirista e viene invitato spesso ai dibattiti televisivi:-)

In compenso a pagina 173 ammette:

“Ogni scrittura diventa autobiografica; è sempre della tua vita che parli, anche quando cerchi onestamente di nasconderti dietro le storie e i personaggi”.

Fra le cose che Livio Aragona insegna ai suoi allievi c’è la tecnica della suspense. Di tale tecnica si appropria velocemente la corsista Veronica Markus per costruire il proprio secondo romanzo, quello con cui rischierà di superare il Maestro. (Nel cognome della fanciulla – per inciso – non ho potuto non cogliere un vago rimando alla Dora montaliana, quella le cui “parole iridavano come le scaglie della triglia moribonda”). Quando Livio, che ha disprezzato l'opera prima della fanciulla, legge tale seconda prova, deve ammettere che “Veronica l’ha costruita usando tutti i trucchi che ho insegnato a lezione e soprattutto la suspense, il magico ingrediente con cui un autore potrebbe tenere il lettore incollato alla pagina perfino elencando la lista del supermercato.” (p. 224).

(Ah che gran cosa queste scuole di scrittura! E pensare che ne ho sempre diffidato*-°)

Accanto agli insegnamenti letterari, ovviamente, Livio riesce a impartire a Veronica anche dell'altro, travalicando l'ambito più strettamente deontologico. A pag. 76, per esempio, non si perita di legarle le mani dietro la schiena per averla come piace a lui [“Adesso lo facciamo a modo mio”, le dice dopo due ore di amplessi effettuati – si evince – come piaceva a lei.]

Anche il romanzo L'esordiente, naturalmente, utilizza il magico ingrediente della suspense, benché “per raccontare storie lontanissime dai luoghi comuni del poliziesco”, come recita la terza di copertina. E in effetti ieri pomeriggio la parte finale dell'opera mi ha tenuto incollato alla pagina e fatto volare il tempo per tutto il tratto ferroviario Padova-Rimini, – in genere il più noioso per chi viaggia da Venezia a Fano, ove "scendo" periodicamente per far visita alla mia mamma. A dire il vero l’agnizione della vicenda  non mi ha convinto fino in fondo (troppo arzigogolata), in compenso ho apprezzato l’auto-ironia del personaggio Livio Aragona (e di conseguenza anche del suo ideatore), che da un lato gigioneggia inseguendo un Premio che, come tutti i Premi letterari importanti, verrà assegnato più per maneggi editoriali che per meriti letterari, dall’altro riflette:

“Dicono che la letteratura non serve a niente, invece queste pagine che strappo dal libro… ecco!… ancora un paio… le metto sul sedile, me le infilo sotto il sedere…” (p. 316).

Meno coinvolgente mi è sembrata la storia d’amore fra Maestro e Allieva, malgrado la dichiarazione che le storie d’amore vadano usate quasi cinicamente, "sapendo che quello è un argomento che attira sempre” (p. 224).

Il personaggio più interessante, in ogni caso,  per me che ho amato e tradotto William Wilson di Edgar Allan Poe, è quello di Emiliano, una sorta di doppio malvagio che perseguita il "quasi buono" Livio Aragona:

“Emiliano non è pazzo, è qualcosa di peggio. L’avevo sottovalutato! È consapevole di tutto quello che fa; parte dalla sua logica e dà un significato a ogni gesto. Lui è la mia metà oscura. Il mio giustiziere, il mister Hyde delle mie notti. Sono spaventato e sento crescermi dentro la voglia disperata di cancellare quest’uomo dal mio mondo. Dal mondo…"(p. 241)

“Ti sei attaccato alla mia vita e ai miei affetti perché nella tua, di vita, hai fallito in tutto… Tu sei un miserabile, Emiliano, uno che vive di riflesso e riempie il suo secchio con l’acqua degli altri. Un povero stronzo.” (p. 242)
 
In William Wilson, al contrario,  un giovane malvagio è perseguitato da un doppio buono, sempre pronto a sventarne le scelleratezze. Si veda:

http://lucioangelini.splinder.com/post/5149914/edgar-allan-poe-figlio-di-volonta

Ecco uno scampolo di conversazione fra Livio Aragona e il suo editore:

“Gli assassini ci sono, in giro. Camminano fra noi. Non è per niente strano che lui [il protagonista del nuovo romanzo, N.d.r.], quando lancia la sua rete nel mondo dei senzalavoro, ci trovi dentro un pescecane insieme ai tonni e ai cefali.”
“Però così diventa noir.”
“Ma cosa dici? Questo libro non ha niente di giallo o di noir!” (p.173)

A questo punto non mi resta che rimandarvi a una vecchia distinzione tra giallo e noir operata dallo stesso Raul Montanari:

http://lucioangelini.splinder.com/post/8808405/giallo-e-noir-in-cronaca

A differenza del personaggio del critico Ambrosio, per concludere, non sono in grado di dire se “L’esordiente” sia il migliore dei libri finora pubblicati dallo scrittore bergamasco, avendo letto solo questo. Però, riprendendo la contrapposizione evidenziata nel post del 30 giugno sul "cinico Lorenzo", devo dire che ho trovato L'esordiente un'opera decisamente interessante, con "il sapore, gli spazi, il giusto passo del romanzo”. 

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Una Risposta to “RAUL MONTANARI RISCRIVE “WILLIAM WILSON””

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