TAVOLA ROTONDA SUL BEAT AL CALAMARA DI FANO

(Dario Salvatori al Calamara di Fano)

Personalmente ai tempi del beat ero abbastanza esterofilo e mi incazzavo come una iena nel vedere stravolgere inni al pacifismo quali "If I had a hammer", in cui si parlava di "martello della giustizia" (hammer of justice) e "campana della libertà" (bell of freedom) in canzoni in cui la Rita Pavone di turno ce l'aveva a morte con "quella smorfiosa con gli occhi dipinti"… (altroché "love between my brothers and my sisters all over this land"!). E pensare che If I had a hammer era stata eseguita collettivamente nel 1963 durante la marcia a Washington in cui Martin Luther King aveva pronunciato la storica allocuzione "If I had a dream". E che dire della struggente "The house of the rising sun" degli Animals umiliata in "La casa del sole":

"Lo so perchè sei qui
e guardi verso me
perchè io sono il sole per te
e il sole è tutto per te."

Insomma la mia sensazione costante era che il più delle volte il beat italiano si limitasse a scimmiottare mode e successi stranieri banalizzandone e rendendone inoffensivi i contenuti migliori, ovvero, per così dire "democristianizzandoli":-).
Da noi, per esempio, non esisteva alcuna contrapposizione fra Mods e Rockers, ma discograficamente faceva comodo fingere che il fenomeno ci riguardasse per confezionarci sopra personaggi alla Ricky Shayne ("Uno dei mods", "Vi saluto amici Mods")…

Nel suo libro "Al di qua, al di là del beat" Umberto Bultrighini sostiene che in Italia la musica beat ebbe il grande merito di incarnare l'anticonformismo e l'aspirazione a un mondo diverso, prima della "riconversione integralmente politica del fermento giovanile":

"L'effetto dirompente di questa musica è stato tale che qualsiasi cosa alla musica è stato collegato, o appiccicato, doveva 'funzionare per forza'".

Comunque tornerò sul suo libro quando avrò finito di leggerlo.

Il dibattito svoltosi al ristorante Calamara sul Molo di Ponente di Fano, a conclusione della manifestazione "La lunga estate degli anni '60" (vedi i post dei giorni scorsi) ha avuto come protagonisti il critico musicale Dario Salvatori, che ha definito il testo di Umberto Bultrighini il miglior libro sull'argomento, quello "definitivo"; Alessandro Colombini, produttore musicale, fondatore dell’etichetta “Numero Uno” insieme a Lucio Battisti, ex direttore artistico della Ricordi e comunque pluridecorato sul campo; Gene Guglielmi, cantante beat di protesta, legato al successo 'I capelli lunghi'; Claudio Scarpa, ideatore della rivista 'Generazione Beat'; Francesco Battisti, musicista e giornalista; Paolo Casisa, direttorte artistico del progetto; Sergio Magri dello storico complesso "I Delfini"; Franco Mancinelli, assessore alla cultura del Comune di Fano.

Pizzico qua e là qualche chicca dal dibattito:

Salvatori ha ricordato che "beat" in inglese curiosamente significa sia "beato", sia "abbattuto", anche se il termine c'entra con la battuta musicale, il battito, il ritmo… e comunque con "la scansione del tempo e il pulsare della passione e dell'entusiasmo". Purtroppo il beat, ha aggiunto Salvatori, fu ucciso da quell'autentica bufala (sic) che fu il progressive rock:-).

Colombini, fra altri aneddoti, ha ricordato di quando dovette sborsare ben 50.000 lire per compensare lo speaker della Rai utilizzato all'inizio di "29 settembre" dell'Equipe 84.

Sergio Magri, sassofonista dei Delfini, ha rievocato la trasmissione radiofonica degli anni 50 "L'ora del dilettante" per dichiarare che il titolo si attaglia perfettamente a tutta la musica beat: non c'era giorno in cui da qualche cantina o garage non affiorasse qualche nuovo complesso di improvvisatori/strimpellatori privi di qualsiasi perizia musicale, loro compresi…

Umberto Bultrighini l'ha rincuorato definendo il pezzo dei Delfini "Tu te ne vai" la punta massima raggiunta dal beat italiano, migliore canzone beat di sempre (tiè).

Paolo Casisa, direttore artistico della manifestazione, ha sottolineato l'importanza dell'imprinting (dimmi con che musica sei cresciuto e ti dirò – musicalmente – chi sei). La bellezza della musica, ha aggiunto, non è oggettiva, sta nell'orecchio di chi ascolta.

Francesco Battisti si è definito antitecnicista. Quello che contava non era la perizia tecnica di chi suonava, ma lo spirito antagonista di chi voleva distinguersi dai propri coetanei, anche se poi facilmente tale spirito poteva diventare moda. Al limite, era talento anche il solo farsi crescere i capelli lunghi :-).

Gene Guglielmi ha ricordato i tempi in cui alla Upim si vendevano gli "occhialini" alla Gene Guglielmi, dopo il suo personale successo alla trasmissione di Mike Buongiorno "Giochi in famiglia". Ha tenuto a precisare che in musica non dovrebbero esserci gerarchie o distinzioni fra musica maggiore e musica minore. Ogni apporto va apprezzato per se stesso.

Eccetera.

(Lucio Angelini ai tempi di Carnaby Street. Che vergognaaaaa!!!  :-)))

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