UMBERTO BULTRIGHINI, IL DOCENTE CON LA PASSIONE DEL BEAT

(Umberto Bultrighini)

Nella Prefazione al libro Al di qua, al di là del beat

il critico Dario Salvatori chiarisce:

“Si dirà che siamo alle solite. Ragazzi maturi con la frangetta che ancora sognano ‘la cantina dove si respira piano’. È possibile. In fondo la musica che si ama di più è quasi sempre quella che si ascoltava in gioventù. Ma in questo caso c’è di più. Il Beat… è stato il primo genere musicale in cui il sound, il look (che fortunatamente ancora non si chiamava così) gli atteggiamenti, il comportamento e il pensiero erano strettamente legati all’aspetto esistenziale.”

In realtà Umberto Bultrighini, l'autore del libro, la frangetta non ce l’ha più (è pelato)

 

 
e forse nemmeno la cantina, ma di recente ha ripreso a suonare con immutato  divertimento insieme al gruppo  fondato nel 1964, “I Tubi lungimiranti”… compatibilmente con gli impegni del suo mestiere vero, of course: è  docente di storia greca all’università di Chieti.

“Personalmente – dichiara Bultrighini nella seconda delle tre Premesse contenute nel capitolo I – ho respirato a pieni polmoni e ritengo di poter  rappresentare soprattutto il sentimento della sterminata provincia italiana, il territorio di migliaia di ragazzi persi dietro al mito dei Beatles e alle suggestioni di un senso anti-conformistico dell’esistenza.” (p.11).

Lungi da lui ogni sospetto di adesione al “becero, orrendo e fuorviante concetto di ‘revival’… ‘rievocazione nostalgica’ o ‘riproposizione’”, in ogni caso.  Quello che lo interessa è rendere “oggetto di analisi storica e filologica” la straordinaria fase musicale del Beat, senza tuttavia privilegiare l’aspetto sociologico e di costume del fenomeno,  “come avviene abitualmente”.

Gli anni del Beat, a suo dire,  non furono una semplice anticamera del Sessantotto. Quest’ultimo, infatti,  incoraggiò contrapposizioni e divisioni “anche tra i giovani, tra quelli presunti progressisti e quelli presunti reazionari, etc. etc.”, mentre il Beat esaltava soprattutto  “l’idea non ideologizzata… di unione istintiva e indifferenziata”. 

Quello che gli preme evidenziare, insomma,  è “l’idea della sua specificità e della sua pervasività autonoma, come punto di coagulo e di fermentazione per sviluppi successivi per i quali il beat è stato determinante al cento per cento” (p. 21).

“Con la scelta provocatoria e dissacrante dei capelli lunghi, della minigonna, dell’abbigliamento mod e insieme dell’abbigliamento pazzo (divise militari, camicie a fiori, pantaloni a righe grosse) e via dicendo, ma anche con il conflitto generazionale e le fughe degli adolescenti da casa, insomma con tutte queste manifestazioni esteriori agli albori del beat, diciamolo una volta per tutte, subito e chiaro, la politica in senso tecnico e soprattutto partitico non c’entrava assolutamente nulla di nulla. Anzi, la traduzione in termini politici delle spinte giovanili, che erano individuali ma insieme si esprimevano nel solco di un ‘sentire’ universalmente condiviso al suono della ‘nuova’ musica (ed è proprio questo il miracolo del beat), andava  in senso contrario allo spirito verace del beat: cozzava con i principii ispiratori di un movimento delle coscienze giovanili, principii che erano direttamente collegati alla rivoluzione interiore messa in moto dai rappresentanti della beat generation.” (p.13)

A uccidere il Beat, nel volgere di pochi anni, furono due precisi assassini: il mercato e la strumentalizzazione politico-ideologica.

Accanto alla puntuale disamina di Bultrighini, il volume contiene materiali documentari e narrativi quali  l’ “Amarcord di un ragazzo beat”, di Claudio Scarpa, un secondo amarcord firmato Gene Guglielmi (il cantante di cui molti ricordano il successo “I capelli lunghi”), poi un interessante capitolo intitolato “Cover tu che cover anch’io”, in cui si analizza il fenomeno della corsa alle versioni in italiano di  brani di successo statunitensi e inglesi. Bultrighini distingue tre tipi di cover: quella filologica, quella creativa, e quella – più desolante – NON DICHIARATA (“Pregherò” e “Tu vedrai” apparvero inizialmente a firma Detto-RikiGianco-Don Backy e Detto-RikiGianco-DonBacky-Del Prete, senza nessun accenno agli originari autori statunitensi, mentre erano inconfutabilmente le versioni italiane di Stand by me e Don’t play that song).

Un intero capitolo è dedicato al Piper Club di Roma, mitico tempio della musica beat fondato da Alberigo Crocetta. Un altro capitolo alla trasmissione radiofonica “Bandiera Gialla”, che consentì il diffondersi della musica beat e R&B nel nostro paese. “In un solo anno, Arbore & Boncompagni presentarono ben 672 dischi, scelti con perizia da loro stessi”.  Vi è poi un capitolo dedicato a “Festival e Cantagiri” e una corposa serie di interviste effettuate da  Claudio Scarpa a esponenti  di spicco del Beat quali Victor Sogliani (Equipe 84), Mal dei Primitives, Gianni Dall’Aglio (Ribelli), Ferruccio Sansoni (New Dada), Sergio Magri (Delfini), Riki Maiocchi, Ricky Gianco, Gian Pieretti, Renato Bernuzzi (Kings), Roberto Buscelli (Satelliti), Jaguars, Nico Tirone (Gabbiani), Mauro Lusini (l’autore di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”), Roby Crispiano, Nico Lomuto, Gene Guglielmi, Evy.

L’intervista a Umberto Bultrighini dei Tubi Lungimiranti, invece, è stata curata dal critico musicale  Mauro “Shake” Ferracini.

Racconta Umberto (sintetizzo):

“Correva l’anno 1958, e un bambino di otto anni a cui il convento passava Papaveri e papere (con tutto il rispetto, ora capisco che è un gran pezzo) bighellonava sul molo di Fano; all’improvviso, dal baretto che per primo aveva appena installato l’avveniristica realtà di un juke-box, arrivano ai suoi padiglioni auricolari le seguenti sillabe, così come lui le percepiva: Olàmba belùla belàmba mbù, ciùli frùli, au lùli, etc. etc. È stata la mia folgore personale sulla via di Damasco: Elvis ha prefigurato in un attimo alla mia coscienza una fetta colossale del mio destino… col beat è veramente nato tutto un mondo nuovo… una cesura storica formidabile, purtroppo misconosciuta e sottovalutata…  Quando ho visto gli Stones nel 1967, al loro primo tour italiano, al Palasport di Bologna, è stato sconvolgente… Quanto al nome dei Tubi, è stata mia sorella Anna Grazia a crearlo. Lei studiava a Roma e aveva la fortuna di poter andare al Piper…  grazie a Carlo Scarpa, conosciuto nel 1990, venni a sapere che i nostri 45 giri erano appetiti sul mercato collezionistico giapponese. Era una cosa troppo bislacca, non ho resistito e ho ricostituito i Tubi… Credo che finché regge il fisico, il palco avrà sui Tubi un potere di attrazione spaventoso… Quest’anno abbiamo in programma partecipazioni varie a festival dedicati ai Sixties, in testa il favoloso Festival Beat di Salsomaggiore. Inoltre stiamo lavorando a un album che ci produrrà Gianni Daldello, con un brano-guida che reputo uno sballo, Hic et nunc…”
 
Proprio ieri sera, qui a Fano, ho avuto modo di ascoltare Hic et nunc in anteprima a casa di Umberto. L’ho trovata… come dire? … acchiappante… ecco, sì, acchiappante*-°

(Lucio Angelini con la FRANGETTA alla Beatles al tempo in cui prese la patente di guida:-) )

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6 Risposte to “UMBERTO BULTRIGHINI, IL DOCENTE CON LA PASSIONE DEL BEAT”

  1. utente anonimo Says:

    grazie lucio! se me la davi prima, mettevamo sul libro la tua patente: un esemplare beat perfetto!

  2. Lioa Says:

    Non ci crederai, ma guido ancora con la stessa patente e la stessa foto. L'ho rinnovata da poco, ma nessuno mi ha chiesto di sostituirla. Boh! Contenti loro… *-°

  3. utente anonimo Says:

    la patente è lo specchio dell'anima

  4. utente anonimo Says:

    P, S. grazie per l' 'acchiappante'!!

  5. BOCL N.22 (ALLA MANIERA DI WU MING 1) « CAZZEGGI LETTERARI Says:

    […] UMBERTO BULTRIGHINI, IL DOCENTE CON LA PASSIONE DEL BEAT […]

  6. BOCL N.22 (ALLA MANIERA DI WU MING 1) « BEST OF CAZZEGGI LETTERARI Says:

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