AGOTA KRISTOF A VENEZIA IL 3 OTTOBRE 2003

Nel 2003 non avevo ancora il blog, quindi non scrissi nulla, però in Campo Sant'Angelo ad ascoltare Agota Kristof – alle cinque del pomeriggio del 3 ottobre – andai certamente anch'io. Non mi resta che quotare l'articolo di Roberto Ferrucci per il Mattino di Padova:

Agota Kristof, l’essenziale

Sta seduta sulla panchina di Campo Sant’Angelo, guarda la gente passare, fuma. Quella signora minuta, capelli neri, maglioncino grigio, è Agota Kristof, uno degli scrittori più importanti e più amati. Sta aspettando che arrivi il momento del suo reading a Fondamenta. Raramente si è concessa a incontri col pubblico. Ancor più raro è intervistarla. Seduta lì, così, semplicemente, sembra un suo libro, Agota Kristof. Meglio: sembra la sua scrittura. Semplice, essenziale, netta. L’intervista è finita da poco e guardandola adesso la prima frase che ritorna in mente è un altro ritratto di semplicità. «Io scrivo sempre ma senza obiettivi. Magari sto cucinando, mi viene in mente una cosa e la scrivo». La sua fama e importanza Agotha Kristof la deve a due libri: La trilogia di K. e Ieri, pubblicati da Einaudi e tradotti in 36 lingue. Li ha scritti in francese, lei che vive a Neuchatel ma che è nata nel 1935 in Ungheria. «Quando sono arrivata in Svizzera ho lavorato in una fabbrica di orologi e accanto al mio banco di lavoro tenevo un foglio dove appuntavo delle cose. Scrivevo poemi. Il ritmo delle macchine scandiva i versi. Avevano lo stesso ritmo. Poi è iniziato un periodo durante il quale ho scritto pochissimo. Stavo perdendo dimestichezza con l’ungherese ma non ero ancora in grado di scrivere in francese». Poco dopo confesserà di non aver mai perdonato al suo ex marito di averla portata via dal proprio paese. Lui faceva politica e si sentiva minacciato. Ora ci torna, certo, ha il doppio passaporto, può votare, ma vuole star vicino ai suoi figli che sono nati e cresciuti in Svizzera. Dopo la crisi linguistica, ha incominciato a scrivere in francese. Pièces teatrali, frasi brevi, semplici. «Ne ho scritte venti, ne salvo nove», dice ridendo. Scherza anche sul suo nome e cognome, Agota Kristof. «I miei mi hanno chiamato così ma non sapevano dell’esistenza di Agatha Christie. Io ho firmato tutti i miei lavori con lo pseudonimo Zaik, il nome di mia nonna materna. Non volevo essere confusa con la mia quasi omonima. Volevo pubblicarli con quel nome, ma l’editore francese non era d’accordo. "Hai un nome bellissimo, la gente deve riconoscerti per quello", mi ha detto e aveva ragione lui, sembra».
Agota Kristof esige molto dalla propria scrittura. La sua secchezza, la sua semplicità è dovuta a un lavoro lungo, complicato: «Non scrivo mai dall’inizio alla fine. Procedo a pezzi. È tutto un andirivieni. Scrivo molto e poi butto via. Alla fine faccio tre o quattro stesure. Tolgo tutto quello che è sentimentale». Il suo romanzo Ieri è stato portato al cinema dal regista Silvio Soldini, un film intitolato Brucio nel vento: «A essere sincera non mi è piaciuto affatto. Non mi piace l’attrice che interpreta Line. E poi il finale non c’entra col mio libro, un finale sentimentale che detesto. Inoltre, i due personaggi scoprono di essere figli dello stesso padre, e nel finale sono marito e moglie: sarà mai possibile?». E ora? «Ora sto scrivendo un romanzo ma non mi piace come sta venendo. Ho l’impressione di non essere in grado di fare meglio di quanto ho fatto». Poi saluta, sorride e va a sedersi sulla panchina.
(www.robertoferrucci.com)
Roberto Ferrucci
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