SERGIO GARUFI, L’AMICO DI BORGES, TROVA IL NOME GIUSTO

Sono contento che sia uscito il primo libro di Sergio Garufi, scrittore finissimo, con cui celio sporadicamente sin dai tempi di it.cultura.libri (periodo aureo). L'ho comprato e ne parlerò appena avrò finito di leggerlo. Però la dicitura "l'amico di Borges" qui sopra riportata e tratta da "Il Venerdì" di Repubblica, mi ha fatto tornare in mente la miniserie satirica

"Ioooo e Borges"

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Riproduco, per ora, il post del 19 luglio 2006 in cui Sergio racconta come divenne stalker di Borges.

«Il 15 luglio ultimo scorso [2006, N.d.r.] in "Nazione Indiana" il borgesologo Sergio Garufi ha pubblicato l'articolo "Il ventennale della morte di Borges", già uscito su STILOS di giugno. Gli appassionati di filologia comparata potranno confrontare quel testo con il seguente contributo giovanile, pubblicato in it.cultura.libri il 22 gennaio 2003:

"La prima volta che incontrai Jorge Luis Borges fu nel marzo dell'84. Lo leggevo in modo monomaniacale già da tre anni, ed ero talmente fanatico da credere che rappresentasse il momento centrale della storia della letteratura universale: tutto ciò che lo aveva preceduto preparava il suo avvento, tutto ciò che sarebbe seguito non avrebbe potuto prescinderne.

A quel tempo avevo vent'anni, sognavo di diventare uno scrittore e i miei timidi esercizi letterari non erano altro che dei maldestri tentativi di imitare il suo stile. Un mattino seppi che il giorno seguente si sarebbe trovato a Vicenza per una conferenza all'Accademia Olimpica. Presi il treno e ci andai, ma della conferenza capii poco o nulla, perché purtroppo parlava in francese (sentendosi indegno di usare l'italiano). Un giornalista mi rivelò che l'indomani sarebbe stato a Venezia, per un convegno della Fondazione Cini all'isola di San Giorgio. Sapendo che alloggiava nell'Hotel Londra Palace sulla Riva degli Schiavoni, presi un appuntamento telefonico tramite la sua segretaria, Maria Kodama, spacciandomi per uno studente di lingue che stava scrivendo la tesi di laurea su di lui.

La mattina dopo mi presentai alla reception e la Kodama mi concesse un colloquio di un'ora, mentre faceva colazione. Fui accompagnato in camera da un inserviente e, quando si aprì la porta, l'emozione era tale che esitai qualche secondo a entrare. Borges, accortosi della mia esitazione, mi accolse ironicamente con i versi dell'Inferno di Dante ("Lasciate ogni speranza o voi che entrate"). Mentre lo aiutavo a bere il cappuccino (dato che era cieco), discutemmo soprattutto di poesia, e mi disse quelli che per lui erano i versi migliori di diverse lingue (Virgilio per il latino, Dante per l'italiano, Hugo per il francese, Jafez per l'arabo, Shakespeare per l'inglese, Silesius per il tedesco, Quevedoper lo spagnolo). Aveva una voce flebile e un modo di conversare garbato, discreto e generoso, attribuendomi idee che non mi sarei mai sognato di avere. Ebbi l'impressione di essergli risultato simpatico, e, al termine del colloquio, mi feci firmare una copia di 'Finzioni'.

In seguito lo incontrai altre volte: alla Fondazione Verdiglione di Senago, all'Università Statale di Milano per una movimentata conferenza della Aging Foundation, a Volterra per la consegna del Premio Etruria, e soprattutto a Roma, dove rimanemmo insieme per 4 giorni (laurea honoris causa alla Sapienza, conferenza all'Accademia dei Lincei, mostra all'Istituto Italo-LatinoAmericano etc.). Di quei giorni a Roma conservo molti ricordi e qualche fotografia. Passeggiavamo insieme e si teneva al mio braccio, mi chiamava per nome, riconosceva la mia voce e si rivolgeva a me con un tono quasi paterno, lamentando che leggessi solo lui a discapito di tanti altri autori ben più importanti. Poco dopo morì a Ginevra, e io cercai di seguire il suo consiglio, dedicando le mie attenzioni ad altri scrittori.

Un po' per indolenza e un po' per scarsa fiducia nel mio talento, negli anni successivi molto saggiamente abbandonai, non senza qualche rimpianto, il progetto di diventare uno scrittore, ma continuai a coltivare nel tempo libero la mia passione per l'arte e la letteratura. A un certo punto della mia vita Piero della Francesca rappresentò, per diverso tempo, quello che fu Borges anni addietro. Letture forsennate, viaggi e visite ai musei che esponevano le sue opere, ricerche in biblioteche e archivi. Un giorno trovai, su una monografia ben documentata, l'accenno a Piero in una cronichetta locale del 1556.
Si trattava di un modesto contributo, reso noto più che altro perché confermava la tesi del Vasari secondo cui l'artista di SanSepolcro, verso la fine della sua vita, diventò cieco. In questo libriccino, in cui tale Berto degli Alberti intervista degli anonimi cittadini di SanSepolcro chiedendogli della loro vita, vi è un colloquio interessante fra l'autore e Marco di Longaro, un anziano fabbricante di lanterne che rammentava quando, da bambino, accompagnava per le vie anguste e buie del suo borgo 'il pittore eccellentissimo che era accecato'.

Al di là del modesto contenuto di quei discorsi, le parole di Marco di Longaro mi commossero perché, per molti versi, mi ci immedesimai. Non so se quel fabbricante di lanterne di cinque secoli fa ebbe qualche aspirazione che non si realizzò, o a cui dovette rinunciare. Però, pur non conoscendo i suoi sogni, sentii che quelle parole esprimevano un tono che era un misto di rimpianti e di serena accettazione. Forse i rimpianti riguardavano, molto semplicemente, gli anni perduti, il tempo che scorre inesorabilmente, l'impossibilità di tornare indietro; o forse, in quel preciso istante in cui parlava con Berto degli Alberti, Marco di Longaro aveva tracciato una sorta di bilancio della sua vita, come se si fosse improvvisamente reso conto che, a più di settant'anni di età e nonostante la moglie e i figli adorati, la discreta salute e un dignitoso benessere, la sua anonima esistenza sarebbe passata alla Storia solo per quei fugaci e inconsapevoli momenti della sua giovinezza in cui porse il braccio al grande artista cieco.

Anch'io insomma, nonostante a tratti il mio 'daimon' (come Hillman chiama la vocazione segreta – presente in ognuno di noi – che spinge per realizzarsi) si agiti e provi a riemergere, e nonostante cerchi con fatica di seguire il saggio monito de 'L'Imitazione di Cristo' ('ama nesciri', cioè compiaciti di essere ignorato), a volte temo che non mi capiterà molto altro di importante nella vita. Ma è la tristezza di un attimo, perché subito dopo penso che, come dice il testo di una bella canzone di Niccolò Fabi, 'non è la vittoria / l'applauso del mondo / di ciò che succede / il senso profondo'."

Garufi, a quel tempo, aveva nel mittente …@spazipalladiani.it e l'aggettivo PALLADIANO ricorse in vari miei sfottò. In quel periodo mi firmavo ESIU LAICHIT e risposi:

> Lo leggevo in modo monomaniacale già da tre anni, ed ero  talmente fanatico da credere che rappresentasse il momento centrale della storia della letteratura universale… A un certo punto della mia vita Piero della Francesca rappresentò, per diverso tempo, quello che fu Borges anni addietro… a volte temo che non mi capiterà molto altro di importante nella vita.

Molto carino il tuo racconto sull'uccisione di ben due padri. Vedrai che, un po' per volta, risolverai l'Edipo anche tu."

Un giorno tale Elisabetta – sempre in it.cultura.libri – chiese:

" E chi è Sergio Garufi?"

Risposi, celiando:

"Un venditore di divani finto-antichi. Da studente riuscì a farsi ricevere da Borges con uno stratagemma e da allora non fa che ripetere 'Ricordo che un giorno iooooo e Borges…':-)

Qualche mese dopo iniziai – appunto – la miniserie "Iooooo e Borges", di cui recupero oggi la puntata

                          UN NATALE SENZA REGALI

Ricordo che un giorno decisi di fare a Borges una sorpresa.
"Un Natale senza regali non è un Natale!" gorgogliai entrando.
("Questa l'hai presa da 'Piccole donne'!", osservò subito il mio dottissimo amico.)
"Ti ho portato qualcosa di mooolto speciale", proseguii ignorandolo.
"Un divanetto Luigi Ventitreesimo, suppongo", azzardò il maestro.
"Ma no, ma no. Ecco, guarda, queste sono per te", trillai.
Così dicendo, gli svolsi sotto il naso un magnifico paio di pantofole palladiane che gli avevo ricamate io stesso nel corso di molte sere d'inverno.
Lui le tastò alla cieca (era cieco) ed esclamò:
"Ah, ho capito. Sono dei paraorecchie. Li desideravo fin dai tempi dell'Aleph. Grazie, Sergio, sei stato davvero carino."
La voce gli tremava, era visibilmente scosso dal mio gesto. Si avvicinò le pantafole palladiane alle orecchie e sussurrò:
"Sei un bravo ragazzo, Sgarufone. Sento che andrai lontano e diventerai una grande firma di Icl."
Scoppiai in un sobrio pianto.

(da Iooooo e Borges, di Sergio Garufi, Edizioni Palladiane)»

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Una Risposta to “SERGIO GARUFI, L’AMICO DI BORGES, TROVA IL NOME GIUSTO”

  1. BOCL N. 18 (JORGE LUIS BORGES RACCONTA “IL NOME GIUSTO” DI SERGIO GARUFI) « BEST OF CAZZEGGI LETTERARI Says:

    […] SERGIO GARUFI, L’AMICO DI BORGES, TROVA IL NOME GIUSTO […]

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