FERRO E ACCIAIO PER L’ARTISTA

(Andersen ritoccato per Carmillaonline)

Da “Cazzeggi Letterari” del 29/12/2005 (nel morituro SPLINDER):

Il mal di denti fu un supplizio che accompagnò Andersen per tutto il corso della sua vita. Per lui, anzi, il mal di denti diventò addirittura simbolico di ciò che soffriva come artista. Nella FIABA ‘Zia Maldidenti’ i due dolori vengono esplicitamente associati: “La zia Mille è stata ed è l’amica che ha mostrato più comprensione verso i miei spasimi poetici, e quelli del mal di denti: soffro infatti di tutti e due”, dichiara nel secondo paragrafo del racconto il giovane protagonista, uno studente con il vizietto della scrittura. “ ‘Butta giù sulla carta i tuoi pensieri, – mi diceva – e riponili nel cassetto della scrivania; così faceva Jean-Paul, e lui è diventato un gran poeta, che a me veramente non piace molto, perché non appassiona. Tu devi appassionare, ci riuscirai!’ ”.

Altri consigli di zia Mille: “Basta che tu butti giù sulla carta quello che dici, e non sarai da meno di Dickens. A me sembra, anzi, che tu sia molto più interessante! Tu dipingi quando parli! A sentirti descrivere la tua casa, par di vederla! C’è da rabbrividire! Ma continua la tua opera! Poni in quel che hai descritto qualche essere vivente, delle creature adorabili, meglio di tutto se infelici!”.

Qualche riga più giù, lo studente racconta: “La notte seguente mi svegliai tra il desiderio e il pianto; dovevo e volevo diventare il grande poeta che la zia presentiva e vedeva in me; ebbi una vera crisi di spasimi poetici. Vi sono però spasimi peggiori, quelli del mal di denti, e io ne ero oppresso e prostrato: mi contorcevo come un verme, col sacchetto delle erbe aromatiche e l’impiastro sulla guancia”.

In una notte di tempesta, infine, il MAL DI DENTI si materializza in Sua Terribilità Satania infernalis, che dice allo sbigottito studente: “Ebbene, tu dunque sei poeta. Ci penserò io a farti salire per tutta la gamma poetica del dolore! Ti metterò in corpo FERRO E ACCIAIO, non lascerò stare un solo nervo!”. E anche: “Ti insegnerò io a far versi! A gran poeta, gran mal di denti, a piccolo poeta, piccolo mal di denti!”. Lo studente supplica la creatura di andarsene e di non tornare mai più. Ma Sua Terribilità lo ammonisce: “Se rinuncerai a essere poeta, a metter versi su carta, su lavagna o su qualsiasi altro materiale adatto a scriverci su: allora ti lascerò in pace, ma se ti metterai a far poesie ritornerò!”. Lo studente capisce l’antifona: “Te lo giuro! Basta che non ti veda e che non ti senta mai più!”. Invano, perché la creatura incalza: “Mi vedrai sì, ma più in carne, sotto l’aspetto di una persona che ti è più cara di me. Mi vedrai sotto forma della zia Mille, e allora ti dirò: ‘Mio caro ragazzo! Tu sei un gran poeta, forse il più grande che abbiamo!’. Ma credi a me, se comincerai a scriver poesie ci penserò io a metterle in musica, a suonartele sulla chiostra dei denti! Caro ragazzo, ricordati di me quando vedrai la zia Mille!”.

Il mattino dopo, infatti, la zia Mille compare puntualmente per tentarlo: “Scommetto che non hai scritto nulla ieri sera, dopo che ci siamo dati la buona notte! Magari lo avessi fatto! Tu sei il mio poeta, lo diventerai!”. Lo studente crede di vederla sorridere sardonicamente e non sa più se si tratti della zia Mille vera, quella che gli vuole tanto bene, o della terribile creatura che l’ha tormentato nottetempo…

N.B. I passi citati sono tratti da “Fiabe”, di Hans Christian Andersen, trad. di Alda Manghi e Marcella Rinaldi, Einaudi, Torino 1992.

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