DA “IL FANTASMA DI ANDERSEN”

Sempre a proposito di Andersen e del mal di denti, copio-incollo la prima parte del cap. XXIII de “IL FANTASMA DI ANDERSEN”, di Lucio Angelini.

Cap.   XXIII 

 “A quattordici anni, prima della mia fuga a Copenaghen, mi era stato predetto che un giorno la città di Odense sarebbe stata illuminata a festa in mio onore. Quell’antica profezia si compí nella forma piú splendida. Verso la fine di novembre del 1867 ricevetti a Copenaghen una lettera in cui il consiglio comunale di Odense mi annunciava il conferimento della cittadinanza onoraria a Odense, in un incontro che si sarebbe tenuto il successivo 6 dicembre. Subito mi affrettai a ringraziarli di tutto cuore. Erano ormai passati quarantotto anni da quando, ragazzo bisognoso, avevo abbandonato la mia città natale. Adesso, ricco di felici ricordi, vi sarei stato accolto come un figlio diletto nella casa paterna. Mi sentii trasportato in alto non in vanità, ma in gratitudine verso Dio, per le dolorose ore in cui ero stato messo alla prova e i numerosi giorni di felicità che poi mi aveva concesso.”

“E come andò?”

“Il 4 dicembre mi recai a Odense. C’erano stati giorni freddi e tempestosi, che mi avevano lasciato un grosso raffreddore, e in piú soffrivo di mal di denti, ma adesso il tempo si era acquietato e splendeva il sole. Il vescovo Engelstöft venne ad accogliermi alla stazione e mi accompagnò nella dimora che mi era stata riservata: l’arcivescovado nei pressi del fiume di Odense, lo stesso che ho descritto nella fiaba “Il gorgo della campana”. A cena erano stati invitati parecchi funzionari della città e la serata, animatissima, trascorse piacevolmente. Finalmente arrivò il fatidico 6 dicembre, la piú bella festa della mia vita. La notte non riuscii a dormire. Mi sentivo oppresso nel corpo e nell’anima. Avevo forti dolori al petto e il mal di denti non mi dava tregua, quasi ad ammonirmi che, in tutto il mio onore, restavo pur sempre un figlio della mortalità, un verme nella polvere. Mi tormentavo chiedendomi quale fosse il modo piú dignitoso di affrontare la mia incredibile fortuna. Non lo sapevo, ed ero tutto un tremore. La mattina del 6 dicembre mi fu detto che la città era stata addobbata in maniera splendida, e che tutte le scuole facevano vacanza perché era la mia festa. Mi sentivo umile e povero, come se mi trovassi al cospetto di Dio. In una sorta di rivelazione percepii ogni mia mancanza, ogni mio peccato commesso con il pensiero, con la parola o con l’azione. Tutto balzò alla mia mente con un’evidenza incredibile, come se fosse il Giorno del Giudizio, ed era il giorno della mia gloria. Dio sa quanto mi sentissi meschino, mentre gli uomini mi esaltavano e mi celebravano. Nella mattinata vennero a prelevarmi il capo della polizia Koch e il borgomastro Mourier, che mi scortarono al palazzo municipale. Lungo il percorso, vedevo gente salutarmi quasi da ogni casa con festosi movimenti delle mani. Era accorsa una grandissima folla, sia dalla città, sia dalla campagna. Sentivo le grida di urrà. Davanti al Municipio era schierato il coro cittadino, che intonò i motivi dei miei canti “Gurre” e “Ti amo, Danimarca, patria mia!”. L’emozione mi sopraffece. Ricordo che dissi ai miei due accompagnatori: ‘Provo le stesse sensazioni di un condannato condotto al luogo del supplizio!’. La sala, che era stata decorata con fiori e bandiere, era gremita di signore elegantemente abbigliate e di ufficiali in uniforme, con tutte le loro decorazioni bene in vista, insieme ad altri cittadini e a gente del contado. Sul lato verso la corte, su un piedistallo, era stato posto il mio busto, circondato da medaglioni con le scritte ‘2 aprile 1805’ (il giorno della mia nascita), ‘4 settembre 1819’ (il giorno in cui avevo lasciato Odense) e ‘6 dicembre 1867’. Al mio ingresso anche le signore si alzarono in piedi. Il borgomastro Mourier illustrò, a nome del consiglio, i motivi di quella adunanza, e mi espresse i sentimenti di stima e di gratitudine che tutto il popolo danese in generale, e gli abitanti di Odense in particolare, nutrivano per l’uomo che con le sue fiabe, i suoi versi e i suoi racconti, aveva deliziato e confortato giovani e anziani, non solo in tempo di pace, ma anche nei giorni della guerra, procurando onore e fama alla Danimarca in terra straniera. Mi consegnò il diploma di cittadinanza onoraria con l’augurio che potessi conservare ancora per molti anni la capacità di accrescere i tesori di cui avevo arricchito la letteratura danese. Un caloroso e triplice urrà gridato da tutti i presenti confermò la sincerità dell’augurio. A quel punto toccò a me prendere la parola. Dissi che il grande onore tributatomi dalla mia città natale mi commuoveva ed emozionava fin nel profondo. Non potevo non pensare, aggiunsi, all’Aladino di Œhlenschläger, che, affacciandosi alla finestra del prodigioso castello costruito grazie alla sua lampada meravigliosa, scorge la strada sotto di sé e mormora: ‘È laggiú che camminavo quando non ero che un povero ragazzo’. Aggiunsi che Dio, nella sua bontà, aveva concesso anche a me una lampada meravigliosa, benché di tipo spirituale: quella della Poesia. E quando la sua luce era rifulsa in giro per il mondo, rendendo felici e grati gli uomini che l’avevano contemplata, il mio cuore era traboccato di gioia nel sentirli ricordare che quella lampada era stata accesa in Danimarca. Sapevo di avere in patria degli amici che mi comprendevano, e sicuramente anche nella città che aveva ospitato la mia culla. Dissi che, davanti alla prova tangibile del loro affetto e al riconoscimento impagabile di cui la città mi onorava, non potevo che esprimere dal piú profondo del cuore tutta la gratitudine che provavo… Sopraffatto da tutto l’insieme, mi sentivo quasi svenire. Solo piú tardi, sulla via del ritorno all’arcivescovado, cominciai a rendermi conto delle amichevoli espressioni che mi venivano rivolte e delle bandiere che la folla esultante agitava per me. Nel pomeriggio tornai in Municipio, dove la banda suonò le melodie delle mie canzoni. Alle quattro in punto gli invitati cominciarono ad affluire nella sala fino a gremirla completamente. Il borgomastro brindò alla salute di sua maestà il re, ricordando che quello era un vecchio costume danese, ripetuto a ogni occasione di festa. Subito dopo fu cantata una canzone ispirata a un brutto anatroccolo che, poi, era diventato il cigno Andersen! Il signor Petersen evocò i giorni della mia fuga a Copenaghen, allorché mi ero ritrovato da solo nella grande città sconosciuta, senza amici o parenti, ma armato unicamente di fiducia nella divina Provvidenza e di una caparbia volontà di lotta. Dopo mille difficoltà, alla fine ero uscito vincitore e adesso re e principi mi rendevano omaggio. Per quanti viaggi avessi compiuto, aggiunse Petersen, non avevo mai dimenticato di essere danese, né di essere nato a Odense. Presero successivamente la parola il vescovo Engelstöft, il consigliere di stato Koit, il colonnello Vanpell, l’ispettore scolastico Möller. Prima dell’inizio delle danze, venne posta una poltrona al centro della sala, ove fui invitato a sedere. Era la volta dei bambini. Si avvicinarono a due a due, gaiamente abbigliati, quindi presero a vorticarmi intorno in un girotondo musicale durante il quale intonarono un canto scritto da Johan Krohn: 

“Là, dove la strada svolta,

c’è una piccola casa

in cui, dicono i saggi,

la cicogna portò Andersen.

Ole Chiudilocchio si accostò al pupo

e aprí l’ombrello dei sogni,

mentre il folletto dondolava contento  la sua culla. 

Laggiú, sulla sponda del fiume,

il ragazzo vedeva sirene e tritoni;

e quando camminava sulla riva muscosa

parlava con Madre Sambuco.

Venne il Natale, tempestoso e freddo,

e bianca gli apparve la Regina della Neve.

Qualunque cosa gli incantasse il cuore,

era pronto a dividerla con noi.

Grazie per ogni ora lieta

Trascorsa intorno alla tavola.

Arde la lampada, la mamma cuce,

mentre il papà legge le fiabe.

Principi e principesse, re e regine

sorgono  davanti ai nostri occhi;

danzano gli elfi, strepitano gli gnomi,

portano  i soldatini il fucile a spall’arm. 

I tuoi piedi calzarono le galosce fatate,

ed  entrasti nei palazzi dei re;

ma i bambini conoscono il tuo nome,

dovunque vadano Tuk e la piccola Ida.

Accetta, oggi, o poeta dei bimbi,

i ringraziamenti di noi piccini.

Le nostre mani  non sono abbastanza grandi,

ma, se vuoi,  puoi stringercele tutte e due. 

Com’ero felice! Eppure ai mortali non è dato esaltarsi nemmeno quando sono portati all’altezza del cielo. Dovevo ed ero comunque costretto a sentirmi un povero figlio della corruzione, legato alla fragilità terrena. Il calore e l’eccitazione dell’ambiente accentuavano il mio mal di denti… [continua]

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Una Risposta to “DA “IL FANTASMA DI ANDERSEN””

  1. paolo f Says:

    Questo racconto in certi passi mi fa sentire il sapore della parabola: molto bello. (A volte è capitato anche a me di sentirmi “umile e povero, come se mi trovassi al cospetto di Dio”.)

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