“IL FANTASMA DI ANDERSEN”, CAP. XXIII, SCONDA PARTE

… Mi feci forza e lessi una fiaba ai miei piccoli amici. Durante il ballo successivo arrivò il telegramma di Sua Maestà il Re, che venne letto ad alta voce e salutato con un grandissimo applauso. Ancora lo ricordo: ‘Al riconoscimento tributatole oggi dagli abitanti della sua città natale, si aggiungano le piú sincere felicitazioni mie e della mia famiglia. Cristiano R.’. Verso le otto di sera una grande processione, a cui parteciparono tutte le corporazioni della città con i loro colori, si diresse verso la sede municipale con torce e bandiere. Una delegazione venne a consegnarmi il testo della canzone che gli artigiani mi avrebbero poi cantato giú nella piazza. Doveva, adesso, adempiersi la profezia espressami dalla vecchia quando, da ragazzo, avevo lasciato il mio paese natale. Mi accostai alla finestra e, guardando in basso, vidi agitarsi un mare di fiaccole. Il canto degli artigiani saliva fino a me e l’emozione mi sopraffece. Mi sentivo spossato nello spirito e nel corpo. Non riuscivo a godere il colmo della mia fortuna. L’aria ghiacciata, che entrava dalla finestra, mi procurava fitte sempre piú terribili. Anziché assaporare quei rari momenti, che non sarebbero ritornati mai piú, controllavo il testo stampato della canzone per vedere quanti versi mancassero ancora, perché potessi sottrarmi alla tortura dell’aria fredda. Fu un acme di sofferenza. Poi le torce vennero spente e gettate in un solo mucchio sul selciato. Il corteo si sciolse e solo allora il mio dolore prese ad attenuarsi. Come fui grato a Dio! Ero circondato da sguardi affettuosi, tutti desideravano parlarmi e stringermi la mano. Piú tardi, esausto, raggiunsi il vescovado e cercai riposo, ma non presi sonno fino al mattino, tanto mi sentivo soverchiato e stravolto. Il giorno prima della partenza fui invitato alla festa annuale del cosiddetto “Istituto Lahn per l’Infanzia Bisognosa”, che accudiva e istruiva i bambini poveri fino alla cresima. Il ritratto del fondatore Lahn era appeso al muro della scuola, adorno di fiori. Egli era nato a Odense e, da piccolo, aveva conosciuto la miseria, ma poi aveva imparato a cucire guanti e, a poco a poco, era riuscito a farsi un nome e a diventare ricco. I guanti Lahn di Odense erano diventati un articolo ricercatissimo. L’uomo non si era mai sposato, ma si era fatto costruire un palazzo in Nether Street e si era dedicato alle opere di bene. Alla sua morte aveva lasciato le proprie ricchezze ai bambini poveri della città e donato la sua casa come sede dell’istituto che avrebbe dovuto accoglierli. Nell’occasione, l’ispettore della scuola, il pastore Möller, fece un discorso in cui parlò di tutti gli uomini e donne famosi in Danimarca. Alla fine aggiunse: ‘Saprete che nei giorni scorsi qui a Odense si è celebrata un’altra festa, in onore di un grande scrittore della nostra città. Da piccolo egli frequentò una scuola per poveri e sedette su un banco come questi. Ebbene, oggi quell’uomo è qui fra noi.’. Vidi gli occhi intorno a me inumidirsi di commozione, e allora mi inchinai e strinsi la mano ad alcune madri lí presenti. Mentre me ne andavo, sentii parecchi esclamare: ‘Che Dio lo renda felice e lo benedica!’. Era una festa in onore di Lahn, ma lo fu anche per me. Era come se un nuovo raggio di sole fosse entrato nel mio cuore, dopo l’altro. Non potevo comprendere tutto questo. In momenti simili ci si aggrappa a Dio come nella piú amara ora del dolore. Venne, infine, il giorno della partenza, l’11 dicembre. La folla accorse alla stazione ferroviaria, occupando ogni angolo. Le signore mie amiche mi portarono omaggi floreali. Giunse il mio treno, che si sarebbe fermato solo pochi minuti. Il borgomastro, Herr Mourier, mi rivolse il discorso di commiato. Mormorai il mio addio. Risuonarono degli urrà ripetuti ad alta voce, che si persero nell’aria, mentre il treno si metteva in movimento. Allora, per la prima volta, seduto da solo, sentii tutti gli onori, la soddisfazione e la gloria che mi erano state concesse da Dio nella mia città natale fondersi in un unico insieme. Avevo ricevuto la piú grande benedizione che mai potesse toccarmi sulla terra. Mi raccolsi con devozione e pregai:  ‘Signore, non abbandonarmi nell’ora della prova’.

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Una Risposta to ““IL FANTASMA DI ANDERSEN”, CAP. XXIII, SCONDA PARTE”

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