ALBERTO TOSO FEI E L’ANZOLO DI CA’ SORANZO

È ormai diventato il misteriologo di fiducia dei veneziani Alberto Toso Fei (che nella foto esibisce “Misteri di Venezia” e “Misteri di Roma”). Sabato scorso ci ha raccontato sul Gazzettino la seguente storia:

«… Il fatto avvenne in un palazzetto allora di proprietà della famiglia Soranzo, ed è ricordato da un grande bassorilievo rappresentante un angelo sulla facciata che guarda un canale, a poca distanza da piazza San Marco. Tutta la zona è detta “de l’Anzolo”, proprio in relazione alla figura alata che benedice con la mano destra mentre tiene un globo con la sinistra. Poco sopra la testa dell’angelo, si può notare un piccolo foro: secondo i veneziani, quello è il motivo per cui la rappresentazione sacra è stata posta sul muro esterno dell’abitazione. Da lì, infatti, sarebbe uscito nientemeno che il demonio.
Abitava in questa casa un avvocato che, malgrado la sua sincera devozione alla Vergine Maria, aveva accumulato molte ricchezze in maniera disonesta, e a scapito di tanta povera gente. Un giorno ebbe l’occasione di avere a pranzo padre Matteo da Bascio, primo generale dei Cappuccini, persona in odore di santità, al quale – prima di sedere a tavola – volle far vedere una vera rarità: una scimmietta addomesticata, così intelligente al punto di servirlo anche nelle faccende domestiche. Alla vista del frate, però, la scimmia scappò. Padre Matteo vide – per grazia divina – che sotto la pelliccia dell’animale si celava nientemeno che il demonio, e in tono imperioso le disse: “Io ti comando da parte di Dio di spiegarci chi tu sia, e per quale ragione ti trovi in questa casa”.
“Io sono il diavolo – rispose la scimmia, che improvvisamente iniziò a parlare – e sono qui per appropriarmi dell’anima di questo avvocato, che a causa della sua condotta mi appartiene”. “E perché – ribatté il frate – avendo tu tanta brama di quest’uomo, non l’hai ancora ucciso e portato con te all’inferno?”. “Per un solo motivo – disse il demonio –: perché prima di andare a letto egli ha sempre raccomandato l’anima a Dio e alla Madonna; se avesse dimenticato anche una sola volta le sue preghiere, sarebbe già da tempo con me, tra i tormenti eterni”.
Udito ciò, il cappuccino si affrettò a comandargli di lasciare immediatamente quella casa, ma il diavolo si oppose, spiegando come dall’alto gli fosse stato dato il permesso di non partire da quel luogo senza aver prima causato qualche danno. “Allora vuol dire che un danno farai – gli intimò padre Matteo – ma sarà solo quello che ti ordinerò io. Farai un foro su questo muro, uscendo da qui, e il buco servirà ad eterna testimonianza dell’accaduto”. Il diavolo dovette obbedire.
L’avvocato pianse lacrime amare, e nel promettere di restituire il maltolto ai poveracci alle cui spalle si era arricchito, ringraziò il religioso per la grazia ricevuta. Un solo timore gli rimaneva: quel buco sulla parete, attraverso il quale Belzebù sarebbe potuto tornare così come se n’era uscito. Fu allora che padre Matteo gli indicò la soluzione: il buco andava difeso dall’immagine di un angelo, perché alla vista degli angeli santi fuggono gli angeli cattivi. Così, da quasi cinquecento anni, l’angelo di Ca’ Soranzo fa da guardiano al buco nel muro, perché il diavolo non abbia a tornare.
»

Non è chi non veda come da “angelo” ad “angelini” il passo sia breve. Aggiungo solo che se si dovesse applicare una figura d’angelo all’esterno delle case dei politici (e loro clienti) che si sono arricchiti  “a scapito di tanta povera gente” gli scultori di bassorilievi avrebbero lavoro per decenni, malgrado l’odierna crisi occupazionale…*-°

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Una Risposta to “ALBERTO TOSO FEI E L’ANZOLO DI CA’ SORANZO”

  1. paolo f Says:

    “Non è chi non veda…”: deliziosa formula del lessico forense;-)

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