Archive for aprile 2012

NEL NOME DI CHARLOTTE

28 aprile 2012

Scomposta corsa per le calli di Venezia, nel tardo pomeriggio di ieri, fino alla Casa del Cinema di San Stae, nel sestiere di Santa Croce, dopo aver scoperto all’improvviso che alle 20.30 vi sarebbe stata proiettata la versione in lingua inglese di “Jane Eyre” di Fukunaga, ovviamente tratto dal capolavoro di Charlotte Brontë.

Sono arrivato a Palazzo Mocenigo con la lingua penzoloni ma in tempo per il film, di cui devo dire che valeva proprio l’affanno patito. Leggo su Mymovies:

“Non è facile ridurre il lungo e complesso romanzo di Charlotte Brontë senza il rischio di snaturarne o peggio epurarne pagine e anima. Ciò nondimeno riescono nell’impresa Moira Buffini, sceneggiatrice inglese, e Cary Joji Fukunaga, regista californiano, sceneggiando una versione struggente e ‘integrale’ di “Jane Eyre…”. 

 http://www.mymovies.it/film/2011/janeeyre/

Concordo pienamente.

Della mia passione per le sorelle Brontë non ho mai fatto mistero con nessuno. Il primo vero post di questo blog era dedicato loro. Lo copio-incollo:

«5 giugno 2005. Eccomi di ritorno dallo Yorkshire, dove ho coronato l’antico sogno di visitare il Brontë Parsonage Museum (la canonica in cui vissero le sorelle Brontë, fiancheggiata da un plumbeo cimitero) ad Haworth, sotto la  brughiera omonima. Ho osservato il divano su cui, appena trentenne, tirò gli ultimi Emily Brontë  (“Cime Tempestose“), cui erano già morte la madre  (di  cancro), le sorelline Maria ed Elisabeth (11 e 10 anni) e il fratello oppiomane Branwell (31 anni). Emily aveva preso freddo, appunto, al funerale di Branwell. Ho visto la stanza riservata alle amatissime oche Adelaide e Victoria e quella in cui dormiva Charlotte, la più longeva (morì a ben 39 anni). La terza sorella scrittrice, Anne Brontë, malata anch’essa, era stata invano, nel frattempo, portata al mare a Scarborough (ricordate la canzone di Simon & Garfunkel “Scarborough Fair“?) dove era morta a 29 anni. La sua tomba è fuori la chiesa di St. Mary, sotto il castello di Scarborough. Ho visitato anche quella… »

Potrei aggiungere che una mia vecchia traduzione (“Villette“), sempre di Charlotte Brontë, mi valse l’apprezzamento di Aldo Busi:

https://lucioangelini.wordpress.com/2011/05/15/aldo-busi-su-lucio-angelini/

(Charlotte Brontë)

Ecco, stavo pensando che…  magari… con questo post dedicato a un film brontianodopo sette anni di dolenti aggiornamenti quasi quotidiani…   ow… ouch… merda!… potrei anche chiudere definitivamente “Cazzeggi Letterari” … e dedicarmi – chessò io? – al restauro di “Lucio in the sky with diamonds“, per esempio. Che ne dite?

Annunci

LA RAPPRESENTAZIONE DELLA POLIZIA COME FURIA CIECA

27 aprile 2012

 
Ieri sera ho finalmente trovato il coraggio di andare a vedere “Diaz“, di Daniele Vicari, pur sapendo che mi sarei inflitto due ore di inaudite violenze, sangue da non cancellare (“Don’t clean up this blood“) eccetera, tutti spettacoli che al morale di noi anziani non fanno certo bene. La polizia vi è effettivamente rappresentata come la FURIA CIECA che quella notte tragica essa scelse di impersonare, e leggere alla fine del film che nessuno dei poliziotti coinvolti nel massacro è stato arrestato mi ha fatto ancora più rabbia. Epperò mi sono in parte consolato al pensiero che se non altro docufilm di denuncia e controinformazione come questo possano  circolare. Sia chiaro che non sono per l’abolizione della polizia, ci mancherebbe altro, ma preferirei che essa si mantenesse sempre all’altezza del compito istituzionale che le è proprio: quello di proteggere i cittadini e i loro diritti, anziché abbandonarsi a irricevibili esplosioni di violenza pulsionale (“Stasera i miei proprio non li tengo”, dice uno dei capitani). Va da sé che non tutti i poliziotti sono uguali, ce ne sono di degnissimi e bla bla bla.
 
Vi rimando a due recensioni:
 
1) quella del sito:
 
http://www.militant-blog.org/?p=6765#more-6765
 
(attenuata dal commento di tale FRANK)
 
2 ) quella de ‘Il fatto quotidiano’:
 
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/diaz-mancano-veri-cattivi/204507/
 
 
 1)
 
«L’hai visto Diaz?”, “ma tu che ne pensi?”, “si però hai letto che ha scritto Agnoletto?”… È  inutile negare che in questi giorni, sondando un po’ di compagni, si sia respirata, prima ancora che uscisse nelle sale, più di qualche perplessità intorno all’ultimo lavoro di Daniele Vicari. Visto che invece a noi nonostante alcuni limiti il film è piaciuto, e non poco, vorremmo provare a spiegarne i motivi. Vicari sceglie di raccontare quanto accadde durante quei fatidici tre giorni del luglio 2001 concentrandosi sull’assalto della scuola Diaz e sulle torture inflitte agli arrestati nella caserma di Bolzaneto, dedicando oggettivamente poco spazio alle manifestazioni che precedettero quegli eventi e all’omicidio di Carlo. Più di qualcuno ha mosso le sue critiche partendo proprio da questa scelta paventando così un rischio di “decontestualizzazione”, un ragionamento che sinceramente non ci trova d’accordo per tutta una serie di ragioni. Su tutte il fatto che, sembrerà un’ovvietà ma forse ogni tanto occorre ricordarlo, un film è… un film. Ed ha pertanto i suoi linguaggi ed i suoi tempi che lo rendono un oggetto narrativo peculiare rispetto ad altre forme espressive come ad esempio un documentario, una fiction o un reportage. E sono proprio questa immediatezza e questa fruibilità a renderlo un media così potente. Chiedere ad una pellicola di un’ora e mezza l’esaustività di un saggio politico sarebbe come chiedere ad un romanzo storico la completezza di un tomo universitario. Immaginatevi se Elsa Morante nello scrivere “La storia” avesse dovuto parlare non solo di Ida, Useppe e Nino, ma anche di tutte le ragioni economiche, sociali e politiche che determinarono lo scoppio della seconda guerra mondiale o l’avvento del fascismo… sai che polpettone indigeribile ne sarebbe venuto fuori. Bisognerebbe dunque chiedersi se l’inevitabile parzialità su cui Vicari ha scelto di puntare la telecamera sia, di per se, significativa. E secondo noi lo è. Immaginiamo che dovendo affrontare una questione come questa il regista si sia trovato di fronte a due possibilità: optare per un film “a tesi” ed assumersi così il compito di spiegare il perché di quello che è successo la notte del 21 luglio, oppure raccontare il più oggettivamente possibile i fatti lasciando questo onere allo spettatore, e ci sembra evidente che la strada imboccata dal regista sia stata proprio quest’ultima. Attraverso un film corale giocato sui flashback dei diversi protagonisti che per una ragione o per l’altra finiranno per passare la notte alla Diaz lo spettatore assisterà alla brutalità di 300 bestie in divisa che si accaniscono contro dei civili inermi. Per chi quei giorni li ha vissuti oppure per un compagno che fa politica tutto questo potrà sembrare anche ovvio, ma immaginiamo quale effetto dirompente possano avere quelle sequenze per lo “spettatore medio” cloroformizzato da decenni di angelizzazione mediatica delle cosiddette forze dell’ordine. E qui sta uno dei meriti enormi del film. Altro che Maresciallo Rocca, altro che Decimo distretto, altro che Squadra di Polizia, altro che ACAB… nel film di Vicari non si salva nessuno. Non ci sono “mele marce” da togliere dalla cesta, sono tutti marci, sono tutti macellai, soprattutto chi li comanda. Anche Santamaria, che veste i panni del vicequestore Fournier e che mostrerà qualche perplessità sulle regole d’ingaggio adottate, alla fine ne esce fuori come un ignavo, un pavido che gira con la maglietta della Folgore e che di fronte alle urla dei torturati abbassa la testa e fa finta di niente. E sinceramente poco importa se, come scrive sempre Agnoletto, nella descrizione della catena di comando non emerge la figura di De Gennaro o se durante le riprese il produttore abbia mandato il copione al capo della Polizia. A nostra memoria non c’era mai capitato di vedere il potere esecutivo dello Stato descritto in questi termini, svelato nella sua faccia più brutale. Quella vera. Con uno stile asciutto e per nulla reticente Vicari non “allude”, non “lascia intuire”, ma decide di mostrare tutto. Le sequenze sulle torture e le umiliazioni a Bolzaneto sono pugni nello stomaco che fanno salire un odio che non può e non deve spegnersi. Soprattutto in un Paese che fra due anni vedrà queste bestie tutte prescritte confermando come da tradizione che lo stato non può che assolvere se stesso. Sempre Agnoletto nella sua recensione sul Manifesto (leggi) ha fatto poi notare che nel film mancherebbero i nomi dei politici “mandanti” (Fini, Calderoli, ecc). Sinceramente questa ci sembra la mancanza meno significativa e l’averla sollevata mostra quanto, a distanza di 11 anni, il buon Agnoletto non abbia ancora capito un cazzo di quel che successe a Genova. Pensare che un governo in carica da poche settimane potesse allestire un’operazione di tal fatta significa essere inetti o in mala fede, quindi per onestà intellettuale a quella lista andrebbero quantomeno aggiunti i nomi di chi governò l’Italia negli anni precedenti (D’Alema, Amato, Fassino, Bianco, Diliberto e il suo G.O.M. ecc. ecc.). Ma anche in tal caso ne verrebbe fuori una lettura piuttosto provinciale ed “italocentrica” che spiega davvero poco di quei fatti. A meno che non si voglia credere che quello fu un un ritorno al passato ordito da qualche revanscista nostrano e non un passaggio verso una ridefinizione anche militare del ruolo dello Stato nei confronti del “nemico interno”. Senza soffermarci troppo su questo aspetto che ci porterebbe troppo lontano crediamo che fu anche l’incapacità del GSF di cogliere quanto stava avvenendo e di leggere la fase a consegnare migliaia di persone inermi alla mattanza di Stato, dunque se fossimo in Agnoletto come in molti altri che di quel movimento si fecero dirigenti di Genova eviteremmo anche solo di parlare, vista la responsabilità che portano sulle spalle. Cosi come eviteremmo di accusare qualcuno di essere commerciale e poi promuovere il proprio libro nello stesso articolo. Tornando al film crediamo quindi che fatta eccezione per alcuni passaggi che proprio non ci convincono, come la lettura della questione “black bloc”, DIAZ meriti proprio d’essere visto e, possibilmente, discusso.»
 
 
Commento di Frank

“A me il film è piaciuto solo in parte. Le immagini sono forti, la rabbia nel vederlo è tanta e ci vuole parecchio a riprendersi dopo la visione. Però non basta, un film del genere sarebbe andato bene nel 2002. A più di dieci anni di distanza mi aspettavo qualcosa in più. Fermo restando il valore sociale di un film che andrebbe proiettato nelle scuole per mostrare le violenze della polizia in quello che vorrebbe definirsi come uno stato democratico, sembra un documentario ri-recitato come si faceva qualche anno fa negli episodi di “ultimo minuto”. Tutto è schiacciato sulla brutalità poliziesca, in un mix tra ACAB e la Passione di Cristo, come va di moda adesso. Agnoletto o no, le responsabilità dei personaggi storici sono male evidenziate, c’è il solito attacco ai black block cattivi e il copione è copincollato dagli atti giudiziari. Quello che non è preso da lì, ad esempio la storiella d’amore e la scena della riunione del Social Forum, fa letteralmente cascare le palle. Insomma se un film non ha la capacità di guardare oltre la mera cronaca sono meglio e più forti le immagini di repertorio. “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” rimane qualcosa di molto lontano.”

L’altra recensione cercatela qua:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/diaz-mancano-veri-cattivi/204507/

(“È successo una volta e potrebbe succedere ancora visto che i vertici della Polizia che quella mattanza decisero prima e difesero dopo sono ancora al loro posto”.)

LA CICLOVIA DELLE ISOLE DI VENEZIA

26 aprile 2012

Come è noto, dal Lido di Venezia è facilissimo andare fino a Chioggia con la mitica linea 11 (autobus + vaporetto). Arrivati alla bocca di porto di Malamocco non serve scendere dall’autobus. È l’autobus a salire sul ferry-boat. Percorsa tutta l’isola di Pellestrina,  si arriva a Piazzale Caduti del Giudecca (dedicato alle vittime dell’affondamento del battello Giudecca, mitragliato e bombardato il 13 ottobre del 1944) dove bisogna scendere e imbarcarsi sul vaporetto per Caroman-Chioggia. Il tragitto complessivo dura circa un’ora.

Gli amanti della bicicletta possono invece noleggiare una bici al Lido di Venezia vicino agli imbarcaderi di Santa Maria Elisabetta,  percorrere tutta l’isola del Lido magari costeggiando i Murazzi (qui bisognerebbe aprire una parentesi dolorosa sul Biciplan del Lido, progettato, approvato e mai realizzato dal Comune), imbarcarsi con la bici agli Alberoni (fondo dell’isola) per Pellestrina, percorrerla tutta dal lato laguna (così attraversando Santa Maria del Mar, Portosecco, San Pietro in Volta, Pellestrina) e al ritorno dal lato mare, lungo la strada alzaia che costeggia, appunto, le difese a mare. È esattamente quanto ho fatto ieri 25 aprile:-)

IL 25 APRILE DI VERA BRANDES PELLEGRINI

25 aprile 2012

Su “Il Gazzettino di Venezia” di ieri è apparso il soprastante

AVVISO A PAGAMENTO.

Mi ha commosso. Non so chi sia Vera Brandes Pellegrini. Google mi ha fornito solo questo link :

http://www.centrodonvecchi.org/incontro/2007/Incontro-2007_06_10.pdf

da cui:

25 APRILE. PER NON DIMENTICARE MAI. NON SI PUÒ STAR SOLO A GUARDARE

«Cara Mamma, oggi 17 alle ore 7 fucilazione. La mia salma si trova di qua della scuola cantoniera dove sta Albegno. Potete venire subito a prendermi. Mentre scrivo ho il cuore secco, mamma e babbino cari, venite subito a prendermi» (Renato Maggi, anni 18)

“I MORTI NON SONO TUTTI UGUALI. Il testo di questo amaro e struggente messaggio è stato tolto da un volume che mi ha fatto versare un tempo tante calde ed amare lacrime “Le lettere dei condannati a morte della resistenza europea“. Il testo è stato stampato dalla Mondadori qualche tempo dopo la fine dell’ultima guerra, una vasta raccolta degli ultimi messaggi per chi stava per salire al patibolo per motivi ideali. Un volume che consiglierei a tutti i miei concittadini, perché avrebbero modo di comprendere quanto è costata la nostra libertà e la nostra democrazia. Tante volte ho la sensazione che i politici commettano un orrendo crimine, dissacrino con disinvoltura e superficialità valori costati tanto sangue e tanti sacrifici.”

(Vera Brandes Pellegrini)

EDOARDO BRUGNATELLI SU COSA NON È DIO

24 aprile 2012

(Edoardo Brugnatelli)

Ultimamente in Facebook si pescano interessanti riflessioni e disamine (se si hanno in lista personaggi interessanti, of course). Per esempio Edoardo Brugnatelli (di Mondadori) ha così commentato l’intervista alla signora Simone publicata sul Corriere della Sera:

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_aprile_20/carla-vites-intervista-moglie-simone-2004153292085.shtml

«Questa specie di Candida Cerbiatta Ciellina (che fa volontariato etc etc, ci mancherebbe, che cucina lei, per cui ha le mani bagnate, pensa che roba!!!) ne dice di ogni.
Insomma, questa vive in un mondo dove come fosse niente si va in vacanza in resorts di lusso ai Caraibi, dove il weekend si va sullo yacht, dove aragoste e champagne a go go, ma poi dice che lei non sa nulla di nulla di quello che faceva il marito, che non le interessa.
Per giunta, incredibile a dirsi, la Candida Cerbiatta ha questa sorta di folgorazione DOPO che il marito è finito in gattabuia, non PRIMA. Viene da chiedersi se la folgorazione ci sarebbe stata lo stesso se il consorte fosse rimasto a piede libero.
E poi quante puttanate! Un’orgia di puttanate. Troppe puttanate.

1) “Buonasera, si accomodi. Mi scusi per le mani bagnate ma sto cucinando. Perché, vede, non è che io passo le giornate a cercare di fare il personaggio pubblico, spero sia chiaro”.

Povera stella. Povera piccola sciura che addirittura cucina. Le si rovineranno le manine… Magari poi non riuscirà più a pregare bene…
1 frustata, tanto per cominciare.

2) “Formigoni ha il tipico complesso d’inferiorità del cattolico. Ha bisogno di qualcuno che gli organizzi viaggi e vacanze, momenti di svago e feste in mezzo mondo.”

Strano. Conosco centinaia di cattolici che questa bizzarrissima sindrome non ce l’hanno e fanno vacanze normali con gente normale in posti normali organizzandosele da soli…
5 frustate.

3) “Mio marito ha sempre fatto quello che vuole lui. E anche del suo lavoro, mi creda, delle accuse che gli vengono mosse, ignoro tutto. Ho sempre ignorato tutto quanto”.

Ma quanta innocenza alberga in quel nobile petto? Non ha visto, non ha sentito, ignorava tutto la poverina. Forse passava troppo tempo in cucina. O a fare volontariato. Ma che delizia di un virgulto!
30 frustate (forti, con rincorsa e urlo, mi raccomando)

4) Ci dica ancora di Daccò. Chiede l’intervistatore.

Tracotante, uno che fa tutto lui… Ma poi, dove li portava? Li portava a Saint Barts… Non è tutto questo gran posto. Una spiaggia e il nulla...”.

Be’ insomma, un filo meglio di Gabicce lo è, no? Date un’occhiata:
http://www.saintbarth-tourisme.com/
http://www.saintbarth-tourisme.com/page_us.php/saint_barth_beaches.html

Per punizione una settimana in pensione completa a ferragosto a Milano Marittima

Un’ultima cosa: i piccoli immigrati figli di colf e badanti in un’elementare di via Della Spiga li lasci al loro destino. E la smetta di pensare di potersi comprare il Paradiso con questa paccottiglia.
Perché ho una cattiva notizia per lei signora.
Dio esiste ma non è quello della versione ciellina-cattolicheggiante (ovverossia un anziano coglione infinocchiabile, che si può imbrogliare con 4 preghiere, 2 penitenze 3 frottole dopo averne combinate di ogni). Nein.
Dio esiste, con ogni probabilità parla tedesco, ed è quello Luterano, il che significa che per lei e per i suoi amici di Cl sono cazzi. Altro che le abbronzature sulle spiagge caraibiche, signora mia. Sul depliant del resort esotico dove svernerete per l’eternità c’è scritto che là “sarà pianto e stridore di denti”.»

https://www.facebook.com/#!/edoardo.brugnatelli/posts/392589980771701

DIALOGHETTO AL MIELE AMARO DI CORBEZZOLO CON GIULIO MOZZI SUL PREMIO SETTEMBRINI

23 aprile 2012

Nei commenti al post

http://vibrisse.wordpress.com/2012/04/17/qual-e-il-prezzo-giusto/

si è svolto il seguente dialoghetto al miele amaro di corbezzolo:

Carlo Capone Dice:
21 aprile 2012 alle 19:44

… A titolo di curiosità, nel 98 ho frequentato la scuola di Laura Lepri, presso il teatro Verdi, dove pure assimilai preziose dritte sulla tecnica narrativa. Fu nel febbraio/marzo del 98 che ebbi modo di seguire, al Verdi, un giovane e accigliato Giulio Mozzi. Mai sentito nominare, fino ad allora.

Lucio Angelini Dice:
22 aprile 2012 alle 09:24

A distanza di tanti anni, Laura Lepri ha assegnato a Giulio Mozzi il premio Settembrini:-)

Carlo Capone Dice:
22 aprile 2012 alle 11:00

Settembrini? e chi è, il celebre patriota napoletano dell’800? comunque già allora mostrava gran trasporto per ello Mozzi.

Giulio Mozzi Dice:
22 aprile 2012 alle 11:54

Non Laura Lepri, Lucio, ma una giuria composta da più persone; tra le quali Laura Lepri. Invito a leggere questo capoverso del mio libretto “Consigli tascabili per aspiranti scrittori” (Terre di Mezzo):

“6. Che cosa sono le agenzie di servizi editoriali?

Non sono agenti letterari. Sono agenzie che offrono agli autori e agli editori (ma soprattutto agli editori) alcuni servizi: lettura e valutazione di opere letterarie, traduzione, revisione di traduzioni, redazione, editing, impaginazione, correzione di bozze, ricerche bibliografiche e iconografiche, e altro. C’è una zona grigia nella quale le agenzie di servizi editoriali sembrano confondersi con le agenzie letterarie. Ma gli agenti letterari veri e propri non offrono servizi editoriali. Proposte come «Per 500 euro (o 1.000, o 1.500) facciamo l’editing del tuo romanzo» sono insensate, perché l’editing è un’attività propria dell’editore: e ogni editore la fa a modo suo. Potreste trovare un editore per il quale il vostro romanzo di tremila pagine andrebbe almeno dimezzato, e un editore per il quale tremila pagine vanno benissimo (e magari si fa anche il cofanetto). Un editing al buio, senza un editore almeno interessato, è cosa che non si fa. Una scheda di presentazione di un romanzo scritta da un’agenzia di servizi editoriali non conta (ma costa!) più di una scheda di presentazione scritta dall’autore. Una scheda scritta da un’agenzia letteraria che ha deciso di non rappresentare l’autore significa, per un editore, che l’autore non è interessante (è ovvio, no?).”

Avete letto? Bene. Ora andate a guardare il sito di Laura Lepri. Come vedete, i servizi che “Laura Lepri Scritture” offre sono, in parte, quei servizi che io ritengo “insensati”. Questo è lo scambio di favori tra me e Laura Lepri.

Aggiungo qualche altra informazione. L’editore del mio libro “Sono l’ultimo a scendere”, Mondadori, mi aveva iscritto al Premio Settembrini (edizione 2010): mandando però le copie in ritardo. Fui quindi escluso. (Nessuno mi disse niente). Tuttavia, il Settembrini – diversamente da altri premi – ammette al concorso titoli pubblicati negli ultimi due anni. E allora un giorno, ai primi di giugno del 2011, mi telefona una signora dal Premio Settembrini e mi dice: “Lei è rimasto fuori l’anno scorso” (e mi spiega tutta la storia). “Se vuole, può rientrare in lizza quest’anno. Però, siccome il numero dei giurati è aumentato, servirebbero altre quattro copie del libro”.  Se non ricordo male, era un giovedì: e le quattro copie dovevano arrivare al Premio entro il successivo lunedì. Ringrazio; scrivo a Mondadori. Mi rispondono che non hanno copie del libro sottomano, che non ce la fanno a spedirle in tempo. Compero due copie da Ibs e due da Amazon, e le faccio consegnare direttamente alla sede del Settembrini. Il 29 ottobre 2011 vengo premiato. Vinco sia il premio della giuria tecnica (8.500 euro) sia il premio degli studenti (2.500). La giuria tecnica era composta da Tiziana Agostini, Mario Baudino, Michelangelo Bellinetti, Laura Lepri, Giancarlo Marinelli e Giorgio Pullini (presidente). La giuria degli studenti era composta da otto studenti (che hanno coinvolto nella scelta le classi alle quali appartengono: se non ho capito male).

Qui ci sono le motivazioni, l’elenco dei partecipanti eccetera.

Carlo Capone Dice:
22 aprile 2012 alle 12:37

A scanso di equivoci. Fino al post di Lucio di stamattina, non sapevo manco lontanamente che esistesse un premio Settembrini, né pertanto che potesse averlo vinto Giulio Mozzi e che nella giuria del premio ci fosse la signora Lepri…

Lucio Angelini Dice:
22 aprile 2012 alle 13:10

@giulio. non ho mica detto che laura e tiziana ti premiarono solo perché tue conoscenti (con laura, poi, vari scambi a livello di corsi di scrittura creativa, magari via Annalisa Bruni). Probabilmente, visto che il concorso riguarda le sole raccolte di racconti (in cui eccelli), i tuoi erano davvero i migliori. Hai letto troppe cose nella mia battuta.

P.S. Quando al premio partecipò “Quel bruttocattivo di papà Cacciari!”, non lo cagò nessuno, forse perché edito dalla microcasa edizioni Libri Molto Speciali anziché Mondadori. Eppure erano racconti straordinari…:-)

@carlo capone. Dici “Fino al post di Lucio di stamattina, non sapevo manco lontanamente che esistesse un premio Settembrini”.

Sono proprio i premi poco conosciuti ad aver bisogno di grossi nomi e grossi editori, per brillarne di riflesso:- ) Tiziana Agostini, peraltro, è assessore alla cultura del Comune di Venezia, magari la sua opinione al Premio interessa*-°

[Aggiungo che Laura Lepri è docente presso il Master in Editoria Libraria della Fondazione Mondadori]

(Foto da http://vibrisse.wordpress.com/tag/premio-settembrini/ )

NUOVO DIALOGHETTO AL VELENO CON MARCO CANDIDA

20 aprile 2012

Il primo “Dialoghetto al veleno con Marco Candida” è leggibile qui:

https://lucioangelini.wordpress.com/2010/01/21/dialoghetto-al-veleno-con-marco-candida/

Ieri se ne è svolto un secondo nella pagina facebook di Giulio Mozzi, che non manca mai di aggiornarci sulle gesta letterarie di uno dei migliori nuovi talenti letterari d’Europa:

https://lucioangelini.wordpress.com/2010/12/13/and-the-winner-is-marco-candida/

Dunque, nella pagina FB di Giulio Mozzi ieri era apparso il seguente comunicato:

“GIULIO MOZZI segnala che Gianfranca Cacciatore ha realizzato un micro-booktrailer di ‘Il ricordo di Daniel’  di Marco Candida [il romanzo sta uscendo a puntate su Vibrisse Bollettino, N.d.R.] .

Dopo aver visionato il trailer e ascoltato la colonna sonora, ho posto la scherzosa domanda:

“Canta Elizabeth Harris?” [= la morosa americana di Marco, nonché traduttrice di testi mozziani in anglo-americano. N.d.R.]

 Lì per lì Marco ha commentato:

“Attento!”, poi ha cancellato il commento e l’ha sostituito con il meno minaccioso:

“Sì, e dirige Vince Tempera.”

Allora gli ho ripropinato il suo precedente “Attento” appena cancellato.

A quel punto è scesa in campo Elizabeth stessa:

“Lucio: the singing is beautiful, isn’t it? I sure wish I had a voice like that.”

Mia risposta:

“A bit masculine.”

Marco Candida:

“E pensare che Claudio Angelini è uno dei miei scrittori preferiti… Dovrebbe denunciarti [sic!!!!!] perché gli infanghi il cognome solo perché sei suo omonimo!”

Lucio Angelini:

“Marco, sei proprio idiota.”

In serata, forse consigliato da Mozzi stesso, Marco ha cancellato la propria squallida battuta, e così  la mia replica adesso risulta del tutto gratuita, ma visto che Marco in precedenza mi aveva più volte minacciato di querela per diffamazione, nel frattempo l’avevo fotografata 🙂

La vicenda mi ha ispirato il seguente raccontino in latino:

“Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi: superior stabat Lupus, longeque inferior Angelinus: tunc fauce improba latro incitatus jurgii causam intulit. ‘Cur’, inquit, turbulentam fecisti mihi istam bibenti [perché infanghi col tuo cognome quello di Claudio Angelini?]’? Laniger contra timens, ‘qui possum, quaeso, facere quod quereris, Lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor’. Repulsus ille veritatis viribus, ‘ante hos sex menses male’, ait, ‘dixisti mihi’. Respondit Agnus: ‘equidem natus non eram. Pater hercle tuus, inquit, maledixit mihi’. Atque ita correptum lacerat injusta nece.
Haec popter illos scripta est homines fabula, qui fictis causis innocentes opprimunt.”

[C’era una volta un grande scrittore, Claudio Angelini, uno dei più amati dall’intenditore Marco Candida. Purtroppo ce n’era anche un altro, piccolo piccolo, Lucio Angelini, colpevole di mancata ammirazione per Marco Candida. Un giorno Marco Candida disse a Lucio: “Claudio dovrebbe denunciarti perché gli infanghi il cognome solo perché sei suo omonimo.” E Lucio gli rispose: “Marco, sei proprio idiota.”]

Lo propongo all’attenzione di FABIO PAINNET BLADE per un’analisi cinematico-deambulatoria:-)

UN CONTRIBUTO DI CESARE PASTORINO ALLA CINEMATICA DEAMBULATORIA DI FABIO PAINNET BLADE

19 aprile 2012

Rileggiamo il commento di FABIO PAINNET BLADE del 17 aprile scorso in coda al post:

https://lucioangelini.wordpress.com/2012/04/11/vivere-di-scrittura-o-di-insegnamento-della-scrittura/

« “Valutazione” non è associazione a un valore numerico. Questa è
standardizzazione, cioè applicazione della cultura standardizzante cartesiana, di cui Werner Heisenberg è stato uno dei principali critici fra gli scienziati moderni, come ho accennato nello stralcio. Heisenberg sarebbe stato uno dei maggiori sostenitori di Keating a voler sviluppare il tema nei suoi risvolti tecnici (due culture significa proprio questo). Scrissi un articolo per la edi ermes (e diversi altri simili per varie riviste specializzate) in cui sostenevo esattamente l’inutilità delle procedure standardizzanti, non nella valutazione di opere d’arte ma nei confronti di una materia che si chiama cinematica deambulatoria, quindi nel cuore stesso del contesto scientifico propriamente detto. Il Sapere quindi non ha seguito un indirizzo monolitico ma si è evoluto secondo due approcci differenti e contrapposti, uno dei quali è appunto quello standardizzante che – s’è visto – non funziona nemmeno in determinati campi (scientifici) d’indagine . Prima di WH , N. Bhor, (scuola di Copenhagen) et al. , si era indotti a credere non esistessero altri metodi applicativi, ma la rivoluzione quantistica è stata proprio l’affermazione di una metodologia supportata da criteri nuovi, non causali e non-standardizzanti… »

Ebbene, tale commento mi ha fatto tornare in mente l’ analisi di una mia poesia giovanile (“Scherzi di natura”) operata da una prestigiosa firma del newsgroup it.cultura.libri nella sua fase aurea: Cesare Pastorino.

Questa era la poesia:

SCHERZI DI NATURA”  

 C’era una volta

un brutto cigno.

Poveretto,

aveva il collo

taurino.

Un giorno

incontrò un toro

assai ridicolo:

poveretto,

aveva un collo

da cigno.

Il cigno

lo guardò

con aria arcigna,

poi prese il toro

per le corna

e disse:

“Madre Natura

 si è divertita

 alle nostre spalle… “

 “Mi pare evidente”,

 convenne il toro

 con aria scornata.

 “Be’,”

 disse il cigno. 

 “Non prendiamocela.

 Non ne vale la pena.

 In fondo

 siamo solo

 degli innocenti

 scherzi di natura!”  

—-

 E questa è l’analisi del professor Pastorino:

«Carissimo Lucio, io credo veramente che le vette dell’arte poetica stiano in un punto della retta f=f ‘ dello spazio delle frequenze in cui sono in equilibrio il massimo di contenuto della lingua, X(t), e il minimo del ‘segnale’, Y(t). Come è stato ampiamente dimostrato dagli studi di Landau negli anni ’30 e più recentemente confermato dal gruppo di  Rouelle e Beneforti a Ginevra, la debolezza del ‘segnale’ è ciò che permette di cogliere i contenuti che il poeta, usando consapevolemente questa ricchezza di possibilità espressive e comunicative della lingua, cerca di mettere nel suo lavoro. In questo senso, la Fast Fourier Transform della tua poesia mi conferma l’esistenza di picchi nell’ultravioletto, ed un massimo del contenuto linguistico per f=fH= frequenza di Heaney, con un minimo del segnale Y per lo stesso valore di frequenza. In generale, poi, il rapporto segnale/rumore della tua poesia è molto basso, cosa che è ovviamente  assai positiva. Ci sarebbe in effetti una risonanza per f = 10fH, ma io credo si possa eliminare, semplicemente inserendo un opportuno filtro lock-in in uno stadio iniziale del componimento – suggerirei dopo il secondo verso. Tutto questo per dirti che la tua poesia è un capolavoro e l’analisi spettrale lo dimostra senza ombra di dubbio. I miei più sinceri complimenti. Cesare »

[RISULTATI DELL’ANALISI SPETTRALE TRAMITE FFT della poesia di Lucio Angelini “Scherzi di natura”. Cesare Pastorino. 26 marzo 2001  23:58]

DUE SIGNORE DEL LIDO DI VENEZIA

18 aprile 2012

Una delle mie passeggiate predilette qui al Lido di Venezia è quella al Faro di San Nicoletto: 3 chilometri in mezzo al mare, benché immalinconiti – sulla sinistra – dall’orrenda visione dei lavori in corso per la costruzione del MOSE (dighe mobili alla bocca di porto, al costo di Tre Casse del Mezzogiorno messe insieme e di danni irreversibili alla laguna).

A proposito del Lido, rubo da facebook la seguente barzelletta:

“Due signore al Lido passeggiano in spiaggia e vedono un uomo nudo che ciapa el sol [prende il sole] con il viso completamente nascosto da un giornale. Lo guardano, si dicono ‘Ah che roba! Varda che sfacciato, ma te par? Nùo [Guarda che sfacciato, ma ti pare? Nudo]… “. Poi una delle due fa: “Ah ma adesso che vardo ben, no xe gnanca del Lido [adesso che guardo bene, non è nemmeno del Lido]… “

MASSIMILIANO PARENTE AI CARI E ODIATI ASPIRANTI SCRITTORI

17 aprile 2012

Parente

La lettera non è nuovissima, perché uscì su ‘Il giornale’  il lontano 7 febbraio 2011 , ma a me è capitata sotto gli occhi solo ieri e l’ho trovata divertente, così ve la riporto da:

https://www.facebook.com/notes/massimiliano-parente/cari-aspiranti-scrittori-volete-essere-letti-da-me-pagatemi-massimiliano-parente/10150133567130309

«Non ho idea di quanti manoscritti ci siano nei cassetti degli italiani, ma io ho la mail e l’account di Facebook intasati da aspiranti scrittori. Questa è, per ogni scrittore, una disgrazia quotidiana simile alle emorroidi, o a una biblica invasione di cavallette. Tanti hanno tentato di risolvere il problema, nessuno c’è riuscito, e io devo trovare una soluzione, non esistendo nessun articolo della Convenzione di Ginevra al riguardo, ho controllato. In genere basta leggere le lettere di presentazione per doversi sforzare anche solo per dare una risposta gentile con cui togliersi d’impaccio. Senza contare le lettere che mi vengono girate dalla fin troppo premurosa segreteria del Giornale, l’ultima della quali inizia con “Gentilissimo dottor Parente”, si profonde in dichiarazioni di stima, mi chiede di leggere “un libro scomodissimo“, e dopo essermi sciaguratamente incuriosito e preso l’incombenza di prendere in visione tale libro scomodissimo, al mio disiniteressato consiglio di smettere di scrivere e cominciare a leggere, eccomi trasformato in “pezzo di merda, pallone gonfiato, infimo essere presuntuoso, orribile scracco di verme schifoso”. Non date mai retta a chi dice di stimarvi, la stima dichiarata è la più alta forma di disprezzo umano, chi vi stima ve lo dimostra dimostrandovi di avervi riconosciuto. Invece c’è chi crede di andare sul sicuro proponendomi di leggere riscritture bianciardiane, come se a me fosse mai fregato niente dello stesso Bianciardi originale, o richiamandosi a Flavio Santi, il quale a sua volta mi fa scrivere da un De Santis, che a sua volta per consigliarmi Santi si richiama di nuovo a Bianciardi, incredibile. C’è chi crede di commuovermi proponendomi i libri di una che scrive in una foresta e lascia i suoi libri di poesia nel tronco cavo di un albero, ignorando quanto io odi la natura e la poesia. C’è chi mi manda romanzi di destra prendendomi per uno scrittore di destra, chi romanzi di sinistra prendendomi per uno scrittore di sinistra, mai nessuno che scriva a me perché abbia letto i miei libri e abbia almeno una ragione letteraria per rivolgersi a Parente e non, per esempio, a Lagioia. C’è perfino chi mi manda libri spirituali, buttando lì, per ammiccare, il nome di Vito Mancuso o Antonio Socci, non sapendo che odio a tal punto la superstizione religiosa da smettere di leggere qualsiasi libro che contenga la parola “anima“, figuriamoci se ce l’ha già stampata nel titolo. L’aspirante tipico ti chiede udienza genericamente, non sapendo niente di te a torto, ma se gli rispondi genericamente, non sapendo niente di lui a ragione, si offende. In sostanza gli aspiranti scrittori vogliono essere letti ma non sono neppure tuoi lettori, anzi in genere non hanno mai letto niente di importante, per questo scrivono. È inutile specificargli che non sono un editore, né un agente letterario, né un consulente editoriale, perché dovrei occuparmi di loro? È inutile spiegare di essere già occupato, molto occupato, a scrivere le mie opere, a leggere i libri che mi interessano, e mi servono appunto per scrivere le mie opere. È inutile precisare che il tempo rimanente scrivo per il Giornale, e non ne resta altro libero neppure per vivere, solo per le minime attività vitali, giocare alla X-box, comprare applicazioni per l’iPhone, misurarmi la pressione, non procreare, prendere farmaci per prevenire le malattie, andare sui siti porno e mandare sms feticisti a Barbara D’Urso, così gentile da rispondermi sempre (“Problemi grossi, eh?”). È pur vero, cari e odiati aspiranti, che non potendo essere i nuovi me, perché sono ancora vivo, ci sarà almeno una possibilità su un miliardo che voi siate il nuovo Proust, e nel caso vi leggerei di corsa e farei di tutto per farvi pubblicare inventandomi un potere editoriale oltre le mie scarse possibilità. Sebbene, attenzione, quando leggete per sbaglio un mio articolo in cui parlo male del triste mondo editoriale e cito i geni rifiutati, da Kafka a Morselli a Moresco, statisticamente non identificatevi, non sto parlando di voi. Sappiate che essere respinti non è prova di niente, solo dell’essere stati respinti, e quasi sempre a ragione, non a torto. Tuttavia, per venirmi incontro e tutelare la mia salute mentale venendo incontro anche a voi e alla vostra salute mentale, ho escogitato questa modesta proposta: volete essere letti? Pagatemi. Se siete così convinti di voi o così masochisti, se proprio non potete resistere, mandatemi quello che desiderate farmi leggere, e vi prometto che lo leggerò. Ho fissato il costo di una mia lettura a venti euro a cartella, per dattiloscritti di minimo cento cartelle. Non sono caro, credetemi, e se ritenete di sì almeno avrete un buon motivo per iniziare la vostra lettera con: caro Parente. Mi sembra comunque più economico di un set di creme dimagranti di Wanna Marchi che non fanno dimagrire, di un filtro d’amore che non farà innamorare nessuno, di una pubblicazione a pagamento che non andrà da nessuna parte, e è quanto chiedo, quando capita, per andare a parlare dieci minuti in televisione, e sottratte le spese, le tasse e la ritenuta d’acconto alla fine non posso permetterci neppure una notte con Patrizia D’addario. È anche quanto vi chiederebbe, più o meno, un’agenzia letteraria, la quale vi manderà un’anonima scheda di lettura e non una mia lettera autografa che, se letterariamente non siete niente, come feticcio da conservare per i posteri è meglio di niente. Inoltre, avendo pagato, non sarete così propensi a insultarmi dopo, nel caso probabile di un giudizio negativo, e anche se doveste farlo il vostro esborso mi avrà messo di buon umore, insultatemi pure, lo metterò in conto. Nel caso in cui invece voi foste davvero gli eredi Proust o Sterne o Faulkner o i miei stessi eredi e volete seppellirmi vivo, se insomma avrete davvero prodotto un’opera d’arte e non l’ennesimo spreco di carta e mediocri ambizioni, mi impegno a restituirvi subito il denaro con gli interessi e a fare di tutto per farvi pubblicare. Se avete un minimo di buon senso tenete tuttavia presente, in linea di massima e di principio, che nella maggior parte dei casi il posto migliore dove possa stare il vostro manoscritto nel cassetto è proprio lì, nel vostro cassetto, per questo si chiama manoscritto nel cassetto

[All’aspirante scrittore non potrà non tornare in mente il vecchio detto “Parenti serpenti“, N.d.R. :-)]