Posts Tagged ‘Hans Christian Andersen’

DA “IL FANTASMA DI ANDERSEN”

30 novembre 2011

Sempre a proposito di Andersen e del mal di denti, copio-incollo la prima parte del cap. XXIII de “IL FANTASMA DI ANDERSEN”, di Lucio Angelini.

Cap.   XXIII 

 “A quattordici anni, prima della mia fuga a Copenaghen, mi era stato predetto che un giorno la città di Odense sarebbe stata illuminata a festa in mio onore. Quell’antica profezia si compí nella forma piú splendida. Verso la fine di novembre del 1867 ricevetti a Copenaghen una lettera in cui il consiglio comunale di Odense mi annunciava il conferimento della cittadinanza onoraria a Odense, in un incontro che si sarebbe tenuto il successivo 6 dicembre. Subito mi affrettai a ringraziarli di tutto cuore. Erano ormai passati quarantotto anni da quando, ragazzo bisognoso, avevo abbandonato la mia città natale. Adesso, ricco di felici ricordi, vi sarei stato accolto come un figlio diletto nella casa paterna. Mi sentii trasportato in alto non in vanità, ma in gratitudine verso Dio, per le dolorose ore in cui ero stato messo alla prova e i numerosi giorni di felicità che poi mi aveva concesso.”

“E come andò?”

“Il 4 dicembre mi recai a Odense. C’erano stati giorni freddi e tempestosi, che mi avevano lasciato un grosso raffreddore, e in piú soffrivo di mal di denti, ma adesso il tempo si era acquietato e splendeva il sole. Il vescovo Engelstöft venne ad accogliermi alla stazione e mi accompagnò nella dimora che mi era stata riservata: l’arcivescovado nei pressi del fiume di Odense, lo stesso che ho descritto nella fiaba “Il gorgo della campana”. A cena erano stati invitati parecchi funzionari della città e la serata, animatissima, trascorse piacevolmente. Finalmente arrivò il fatidico 6 dicembre, la piú bella festa della mia vita. La notte non riuscii a dormire. Mi sentivo oppresso nel corpo e nell’anima. Avevo forti dolori al petto e il mal di denti non mi dava tregua, quasi ad ammonirmi che, in tutto il mio onore, restavo pur sempre un figlio della mortalità, un verme nella polvere. Mi tormentavo chiedendomi quale fosse il modo piú dignitoso di affrontare la mia incredibile fortuna. Non lo sapevo, ed ero tutto un tremore. La mattina del 6 dicembre mi fu detto che la città era stata addobbata in maniera splendida, e che tutte le scuole facevano vacanza perché era la mia festa. Mi sentivo umile e povero, come se mi trovassi al cospetto di Dio. In una sorta di rivelazione percepii ogni mia mancanza, ogni mio peccato commesso con il pensiero, con la parola o con l’azione. Tutto balzò alla mia mente con un’evidenza incredibile, come se fosse il Giorno del Giudizio, ed era il giorno della mia gloria. Dio sa quanto mi sentissi meschino, mentre gli uomini mi esaltavano e mi celebravano. Nella mattinata vennero a prelevarmi il capo della polizia Koch e il borgomastro Mourier, che mi scortarono al palazzo municipale. Lungo il percorso, vedevo gente salutarmi quasi da ogni casa con festosi movimenti delle mani. Era accorsa una grandissima folla, sia dalla città, sia dalla campagna. Sentivo le grida di urrà. Davanti al Municipio era schierato il coro cittadino, che intonò i motivi dei miei canti “Gurre” e “Ti amo, Danimarca, patria mia!”. L’emozione mi sopraffece. Ricordo che dissi ai miei due accompagnatori: ‘Provo le stesse sensazioni di un condannato condotto al luogo del supplizio!’. La sala, che era stata decorata con fiori e bandiere, era gremita di signore elegantemente abbigliate e di ufficiali in uniforme, con tutte le loro decorazioni bene in vista, insieme ad altri cittadini e a gente del contado. Sul lato verso la corte, su un piedistallo, era stato posto il mio busto, circondato da medaglioni con le scritte ‘2 aprile 1805’ (il giorno della mia nascita), ‘4 settembre 1819’ (il giorno in cui avevo lasciato Odense) e ‘6 dicembre 1867’. Al mio ingresso anche le signore si alzarono in piedi. Il borgomastro Mourier illustrò, a nome del consiglio, i motivi di quella adunanza, e mi espresse i sentimenti di stima e di gratitudine che tutto il popolo danese in generale, e gli abitanti di Odense in particolare, nutrivano per l’uomo che con le sue fiabe, i suoi versi e i suoi racconti, aveva deliziato e confortato giovani e anziani, non solo in tempo di pace, ma anche nei giorni della guerra, procurando onore e fama alla Danimarca in terra straniera. Mi consegnò il diploma di cittadinanza onoraria con l’augurio che potessi conservare ancora per molti anni la capacità di accrescere i tesori di cui avevo arricchito la letteratura danese. Un caloroso e triplice urrà gridato da tutti i presenti confermò la sincerità dell’augurio. A quel punto toccò a me prendere la parola. Dissi che il grande onore tributatomi dalla mia città natale mi commuoveva ed emozionava fin nel profondo. Non potevo non pensare, aggiunsi, all’Aladino di Œhlenschläger, che, affacciandosi alla finestra del prodigioso castello costruito grazie alla sua lampada meravigliosa, scorge la strada sotto di sé e mormora: ‘È laggiú che camminavo quando non ero che un povero ragazzo’. Aggiunsi che Dio, nella sua bontà, aveva concesso anche a me una lampada meravigliosa, benché di tipo spirituale: quella della Poesia. E quando la sua luce era rifulsa in giro per il mondo, rendendo felici e grati gli uomini che l’avevano contemplata, il mio cuore era traboccato di gioia nel sentirli ricordare che quella lampada era stata accesa in Danimarca. Sapevo di avere in patria degli amici che mi comprendevano, e sicuramente anche nella città che aveva ospitato la mia culla. Dissi che, davanti alla prova tangibile del loro affetto e al riconoscimento impagabile di cui la città mi onorava, non potevo che esprimere dal piú profondo del cuore tutta la gratitudine che provavo… Sopraffatto da tutto l’insieme, mi sentivo quasi svenire. Solo piú tardi, sulla via del ritorno all’arcivescovado, cominciai a rendermi conto delle amichevoli espressioni che mi venivano rivolte e delle bandiere che la folla esultante agitava per me. Nel pomeriggio tornai in Municipio, dove la banda suonò le melodie delle mie canzoni. Alle quattro in punto gli invitati cominciarono ad affluire nella sala fino a gremirla completamente. Il borgomastro brindò alla salute di sua maestà il re, ricordando che quello era un vecchio costume danese, ripetuto a ogni occasione di festa. Subito dopo fu cantata una canzone ispirata a un brutto anatroccolo che, poi, era diventato il cigno Andersen! Il signor Petersen evocò i giorni della mia fuga a Copenaghen, allorché mi ero ritrovato da solo nella grande città sconosciuta, senza amici o parenti, ma armato unicamente di fiducia nella divina Provvidenza e di una caparbia volontà di lotta. Dopo mille difficoltà, alla fine ero uscito vincitore e adesso re e principi mi rendevano omaggio. Per quanti viaggi avessi compiuto, aggiunse Petersen, non avevo mai dimenticato di essere danese, né di essere nato a Odense. Presero successivamente la parola il vescovo Engelstöft, il consigliere di stato Koit, il colonnello Vanpell, l’ispettore scolastico Möller. Prima dell’inizio delle danze, venne posta una poltrona al centro della sala, ove fui invitato a sedere. Era la volta dei bambini. Si avvicinarono a due a due, gaiamente abbigliati, quindi presero a vorticarmi intorno in un girotondo musicale durante il quale intonarono un canto scritto da Johan Krohn: 

“Là, dove la strada svolta,

c’è una piccola casa

in cui, dicono i saggi,

la cicogna portò Andersen.

Ole Chiudilocchio si accostò al pupo

e aprí l’ombrello dei sogni,

mentre il folletto dondolava contento  la sua culla. 

Laggiú, sulla sponda del fiume,

il ragazzo vedeva sirene e tritoni;

e quando camminava sulla riva muscosa

parlava con Madre Sambuco.

Venne il Natale, tempestoso e freddo,

e bianca gli apparve la Regina della Neve.

Qualunque cosa gli incantasse il cuore,

era pronto a dividerla con noi.

Grazie per ogni ora lieta

Trascorsa intorno alla tavola.

Arde la lampada, la mamma cuce,

mentre il papà legge le fiabe.

Principi e principesse, re e regine

sorgono  davanti ai nostri occhi;

danzano gli elfi, strepitano gli gnomi,

portano  i soldatini il fucile a spall’arm. 

I tuoi piedi calzarono le galosce fatate,

ed  entrasti nei palazzi dei re;

ma i bambini conoscono il tuo nome,

dovunque vadano Tuk e la piccola Ida.

Accetta, oggi, o poeta dei bimbi,

i ringraziamenti di noi piccini.

Le nostre mani  non sono abbastanza grandi,

ma, se vuoi,  puoi stringercele tutte e due. 

Com’ero felice! Eppure ai mortali non è dato esaltarsi nemmeno quando sono portati all’altezza del cielo. Dovevo ed ero comunque costretto a sentirmi un povero figlio della corruzione, legato alla fragilità terrena. Il calore e l’eccitazione dell’ambiente accentuavano il mio mal di denti… [continua]

Annunci

FERRO E ACCIAIO PER L’ARTISTA

29 novembre 2011

(Andersen ritoccato per Carmillaonline)

Da “Cazzeggi Letterari” del 29/12/2005 (nel morituro SPLINDER):

Il mal di denti fu un supplizio che accompagnò Andersen per tutto il corso della sua vita. Per lui, anzi, il mal di denti diventò addirittura simbolico di ciò che soffriva come artista. Nella FIABA ‘Zia Maldidenti’ i due dolori vengono esplicitamente associati: “La zia Mille è stata ed è l’amica che ha mostrato più comprensione verso i miei spasimi poetici, e quelli del mal di denti: soffro infatti di tutti e due”, dichiara nel secondo paragrafo del racconto il giovane protagonista, uno studente con il vizietto della scrittura. “ ‘Butta giù sulla carta i tuoi pensieri, – mi diceva – e riponili nel cassetto della scrivania; così faceva Jean-Paul, e lui è diventato un gran poeta, che a me veramente non piace molto, perché non appassiona. Tu devi appassionare, ci riuscirai!’ ”.

Altri consigli di zia Mille: “Basta che tu butti giù sulla carta quello che dici, e non sarai da meno di Dickens. A me sembra, anzi, che tu sia molto più interessante! Tu dipingi quando parli! A sentirti descrivere la tua casa, par di vederla! C’è da rabbrividire! Ma continua la tua opera! Poni in quel che hai descritto qualche essere vivente, delle creature adorabili, meglio di tutto se infelici!”.

Qualche riga più giù, lo studente racconta: “La notte seguente mi svegliai tra il desiderio e il pianto; dovevo e volevo diventare il grande poeta che la zia presentiva e vedeva in me; ebbi una vera crisi di spasimi poetici. Vi sono però spasimi peggiori, quelli del mal di denti, e io ne ero oppresso e prostrato: mi contorcevo come un verme, col sacchetto delle erbe aromatiche e l’impiastro sulla guancia”.

In una notte di tempesta, infine, il MAL DI DENTI si materializza in Sua Terribilità Satania infernalis, che dice allo sbigottito studente: “Ebbene, tu dunque sei poeta. Ci penserò io a farti salire per tutta la gamma poetica del dolore! Ti metterò in corpo FERRO E ACCIAIO, non lascerò stare un solo nervo!”. E anche: “Ti insegnerò io a far versi! A gran poeta, gran mal di denti, a piccolo poeta, piccolo mal di denti!”. Lo studente supplica la creatura di andarsene e di non tornare mai più. Ma Sua Terribilità lo ammonisce: “Se rinuncerai a essere poeta, a metter versi su carta, su lavagna o su qualsiasi altro materiale adatto a scriverci su: allora ti lascerò in pace, ma se ti metterai a far poesie ritornerò!”. Lo studente capisce l’antifona: “Te lo giuro! Basta che non ti veda e che non ti senta mai più!”. Invano, perché la creatura incalza: “Mi vedrai sì, ma più in carne, sotto l’aspetto di una persona che ti è più cara di me. Mi vedrai sotto forma della zia Mille, e allora ti dirò: ‘Mio caro ragazzo! Tu sei un gran poeta, forse il più grande che abbiamo!’. Ma credi a me, se comincerai a scriver poesie ci penserò io a metterle in musica, a suonartele sulla chiostra dei denti! Caro ragazzo, ricordati di me quando vedrai la zia Mille!”.

Il mattino dopo, infatti, la zia Mille compare puntualmente per tentarlo: “Scommetto che non hai scritto nulla ieri sera, dopo che ci siamo dati la buona notte! Magari lo avessi fatto! Tu sei il mio poeta, lo diventerai!”. Lo studente crede di vederla sorridere sardonicamente e non sa più se si tratti della zia Mille vera, quella che gli vuole tanto bene, o della terribile creatura che l’ha tormentato nottetempo…

N.B. I passi citati sono tratti da “Fiabe”, di Hans Christian Andersen, trad. di Alda Manghi e Marcella Rinaldi, Einaudi, Torino 1992.

NASCERE DA UN UOVO DI CIGNO

25 novembre 2011


Il blog “Cazzeggi Letterari” prese avvio in Splinder il 30 aprile 2005 con un post intitolato “Nascere da un uovo di cigno”, già uscito in Nazione Indiana qualche giorno prima. Ora che la piattaforma SPLINDER sta per chiudere i battenti e che mi sono trasferito in WordPress, l'ho recuperato e ripubblicato di là con qualche ritocco:

https://lucioangelini.wordpress.com/2011/11/24/nascere-da-un-uovo-di-cigno/

WWW.LUCIOANGELINI.WORDPRESS.COM

NASCERE DA UN UOVO DI CIGNO

24 novembre 2011

Il blog “Cazzeggi Letterari” prese avvio in Splinder

( www.lucioangelini.splinder.com )

il 30 aprile 2005 con un post intitolato “Nascere da un uovo di cigno”, già uscito in Nazione Indiana qualche giorno prima. Ora che la piattaforma SPLINDER sta per chiudere i battenti e che mi sono trasferito qui, lo recupero e ripubblico con qualche ritocco:

NASCERE DA UN UOVO DI CIGNO

                 di Lucio Angelini

«Uno dice: “Mi piacciono le fiabe di Andersen”, e tutti colgono il messaggio. Se, invece, dicesse: “Mi piacciono i romanzi di Andersen”, molte orecchie si rizzerebbero di colpo: “ Romanzi? Quali romanzi?”.

Be’, i sei che, appunto, Andersen scrisse. Fu, anzi, proprio con un romanzo che il figlio del calzolaio di Odense, scappato a Copenaghen all’età di 14 anni, cominciò a dare solidità al proprio nome: “L’improvvisatore”, di ambientazione italiana (Roma, Napoli, Venezia), pubblicato nel 1835.

L’anno dopo seguí “OT”, un titolo che agli internauti di oggi rischia di far venire in mente soprattutto l’acrostico di Off Topic, piú che il riformatorio di Odense. Nel 1837, l’anno dopo ancora, uscí, infine, Kun en spillemand” (più o meno:  “Solo un musicista ambulante”, semplificato in italiano come “Il violinista”) e il successo fu grande, in Danimarca e fuori, con particolare riferimento alla Germania, ma con altrettanto particolare esclusione dell’Italia, dove il romanzo, vai a capire perché, venne tradotto una sola volta, nel 1879, e poi dimenticato. Per il successo italiano si sono dovuti aspettare nientemeno che il Bicentenario della Nascita dell’autore (2 aprile 2005), l’insistenza di chi scrive e la complicità di Thomas Fazi.

L’improvvisatore”, “OT” e “Il Violinista”  costituiscono una sorta di trilogia dedicata alla rappresentazione della “vita in Italia” (un argomento prediletto da pittori e scrittori dal periodo romantico in poi) e della “vita in Danimarca “. Sono veri romanzi d’antan, con tanto di coincidenze, avventure, collocazione al confine tra romanticismo e realismo. Di altro tenore i successivi tre titoli: “Le due baronesse” (1848), “Essere o non essere” (1857) e “Il fortunato Peer” (1870).

A dire il vero, c’è chi considera un romanzo, anzi “il primo romanzo di Andersen” anche lo stravagante arabesco letterario “Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829” , uscito in Danimarca nel gennaio del 1829 e pubblicato in Italia solo nel 1987 con il titolo “Passeggiata nella notte di Capodanno” ( Lubrina Editore, Bergamo, traduzione a cura di Anna Cambieri), di cui mi piace riportare l’incipit:

“La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerí il pensiero peccaminoso di diventare scrittore…”

Bicentenario a parte, ho trovato davvero stimolante la traduzione di un romanzo della prima metà dell’800 cosí perfettamente archetipico, dopo la pletora di “immersioni totali nello sfascio/fascino dell’Occidente”, raccontati fino alla noia nelle opere letterarie degli ultimi anni (un nome e un nume fra tutti: David Forster Wallace).

Il fascino dei romanzi dell’Ottocento, e di questo in particolare, sta esattamente nel proporre storie in cui “tutto si tiene”, ovvero in cui ogni dettaglio ha un proprio preciso posto all’interno di un’ORDINATA economia narrativa. Chi scrive un romanzo, infatti, può perseguire essenzialmente due scopi:

– mimare, attraverso la scrittura, campioni di realtà piú o meno rappresentativi/interpretativi della stessa;
– tentare di esorcizzare la realtà nel suo aspetto forse piú inquietante: l’apparente (o effettivo) DISORDINE con cui spesso essa risulta procedere. In tal caso la vita romanzesca si sforza solo apparentemente di rappresentare la vita vera, intendendo soprattutto consolarsene.

Chi non ha mai nutrito il sospetto che, nelle nostre vite, certi fatti accadano invano, o che certi incontri inizialmente esaltanti non lascino poi la traccia che si vorrebbe, o che certi faticosi sforzi finiscano in fumo, o che l’economia complessiva delle nostre vite risulti tutt’altro che ben congegnata e consequenziale? A volte si ha piuttosto l’impressione che la realtà sia una sorta di puzzle impossibile, in cui nessun pezzo si incastri in nessun altro, o che il succedersi degli eventi si sbandi senza alcun disegno accettabile. In un romanzo ben architettato, invece, personaggi e oggetti hanno ruoli e funzioni precisissime. Si è mai letto, per esempio, un qualche giallo in cui il colpevole del delitto attorno al quale la narrazione ruota rimanga unidentified (non identificato)? Tutto in ordine, invece, tutto perfettamente ricostruito e svelato. L’illuminante opera del detective assicura che nessun dettaglio può mai restare davvero ingiustificato.

Anche in “Il violinista” tutto si tiene. I personaggi sono appena una manciata, ma il destino li lega cosí saldamente tra loro che dovunque essi vadano, foss’anche in capo al mondo, tutti re-incontrano tutti, in una sorta di continuo carrambachesorpresa!, condannati a interagire fino alla fine. Una volta che un bimbetto di pochi anni sia rimasto favorevolmente impressionato dalla nipotina del vicino di casa, l’amerà perdutamente per tutto il resto della sua vita. Senza contare che, in questo tipo di narrazioni, i continui colpi di scena (incendi di case, suicidi, assassini, fughe con cavallerizzi del circo, attacchi convulsivi, guarigioni miracolistiche) offrono al lettore (dell’Ottocento) un eccitante antidoto ai veleni di una vita in genere ripetitiva e monotona.

Da un lato Andersen afferma (in una delle sue frequenti intrusioni come Voce Narrante) che in questa vita “si fanno delle conoscenze, si acquistano degli amici che si lasciano tra le lacrime, provando amarezza al pensiero di non doverli ritrovare mai piú” (cap. VI, parte II). Dall’altro, per i suoi personaggi, non c’è mai verso di potersi effettivamente separare dalle conoscenze via via acquisite. Hai voglia tu a cercare di liberarti dall’ossessione del passato! Ne sa qualcosa il giovane barone Otto Thostrup, il protagonista di “OT Un romanzo danese”, perpetuamente in fuga dal proprio passato. Egli scoprirà solo nell’epilogo il vero significato delle lettere che reca tatuate su una spalla (“O” e “T”), che non stanno affatto per “Otto Thostrup”, ma per “Odense Tugthus”, la prigione di Odense, dove era nato e vissuto da piccolissimo.

Andersen definí “Il violinista” un fiore spirituale sbocciato dalla terribile lotta che si svolgeva nel suo animo per la durezza delle circostanze contro cui la sua natura poetica era costretta a misurarsi.

“Il talento non conta nulla, se non in fortunate circostanze”, scrisse infatti amareggiato a Jonas Collin nel maggio 1835. E “Il violinista” ruota, appunto, intorno all’eterno, angosciosissimo problema del Genio Incompreso e di come eventualmente evitarne lo Spreco. L’adolescente Christian del romanzo, che “il Dio del suono” ha pur baciato nella culla, non diventerà mai uno splendido cigno, ma sarà condannato a restare kun en spillemand, solo un musicista ambulante, non tanto per mancanza di genialità o talento, quanto per mancanza di “fortunate circostanze”.

Solo la fiaba “Il brutto anatroccolo”, pubblicata per la prima volta  l’11 novembre 1843 (titolo originale: Den grimme ælling), comunicherà una visione della vita più definitivamente anderseniana: “Det gør ikke noget at være født i andegården, når man kun har ligget i et svaneæg!”. Non importa tanto nascere in un recinto d’anatre, quanto uscire da un uovo di cigno!»

Nell’immagine: copertina del romanzo “Il Violinista” di Hans Christian Andersen, traduzione  e cura di Lucio Angelini, Fazi Editore, 2005.

FESTA PER IL COMPLEANNO DEL CARO AMICO HANS CHRISTIAN:-)

27 ottobre 2011

Essendo stato invitato a Odense – paese natale di Andersen, in Danimarca -, per il prossimo compleanno del caro amico Hans Christian (2 aprile 2012) come curatore delle versioni italiane di due suoi romanzi ("Il violinista" e "OT Un romanzo danese", entrambi pubblicati da Fazi editore), riciclo oggi il post

                         "DARSI DEL DU O DARSI DEL DE?"

già apparso in questo blog nel 2006 🙂

«Nella postfazione a Il violinista (Fazi editore), ricordavo i sei interessantissimi romanzi scritti da Andersen. Benché la sua fama sia ormai universalmente legata al corpus delle fiabe, fu proprio con un romanzo che il giovane Hans Christian, fuggito quattordicenne dalla natia Odense a Copenaghen in cerca di gloria e di fortuna, cominciò a farsi un nome: L’improvvisatore, di ambientazione italiana (Roma, Napoli, Venezia), pubblicato nel 1835. L’anno dopo seguí – appunto – O.T., e nel 1837 Il violinista. I tre romanzi, spiegavo nella suddetta postfazione, costituiscono una sorta di trilogia dedicata alla rappresentazione della "vita in Italia" (un argomento prediletto da pittori e scrittori dal periodo romantico in poi) e della "vita in Danimarca". Di altro tenore gli altri tre, usciti, rispettivamente, nel 1848 (Le due baronesse), nel 1857 (Essere o non essere) e nel 1870 (Peer fortunato). A dire il vero, c’è chi considera un romanzo, anzi "il primo romanzo di Andersen" (uscí nel gennaio del 1829), anche lo stravagante arabesco letterario Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829", di cui ripropongo l’incipit:

"La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerí il pensiero peccaminoso di diventare scrittore…"

Nel febbraio 1837 Andersen confidò al poeta B.S. Ingemann:

"In O.T. avevo un preciso piano narrativo, anteriore alla stesura, da seguire. Con Il violinista, invece, lascio che tutto proceda secondo la volontà del Signore."
E qual era questo preciso piano? In breve: raccontare la storia di due amici, uno dei quali vorrebbe spingere il rapporto alla massima confidenzialità, ovvero fino a darsi del tu, mentre l’altro non se la sente e, cortesemente, respinge la proposta. Tutto qui? Solo in apparenza, perché la questione del "darsi del tu" in Andersen, personaggio eternamente in lotta con le proprie tendenze omofile, ha un significato ben più profondo. Sappiamo che la grande passione della sua vita fu Edvard Collin, figlio del suo protettore e benefattore Jonas Collin. Proprio a Edvard, dall’Italia, Andersen osò inviare una lettera con l’audace richiesta del "diamoci del tu", che nelle sue intenzioni significava probabilmente "spingiamo la nostra amicizia un po’ più in là". Edvard, che gli voleva bene ma era inequivocabilmente eterofilo, accampò le giustificazioni che riportiamo sotto e non solo non ricambiò il suo amore, ma sposò regolarmente la bella Henriette Thyberg. La cocente delusione dettò ad Andersen "La sirenetta" (destinata, come lui, a non sposare il principe) e, in parte, anche O.T., dove il tema del "Du o De" affiora nel rapporto fra Vilhelm e Otto negli stessi termini e, probabilmente, con gli stessi sottintesi con cui si era delineato nella realtà. Naturalmente in O.T. sono presenti anche altre ossessioni (tutte con relativi rimandi biografici), in particolare quella del ritorno di un passato (metaforizzato nel marchio delle iniziali O. T.) di cui Andersen, assiduo frequentatore di nobili e principi, si vergognava e che preferiva seppellire. Come il giovane barone Otto Thostrup, anche Andersen, inoltre, temeva la riapparizione di una sorella (Karen-Marie, finita prostituta), di cui non è difficile individuare il riscontro nella figura di Sidsel.

In O.T. il motivo dell’ambiguità sessuale tocca il suo acme nella memorabile scena del ballo studentesco, in cui la vista dell’amico Vilhelm in abiti femminili suscita in Otto un profondo turbamento… [cut]…

Oggi in Danimarca ci si rivolge tranquillamente l’un l’altro con il Du (tu) anche in mancanza di una vera familiarità o intimità, mentre in passato era molto sentita la differenza tra il formale De (voi) e l’amichevole Du[cut]…

Nel luglio 1835, mentre soggiornava nella tenuta di Lykkesholm in Fionia, Andersen scrisse a Edvard:

"Se guardaste nel fondo della mia anima, comprendereste appieno la fonte del mio desiderio e… avreste pena di me. Persino il lago aperto, trasparente ha le sue ignote profondità che nessun tuffatore può sondare."

In quel periodo si sentiva interiormente spinto ad esprimere in qualche modo quanto non gli era permesso di manifestare in modo socialmente e sessualmente esplicito. Dalla distanza di sicurezza della Fionia redasse una lettera in cui si rivolgeva a Edvard nella forma intima che gli era stato proibito di usare, ovvero con il "Du":

"Mio caro, fedele Edvard,
quante volte ti penso e in che modo aperto la tua anima non si dispiega davanti a me! [cut]…

Andersen non spedì mai quella lettera, ma l’averla scritta gli procurò un notevole sollievo. In compenso, poco dopo aver lasciato Lykkesholm, ne preparò e spedì una seconda versione più formale, in cui invitava la fidanzata di Edvard a parlare per lui, a dirgli ‘ti amo’ da parte sua, visto che lei era libera di usare il ‘Du’. Ma alla fine di agosto, mentre progettava il suo nuovo romanzo O.T, non seppe resistere alla tentazione di inviare a Edvard una lettera d’amore che dimostra come egli continuasse a esprimere i suoi inquieti sentimenti attraverso il romanzo.

"Ti desidero, sì, in questo momento ti desidero come se tu fossi una bella ragazza di Calabria, dagli occhi bruni e dallo sguardo seducente. Non ho mai avuto un fratello, ma se l’avessi avuto, non avrei potuto amarlo come amo te, e tuttavia… tu non ricambi i miei sentimenti! Questo mi addolora, o forse è proprio questo ciò che mi salda ancora più strettamente a te…"

Eccetera.

[Dall'Introduzione a "O.T. Un romanzo danese", di Hans Christian Andersen]